“Votiamo su come votare”… Il Pd in preda alle convulsioni di un’Assemblea nazionale che non decide nulla, neppure i rapporti di forza interni

Renzi e Orfini

Matteo Renzi e Matteo Orfini alla Direzione del Pd

  1. Cronaca di un’Assemblea nazionale. Una bolgia tra contestazioni e sfottò

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi sorride e rimette nella tasca i foglietti di una relazione che, se avesse letto, sarebbe stata “incendiaria” e tutta incentrata sulla denuncia di “una classe dirigente (quella del Pd, ndr.) irresponsabile che vuole trascinare il Pd nella guerra del fango proprio nei giorni in cui nasce il governo M5S-Lega”. Poi ascolta la relazione del segretario reggente, Martina, che lo attacca pesantemente, pur senza citarlo, finge un applauso di cortesia, si alza e se ne va. Lo scontro è stato solo rimandato di un mese o più. L’Assemblea nazionale che si è tenuta ieri all’hotel Ergife non ha, infatti, sciolto nessun nodo dentro il Pd. Ha solo congelato tutte le decisioni, rinviandole alla prossima Assemblea, ma già su quando tenerla è scontro: Martina vuole rinviarla almeno fino a ottobre, i renziani indicano il “30 giugno, 7 luglio al massimo”. Ieri è stata siglata una tregua fragile e ipocrita. Dei due fronti in guerra si sa: Renzi e i renziani da un lato, l’asse che fa perno su Martina, spalleggiato dalle due minoranze (Orlando ed Emiliano) e da un pezzo di ex maggioranza (l’area Franceschini-Fassino), dall’altro. La giornata sembra non iniziare mai. Convocati per le dieci, si accreditano in 829 delegati su 1168 aventi diritto, ma Orfini apre le danze solo a mezzogiorno. Per ore si è cercata una mediazione. I ‘martiniani’ sono sicuri: “Renzi non controlla più il Pd”. I renziani sventolano 398 firme (poi lievitate fino a 432) pronte a chiedere la convocazione immediata del congresso. Si prospetta una conta sanguinosa. Fassino per conto di Martina e Guerini – che ci ha lavorato per giorni – per Renzi cercano e trovano una faticosa mediazione, spalleggiati da Gentiloni e Minniti. La proposta che Orfini annuncia, aprendo i lavori, è di “mettere in votazione l’inversione dell’ordine dei lavori”, ma come in un’assemblea universitaria degli anni ’70 partono i cori di “buuu”. C’è molta insoddisfazione nella base e poi c’è laclaque portata dal Pd di Roma, in mano agli orlandiani, scatenata e fastidiosa, con la Cirinnà e Damiano che li capeggiano come veri capiultras. Alla fine, si vota: finisce con 397 a favore del rinvio e 221 contrari (più 6 astenuti) su un totale di 624 votanti. Le aree di Renzi e Martina-Franceschini stanno ai patti, le minoranze no, ma anche dei renziani votano contro.

Dopo, sembra calare la quiete e iniziano gli interventi. Martina, nella sua relazione, ci va giù pesante: “Se tocca a me, anche per poco, tocca a me”; “rinnoverò gli organi dirigenti”; “no a Lega-M5S ma anche no a FI”; poi attacca gli “errori nella formazione delle liste”; disegna, come faranno Orlando e Boccia, un partito ‘altro’ da quello di Renzi, dalle alleanze alle primarie. La claque esplode di felicità, i renziani strabuzzano gli occhi: “Gli accordi non erano questi”, sibilano. Intanto i big (Renzi, Gentiloni, i ministri) e molti delegati se ne sono andati, stufi e cupi, dentro il clima resta da stadio. I renziani meditano vendetta: votare contro la relazione di Martina o boicottarla, anche se dal palco c’è chi, come Marcucci, dice che la voterà. La relazione di Martina prende 294 sì, 8 astenuti, zero contrari, ma su un totale di 302 votanti, ben sotto il numero legale. Per i martiniani “Renzi da oggi à minoranza nel Pd”, i renziani dicono di avere con sé la forza dei numeri. Lo scontro interno è appena iniziato, presto deflagrerà. A meno che, in extremis, Renzi non si accordi con Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, per un “patto tra diversi” che comporti un’ennesima tregua, questa volta finale e definitiva, se e quando Zingaretti non si deciderà a correre per le primarie del Pd, appoggiato dalla minoranza di Orlando, non in antitesi a Renzi, ma appunto in accordo con lui e i suoi. 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 maggio sul Quotidiano Nazionale

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2. La mediazione infinita. Le correnti del Pd cercano di mettersi d’accordo tra loro. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Hanno trattato tutto il giorno, giocando a braccio di ferro, i due fronti contrapposti presenti, ormai da mesi, nel Pd (i renziani e gli anti-renziani), ma a ieri sera era quasi certa una spaccatura che, se oggi si materializzasse, sarebbe a dir poco drammatica. Questa mattina, infatti, si aprirà l’Assemblea nazionale dem, suo massimo organo rappresentativo.  In ballo c’è la riconferma del segretario reggente dal giorno delle dimissioni di Renzi, Maurizio Martina, alla carica di segretario effettivo, anche se pro tempore. Ma è proprio sulla durata o sulla proroga dell’incarico di Martina che si è consumata la rottura.  Eppure, lo stesso Matteo Renzi ha proposto di tutto al fronte dei suoi ‘nemici’ interni, l’asse che vede pezzi della sua ex maggioranza (Franceschini, Fassino, etc.) saldato alle minoranze interne (le due aree di Emiliano e Orlando).
I  big (Franceschini, Cuperlo, Zanda, Fassino, Orlando)  ieri mattina si sono riuniti per fare il punto della situazione con Martina. Renzi ha chiesto loro – tramite i suoi ambasciatori più duttili e diplomatici, Graziano Delrio e Lorenzo Guerini – di «evitare la conta» che «sarebbe incomprensibile proprio mentre i nostri avversari, Lega e M5S, fanno votare il loro programma  dalla base. Fuori ci prenderebbero per matti».
Renzi si è anche detto pronto, come segno di pace,  a rinunciare al suo discorso iniziale, che gli spetta in quanto segretario uscente, per dedicare la giornata all’analisi del voto e alla situazione politica, lasciando che sia il solo Martina a tenere la relazione introduttiva. Relazione che, a questo punto, Renzi terrà e dove andrà giù «con l’accetta», dicono i suoi, stupiti per «l’impuntatura di Martina». Il quale, però, per Renzi sarebbe potuto restare segretario solo fino a un’altra assemblea da tenersi a giugno, non oltre, tipo ottobre.
Ed è qui che si è rotta la trattativa: per Renzi il congresso (e le primarie) le devono gestire gli organi preposti, cioè il presidente del partito (Orfini) e la commissione congressuale, il fronte dei ‘martiniani’ vuole che a farlo sia Martina. Insomma, Renzi ha proposto una frenata sui tempi del congresso, Martina  chiede invece una piena legittimazione politica del suo ruolo e una segreteria più lunga. Il braccio di ferro è andato avanti fino a sera, registrando l’incaponirsi di Martina e dei più duri tra i suoi (Orlando e Cuperlo) al rifiuto di ogni ramoscello di pace. I contatti proseguiranno fino all’ultimo, notte compresa, ma se salta l’ultimo tentativo di mediazione oggi il Pd andrà al voto per eleggere un nuovo segretario con più candidati contrapposti (per Renzi scenderebbe in campo Guerini) e lì varrà solo la forza dei numeri. i renziani sono convinti di avere la maggioranza (quasi 500 delegati su mille), Martina spera di farcela, magari per il rotto della cuffia.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio sul Quotidiano Nazionale
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Mattarella, a colpi di citazioni di Einaudi, mette molti paletti al prossimo governo gialloverde su nomina del premier, lista dei ministri, rispetto della Costituzione

mattarella parla

Il Capo dello Stato parla alla fine delle consultazioni

Ettore Maria Colombo – ROMA

Se mai nascerà il governo gialloverde avrà davanti a sé un contrappeso istituzionale saldo, inflessibile e duraturo. Si chiama Sergio Mattarella e, di professione, fa il presidente della Repubblica. Il presidente ‘mite’ e ‘schivo’, non vuole certo diventare il ‘Cossiga’ della situazione e aprire una stagione di conflittualità permanente tra lui e il presidente del Consiglio che verrà (nel caso di Cossiga era Andreotti). Ma ormai è chiaro che, di fronte a un possibile governo che presenta rischi e dubbi, Mattarella ha deciso di ergersi a ‘Lord Protettore’ di una Repubblica la cui Costituzione e il cui ordinamento nessun governo, neanche quello frutto dei “due vincitori” delle elezioni del 4 marzo, possono violare. Per far capire a Di Maio e Salvini cosa devono aspettarsi, il Capo dello Stato ha scelto una ricorrenza particolare, i 70 anni dal giuramento del primo presidente della Repubblica, il liberale, già ministro del Bilancio di De Gasperi, Luigi Einaudi, e una cerimonia pubblica nel suo paese natale, Dogliani. In un discorso di 13 cartelle, infarcito di citazioni testuali delle riflessioni di Einaudi, è come se Mattarella lanciasse, a ogni passo, un uppercut in volto a Lega e M5S. Il primo gancio è sulla ‘fase’: “Quella italiana era una democrazia in bilico, ma uscì vincente dalla prova” perché “la divaricazione” tra maggioranza e opposizione non si tradusse mai in una democrazia dissociativa”.

Traduzione: se pensate di andare al governo calpestando i diritti dell’opposizione parlamentare vi sbagliate di grosso. Passa a criticare i rischi dell’“assemblearismo” che Einaudi temeva (“Il governo dell’assemblea è la tirannia della maggioranza”): vi si legge una critica velata alla scelta di Casaleggio di far votare online il programma di governo.
Poi Mattarella delinea i compiti del presidente della Repubblica con piccolo ‘ripasso’ di diritto costituzionale: “il presidente non è un notaio, la lezione di Einaudi è quella di una penetrante moral suasion nei rapporti con il governo”. L’inquilino del Colle non è “un notaio”, ma un “tutore”. E “pedante” per i suoi continui “consigli, previsioni, esortazioni”, come disse di sé stesso Einaudi, snocciola gli articoli della Costituzione che lo indicano: il 92 (nomina del premier e dei ministri, particolare su cui si sofferma, portando a sostegno una nota scritta di Einaudi); l’87 (autorizzazione dei disegni di legge in Parlamento); l’81 (rispetto dei vincoli di bilancio). E proprio qui casca l’asino.

L’intervista con cui ieri l’ideologo della Lega, Armando Siri, ha sostenuto che la flat tax si può coprire, il primo anno e i seguenti, “con un bel condono”, ha fatto alzare più di un sopracciglio, al Colle. La risposta è glaciale: Einaudi rinviò due leggi approvate dal Parlamento “perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art.81 della Costituzione” e, per inciso, superò da vincitore il contrasto con l’Esecutivo.Basta? No. Mattarella cita quando, dopo le elezioni politiche del 1953, Einaudi “non ritenne di avvalersi delle indicazioni della Dc” e nominò un suo esponente, Giuseppe Pella, a capo di un governo che fu un vero “governo del Presidente” (la formula usata era “governo d’affari”). Il messaggio, neppure troppo cifrato, vuol dire una cosa sola: non fatemi perdere la pazienza, fate le cose per bene, altrimenti passate la mano che lo faccio io un bel governo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 maggio 2018 sul Quotidiano Nazionale. 

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No del Quirinale a M5S (“Niente elezioni in estate”) e a Salvini (“Niente governi di minoranza”). Restano in piedi un “governo di tregua” o le urne a ottobre

NB: Qui di seguito trovate due articoli sulle mosse del presidente della Repubblica rispetto alla difficile crisi di governo che si è aperta da due mesi. Le possibilità: governo di scopo (o istituzionale) oppure urne a ottobre, ma in ogni caso niente elezioni a giugno. Invece, per approfondimenti, spunti e analisi sulla crisi di governo rimando alla sezione del mio blog intitolata “Dizionario della crisi di governo” dove ogni particolare è spiegato voce per voce. 

Il link al mio articolo di oggi, Primo Maggio 2018, x @quotidiano.net sul ruolo del Presidente Mattarella nella difficile crisi di governo del Paese.

https://www.quotidiano.net/politica/governo-ultime-notizie-1.3881939/amp?__twitter_impression=true

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

 

  1. Mattarella: no al voto anticipato a giugno. “Governo di scopo” o urne a ottobre. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Niente elezioni anticipate a giugno, il punto fermo, da cui non si prescinde e da cui il Capo dello Stato non defletterà. Per il resto, solo “riflessione e ascolto”, verso le posizioni delle forze politiche, non senza una punta di irritazione. Infatti, Mattarella, conferendo al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo per verificare, sul lato M5S- Pd, la possibilità di fare un governo, si attendeva e chiedeva “novità pubbliche, esplicite e significative”. Era già rimasto scottato dal mai nato (ma tanto a lungo ventilato e agitato) dialogo tra il centrodestra e i 5Stelle cui, tra due giri di consultazioni e un mandato esplorativo alla Casellati, presidente del Senato, il Capo dello Stato aveva concesso ben 20 giorni di tempo, spesi inutilmente. Ma le novità che sono arrivate dal Pd con l’intervento pubblico di Renzi sono state tutte negative: aspettare la Direzione del Pd è pleonastico, ma Mattarella la aspetterà in ogni caso per una forma di rispetto al Pd. Oggi, per la Festa del Lavoro, Primo Maggio, Mattarella terrà un discorso pubblico, sì, ma ristretto al dolente tema delle ‘morti bianche’, poi rifletterà ancora. Eppure, il Capo dello Stato, stanco di tanti, troppi, atteggiamenti e dichiarazioni “elettoralistiche”, credeva che, dopo le elezioni in Friuli e soprattutto dopo ben 40 giorni di crisi, i partiti formulassero proposte “chiare e responsabili”. Ma, proprio ieri, il leader dell’M5S, Di Maio, è arrivato a chiedere, pubblicamente, le urne anticipate a giugno. Una richiesta che, certamente, è ‘pesante’, ma che, per ora, non è sorretta da Matteo Salvini, il quale fa invece sapere di stare lavorando “a un governo senza il Pd, ma non per il voto anticipato”. Salvini, cioè, chiederebbe al Colle di avallare la nascita di un governo di centrodestra ma sotto forma di governo di minoranza. Ipotesi, già avanzata da Berlusconi per conto del centrodestra, che il Colle giudica però irrealistica e infattibile.

Quali le strade da percorrere, dunque, per Mattarella? La prima è: niente elezioni anticipate, né giugno né tantomeno a luglio. Per votare il 24 giugno la finestra elettorale si chiude il 9 maggio, ma in realtà è già chiusa. I tradizionali 45/70 giorni per indire i comizi elettorali, come prevede la Costituzione, vanno integrati con le norme applicative per il voto degli italiani all’estero cui servono 60 giorni pieni. Dunque, resterebbe luglio, ipotesi che, solo nel sentirla, al Quirinale allargano ironici le braccia: “semplicemente non esiste”.

La seconda strada è doppia. O un “governo di tregua”, più che “del Presidente”, sorretto da tutti i partiti e guidato da un giurista (il presidente della Consulta Lattanzi o Cassese) che traghetti il Paese oltre la necessaria approvazione della Legge Finanziaria (la sessione di bilancio inizia il 15 ottobre e, da quel giorno in poi, andare a votare “è follia”) e che riesca a scrivere una nuova legge elettorale o modifichi, quantomeno, quella attuale, il Rosatellum, introducendo il premio di maggioranza (alla lista o alla coalizione?). Un governo con un mandato che, di fatto, scavallerebbe il 2018 e permetterebbe all’Italia di non votare prima del 2019 inoltrato, forse con le elezioni europee che si terranno il 24 maggio 2019. Oppure un governo ‘elettorale’, di breve se non brevissima durata, per tornare al voto entro fine settembre (e non dopo, causa, appunto, l’arrivo della Legge di Stabilità in Parlamento) senza che, a meno di miracoli, sia stata cambiata neppure la legge elettorale. Una soluzione, quest’ultima, minimale quanto drammatica, ma che un Colle riluttante si potrebbe trovare a percorrere. In ogni caso, la strada di tenere in vita il governo Gentiloni, oggi in carica per il disbrigo degli affari correnti, non viene contemplata, al Colle: troppe le resistenze e le opposizioni dei partiti che hanno vinto le elezioni di fronte a un’ipotesi del genere, oltre alla riluttanza di Gentiloni di restare in sella. Quindi, se proprio le cose dovessero andare male, sarebbe un nuovo governo, di qualsiasi genere e comunque formato, a diventare l’esecutivo che porterebbe il Paese a urne anticipate e sarebbe questo il governo in carica per il disbrigo degli affari correnti, anche se probabilmente si tratterebbe di un governo di minoranza. 

NB: L’articolo è stato pubblicato il I maggio 2018 sul Quotidiano Nazionale a pag. 2. 


 

2. Il Colle è preoccupato. La strada delle elezioni anticipate si fa sempre più vicina. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Al Quirinale, oltre che la pazienza, stanno iniziando a perdere anche la speranza. La carta che il Capo dello Stato si era prefisso di non voler giocare mai, quella delle elezioni anticipate, torna prepotentemente sul tavolo. Naturalmente, le urne non si aprirebbero a metà giugno, quando voteranno centinaia di importanti comuni italiani. La finestra elettorale per votare a giugno sta per chiudersi, ora, tra il 2 e il 10 maggio (servono tra i 45 e i 70 giorni per convocare i comizi elettorali), ma ottobre o, meglio, fine settembre (per permettere al nuovo governo di approntare la manovra economica) è già un mese cerchiato in rosso. Certo, è l’extrema ratio, ma il Colle non può che registrare che progressi, allo stato, non ce ne sono, nelle trattative in corso tra i partiti. Vero è che quando, ieri pomeriggio, il presidente ‘esploratore’, Roberto Fico, ha riferito a Mattarella lo stato delle sue esplorazioni sul versante M5S-Pd si è detto ottimista: “Tra M5S e Pd il dialogo è avviato. In questi giorni – ha spiegato – ci sarà un dialogo in seno alle due forze politiche, aspettando la direzione del Pd della settimana prossima. Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto esito positivo ed è concluso” ha detto. Ma Mattarella conosce bene la ‘galassia’ dem, spifferi e correnti incluse: sa che, se Renzi si mette di traverso, ha i numeri dalla sua e che la Direzione del Pd, si concluda o meno con una spaccatura, il dialogo ha il destino segnato. Certo, Mattarella pazienterà almeno un’altra settimana. Alla Casellati e al tentativo di mettere insieme centrodestra e M5S ha dato 20 giorni di tempo, ne concederà altri sette al Pd.

In più, domenica ci sono le elezioni regionali in Friuli e il risultato potrebbe riaprire una riflessione nel centro-destra. Matteo Salvini – che ieri ha detto che “l’Italia è prigioniera dei litigi del Pd e delle ambizioni dei 5Stelle” – non ha mai chiuso la porta all’M5S e al Colle hanno registrato con attenzione questo passaggio. Invece Silvio Berlusconi è sicuro che “il dialogo Pd- M5S sarà del tutto infruttuoso”.

Con la Direzione dem fissata per mercoledì 3 maggio (e qui il Capo dello Stato avrebbe auspicato di certo una data più vicina), sarà giovedì 4 maggio il giorno in cui il Colle tirerà le somme di due tentativi, contrapposti, paralleli e infruttuosi. Se la Direzione dem dovesse, per miracolo, aprire al dialogo con i 5Stelle, Mattarella potrebbe dare un pre-incarico sempre al presidente della Camera, Fico, oppure potrebbe chiamare al Colle i leader dei due partiti per sentire dalla loro viva voce l’evolversi delle trattative.

Se, invece, come è probabile, l’ipotesi di accordo sarà negata dal Pd, Mattarella darà vita, quasi sicuramente, a un terzo giro di consultazioni, ma che sarebbe l’ultima campanella. Il Colle metterà i partiti davanti “alle loro responsabilità” e cercherà di formare un “governo del Presidente”, o un “governo di tregua”, ma ben consapevole che Lega e M5S potrebbero sottrarsi all’appello (solo Pd e FI no di certo) e che un governo del genere non avrebbe i numeri per ottenere la fiducia delle Camere. La possibilità che nasca, dunque, un esecutivo di minoranza, il cui unico compito sarebbe di portare il Paese al voto anticipato (e, forse, di cambiare la legge elettorale in tre mesi), resterebbe l’ultima strada. La scelta che mai Mattarella vorrebbe prendere potrebbe anche essere l’unica. 

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2018 sul Quotidiano Nazionale.

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Governo, da ‘incarico esplorativo’ a ‘forni’. Il dizionario della crisi nella versione scritta per @quotidiano.net

Il link alla versione pubblicata per @quotidiano.net del mio Dizionario della crisi di governo, voce per voce.

https://www.quotidiano.net/politica/governo-incarico-esplorativo-1.3867612

Quasi sei anni di “non governo”. Le crisi di governo nell’Italia repubblicana (1946-2018). L’articolo di Luca Tentoni per “Mente politica”.

Premessa ai miei 25 lettori. L’articolo che pubblico qui di seguito è frutto del prezioso e certosino lavoro di Luca Tentoni, analista politico ed editorialista per la Gazzetta di Parma e per il Giornale di Brescia ed è stato pubblicato sul sito http://www.mentepolitica.it

 

palazzo Montecitorio, sede della Camera

Palazzo Montecitorio. Portone d’ingresso della Camera dei Deputati.

La durata delle crisi di governo. 

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l’Italia ha avuto 65 crisi di governo, durate in media 33,23 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati all’8 aprile riprendendo uno studio pubblicato dall’autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi – con l’aggiunta di un testo di Guglielmo Negri – nel 1992, col titolo “L’instabilità governativa nell’Italia repubblicana”). In pratica, il Paese ha avuto un governo “in ordinaria amministrazione” per 2160 giorni (5 anni e 11 mesi: poco più di una legislatura, dunque). L’8,25% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 402,75 giorni (dei quali 369,52 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest’ultima abbiamo avuto 14 governi contro i 51 della Prima, per complessivi 8723 giorni contro 17456 (durata media dei governi: 1946-1994, 342,27 giorni, 33,24 dei quali di crisi; 1994-2018, 623,07 giorni, 33,21 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 22 mesi e mezzo contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi altrettanto lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso “rendimento” sul piano della durata: il centrosinistra ha avuto Palazzo Chigi per il 50,18% dell’intero periodo (4377 giorni), ma i suoi governi (otto) sono durati in media 547,13 giorni (dei quali 20,5 di crisi), mentre il centrodestra vi è rimasto per il 38,17% (3330 giorni; media: 832,5 giorni, dei quali 11,5 di crisi) e i “tecnici” Dini e Monti per il restante 11,65% (1016 giorni; media: 508 giorni, ma ben 127,5 di ordinaria amministrazione).

La durata ‘media’ dei governi. 

Rispetto alla Prima repubblica, dunque, bisogna osservare che: 1) la durata media dei governi è diversa a seconda delle formule (più stabile quella di centrodestra, con 832,5 giorni medi contro i 342,27 del periodo 1946-’94; abbastanza stabili le altre – 547,13 il centrosinistra, 508 i tecnici); 2) la durata media delle crisi è identica (33,2 giorni), ma in realtà, nella Seconda Repubblica, solo in tre casi si è andati oltre il mese: con Monti (128 giorni), Dini (127), Prodi II (104). In tutto, 359 giorni di crisi per tre governi (media 119,7), contro i 106 degli altri undici (media 9,6), segno che nell’ultimo quarto di secolo gli intervalli fra un governo e il successivo sono stati ampi solo in momenti di transizione politica: il 1995, il 2008, il 2013 (non è escluso che nel 2018 anche la crisi del governo Gentiloni si protragga, anche se forse non per così tanto: per raggiungere il Prodi II dovremmo avere un nuovo Esecutivo il 7 luglio, cosa possibile solo in caso di nuove elezioni a fine giugno); 3) le formule di governo non durano più di cinque anni consecutivamente (nessuno ha mai avuto la maggioranza dei seggi in una o entrambe le Camere per due volte di fila: centrodestra 1994, centrosinistra 1996, centrodestra 2001, centrosinistra 2006, centrodestra 2008, centrosinistra 2013, più l’esito del 2018) ma, salva l’eccezione del secondo governo Prodi (2008), in sette casi su otto la crisi del centrosinistra è durata non oltre i 15 giorni e quella del centrodestra in tre su quattro (1994: 25 giorni, ma c’era la rottura con la Lega), mentre sono stati i tecnici a dover “traghettare nella crisi” il Paese: nel 1995 come nel 2013, andando dimissionari a gestire nuove elezioni. Se si considera che dal 1994 ad oggi le crisi ministeriali si sono protratte in tutto (all’8 aprile 2018) per 465 giorni e che quelle dei soli sette governi guidati da Giulio Andreotti fra il 1972 e il 1992 sono durate 454 giorni, si ha un’idea della differenza fra Prima e Seconda Repubblica. Il leader democristiano è stato di gran lunga il più grande “gestore di crisi” della nostra storia. Rimasto a Palazzo Chigi per 2669 giorni (7 anni e quasi 4 mesi) ha però curato “gli affari correnti e l’ordinaria amministrazione” per ben 15 mesi (in media, il 17% della durata complessiva dei suoi governi). Fu Andreotti a portare il Paese alle urne nel 1972, 1979, 1992: nella Prima Repubblica furono suoi i record di permanenza in carica durante la crisi: 126 giorni nel 1979, 121 nel 1972 (in quest’ultimo caso, fu sfiduciato dopo appena nove giorni dalla nascita del suo governo). Dini (127 giorni) e Monti (128) l’hanno battuto per un soffio.

Le crisi d governo ‘lunghe’. 

Le crisi lunghe corrispondono spesso a conclusioni anticipate delle legislature: nella Prima Repubblica si votò sette volte prima del termine nel 1972 (121 giorni di crisi), 1976 (90), 1979 (126), 1983 (91), 1987 (91), 1992 (65), 1994 (25), mentre durante la Seconda le interruzioni sono state solo due: 1996 (127) e 2008 (104). Ciò non toglie, però, che in fasi politiche molto delicate – di transizione o di attesa – ci sia stato bisogno di un lungo lavoro di ricucitura: nel 1970 (crisi del governo Rumor II), 1974 (Rumor V), 1978 (Andreotti III), 1979 (Andreotti IV), 1987 (Craxi II), 1989 (De Mita) e che si sia arrivati a sette o più settimane di “ordinaria amministrazione”. Come abbiamo scritto in un precedente articolo su Mentepolitica (“Fasi politiche e durata dei governi”, 15 ottobre 2016), i presidenti del Consiglio che si sono avvicendati nel corso della Prima Repubblica sono stati molto più numerosi che nella Seconda: 19 fra il 1946 e il 1994, 9 nella Seconda (una proporzione abbastanza in linea con la durata dei due periodi storici: 48 anni il primo, 24 il secondo), però le formule del vecchio sistema dei partiti erano complessivamente più continuative e durature: a fronte dei complessivi 12 anni del centrosinistra 1996-2018 (non consecutivi: 1996-2001, 2006-2008, 2013-2018) e dei 9 anni abbondanti del centrodestra 1994-2011 (idem: 1994, 2001-2006, 2008-2011) abbiamo avuto la stagione centrista (1947-1960), il centrosinistra (1962-1974/76) e il pentapartito (1981-1992). Un elemento essenziale per distinguere la gran parte delle crisi della Prima repubblica da quelle della Seconda è che fra il 1946 e il 1994 la fine di un governo non comportava necessariamente la conclusione di una formula politica (in questo, il centrosinistra del 1996-2001 e del 2013-2018 ha avuto un mutamento di presidenti del Consiglio – ben sei per otto governi – simile a quello del precedente sistema dei partiti) mentre nella Seconda si è avuto per almeno cinque volte (1996, 2001, 2006, 2008, 2013) un cambiamento (nel primo e nell’ultimo caso, però, con alcuni elementi di continuità: il sostegno del centrosinistra a Dini nel 1995 e di Pdl e Pd a Monti nel 2011-2012). Inoltre, come abbiamo scritto nel 2016 (nell’articolo di Mentepolitica qui richiamato), la durata dei governi per formula politica non è stata omogenea. Nel periodo centrista si sono succeduti quindici governi in altrettanti anni; in quello del centrosinistra “storico” (anni Sessanta-Settanta) tredici governi in tredici anni e mezzo; durante il pentapartito, dieci governi in undici anni. Ma anche qui bisogna distinguere, sia sottraendo le “parentesi balneari” (sulle quali torneremo), sia distinguendo fra prima e seconda fase di ciascuna formula politica della Prima Repubblica. Nella fase nascente e “gloriosa” del centrismo degasperiano (1947-1953) abbiamo avuto quattro governi in cinque anni (durata media: 559,5 giorni, dei quali 13,25 di crisi) con lo stesso presidente del Consiglio (De Gasperi, ininterrottamente dal 1945 al 1953 per otto governi), ma, dall’ultimo governo guidato dallo statista trentino (1953) al primo governo Fanfani (1954) abbiamo una durata media di 69,7 giorni (14,7 dei quali di crisi). Il decollo del secondo centrismo è faticoso ma si regge su equilibri nella Dc che portano la permanenza media in carica dei governi (1954-1958) a 534 giorni (13 di crisi) finché non è il leader democristiano Fanfani a volere il “doppio incarico” (conquistando anche la presidenza del Consiglio) e aprendo una stagione di instabilità che provocherà presto (oltre alle doppie dimissioni di Fanfani, dal governo e dalla segreteria) il declino del centrismo, che produrrà (compreso l'”eccentrico” esperimento quirinalizio del governo Tambroni) tre governi in due anni. Nel 1960-’63, però, si comincia ad avviare la stagione del centrosinistra, preparata da due lunghi governi Fanfani (530 giorni in media, 27,5 di crisi). Abbiamo, dunque, un centrismo che vive una prima fase di forza (1947-1953) e di transizione (1953-’54) e una seconda abbastanza stabile (non nei presidenti dei consiglio, però), seguita da una nuova transizione “in due stadi” (1958-’60; 1960-’63). In sintesi, come scrivevamo nel 2016, “il primo centrismo (1947-1953) è durato 6 anni per 5 governi guidati da un solo esponente politico (Alcide De Gasperi), mentre il secondo è proseguito per 9 anni e 10 governi (7 presidenti del Consiglio diversi)”.

I presidenti del Consiglio più ‘longevi’.

Fra le caratteristiche dei governi della Prima repubblica c’è la continuità non solo di alcuni titolari di dicasteri, ma anche dei presidenti del Consiglio. Ben 37 governi sui 65 della Repubblica hanno visto rimaneggiamenti della compagine ma non cambi al vertice. Dopo gli otto governi consecutivi di De Gasperi (1945-1953) abbiamo avuto i due di Fanfani (1962-1963), i tre di Moro (1963-1968), i tre di Rumor (1968-1970), i due di Andreotti (1972-1973), gli altri due di Rumor (1973-1974), altri due di Moro (1974-1976), tre di Andreotti (1976-1979), due di Cossiga (1979-1980), due di Spadolini (1981-1982), due di Craxi (1983-1987), ancora due di Andreotti (1989-1992), due di D’Alema (1998-2000), due di Berlusconi (2001-2006), poi più nessun mandato consecutivo. A consuntivo, su 65 governi, i primi dieci (pari al 15,3% del totale) hanno totalizzato 9298 giorni in carica, 224 dei quali per l’ordinaria amministrazione (il 2,41%). Tranne il secondo Prodi, insomma, tutti i più longevi sono stati anche quelli ai quali è seguita una crisi molto breve. Questi Esecutivi hanno governato il Paese per il 35,5% dell’intera storia repubblicana (gli altri 55, per il residuo 64,5%); la media dei giorni di crisi per ciascuno dei primi dieci è di 22,4 giorni, contro 35,2 degli altri (senza il Prodi II, scende a 13,3 giorni). I dieci presidenti del Consiglio che sono rimasti al governo per più tempo (in una o più occasioni, per un totale di 42 su 65: il 64,6%) hanno totalizzato insieme 18912 giorni di mandato (il 72,2%). In altre parole, la guida del Paese non è stata affatto “dispersa” come si potrebbe pensare guardando il numero dei governi, perchè dieci persone in 72 anni hanno presieduto quasi i due terzi degli Esecutivi governando per quasi 52 anni l’Italia. Il susseguirsi degli “inquilini di Palazzo Chigi” non è stato dovuto alla debolezza numerica delle coalizioni parlamentari, spesso sovradimensionate rispetto alla maggioranza minima richiesta, ma a fatti squisitamente politici.

Anche nella Seconda Repubblica, dove le crisi sono state meno frequenti, solo in due casi il governo è stato battuto in Aula (Prodi: 1998 e 2008) avendo subito defezioni da una maggioranza che – in un ramo del Parlamento (la Camera nel 1998, il Senato nel 2008) – non aveva consistenti margini numerici di vantaggio sulle opposizioni. Si è verificato il venir meno del sostegno al governo, però, per defezione di alleati, anche nel 1994 (Berlusconi I), 1995 (Dini), 2011 (Berlusconi IV: si tratta di un caso particolare, peraltro). Nel 1999 (D’Alema I), 2000 (D’Alema II), 2005 (Berlusconi II), 2014 (Letta), 2016 (Renzi) si è invece avuto un problema nella coalizione. Infine, nel 2001 (Amato), 2013 (Monti), 2018 (Gentiloni) la fine del governo è stata sostanzialmente dovuta al termine della legislatura (la fine dell’appoggio del Pdl a Monti ha anticipato di poche settimane il voto “naturale” già previsto). Tornando al nostro excursus sulle fasi storiche, notiamo che anche nel centrosinistra degli anni ’60-’70 ci sono state due fasi: una caratterizzata da governi guidati da un solo esponente politico, Aldo Moro (1963-1968) come nell’era degasperiana. Durata media in carica: 547,6 giorni; segue una seconda fase con dieci governi e cinque presidenti del Consiglio (durata media 278,1 giorni). Anche negli anni brevi dell’incontro fra Dc e Pci (1976-1979, governi Andreotti III e IV) si assiste ad una prima fase di 590 giorni, seguita da 54 giorni di crisi (risolta col contributo determinante di Aldo Moro) e alla seconda (avviata col voto di fiducia del 16 marzo, giorno del rapimento dello statista democristiano) che segnerà il declino della formula, dopo appena 326 giorni (alla quale faranno seguito 48 giorni di mediazioni fra i partiti) e, in seguito ad un brevissimo quinto governo Andreotti (11 giorni) nuove elezioni. Dopo un biennio di transizione, la Prima repubblica vede il prevalere di una nuova, l’ultima, formula politica: il pentapartito. Come già scritto su Mentepolitica (2016, cit.): “L’unica distinzione che si può invece fare nel periodo del pentapartito è fra fase a guida laica (1981-1987) e fase a guida Dc (già con Fanfani prima delle elezioni e, dopo il voto, con la “staffetta” del 1987). Fra il 28 giugno 1981 e il 17 aprile 1987 si susseguirono cinque governi (durata media: 433 giorni) e tre premier contro i cinque governi in cinque anni e due mesi (quattro premier) della seconda fase.

I governi ‘balneari’.

Naturalmente, nel nostro conteggio sono inclusi i governi balneari o elettorali intermedi, che nelle varie fasi hanno però all’incirca sempre lo stesso peso (durata e numero dei premier). In altre parole, durante la Prima Repubblica i periodi di maggior durata media dei governi (430-550 giorni) coincidevano con l’avvio di nuove fasi politiche, che poi proseguivano – esaurendosi progressivamente – con Esecutivi dalla cadenza annuale e un maggior ricambio alla presidenza del Consiglio”. I governi “balneari” sono quelli in voga soprattutto negli anni Sessanta e Settanta per far decantare la situazione politica. Monocolori Dc, non erano “governi del presidente” (forse lo erano quelli di Pella e Tambroni, ma su questo punto non ci sono giudizi concordi). Caratterizzati da una durata breve, erano presieduti da esponenti politici considerati “super partes” o “pontieri” (Leone, per esempio, presidente della Camera). Nella storia d’Italia ne abbiamo avuti nove, rimasti mediamente in carica per 137,3 giorni. Proseguendo nel nostro viaggio fra i governi e le loro crisi, arriviamo alla Seconda Repubblica, non senza aver sottolineato che nel triennio fra l’ultimo pentapartito (Andreotti VI) e il primo governo Berlusconi ci sono tre Esecutivi che nascono in un periodo di transizione: Andreotti VII (1991-’92), Amato I (1992-’93), Ciampi (1993-’94). Restano in carica mediamente per un anno.

Le crisi di governo ‘record’. 

Anche per la Seconda Repubblica dobbiamo distinguere fra più fasi. Quella preparatoria (1994-1996) che vede il rapido susseguirsi dei governi Berlusconi I e Dini (durata media: 269 giorni, 76 dei quali in ordinaria amministrazione), poi quella del consolidamento del sistema (1996-2011) durante la quale il Paese ha otto governi in quindici anni (media: 706,25 giorni, dei quali 19,6 di crisi). È il periodo in cui centrosinistra (1996-2001) e centrodestra (2001-2006) riescono a governare per cinque anni di fila, anche se le esperienze del Prodi II (2006-2008) e del Berlusconi IV (2008-2011) durano entrambe meno del previsto. È un periodo di record: il primo governo Prodi dura 886 giorni (11 di crisi), il Berlusconi II 1412 (2 giorni di crisi), il Prodi II 722 giorni (104 di crisi), il Berlusconi IV 1277 giorni (4 di crisi), che figurano tutti e quattro nella lista dei dieci governi di maggior durata fra il 1946 e il 2018, insieme a cinque della Prima Repubblica (Craxi I, 1092; Moro III, 852; De Gasperi VII, 721; Segni I, 683; Andreotti VI, 629) e al governo Renzi (2014-2016: 1024 giorni). Il periodo della crisi economica e dell’avvio della ristrutturazione del sistema dei partiti (2011-2018) è caratterizzato invece da quattro governi: uno tecnico (Monti), uno di centrosinistra/grande coalizione (Letta, affiancato per pochi mesi anche dal Pdl), due di centrosinistra (con apporti centristi). In media, questi governi (compreso l’attuale) durano 583,75 giorni (di cui 39 di crisi, quasi tutti dovuti all’interregno di Monti durante le elezioni del 2013). Se Renzi supera i mille giorni a Palazzo Chigi, Monti e Gentiloni vi restano per circa cinquecento (rispettivamente 529 e 482, di cui senza ordinaria amministrazione 401 e 467) mentre Letta si ferma a 300. Quote quasi tutte superiori alla durata media di un governo della Prima Repubblica (342). Nel nostro rapido excursus sulle crisi di governo in Italia e sui 2160 giorni “in ordinaria amministrazione” vogliamo far notare che su 65 governi, solo 15 sono rimasti in carica per almeno un anno e mezzo (dei quali 6 per più di due anni), ma 18 fra un anno e un anno e mezzo, 18 fra sei mesi e un anno, 12 fra tre e sei mesi e due (De Gasperi VIII e Fanfani I) per meno di tre mesi (rispettivamente 32 e 23 giorni, dei quali però solo 12 nella pienezza delle funzioni). Gentiloni, all’8 aprile 2018, è al 22° posto in classifica (482 giorni), ma può superare i governi Fanfani IV (485) e Dini (487); se la crisi si protrarrà oltre il 7 maggio, potrà sorpassare anche Scelba (511), raggiungere Monti il 25 e il sesto governo De Gasperi il 10 giugno. Ma se la crisi fosse lunga come quella che seguì il governo Monti, Gentiloni potrebbe addirittura superare il secondo esecutivo presieduto da Moro, attestandosi al dodicesimo posto fra i governi della Repubblica.

NB.Questo articolo è frutto del prezioso lavoro di Luca Tentoni. Nota biografica. 

Nato a Roma (1966), Luca Tentoni è analista politico ed editorialista per la Gazzetta di Parma e per il Giornale di Brescia. È autore di numerosi volumi e saggi su istituzioni, sistema elettorale e comportamento politico degli italiani, fra i quali: “Le elezioni comunali del 2017”; “La lunga transizione”; “Le elezioni comunali del 2016 nei capoluoghi di regione”; “Brevi cenni sulla Repubblica”; “Maggio 2015: elezioni regionali e sistema politico italiano: una analisi”; “L’Italia di Weimar”; “Bicameralismo e rappresentanza delle comunità locali negli Stati federali: un’analisi comparata”; “Dalla Prima alla Terza Repubblica”; “Riforme istituzionali in Italia e modelli di riferimento”; “La novità del maggioritario alla prova delle urne”; “Fra consenso e crisi – L’Italia elettorale dopo il 5 aprile”; “Gli strumenti per cambiare – viaggio nei sistemi elettorali”.

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2018 ripreso da sito “Mente Politica”, 

 

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La “disconferma”. Un’analisi puntuale e testuale del linguaggio dei politici frutto del lavoro del professor Mercadante

Nota per i miei 25 lettori. L’autore dell’articolo che state per leggere è il professore Francesco Mercadante, ex professore all’Università di Palermo (Istituto di Lettere e Filosofia) e ideatore di un sistema di analisi del linguaggio detto “linguistica previsionale”. Ospito con piacere sul mio blog un suo articolo sul linguaggio della Politica e dei politici. 

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

“Tu credi, immagino, che il nostro compito principale consista nell’inventare parole. Neanche per idea! Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno, stiamo riducendo il linguaggio all’osso (…) È qualcosa di bello, la distruzione delle parole. Naturalmente, c’è una strage di verbi e aggettivi, ma non mancano centinaia di nomi di cui si può fare tranquillamente a meno. E non mi riferisco solo ai sinonimi, sto parlando anche dei contrari. Che bisogno c’è di una parola che è solo l’opposto di un’altra? Ogni parola già contiene in sé stessa il suo opposto. Prendiamo ‘buono’, per esempio. Se hai a disposizione una parola come ‘buono’, che bisogno c’è di avere anche ‘cattivo’? ‘Sbuono’ andrà altrettanto bene, anzi meglio perché, a differenza dell’altra, costituisce l’opposto esatto di ‘buono’. Ancora, se desideri un’accezione più forte di ‘buono’, che senso hanno tutte quelle varianti vaghe e inutili: ‘eccellente’, ‘splendido’ e via dicendo? ‘Plusbuono’ perfettamente il senso, e così ‘arciplusbuono’, se ti serve qualcosa di più intenso”. (George Orwell, 1949, Nineteen Eighty-Four, trad. it. di S. Manferlotti, 1950, 1984, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, p. 55).

Ogni parlante sviluppa la propria capacità di appartenenza e adattamento al mondo e, principalmente, alla comunità linguistica attraverso gli atti rappresentativi (Cfr. J. L. AUSTIN, 1962, How do Do Things with Words, trad. It. di C. Villata, 1987,Come fare cose con le parole, Casa Editrice Marietti, Genova.) ossia per il tramite di atti linguistici come, per esempio, il descrivere o l’affermare che ci permettono di aderire alla convenzione, di stare gli uni vicini agli altri. I politici, tuttavia, non possono mai concedersi questa prossimità affettiva ed emotiva. Nei loro discorsi non si fa fatica a riconoscere il segno della perenne reversibilità; sembra che per loro il tempo convenzionale non scorra, fissato in una sorta di atemporalità mitologica in cui si celebrano i misteri di un regno invisibile. La loro giornata è spesso inquadrata da significati ‘altrui’ e scandita dall’ingestione di un necessario cocktail di sostantivi ‘inesistenti’. Tra un significato e l’altro, sono soliti intrattenere i propri interlocutori con storie senza trama né climaxdi una dimensione che non si esplica in alcuna realtà: ininterrottamente e appassionatamente, mettono in fila significati e significanti, senza che gli uni si leghino agli altri. Molti discorsi politici s’impongono come spazi vuoti della comunicazionee, paradossalmente, acquisiscono forza proprio perché non possiedono alcun significato specifico; si possono riempire a piacimento, saturare, ma non troppo, perché fungono da ammortizzatori linguistici, luoghi entro i quali tutti possono dire un po’ di tutto, garanzie di compartecipazione.

Ma i pensieri sono un caso estremamente interessante, cioè sconcertante: si ha qui l’insincerità che è un elemento essenziale nel mentire, in quanto questo è distinto dal semplice dire ciò che di fatto è falso. Ne sono esempi il pensare, quando dico “innocente”, che il fatto sia stato compiuto da lui, o pensare, quando dico “mi congratulo”, che l’azione non sia stata eseguita da lui. Ma io posso di fatto sbagliarmi nel pensare così.

È vero, bisogna ammetterlo: spesso, il valore dell’eloquio si misura per l’efficacia dell’effetto di straniamento sull’ascoltatore. La capacità dell’oratore consisterebbe dunque nello stabilire legami d’assenza tra il vero fine e quello rappresentato dai significanti. In altre parole, ciò che non viene detto, ma solo percepito, diventa oggetto di curiosità e desiderio. Il compito non è affatto facile, come in genere si pensa, perché, da un lato, è necessaria una grande capacità di autocontrollo, mentre, dall’altro, occorre scegliere con cura parole, locuzioni e sintagmi che rimandino a qualcosa d’assente e importante.

Con umiltà e diligenza, allo scopo di verificare la validità delle nostre ipotesi ludiche, abbiamo sottoposto ad analisi le dichiarazioni fatte al Quirinale da Di Maio, Salvini e Martina, i principali protagonisti della consultazione elettorale. L’imparzialità è stata nostra alleata. Bisogna dire, nello stesso tempo, che i summenzionati oratori non si sono affannati parecchio per distinguersi l’uno dall’altro, sembrando, in alcune circostanze, allievi d’una stessa scuola di formazione politica.

Di Maio, leader del primo partito del paese, senza tergiversare, introduce immediatamente il sostantivo responsabilità, dicendo: “Abbiamo detto prima di tutto al Presidente della Repubblica che sentiamo tutta la responsabilitàdi essere la prima forza politica del paese e di lavorareprima possibile per assicurare una maggioranza ad una governo del cambiamento che guardi al futuroche porti avanti le lancette dell’orologio, gli abbiamo fatto gli auguri di buon lavoro (…)”.

Tralasciamo la grammatica per concentrarci su pragmatica e semantica; in parole povere, ci dedichiamo a usi e significati. Prima di ogni cosa, isoliamo alcune aree ‘tematiche’ che dovrebbero essere fondamentali e dalle quali dovremmo comprendere l’originalità linguistica di Di Maio, le sue peculiarità, i suoi tratti distintivi: responsabilità, come s’è già detto, lavorare, governo del cambiamento, governo che porti avanti le lancette dell’orologioe, ancora, lavoro.  Il sostantivo astratto responsabilitàè particolarmente interessante perché costituisce il comune denominatore di tutte e tre le dichiarazioni, quella di Di Maio, quella di Salvini e quella di Martina. L’uso di responsabilitàdetermina di colpo, specie in questo contesto, un tono grave, un’attitudine di solennità, ma, se ne vogliamo rispettare l’etimo, dovremmo attenderci poco dopo una risposta a qualcosa. Responsabilitàè solo in apparenza un termine astrato, dal momento che trae origine dal latinorespondere. Sappiamo per certo tuttavia che la risposta a qualcosa, per esempio un impegno che dovrebbe essere messo in parola, non c’è.

Salvini non è da meno nell’usarlo e fa un piccolo passo avanti e almeno tre indietro. L’occasione è sempre la stessa, le dichiarazioni al Quirinale in seguito alle consultazioni presso il Capo dello Stato: “(…) Cercando di esercitare quella responsabilità che i Presidenti di Camera e Senato hanno visto come protagonista (…)”.

L’uso che ne fa Matteo Salvini genera un modesto passo avanti, quantunque sia indiretto e improprio. Si tratta di una modalità indiretta perché è rinviata a delle figure istituzionali che non hanno ancora svolto alcun ruolo; di conseguenza, ci chiediamo come avrebbero potuto rispondere a qualcosa di concreto. È improprio, nello stesso tempo, se teniamo in debita considerazione che l’elezione dei Presidenti dei due rami del Parlamento è espressione di una volontà politica, non dell’esercizio d’una qualche responsabilità sociale e civile, che del resto spetta, com’è noto, all’intero Parlamento in attività. Forse, a questo punto dell’analisi, i passi indietro fatti da Salvini sono più di tre.

Che cosa fa Martina a tal proposito? Fa il proprio dovere. Parla di responsabilità e, rivolgendosi, ai vincitori: “(…) Si facciano carico fino in fondo di questa responsabilità (…) Buona parte degli atteggiamenti che queste forze hanno sono più figli di un secondo tempo della campagna elettorale che non invece di una responsabilità nuova (…)”.

Nella primo tentativo, il segretario del PD è quasi corretto e lineare, anche se avrebbe dovuto esplicitare il senso di questa responsabilità: un grave errore, questo, considerando che un oppositore politico dovrebbe incalzare i propri interlocutori su uomini e fatti, chiamando le cose col loro nome, senza lasciare il campo aperto e indifeso. Di fatto, il PD commetteva questo errore anche quando era al governo, quindi mostra una certa coerenza. Se nella prima parte, di fatto, possiamo rilevare l’attenuante dell’afflizione e dell’esigenza di riscatto, nella seconda parte non giustifichiamo il disastro, fuorché con l’abitudine al politichese contemporaneo. Associare responsabilità con l’aggettivo nuovo, cioè con un aggettivo qualificativo che, in sostanza, non è sufficiente a qualificare alcunché, si traduce nell’ennesimo autodenuncia linguistica, come in una sorta di espiazione nel dolore. Non solo si ha il vuoto del sostantivo, ma si aggrava anche la situazione col vuoto dell’aggettivo. Che vuol dire responsabilità nuova? Si tratta di un binomio linguistico che ciascuno di noi potrebbe utilizzare, a prescindere dallo schieramento politico. Chi mai potrebbe rifiutarsi di assumersi una responsabilità nuova?

Insomma, qual è la tecnica di questi oratori? Non possiamo parlare di vera e propria tecnica, a dire il vero; non possiamo farlo soprattutto perché questo ‘modo linguistico’ non è vantaggioso per chi lo usa: è povero di metafore, quasi del tutto privo di aggettivi, sono scomparsi gli aneddoti, che un tempo arricchivano la politica, i verbi sono sempre ‘meno narrativi e descrittivi’ e così via. Di conseguenza, è difficile immaginare che un qualsivoglia oratore proceda dritto verso la propria disfatta. Non pretendiamo mica che prendano le sembianze del Marcantonio del Giulio Cesare di Shakespeare, ma un po’ di fatica in più ci vorrebbe. Una notazione è doverosa: tutti, ma proprio tutti, fanno ampio e inspiegabile uso di iperonimi. Sul Treccani online leggiamo: <<In linguistica, termine indicante un’unità lessicale di significato più generico ed esteso rispetto ad una o più altre unità lessicali che sono in essa incluse (per es., fiore è iperonimo, ossia «superordinato», rispetto a rosaviolagarofano)>>.

Infatti, non a caso, se scegliamo un’altra unità lessicale, lavoro / lavorare, ci rendiamo conto che le condizioni d’uso non cambiano:

DI MAIO: (…) Lavorare prima possibile per assicurare una maggioranza al governo (…)

SALVINI: Ricordando i principali temi su cui abbiamo voglia di cominciare a lavorare (…)

Martina, chiaramente, su questo non si esprime e, in questo modo, intelligentemente, evita un altro grossolano errore. Se ci soffermiamo un attimo sulle due frasi, ignorandone l’autore, notiamo senza fatica che è assai difficile tracciare un profilo d’identità e paternità linguistica. È evidente che questa non è la sede per offrire al lettore un contributo esaustivo sull’argomento, che richiederebbe approfondimenti importanti, ma, limitandoci a questi spunti, la materia non ci manca affatto.

Luigi Di Maio è indubbiamente il più generoso dei tre. Esordisce al Quirinale con una congiunzione conclusiva, <<Allora, salve a tutti!>>; non pretendiamo che sappia che ‘salve’ significa sta benee proviene dal latino, ma scopriamo che si abbandona entusiasticamente a una specie di anafora postdantesca e sicuramente pentastellata:

Sono stati bocciati i governissimi, i governi tecnici, i governi di scopo (…)

Dato che ‘governissimo’ e ‘governo di scopo’ hanno, grosso modo, lo stesso significato, per quale motivo Di Maio si è esibito in questa inelegante ridondanza? Siccome non intendiamo essere malevoli, lasciamo al lettore il potere dell’interpretazione.

In materia di ridondanza, volgiamo lo sguardo a Maurizio Martina… anche perché Salvini e Di Maio occupano già troppo spazio. Il segretario del PD, a proposito dell’elezione dei Presidenti di Camera e Senato, mestamente dichiara: “(…) Sono scelte che non hanno previsto un nostro coinvolgimento, sono scelte che non sono state fatte di certo casualmente”.

Questo atto si chiama harakiri, non c’è altro modo per definirlo. Perché Martina sente il bisogno di infierire su di sé e sui propri elettori? È naturale che certe scelte siano state fatte senza il partito perdente. Insomma, dopo la finale di champions, non va la squadra perdente a sollevare la coppa. Eppure, Martina, anziché dare contenuto e ritmo al discorso, preferisce il suicidio spettacolare e si avvale, per giunta, dell’uso della negazione per essere incisivo.

Adesso, provando a immaginare, anche solo per un istante e per caso, che l’elettore media sia in una posizione d’inferiorità geo-economica rispetto ai ‘propri’ rappresentanti politici o, per lo meno, a una tale distanza dal pulpito del Quirinale da aver bisogno – legittimamente e almeno una volta – di qualcosa di concreto e tangibile, in modo possiamo definire questo rapporto già fin troppo sbilanciato?  Affidiamo la risposta a una brillante intuizione di Watzalawick. La moglie chiede al marito: <<Ti è piaciuta la frittata?>>. Il marito risponde: <<Sì, amore mio. Buonissima!>>. E lei, ormai su tutte le furie oppure profondamente delusa: <<Com’è possibile? Era bruciata e secca. Tu dici sempre che tutto è buono!>>. Lo scambio che abbiamo appena letto prende il nome di disconferma (ZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti, 1971, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, p. 76), termine con cui Watzlawick et al., per l’appunto,  indicano il deterioramento della comunicazione all’interno di una relazione complementare, in cui uno dei due partner, in posizione di superiorità, mostra all’altro una certa indifferenza, spingendo sempre più l’altro verso l’alienazione.

NB: Questo articolo è stato scritto da Francesco Mercadante. Sua nota biografica: 

Francesco Mercadante nasce a Erice, il 17 marzo 1977, cresce a Trapani, dove frequenta il Liceo Scientifico Vincenzo Fardella, e completa il proprio percorso didattico laureandosi con lode in Filosofia presso l’Università degli Studi di Palermo. In seguito alla pubblicazione di alcuni saggi scientifici, fa qualche esperienza di collaborazione e direzione editoriale in Italia e all’estero: in particolare, a Parigi e a Malmö. A ventisette anni, ottiene il primo contratto di docenza all’Istituto di Lettere e Filosofia dell’Ateneo palermitano per l’insegnamento dell’Analisi dei Testi, disciplina che, negli anni successivi, insegna anche in Scienze e Tecniche della Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazionee in Ingegneria delle Telecomunicazioni. Nel 2005, il Garante dei detenuti della regione Sicilia gli conferisce l’incarico d’indagare a proposito del Linguaggio dei Detenuti extracomunitari all’interno delle carceri siciliane. Nel frattempo, concepisce e sviluppa un sistema di analisi ‘linguistica previsionale’, ovverosia un metodo di proiezione scientifica grazie al quale diventa possibile prevedere i flussi informativi in materia di finanza, economia, geopolitica e comportamento sociale. La pubblicazione dei suoi lavori lo porta a instaurare proficui rapporti professionali con alcune importanti figure del mondo imprenditoriale. Di conseguenza, lascia l’insegnamento universitario e comincia a viaggiare per occuparsi di internazionalizzazione e dialogo interculturale: Algeria, Tunisia, Marocco, Mauritania, Turchia, Russia, Svezia, Francia, Danimarca, Svizzera e Romania sono solamente alcuni dei paesi entro i quali si sviluppa la sua attività. Si specializza sempre più chiaramente nell’Analisi del Linguaggioapplicata alla Finanza e alla Geopolitica e al trattamento dell’informazione, svolgendo assiduamente attività di formatore. Nel 2016, avvia un rapporto di lavoro con l’Agenzia Rotas Consultingdi Roma, con riferimento alla Competitive and Financial Intelligence. Si occupa di analisi delle intercettazioni nella procedura penale. Ha scritto e pubblicato sei saggi, due romanzi, quattro opere teatrali e una raccolta di versi. La sua ultima pubblicazione è In principio era il debito il linguaggio dell’economia e della finanza: messaggio, paradosso, spiegazione.

Ps. L’articolo è stato pubblicato in forma originale su questo blog il 22 aprile 2018. 

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