Legge elettorale. NEW! Come funziona il “Mattarellum rovesciato” o “Rosatellum bis” e il punto politico sulle trattative Pd-FI vicine all’accordo

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. UN PICCOLO VADEMECUM. COS’E’ IL “MATTARELLUM ROVESCIATO”

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Fiano, presenterà domani in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di recupero proporzionale): in questo caso il 64% dei seggi sarebbe attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico (la proporzione, a seconda di come si calcolano i seggi attribuiti alla circoscrizione del Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta, collegi uninominali maggioritari per forza di Costituzione, può essere valutata in 37% di maggioritario e 63% di proporzionale). Viene anche detto ‘Rosatellum 2.0’ perché una prima versione di un sistema mix tra maggioritario e proporzionale (50% per ognuna delle due parti) era stata presentata, a maggio scorso, dal capogruppo dem alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato.

Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni ma non l’indicazione del capo coalizione. La scheda è unica. Non è ammesso lo scorporo degli eletti nella quota maggioritaria da quelli della quota proporzionale né il voto disgiunto (non si può votare il candidato nel collegio di un partito e il partito di un altra coalizione). Camera e Senato vengono suddivisi in 28 circoscrizioni  per la Camera e 20 per il Senato (pari alle regioni) e circa 70 (al massimo 77) collegi plurinominali all’interno dei quali vi saranno i collegi uninominali. La definizione delle circoscrizioni è importante per il recupero dei resti, su base nazionale, una volta superato lo sbarramento al 3%. Le coalizioni saranno possibili solo su base nazionale. La Camera (630 seggi) è così divisa: 232 collegi uninominali (231 quelli indicati da Fiano più uno in Valle d’Aosta) dove il primo arrivato prende il collegio, e 386 collegi plurinominali dove l’elenco degli eletti si calcola con metodo perfettamente proporzionale e si basa su liste bloccate corte di 2-4 nomi (probabile, se non certa, l’alternanza di genere uomo-donna), più i 12 collegi all’Estero (eletti sempre con sistema proporzionale).

Il Senato (315 seggi elettivi) avrebbe 116 collegi uninominali (115 più uno della Valle d’Aosta, 193 collegi plurinominali (sempre su liste bloccate corte di 2-4 nomi) e i 6 collegi all’Estero per un totale di 315 seggi elettivi (gli altri sono senatori a vita). Lo sbarramento nazionale è fissato in entrambe le Camere al 3% dei voti sempre e solo per la quota proporzionale mentre nei collegi il primo che vince prende tutto. Naturalmente i voti ai partiti che non superano il 3% vengono redistribuiti tra quelli che superano la soglia di sbarramento nella parte proporzionale, dando loro seggi in più.

Ma come avverrebbe il voto? Su un’unica scheda sarebbe indicato il candidato del partito e/o coalizione da votare nel collegio uninominale e, sotto o al suo fianco, i nomi dei partiti o partito che lo sostengono nella parte proporzionale: il voto al candidato nel collegio deve essere ‘rafforzato’, se si vuole votare il partito collegato, dal voto al partito mentre il voto al partito trascina il voto al candidato del collegio. Dunque, barrando il simbolo del partito, il voto andrà contemporaneamente al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Se invece l’elettore barrerà solo il nome del candidato nel collegio uninominale, e non quello del partito o di uno dei partiti che lo sostengono, verrà meno la sua scelta per la parte proporzionale. Ne consegue che la somma dei voti per i collegi uninominali e quella della parte proporzionale potranno differire.

Non  sono previsti premi di maggioranza espliciti, ma chi conquista molti collegi godrebbe di una sorta di premio di maggioranza ‘implicito’, specie se forma una coalizione: conquistare molti seggi nei collegi può favorire (anche se non impone, perché i partiti di una coalizione elettorale potrebbero separarsi subito dopo il voto) la nascita di maggioranze parlamentari più stabili.


 

2. Legge elettorale, l’ultimo azzardo del Pd. Berlusconi sempre più tentato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un azzardo, ma ci proviamo. Se non va in porto neanche questo tentativo vorrà dire che si voterà con le leggi attuali, ma nessuno potrà dire che il Pd ci non ha provato fino all’ultimo”. Così, dal Nazareno, si parla dell’ultimo ritrovato, in fatto di legge elettorale, di casa dem: il Fianum 2.0, dal cognome del relatore Fiano che presenterà domani il nuovo testo in commissione Affari costituzionali per cercare di approvarlo in pochi giorni e non perdere l’ultimo treno utile, il contingentamento dei tempi in Aula, che scade a fine mese. Il “Mattarellum rovesciato” ribalta le proporzioni della legge che porta la firma di Sergio Mattarella: prevede il 36% di collegi maggioritari unininominali e il 64% di collegi plurinominali, cioè di eletti con metodo proporzionale.

I renziani sono tutti convinti di farcela e di portare il nuovo testo base a dama e Renzi stesso ha chiesto loro di “provarci davvero”. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria ci lavora da giorni e ora dice: “Abbiamo messo in campo una proposta per sbloccare l’impasse. Serve un accordo ampio, è ovvio, ma la traccia è chiara: un impianto proporzionale con una quota maggioritaria che noi avremmo preferito più ampia, ma che abbiamo ridotto per venire incontro alle esigenze degli altri (leggi FI, ndr.). Spero che tutti quelli che chiedevano a gran voce una nuova legge elettorale ora siano conseguenti (leggi Mdp, ndr.)”, sapendo che non lo saranno. Ma anche sapendo che – come dicono al Nazareno – noi rischiamo di non avercela, la coalizione, se non stacchiamo Pisapia da Mdp e Calenda e altri centristi da Alfano. Ma vale la pena rischiare”. Dario Parrini, renziano esperto di sistemi elettorali, ritiene che “è una proposta seria: favorisce la governabilità in modo equilibrato e va incontro alle esigenze di un largo arco di forze politiche”.

Il problema, dunque, sono ‘gli altri’. I contrari si fa presto a dirli: M5S (“Proposta oscena”) e Mdp (“Il Pd butta la palla in tribuna”) mentre Pisapia nicchia: di nuovo in rapporti tesi con i suoi alleati (Bersani e D’Alema), incrocia le lame con il capogruppo dem, Rosato, che gli chiede “uno scatto di coraggio”, come già Orlando, ma non chiude: “noi siamo per un legge che fornisca governabilità, rappresentanza, possibilità di scegliere i candidati”. A Lega e Fratelli d’Italia, assenti perché stanno disertando le aule, il nuovo testo del Pd non dispiace: incentiva le coalizioni e non li obbliga al ‘listone’ con FI. Ap apprezza “l’apertura di dialogo”: del resto, lo sbarramento al 3% è quanto di meglio potessero avere (e anche per Pisapia, in realtà). Il busillis resta Forza Italia: negli azzurri del Sud, timorosi di perdere i seggi nei collegi per mano di M5S e Pd, la proposta non è ben vista e Berlusconi è ostile, da sempre, ai collegi e al maggioritario. Eppure, la quota alta di parte proporzionale presente nella proposta Fiano, con le liste bloccate, ma anche di collegi dove vince solo il primo, gli garantirebbero il ferreo controllo sugli eletti (come pure al Pd). Non a caso Denis Verdini, in via di riavvicinamento al Cavaliere, ad amici dice: “ora bisogna convincere Silvio, ma si può fare. Con questa legge evita il listone, fa il pieno dei voti e si frega l’M5S”. E ieri sera il Cavaliere avrebbe dato il via libera all’accordo che, a questo punto, registra la contrarietà solo di Mdp, Fratelli d’Italia e dell’M5S mentre gode del favore di Pd, FI, Ap e di altre piccole formazioni centriste e autonomiste, compresa l’Svp. L’altro ieri, però, Renzi frenava: “Non so se ci sarà una proposta di legge condivisa, so solo che gli altri partiti stanno facendo solo melina, vedremo”. Certo è che i collegi e le coalizioni sono la carta vincente di centrodestra e centrosinistra mentre i Cinquestelle non avrebbero altrettanta fortuna: i collegi – e, dunque, un consistente premio di maggioranza sotto forma di collegi uninominali vinti (circa 100 su 231 alla Camera) potrebbe arridere e aiutare il miglior piazzato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 settembre 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.

 

Legge elettorale, il Pd ci riprova. Possibile l’intesa con FI sul cosiddetto “Mattarellum rovesciato”

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Vogliamo dimostrare a tutti che siamo responsabili e che ci proviamo davvero a fare una nuova legge elettorale, che non vogliamo fare ‘melina’”: questa la voce dei piani alti del Nazareno in merito all’ultima novità partorita in casa Pd: una nuova legge elettorale che – spiegano i dirigenti dem vicini al segretario Renzi – “garantisca la governabilità e tenga aperta la strada di una coalizione di centrosinistra”.

Il Pd, infatti, prova a riaprire, anche se in extremis, i giochi sulla legge elettorale, ferma da mesi in commissione Affari costituzionali della Camera dopo l’infausto voto che, in Aula, a giugno scorso, decretò la bocciatura (o, meglio, il ritiro e il ritorno in commissione) del sistema tedesco. Oggi, il cosiddetto ‘Mattarellum rovesciato’ sarà depositato, in commissione, da Lele Fiano in accordo con il capogruppo Rosato che dice “il Pd è sempre stato per il maggioritario”. Ma quali sono i motivi politici che stanno dietro la mossa del Pd? Il ‘contesto’ è quello di un Capo dello Stato che fa sapere, sia pure informalmente, che è pronto a sciogliere le Camere entro i primi di gennaio per votare entro marzo (prima data utile il 4 marzo 2018) e dall’altro che, se tutti i tentativi parlamentari di dare al Paese una legge elettorale fallissero eserciterà tutta la sua moral suasion sul capo del governo e anche sui presidenti delle Camere per varare un decreto legge che ‘armonizzi’ le principali discrasie tra i due sistemi elettorali oggi vigenti (i due spuntoni di Consultellum per il Senato e Italicum per la Camera risultanti dalle due sentenze della Corte costituzionale che hanno parzialmente abrogati quei sistemi) per evitare il caos e l’ingovernabilità che nascerebbe dopo il voto. Ma il decreto, se la data dello scioglimento delle Camere resta quella indicata, va presentato entro il 15 novembre, altrimenti non verrebbe convertito in legge. E il tempo scarseggia: infatti, da metà ottobre in poi, le Camere saranno impegnate fino a Natale con la sessione di bilancio.

Ecco perché, al Nazareno, si sentono molto “responsabili”. I principi cardine della proposta sono quelli indicati, mentre quelli politici sono due: scavare un solco tra Pisapia e Mdp, con il primo che – sperano ancora nel Pd – sarebbe ancora interessato a un’ottica ‘coalizionista’ con i dem, data dai collegi, a differenza dei secondi; e ‘tentare’ Berlusconi che salverebbe l’offerta coalizionale con Lega e Fd’I ma con una preponderanza di seggi assegnati col proporzionale che gli lascerebbe margini di manovra autonomi dalla Lega.

Nella nuova proposta dem, una sorta di ‘Mattarellum capovolto’, solo il 36% dei seggi sarebbe assegnato in collegi maggioritari mentre il 64% di essi sarebbe attribuito con metodo proporzionale (nella versione originale, il Rosatellum, la percentuale era di 50% di maggioritario e 50% di proporzionale): vuol dire, alla Camera, 231 collegi (compresi quelli del Trentino, superando così il voto che fece saltare la legge a giugno) e 399 seggi su liste bloccate. Niente premi di maggioranza e sbarramento fissato al 5% (ma si parla anche di uno sbarramento al 3% per invogliare i piccoli a starci). Mdp e sinistra si dicono già contrari, M5S pure, la Lega sembra d’accordo e FI è divisa: c’è chi è fermo al tedesco e chi assicura che invece Berlusconi, da sempre contrario ai collegi, “è tentato perché così può sganciarsi dalla Lega” dicono i suoi, e Brunetta dice: “Un buon sistema elettorale deve avere ampio accordo e scontentare tutti”, una dichiarazione conciliante che fa capire che la porta di FI è ancora aperta.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 settembre a pagina 11 del Quotidiano nazionale

La manovra affossa lo ius soli. Il Pd si arrende: “Rischiamo troppo”

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo  – ROMA
“Non abbiamo i numeri per farlo passare al Senato e ci fa perdere circa due punti percentuali al mese, nei sondaggi”. Muore così, nei ragionamenti che si fanno al Nazareno, una legge che il Pd ha tenuto, per anni, come una bandiera: lo ius soli. Approvato dalla Camera nell’ormai lontano ottobre 2015 la legge che vuole dare la cittadinanza ai figli degli immigrati italiani residenti nel nostro Paese si è arenata al Senato. Forse per sempre, di certo in questa legislatura. Ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama ha certificato il rinvio sine die del ddl. E’ stata la stessa maggioranza, e dunque il Pd, a non riproporre la richiesta di calendarizzazione del provvedimento. Il capogruppo dem, Luigi Zanda, che pure ha cercato in tutti i modi di trovare la quadra in questi mesi, ha dovuto gettare la spugna: “Non ci sono i numeri”. E a poco serve l’auspicio di poter modificare la situazione “con il lavoro politico” o il ribadire che “per il Pd la legge è una priorità”. Anche le parole del ministro Finocchiaro suonano vane: “L’attenzione del governo resta massima e lavoreremo per calendarizzarlo alla prima occasione utile, ma si devono creare le condizioni politiche per la sua approvazione”. Il governo, Gentiloni in testa, ha in realtà altre priorità: si chiamano, nell’ordine, Nota di aggiornamento al Def, sulla quale servono, al Senato, 161 voti, e che va approvata entro settembre, e legge di Bilancio, su cui basta la maggioranza semplice, ma che occuperà i lavori delle Camere per l’intero autunno. Il premier deve, da un lato, assicurarsi i voti di Ap, da tempo scettica sul provvedimento, specie al Senato, e che non vuole che venga messa sopra la fiducia, e quelli delle Autonomie-Svp, che pure non amano la legge; dall’altro dovrà intavolare un lungo braccio di ferro con i senatori di Mdp per ottenere il loro via libera alla manovra. “Non indispettire Alfano e non creare tensioni con Bersani” è il mantra di palazzo Chigi, dove ci si limita al rimpallo: “Se ci saranno le condizioni politiche faremo lo ius soli”. Ma – è il sottinteso –senza mettere la fiducia neanche se, dopo l’esame della legge di Stabilità, si potrebbe riaprire l’ultima finestra temporale utile per approvare la legge, il che però vuol dire farlo con le vacanze di Natale alle porte.
 
Poi c’è il Pd. Renzi, che già a inizio agosto si era detto “molto scettico sulle possibilità di approvare lo ius soli”, l’altro giorno si è limitato a dire che “noi abbiamo lanciato il cuore oltre l’ostacolo sui diritti, e non solo dei migranti, ma sulla fiducia decide Gentiloni”. Insomma, come il Pd non porrà ultimatum e aut aut al governo sulla Finanziaria così farà sullo ius soli e su altre leggi (vedi il caso vitalizi) perché “la stabilità dell’esecutivo viene prima di tutto”. Naturalmente, le opposizioni esultano, Lega in testa (e proprio per superare i suoi 50 mila emendamenti la fiducia sarebbe obbligati), ma anche Fi e M5S, contrari dall’inizio. Dall’altro lato, Mdp e Sinistra italiana che hanno offerto i loro voti per una “fiducia di scopo” (non sarebbero bastati), ora attaccano duri sostenendo che “il Pd affossa la norma”. Ap parla, invece, di “realismo e pragmatismo che vincono”: del resto, se mai arriverà in Aula, sono pronti a cambiare lo Ius soli per rimandarlo alla Camera e farlo morire lo stesso. 
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 settembre 2017 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale

Legge elettorale, il Colle preme per la riforma, a Renzi va bene quello che c’è: la strada ora è il ‘listone’ da Alfano a Pisapia

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Il presidente della Repubblica Mattarella, da buon siciliano, sa che la sua regione è, da sempre, un “laboratorio” della politica nazionale. Dunque segue con attenzione e preoccupazione, sia pure con discrezione, l’evolversi dello scenario politico in vista delle elezioni del 5 novembre. Ai blocchi di partenza, i poli sono quattro: M5S, centrodestra, centrosinistra e sinistra-sinistra, ma la legge elettorale siciliana è molto particolare: prevede, oltre a uno sbarramento regionale al 5%, un premio di maggioranza al primo arrivato, a prescindere dalla percentuale, del 10%. Vuol dire 7 seggi sui 70 dei componenti dell’Ars, l’assemblea regionale siciliana. Per poter governare l’isola, chi vince deve cioè prendere almeno 29 seggi per ottenerne 36, grazie al premio di maggioranza, e lasciarne gli altri 63 alle opposizioni. Ma con il 33-35% dei voti un partito o una coalizione può aspirare a ottenere circa 25 seggi (32 con il premio): troppo pochi per governare con relativa, immediata, paralisi istituzionale. Il rischio impasse, dunque, è altissimo. Come pure, per il Colle, che vinca una forza ‘inalleabile’ come l’M5S.

Per tutti questi motivi il Capo dello Stato è intenzionato a riprendere presto il pressing sui partiti affinché si scriva, in tempi ragionevoli, una buona legge elettorale nazionale. Al Colle piaceva e piace il sistema tedesco scelto dal Pd, ma che è naufragato al primo scoglio dell’Aula alla Camera e di cui si riprenderà a discutere, ma in commissione, dal 6 settembre: 5% di sbarramento, nessun premio di maggioranza, né di lista né di coalizione, che il Colle ritiene ‘destabilizzanti’ e/o ‘inefficaci’, e larghe possibilità di intesa tra forze ‘costituzionali’ dopo il voto. Solo che, il sistema tedesco, al Pd di Renzi oggi non piace più. Infatti, è il sistema attuale, derivante dalle due sentenze della Consulta che hanno abrogato sia il Porcellum che l’Italicum che ora torna a calzare a pennello al Pd. Alla Camera scatta un premio di maggioranza se si arriva al 40%: per agguantarlo il Pd – come ha appena fatto in Sicilia – offrirà presto un patto sia ai centristi (Casini e Alfano) sia alla sinistra di Pisapia e altre forze minori (Verdi, Idv, liste civiche) che li veda tutti uniti in un grande listone unitario, una sorta di ‘Democratici e Moderati’. Al Senato, invece, dove sono previste le coalizioni, il Pd lascerà che centristi da un lato e Campo progressista dall’altro corrano con i loro simboli perché lo sbarramento è al 3%, se si corre in coalizione, come alla Camera, e non al ben più proibitivo 8%, soglia ostica per formazioni come Mdp che, anche se facessero il pieno a sinistra, il leader dem vuol provare a ‘segare’ . Resta un altro braccio di ferro, con il Colle: il timing della data del voto. Il Quirinale vorrebbe sfruttare fino in fondo il fattore tempo: solo sciogliendo le Camere attuali alla data limite, il 15 marzo 2018, si guadagnerebbero mesi utili per scrivere una nuova legge elettorale, visto che non si voterebbe prima di aprile/maggio (da 45 a 70 giorni è il tempo necessario per convocare i comizi elettorali). Invece Renzi vuol votare prima, al massimo a marzo, con lo scioglimento ‘tecnico’ dell’attuale legislatura a dicembre, o a gennaio, al massimo, così da votare non oltre marzo 2018, a impedendo che il Parlamento sia tentato di accordarsi su altro, legge elettorale in testa. Gentiloni, da questo punto di vista, non vuole ‘mettersi in mezzo’ e anche a costo di dare un dispiacere al Colle sarebbe pronto a farsi da parte quando il Pd lo riterrà necessario.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale del 31 agosto 2017.  

 

Sicilia corda pazza. Centrodestra unito, centrosinistra diviso, ma coalizione ‘da Alfano a Pisapia’ possibile. Due articoli

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

1. Il Pd in Sicilia prova la via della coalizione ‘larga’ da Alfano a Pisapia. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Un centrosinistra ‘nuovo’ e ‘largo’, “da Alfano a Pisapia”, impensabile anche solo fino a un mese fa. In Sicilia, per le elezioni regionali del prossimo 5 novembre (legge elettorale tutta particolare: 5% di sbarramento, 10% di premio di maggioranza, 7 consiglieri su 70, al primo miglior piazzato) va in scena, grazie al Pd, il “rovesciamento delle alleanze”. Alfano e i suoi centristi, che valgono tra il 5 e l’8%, si riconciliano con Renzi dopo mesi di insulti e porte in faccia mentre Pisapia e i suoi rompono l’unità a sinistra, si alleano con il Pd e, al tempo stesso, ricompattano Mdp di Bersani e D’Alema e Sinistra italiana di Fratoianni che vanno da soli. L’operazione che lo stesso Renzi riteneva quasi impossibile porta le impronte del ministro Delrio e del coordinatore alla segreteria Guerini – che in Sicilia si è fatto le vacanze, pur di portare a casa il risultato – e la benedizione del ministro Orlando e della sua area, oltre che dell’area Franceschini.
E così ieri (lunedì 28 agosto, ndr.), da un albergo, il rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, ha rotto gli indugi e annunciato la sua candidatura “come candidato civico nell’ambito di un campo largo e di una coalizione di centrosinistra”. Il suo nome era quello indicato dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, legato a doppio filo proprio con l’ex sindaco di Milano Pisapia. Il partito regionale siciliano, guidato da Fausto Raciti, che ieri ha riunito la Direzione, mal lo digerisce, ma tant’è: sul suo nome è arrivato il sì di Alfano e di Casini perché Micari “è un moderato” e quello di Pisapia perché è “un civico”. A un certo punto si fa strada l’idea di un ticket con il presidente uscente della regione Sicilia, Rosario Crocetta, che invoca le primarie altrimenti minaccia di scendere in lizza da solo, ma non se ne farà nulla. Micari avrà il sostegno di tre liste: Pd, Alternativa popolare (gli alfaniani), entrambi presenti con nome e simbolo, e una civica di ‘orlandian-pisapiani’.
Formalmente, Micari (e, da parte sua, Raciti) continuano a invitare la sinistra (Mdp e SI) a dialogare e riunirsi, ma è una finta: sanno già che la sinistra-sinistra andrà da sola. Il candidato c’è già: è Claudio Fava, vicepresidente della commissione Antimafia, che da giorni scalpita ai box. La decisione di Mdp di rompere con Pisapia è nata in ambito locale: i colonnelli siciliani di Bersani (Capodicasa) e di D’Alema (Crisafulli) non ne hanno voluto sapere di andare con il Pd, ma i vertici nazionali hanno avallato la decisione pronti a rinfacciare a Pisapia il comune “mai con Alfano”. Mdp e SI, che nell’isola ha il volto del giovane deputato Erasmo Palazzolo, riusciranno di certo a compattare tutta la sinistra radicale, anche per superare lo sbarramento al 5%, ma solo dopo il voto decideranno se stare all’opposizione, sostenere un governo Pd-Ap, come propone il governatore toscano Enrico Rossi, che già parla di “soccorso rosso”, o un governo monocolore M5S, come auspica l’Mdp che fa capo a Bersani, anche se i suoi smentiscono con forza ogni intento di ‘appoggiare’ i 5Stelle. Certo è che la rottura, a sinistra, tra Mdp e Pisapia, avrà forti ripercussioni nazionali: “Noi non la volevamo – dicono i colonnelli di Pisapia – ma rischia di diventare una slavina che spazzerà via le alleanze locali (nella primavera del 2018 si vota per le regionali in Lazio e Lombardia e pure quelle alleanze di centrosinistra sono a rischio, ndr.) e anche quella nazionale tra di noi”. Facendo nascere un inedito centrosinistra che, perno il Pd, andrà da Alfano a Pisapia.
NB: Questo articolo è stato pubblicato martedì 30 agosto sul Quotidiano Nazionale
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2. Il quadro generale di tutte le candidature e il ‘caso’ Crocetta.

Le elezioni regionali siciliane terremotano il quadro politico. Esclusi i Cinque Stelle, da due mesi già in campo, anche se privi di alleati, con il loro candidato, Giancarlo Cancellieri, le divisioni tra partiti fino a ieri alleati si sprecano. Il centrodestra ha ritrovato solo da poco la sua unità: il candidato, ormai è ufficiale, sarà l’ex presidente della Provincia di Catania ed ex esponente di An, Nello Musumeci, appoggiato da Fratelli d’Italia (Meloni e la Russa, vertici nazionali del partito, lo hanno voluto dall’inizio), da ‘Noi con Salvini’, versione meridionalistica della Lega Nord, dall’Udc (senza, però, Casini e D’Alia, convolati a nozze con il Pd e Ap) e, soprattutto, da Forza Italia. Il coordinatore regionale, Micciché, in prima istanza ha sponsorizzato l’accordo con i centristi di Alfano, poi il leader del movimento degli ‘Indignati’ in salsa siciliana, Gaetano Armao, che è piaciuto molto al Cavaliere, quando lo ha incontrato di persona. Ma alla fine Micciché ha dovuto cedere alla necessità di Berlusconi di stringere i bulloni dell’alleanza nazionale del centrodestra: ecco perché, al massimo, Armao farà ticket, a capo della sua lista di professionisti, con Musumeci che sarà il titolare dell’alleanza e candidato governatore e che, nei sondaggi, è già al 40% mentre i 5stelle sono calati al 38% e il Pd fermo al 21%. Anche i centristi di Ap hanno i loro problemi: gli alfaniani del Nord (Formigoni, Albertini e sopratutto il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi) non vogliono accettare l’alleanza con il Pd e tornare nell’alveo del centrodestra, ma anche diversi portatori di voti siciliani, deputati e senatori alfaniani, avrebbero scelto di convogliare i consensi su… Musumeci.

I veri problemi, però, sorgono, tanto per cambiare, nel campo del centrosinistra. Con la benedizione di Renzi e Alfano, Pd e Ap (più Casini e D’Alia, ormai ex Udc) puntano sul rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, candidatura civica e moderata scelta e voluta dal sindaco del capoluogo siculo, Leoluca Orlando. Ma pur avendo incassato il sì – ‘silenzioso’ – di Campo progressista (Pisapia non si è ancora esposto pubblicamente, ma i suoi dirigenti locali sono tutti per Micari), Mdp e SI hanno rotto le trattative e, entro il fine settimana, formalizzeranno la candidatura alternativa del vicepresidente della commissione Antimafia, Claudio Fava. Ieri, a complicare il quadro, ci si è messo il governatore uscente, Rosario Crocetta: vuole le primarie, chiede di “non umiliare il Pd” (diversi i malumori interni, in effetti, sul nome di Micari) e minaccia di candidarsi comunque con la sua lista Il Megafono, oltre che di far cadere la giunta regionale che presiede e a cui restano pochi mesi di vita visto che, appunto, il 5 novembre si vota.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 31 agosto 2017. 

Pisapia fa saltare il tavolo con Mdp: “Basta, mi avete rotto”. Insieme o divisi? La sinistra a sinistra del Pd già in pezzi

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Unità o rottura? “Insieme” o divisi? La sinistra a sinistra del Pd è a un passo dalla spaccatura. Sono le nove del mattino e il governatore della Toscana, Enrico Rossi (Mdp), è a Omnibus: “l’incontro tra Pisapia e Speranza non si farà”, sospira. Il leader di Campo progressista e il coordinatore di Mdp dovevano ricomporre i cocci. Ma dopo l’abbraccio, alla Festa dell’Unità di Milano, tra Pisapia e la Boschi e l’intervista in cui Pisapia riapre al dialogo con il Pd, Mdp ora vuole forzare la mano. Il partito di Bersani e Speranza (e, dietro, di D’Alema) vuole provare ad accelerare sul processo unitario: Carta dei valori, coordinamento provvisorio, assemblea fondativa, nome, simbolo e, ovvio, liste elettorali più un manifesto politico-programmatico che è tutto “un’agenda alternativa a Renzi”. Seguono varie critiche alla ‘comunicazione’ dell’ex sindaco: sul banco degli imputati c’è Gad Lerner. Un tavolo sui contenuti, diretto da Lerner, viene disertato da Mdp. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Pisapia sconvoca l’incontro, convoca i suoi e se ne torna a Milano. “Avete la testa rivolta all’indietro” dice il suo comunicato. “Guardare al futuro per noi significa partecipazione popolare al processo costituente” replica Speranza. Tradotto dal sinistrese vuol dire, appunto, tessere e voti per pesarsi.
Le parole che Pisapia pronuncia con i suoi prima di andarsene sono tranchant: “Basta, mi sono rotto, non ne posso più di loro. Non accetto di dover dimostrare ogni giorno il mio antirenzismo. Mi sono stancato dei veti di Mdp su di me”. I punti di disaccordo li mettono in fila fonti qualificate di Mdp: “Noi non vogliamo paletti a sinistra, per noi Sinistra italiana e i civici del Brancaccio devono entrare nel nuovo soggetto, e l’alternativa al Pd per noi è identitaria, ma soprattutto noi ci vogliamo contare, in modo democratico”. In sostanza, Mdp vuole una vera campagna di adesione. Insomma, il tesseramento. In più, parlamentarie con albo degli iscritti registrato. Si chiama ‘contarsi per contare’: sarebbero gli eletti dal basso o l’assemblea costituente del nuovo soggetto a decidere le candidature alle prossime elezioni. La critica di Mdp a Pisapia è sottile ma netta: “Vogliono mantenere la golden share su tutto il processo senza mai contarsi”.
La replica dei pisapiani milanesi altrettanto dura: “Noi vogliamo essere alternativi al Pd, ma non antagonisti, con l’ambizione di concorrere a vincere e governare il Paese, non di stare all’opposizione. E vogliamo ricostruire il centrosinistra, non fare l’unità delle sinistre”. Un altro sbotta: “Giuliano non ci sta a fare la bella figurina di Renzi né di D’Alema. Non si fa manovrare da nessuno”. E lui, a sera, dice: “Si va avanti con chi ci sta”. Si parla già di 20 deputati (sui 42 di Mdp) più i centristi di Tabacci e altri con lui.
Riassumendo: Pisapia e i suoi pretendono lo scioglimento di tutti i vari soggetti, non vogliono tessere, ma “diritti pari grado” tra le forze promotrici (solo così centristi, civici e ambientalisti avrebbero spazio), chiedono paletti rigidi a sinistra (sì a Civati, no a SI) e coltivano l’ambizione di un “Nuovo Ulivo” votabile da personalità come Prodi e Letta. Infine, pensano di sedersi al tavolo delle trattative per formare un nuovo governo se Renzi vincesse o pareggiasse le elezioni. Mdp vuole, in sostanza, l’esatto contrario. Trovare una quadra non pare facile: Bersani (che a sera parla di “frattura non insanabile”) ed Errani cercano una mediazione, Pisapia per ora nicchia e il suo amico centrista Tabacci confida: “Ormai è finita”. Renzi è soddisfatto se a sinistra si litiga, ma scettico su reali divisioni definitive e anche sulla possibilità che Pisapia rientri nell’orbita del Pd. Però il renziano Marcucci chiede di “spalancare le porte a Pisapia” e Lorenzo Guerini spiega a un amico: “Al Senato una mini-coalizione Pd-Pisapia è cosa fattibile”.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Pisapia frena lo strappo col governo e mantiene le distanze da D’Alema. Ieri girandola di incontri romani del leader

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo ROMA

UNA PRIMA vittoria, forse solo apparente. Giuliano Pisapia, ieri era a Roma per una girandola di incontri politici: di mattina Civati, poi Speranza, D’Alema, Bersani, nel pomeriggio Cuperlo e i parlamentari dell’area di Orlando. Il punto a suo favore è la nascita di un coordinamento politico (tra una settimana, formalmente) delle varie forze che a lui si rifanno e di cui sarà il presidente de facto. Ne faranno parte tutti i fondatori di Insieme, ma a pari grado: Campo Progressista con Furfaro, Mdp con Speranza, i centristi con Tabacci, i civici e ambientalisti con Bonelli. Mdp, che si sente ‘l’infrastruttura portante’ dell’operazione e smentisce i nomi che girano, varrà solo per uno. Poi ci sarà un Comitato dei garanti, il cui presidente sarà il costituzionalista Onida, che dovrà scrivere le regole e, ovviamente, una Carta programmatica che scriverà Pisapia.

«Stiamo rifacendo l’Ulivo», dice soddisfatto un fedelissimo dell’ex sindaco di Milano sicuro che il Professore bolognese benedirà, sia pure da lontano, e presto, l’operazione. E Pisapia, proprio come fu con l’Ulivo, vuole mettere paletti rigidi a sinistra e ‘aprire’ a destra: il no a Sinistra italiana di Fratoianni e ai ‘civici’ di sinistra Falcone e Montanari (solo Civati è ok) fa il paio, nei suoi progetti, con il dialogo con i centristi come con il Pd. Da un lato, una decina di deputati oggi nel gruppo Democrazia solidale (Capelli, Piepoli, l’ex ministro Catania) andrebbero a irrobustire l’ala centrista di Insieme, già presidiata da Tabacci, Sanza e altri ex dc, per gruppi parlamentari unici che nasceranno, però, più avanti. D’altro canto, Pisapia ieri ha visto sia Gianni Cuperlo che una trentina di parlamentari dell’area Orlando: l’idea è di un campo largo del centrosinistra, di taglio anti-renziano, ma senza stimolare alcuna altra scissione dal Pd, anzi utile a rafforzare il baricentro di centrosinistra e non estremista del progetto di Pisapia. Anche per questo motivo Guerini e Rosato non hanno fatto nulla per ostacolare quei colloqui. L’idea del ‘doppio tesseramento’, però, lanciato da Pisapia e dagli orlandiani (a Insieme e al Pd) non potrà certo essere accolta con favore al Nazareno.

Apertissimi, invece, due punti di frizione tra Pisapia e Mdp. Il rapporto con il governo è il principale: per Pisapia bisogna intavolare un dialogo serrato con l’esecutivo, ma «senza strappi o accelerazioni» sulla legge di bilancio. In Mdp, l’ala dura bersaniana e dalemiana vuole rompere su quella, lanciando un netto segnale di disimpegno e distanza. Al di là delle smentite ufficiali di Mdp, la differenza resta. Inoltre, come si sa, Mdp non ha alcuna intenzione di sciogliersi in un ‘contenitore unico’ e vorrebbe aprire il listone delle prossime elezioni a tutti i partiti della sinistra.

INFINE, c’è il tema delle candidature. Pisapia e D’Alema, che si sono visti per un breve saluto, definito da entrambi «ottimo», restano su posizioni opposte. D’Alema si vuole candidare, Pisapia – che anche ieri ha ribadito che lui non si candiderà alle prossime elezioni – crede nel criterio della ‘rotazione’. Il suo colonnello Massimiliano Smeriglio dice, diplomatico, che «il rinnovamento serve a favorire il ricambio di personalità importanti quanto ingombranti», ma Gad Lerner, consulente dell’ex sindaco e ieri alla Camera, ci va giù molto duro: «Ogni volta che D’Alema dice ‘Giuliano è il mio leader’ io e chi sta con lui ci tocchiamo i cosiddetti».

Nb: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 20 luglio 2017