Nasce La Sinistra: odiano Renzi, rifiutano la mediazione di Prodi, sfottono Pisapia. E, intanto, si dividono su liste e alleanze…

Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale del 20 novembre 2017 a pag. 8 ma è stato modificato e ampliato per il mio blog nella parte in corsivo.

Ettore Maria Colombo  – ROMA

STA PER nascere «La Sinistra». Nome alternativo «Libertà e uguaglianza», che piace di più al presidente del Senato, Pietro Grasso, che ne sarà il front runner. In realtà, i suoi continuano a ripetere che «a chiunque lo chiami il presidente risponde che lui non parla a titolo di nessuno. Dicembre è ancora lontano…». Non che Grasso – come anche Laura Boldrini, che pure lì dentro finirà – stia per tornare sui loro passi. Ma, forse, entrambi iniziano a riflettere sul rischio, con Prodi e lo spirito «ulivista» nel campo del Pd, di finire in una «ridotta» di reduci del Pci-Pds-Ds-Pd (più quelli di Prc-Sel-SI, peraltro, si capisce). E non sarà certo l’appello che lancia Speranza al “mondo cattolico” a riuscire a far breccia negli ulivisti. O un altro rischio, ben più temibile: fare da pura foglia di fico ai desiderata altrui. Inoltre, il «soggetto unitario» della Sinistra («Più di una lista elettorale e meno di un partito»: così lo definiscono i suoi spin doctor) si limiterà, fino al voto, a dar vita solo a una lista elettorale «unitaria» di tre sigle esistenti (Mdp, SI, Possibile). Insomma, per ora siamo all’accrocchio elettorale. E già si iniziano a percepire le tensioni interne.

IL TASTO dolente è, come in ogni partito, la composizione delle liste, ma per La Sinistra c’è un problema in più: definire gli eletti «sicuri». Vuol dire distribuire posti blindati nei listini bloccati, unico canale dove La Sinistra eleggerà perché, pur presentando propri candidati in ogni collegio uninominale, a nessuno di essi arriderà la vittoria: non riusciranno, cioè, a strappare alcun seggio e i futuri deputati e senatori de La Sinistra arriveranno, dunque, solo dal secondo canale, quello dei listini bloccati. Per capirsi: è lì che vanno candidati, oltre che nei collegi uninominali ma in questo caso come ‘bandiera’, i big dei tre movimenti: D’Alema, Bersani, Errani, Epifani, Speranza e giù giù pe’ li rami per quanto riguarda i ‘colonnelli’ (Scotto, Zoggia, Leva, Gotor, Fornaro, Simoni, D’Attorre, etc. etc. etc.), ma il ragionamento è identico per SI (Fratoianni, Vendola se mai volesse tornare, la De Petris, ma anche i vari Palazzolo, Farina e altri pronti a scendere in pista come Luca Casarini, indimenticato leader delle ‘tute bianche’ al G8 di Genova del 2001) e Possibile, dove oltre Civati e Pastorino diventeranno ‘eleggibili’ personalità di area come il professor Pertici. Poi c’è pure il ‘problema’ di alcuni ‘spin doctor delle tre sigle (Di Traglia e Geloni per Mdp, Fedeli per SI, l’ex franceschiniano Piero Martino) che potrebbero voler aspirare, anche loro, a un seggio. Inoltre, c’è il problema dei frontrunner: Grasso e Boldrini vanno candidati in listini bloccati molto ‘sicuri’: non possono certo correre il rischio di venire trombati.  Infine, c’è la ‘quota’ da garantire alla famigerata ‘società civile’, quella che – secondo un D’Alema d’antan – “Semplicemente non esiste”: un paio di posti ai leader del cd. ‘Brancaccio’ alias Alleanza Popolare e Progressista, Tomaso Montanari e Anna Falcone, se ci ripenseranno (avevano detto che non si  candidavano perché il percorso non era “largo e partecipato”, ora pare che stiano cambiando idea…) più chi che la società civile la rappresenta davvero. Per non parlare di quel manipolo di deputati e senatori di Campo progressista che non ne vogliono sapere di andar dietro a Pisapia e allearsi col Pd, vogliosi di restare a sinistra. A far di conto, si tratta – a spanne – di almeno 70/80 deputati (oggi sono 43 quelli di Mdp e 17 quelli di SI, compresi i civatiani) e di 30/40 senatori (oggi sono 16 quelli di Mdp e 7 di SI). Decisamente troppi per le ambizioni, pur alte, di un accrocchio elettorale che, se dovesse prendere la ragguardevole cifra del 4-5%, potrebbe ambire a 20/30 deputati e 15 senatori.   Poi, certo, la Divina Provvidenza ci può mettere una mano e Grasso candidato premier far sì che la Sinistra veleggi a cifra doppia, diciamo intorno all’8-10%, ma oggi chi può dirlo? In ogni caso, le quote che spettano a ognuna delle tre sigle dovrebbero essere ripartite così: 40% a Mdp, 40% a SI e 20% a Civati più «società civile». Solo che Mdp vuole più spazio, «la società civile» e SI non mollano, volendo tenere i propri, e la trattativa è appena iniziata… (segnalo di aver ricevuto un cortese SMS di Roberto Speranza che nega in toto il fatto che i tre soggetti decideranno i posti in lista in base a quote prestabilite, ma che lo faranno “seguendo un percorso democratico e partecipato”: prendo atto). 

Ieri, in ogni caso, i tre soggetti hanno tenuto le loro assemblee «di partito» cui seguirà quella nazionale. Il percorso, come nella migliore tradizione bolscevica, è rovesciato: prima l’assemblea nazionale, poi le assemblee provinciali, da queste vengono tratti 1500 delegati che, in totale, comporranno la platea dell’Assemblea del 3 dicembre, fatti salvi un duecento circa di posti già assegnati a parlamentari uscenti e dirigenti di primo piano che ne saranno membri ‘di diritto’. Le tre assemblee si sono tenute in modo rigidamente separato. Mdp si è radunata al centro congresso Alibert, in pieno centro; SI, più proletaria di natura, in periferia. E Civati, che è il nanetto dei tre, ha fatto tutto on-line. I tre segretari, noti come «I tre tenori» – Speranza (Mdp), Fratoianni (SI) e Civati – hanno tenuto le loro relazioni con piglio deciso e toni aulici, ma contano fino a un certo punto.
Dietro le quinte ci sono – e restano anche per il futuro – due ex big del Pd, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, e un ex big di Prc e Sel, Nichi Vendola. Bersani finge di rimandare a «dopo il voto» una possibile alleanza con il Pd, ma in realtà vorrebbe aprire ai 5Stelle, se vinceranno, una sorta di replica del suo sfortunato tentativo del 2013. D’Alema, oltre a «uccidere» – politcamente, si capisce e si spera – Renzi, si vuol tenere le «mani libere» per contare in un futuro governissimo, magari a guida mario Draghi. Vendola, come Nicola Fratoianni e Civati, vuole invece fare l’opposizione dura e pura.

Certo, l’odio verso Renzi li unisce tutti, ma questo ora si è aggiunto il fiele verso Romano Prodi che ha osato provare a ricucire i rapporti tra Pisapia e Pd. «La sirena di Prodi non incanta più nessuno» dicono, sprezzanti, dentro Mdp. E Nichi Vendola, su Twitter, scrive acido che «Prodi torna come in una seduta spiritica ma quel mondo è finito», allusione di cattivo gusto a una seduta spiritica avvenuta durante il rapimento Moro dove Prodi era presente. Poi c’è il disprezzo e lo sfottò a Pisapia: «È lui che ha cambiato idea, non noi» dice Speranza. Oggi è un «venduto», ma fino al giorno prima, però, Mdp lo corteggiava come una principessa bizzosa presso cui il corteggiatore .non trova ‘speranza’ ma porta doni. In ogni caso, il «tutti contro Renzi» sembra una vera ossessione. Si va da «Renzi è il passato» di Roberto Speranza allo «Sbattiamogli la porta in faccia!» di Nicola Fratoianni fino al puro manifesto dadaista di Arturo Scotto: «Renzi è come Tavecchio».
I problemi, in vista della «Grande Assemblea Popolare» del 3 dicembre, sono due. Il primo è che, al netto di qualche sparuto dissidente, il «vogliamo parlare al mondo cattolico» di Speranza è un’utopia: Mdp si è già schiacciata su SI e Civati, Prodi e gli ulivisti stanno col Pd. Il secondo è che, a sinistra, c’è concorrenza: il Prc del combattivo Maurizio Acerbo, la ‘Mossa del Cavallo’ di Ingroia e Giulietto Chiesa il Pc di Marco Rizzo. Qualcosina, pure loro, presentando ognuno la sua lista, a La Sinistra rosicchieranno.

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Le fatiche di Piero (Fassino) l’esploratore: Pisapia c’è, Prodi farà da “garante”, ma dalla Sinistra radicale il ‘niet’ è assoluto

  1. Patto Pisapia-Pd, Prodi garante. Il Prof chiama Renzi e spinge i contraenti all’intesa. 
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IL CENTRO della sostanziale unità ritrovata tra il Pd di Matteo Renzi (con ‘l’esploratore’ Piero Fassino) e il resto del centrosinistra (con il ‘leader riluttante’ Giuliano Pisapia) si chiama Romano Prodi. Ieri Prodi si è sentito direttamente anche con Renzi in un «lungo e cordiale colloquio», recita la nota del suo ufficio stampa (suo nel senso del Prof). Il leader dem preferiva “tenerla bassa” e non far sapere nulla, per ora. Poi, in serata, nella Enews, esulta: «La coalizione di centrosinistra cui stiamo lavorando dovrà garantire eguale dignità a tutti i componenti. Penso che avremo una coalizione di qualità e competitiva».
La nota di Prodi, invece, specifica che «non vi sarà alcuna lista intestata a lui o all’Ulivo» e che il Prof vuole «tenere unito e allargare un campo largo di centrosinistra». Ma è stato Prodi a telefonare a Pisapia («Giuliano, fidati») e a incitare Fassino («Piero, insisti»). E sarà lui il garante della coalizione: un centrosinistra formato bonsai, ma «unito», come voleva lui, e in grado di richiamare l’Ulivo. Ieri mattina l’incontro decisivo.

IL PLENIPOTENZIARIO di Renzi, Piero Fassino, va a Milano a incontrare Pisapia, che si presenta accompagnato o, meglio, «guardato a vista» dai compagni di cordata Bruno Tabacci («è il solo, tra noi, che capisce di collegi per i posti in lista che ci spettano», dicono i pisapiani) mentre a dar man forte a Fassina c’è il vicesegretario Pd, Martina.
Tutto bene dunque? Abbastanza. Pisapia – che rivelerà, poi, regolarmente autorizzato dal Prof, la telefonata di Prodi («avanti così, Giuliano!») e che, alla convention che incorona Giorgio Gori candidato governatore del centrosinistra in Lombardia, annuncia il lieto evento – pone due condizioni. Una, appunto, è politica. «Prodi deve essere il garante della coalizione», chiede Pisapia: «Vuol dire che deve stare «un passo davanti noi tutti, Renzi compreso». Martina e Fassino si guardano negli occhi e deglutiscono: far accettare a Renzi una condizione non di Imperatore, ma di ‘semplice’ generale dell’Armata del centrosinistra, non sarà facile, ma tant’è: la ‘cosa’, cioè la pretesa, non è trattabile. E solo così può tornare, tra gli elettori che ancora coltivano la nostalgia canaglia dei tempi dei governi dell’Ulivo (furono due: il primo, 1996-’98, cadde per colpa di Bertinotti; il secondo, dell’Unione, 2006-2008, cadde per colpa di Mastella, morale: 4 anni in tutto).

La seconda condizione, sgomberato dal campo l’equivoco primarie di coalizione pure avanzato («non c’è tempo: si vota il 4 marzo e le liste vanno consegnate il 3 febbraio», riconoscono i suoi di fronte ad alcune “fughe in avanti” di pisapiani troppo ‘ortodossi’), è invece trattabile. Lo Ius soli e il biotestamento scompaiono, come per magia, dal tavolo. Restano, però, per Pisapia, alcuni interventi di natura economica da fare “subito” e da mette dentro la Legge di Stabilità in corso di esame al Senato. Si tratta di tre punti: abolire il superticket (Padoan dirà che non ci sono i soldi, ma tant’è), di sgravi per chi assume contratti a tempo indeterminato e di far pagare di più il tempo determinato. Il Pd l’impegno lo prende, ma «prima di dare moneta, vogliamo vedere cammello», dicono gli uomini del leader Cp, che parlano di «pre-accordo tra gentiluomini ma da verificare».

INSOMMA, è fatta. Resta solo da capire se la presidente della Camera, Laura Boldrini, se ne andrà con Mdp e Sinistra italiana con un manipolo di ‘pisapiani’ più radical che chic. Certo, sarà il Pd a dover garantire i famosi “collegi sicuri” a Pisapia (Tabacci ne vuole dieci solo per i suoi) come al resto dei partiti che formeranno la coalizione. La quale avrà, “come in una squadra di calcio forte e competitiva che può ambire a vincere il Campionato” – sostengono, senza un filo di ironia, al Nazareno – «un attacco a tre punte». Quello cui hanno lavorato, con successo, Fassino sul fronte sinistro e Guerini sul lato centrista. Al centro, ne ruolo di ‘tornante’ ci sarà una lista di moderati formata dalla triade Lorenzin-Casini-Dellai con la Lorenzin frontwoman («è giovane, bella e non sciupata dagli scandali», pare, o almeno così dicono al Nazareno) mentre Alfano, pur presente in lista, resterà ben più «defilato». In pratica, non dovrebbe candidarsi.
Poi, sull’ala sinistra ci sarà una lista di sinistra, di ispirazione «ulivista» che vedrà nella coppia Pisapia-Bonino i frontrunner e, dentro, i vari «nanetti» (Psi, Verdi, Idv), che servono solo a fare numero. E, ovviamente, al centro, come attaccante di sfondamento, la lista del Pd. Quella che, appunto, dovrà far goal. Sperando non finisca come Italia-Svezia.


2. Le fatiche di Piero: l’accordo con Pisapia è a un passo, Prodi lo incita, il resto della Sinistra gli sbatte la porta in faccia ed è pronta a schierare Grasso e Boldrini.

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Piero Fassino, l’esploratore che Matteo Renzi ha spedito in terra incognita, la Sinistra, per cercare gli alleati del Pd alle Politiche, sta per riportare a casa un mezzo successo. Oggi, a Milano, vedrà l’ex sindaco della città, Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista da cui fonti ben informate dicono: “Se il Pd apre su due, tre punti di programma, l’accordo è fatto”. Insomma, come Romano Prodi non si stanca di ripetere – e ieri lo ha detto e ridetto anche a Fassino – “Mai arrendersi. La strada dell’unità è quella che stai facendo tu, Piero. Bisogna provarci”. E la ‘mossa di Prodi’, ieri sera a Bologna con Orlando per un convegno sulle ‘migrazioni’ dove non  s’è parlato di Politica, è stata decisiva. Del resto, si sa: il Professore muove i cuori e li scalda, a sinistra. Non a caso, Pisapia domenica andrà a Bologna per un incontro di ‘superprodiani’ (Monaco, Santagata, Zampa) che vogliono stare con il Pd e vi parteciperà insieme alla Bonino.
Ma quali i punti del possibile accordo Pd-Cp? “Giuliano – spiega chi lo conosce – è come San Tommaso: vuole chiarezza e impegni sulle cose da fare oggi, non su quelle di domani”. Il catalogo è questo: il superticket, presente nella Legge di Stabilità, da abolire; qualche altra mossa da approvare in tema lavoro, ius soli e biotestamento, da fare.
Fosse facile. Il superticket si può abolire (ma convincere Padoan a farlo non sarà semplice). Lo ius soli può avere chanche di passare solo se il governo mettesse la fiducia, ma una tale mossa farebbe andare su tutte le furie Ap. Un osso duro cui invece si sta dedicando, sempre nell’ambito delle trattative per un’alleanza ‘larga’ di centrosinistra, Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem che, a differenza di Fassino, coltiva la sapienzale e cristiana virtù della pazienza oltre ogni limite. Guerini ci tiene molto a tenerli dentro, gli alfaniani, perché “loro c’hanno i voti” mentre gli altri centristi (Dellai, D’Alia, Casini, Olivero) “ne hanno assai pochi” dicono, preoccupati, i renziani del Nazareno (“Le liste alleate al Pd? Ad oggi valgono l’1% e vogliamo essere ottimisti…”).
Inoltre, spiegano da palazzo Chigi, “dopo la manovra, mezza Ala e Ap non ci voterà più nulla, fiducia o meno, perché scatterà il loro tana libera tutti verso… Berlusconi”.
Infine, nel pomeriggio, esce, da Campo progressista, una nota di Alessandro Capelli, che mette tanti, troppi, paletti: dice no ad alleanze con Alfano e sì a primarie di coalizione. Ma, alla fine, Pisapia oggi vedrà Fassino e poi si presenterà alla convention del centrosinistra regionale (orbo, allo stato, di Mdp) per lanciare la candidatura di Giorgio Gori a governatore della Lombardia e al teatro Verdi di Milano l’ex sindaco darà il lieto annuncio: l’accordo col Pd c’è.
Tutto bene, dunque? Mica tanto. Innanzitutto, Cp è spaccata tra Tabacci e ‘tabaccini’ (Centro democratico), favorevoli all’accordo con il Pd, e un pezzo dei ‘pisapiani’ contrari: gravitano già nell’orbita della presidente della Camera, Laura Boldrini che ha rotto con il Pd e ha deciso di voler fare ‘la numero 2’ di Mdp. Accetterà una posizione di rincalzo, cioè, dopo il presidente del Senato, Pietro Grasso, che della Trimurti della Sinistra sarà il vero front runner. I demoprogressisti hanno, ormai, verso Grasso, un atteggiamento di venerazione fideistica: dicono che “è più amato di Renzi e ci porta il 5% dei voti”. Sarà. In ogni caso, la Sinistra a sinistra del Pd – che a Fassino rifiuta, da giorni, anche uno straccio d’incontro – aspetta solo di dirgli ‘no’. Ieri, per poter partecipare allo sciopero proclamato dalla Cgil sulle pensioni, sta decidendo di spostare la data della mega assemblea che incoronerà Grasso dal 2 al 3 dicembre. Chiude la partita, con toni da Torquemada laico, Nicola Fratoianni: “Un accordo con il Pd è una cosa nemmeno pronunciabile”. Almeno per loro, con Fassino è un adieu.
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NB: I due articoli sono stati pubblicati il 18 e il 19 novembre 2017 rispettivamente a pagina 8 e 10 del Quotidiano Nazionale
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Fassino vede tutti, incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. Dalla sinistra radicale, invece, solo porte in faccia. Intanto, D’Alema ‘cambia verso’…

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pubblico qui di seguito gli ultimi due articoli usciti sul Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni e un articolo uscito settimane fa su D’Alema e la rivista Italiani-Europei
1. Fassino, il commesso viaggiatore della sinistra alla ricerca della perduta unità, segna due goal importanti: incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. 
Fassino  sta per trasformarsi in un ‘commesso viaggiatore’. Infatti, mentre sul lato sinistro della possibile coalizione di centrosinistra, ieri ha ricevuto solo porte in faccia, nel prossimo fine settimana avrà due incontri clou  e vincenti. Venerdì Fassino andrà Bologna e incontrerà Romano Prodi. Ieri, non a caso, Prodi si è fatto fotografare ‘attovagliato’ in un ristorante bolognese col ministro all’Agricoltura Martina e quello alla Cultura Franceschini con la scusa che Oscar Farinetti presentava loro il progetto Fico Eataly Word. Prodi ha rifiutato commenti, ma il clima era disteso, sereno, e la photo opportunity finale diceva più di mille parole. E così a tenda del Prof – che oggi vedrà Fassino e nei prossimi giorni anche lo stesso Renzi – sta per uscire dallo zaino per riaprirsi in casa del Pd o nelle sue immediate vicinanze. Del resto, la sua storica ex portavoce, Sandra Zampa, spiega che “noi prodiani ci siamo collocati chi nel Pd (io e Sandro Gozi) e chi nell’area di Pisapia (Santagata e Monaco), ora serve che ci rimettiamo tutti insieme per rilanciare l’Ulivo”. Progetto cui tiene molto anche Walter Veltroni, che ormai lancia solo molti appelli all’unità e a “evitare le divisioni” della sinistra, tutti in chiave ‘anti-Mdp’ e filo-Pd, e persino Enrico Letta che, da Parigi, ha fatto sapere che la svolta di Renzi in Direzione e la sua apertura alle alleanze lo ha convinto. 
E, appunto, parlando di Pisapia, il ‘leader riluttante’ di un Campo progressista ormai allo sbando e già in rotta verso Mdp, avrebbe deciso di dire “sì” all’alleanza con il Pd. In the name of Ulivo, appunto. Fassino sabato si allungherà fino a Milano per vedere l’ ex sindaco che prenderà parte –all’incoronazione di Giorgio Gori a candidato governatore della Lombardia per conto di un centrosinistra orbo di Mdp.
Il guaio è che mentre Matteo Renzi continua a sperare nelle capacità taumaturgiche del buon Fassino (“noi abbiamo messo Fassino, è una garanzia, se non ci riesce lui…”), al Pd sanno già che, se va bene, riusciranno a mettere insieme solo una mini-coalizione di centrosinistra. Sarà composta da tre ali. La prima sono i tre ‘nanetti’: il Psi di Nencini, i Verdi di Bonelli e l’Idv del Carneade Messina. Poi c’è l’area radicale di Bonino-Della Vedova (Forza Europa). Infine, la ‘terza gamba’: una serie di frattaglie centriste di partiti che furono. A questi ci pensa Lorenzo Guerini, ma pure lui ha il suo bel daffare e le sue fatiche: ieri ha telefonato a Casini (tutto bene), ha visto il ministro Galletti e D’Alia, ex Udc (idem), e ha incontrato Italia Solidale di Dellai e Olivero (tutto ok). Ma il pezzo teoricamente pregiato del mazzo, Alfano, ancora cincischia, indeciso come Amleto, e Guerini, che ieri ha telefonato a lui e a Lupi, con Ap non trova la quadra. Una Direzione di Ap, o quel che ne resta, è stata convocata per il 24 novembre. Si trasformerà in una drammatica ‘resa dei conti’ tra chi, come Lorenzin e Cicchitto (voti: zero), vuole stare col Pd e tutti gli altri (voti: tanti) che cercano FI.
 
Tornando a Fassino, ieri mattina in verità ha spiazzato tutti: prima va a trovare Pietro Grasso, al Senato, e poi Laura Boldrini alla Camera. I due presidenti, però, gli hanno detto niet. Grasso, gli ha spiegato ‘caro Piero, sbagli indirizzo, io non rappresento una parte’ (ma ne è già il leader designato) e la seconda, Boldrini, “mah, vediamo, non farti illusioni’. Altri niet, ma stavolta informali, arrivano dai ‘Tre Tenori’ (Speranza per Mdp, Fratoianni per SI e Civati per Possibile) della Sinistra Unita. I quali gli hanno fatto sapere, nell’ordine: al massimo ti mandiamo lo sherpa Guglielmo Epifani o, se proprio insisti ti vediamo, “ma la settimana prossima” oppure nemmeno quello e, comunque, “prima abbiamo la nostra assemblea del 2 dicembre (quella in cui verrà incoronato Grasso leader, ndr) e quindi vedere te è  una cosa di cui faremmo assai a meno”. Finirà che, da Fassino, andranno i capigruppo di Mdp e SI, ma la fine è nota. Esiziale, al solito, Massimo D’Alema: “A Fassino che mi ha cercato, ho detto di chiamare Speranza”. Che è come dire: scusi ho da fare, lasci detto in portineria.
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Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. “Ciao, sono Piero. Mi chiami? Ti devo parlare”. Fassino prova ad agganciare i leader della sinistra radicale ma, per ora, riceve solo porte in faccia. 
Come un esploratore yankee o ‘tuta blu’ che si avventura nelle ostili terre di Apache, Comanche e Cherokee, tra oggi e domani Piero Fassino incontrerà Giuliano Pisapia (Cp). Fassino, oggi, sentirà al telefono anche Romano Prodi per chiedergli un “estremo aiuto” per rifare il centrosinistra. “Nei prossimi giorni”, ma ancora non si sa dove e quando, Fassino vedrà pure la ‘Trimurti’ della Nuova Sinistra, cioè Roberto Speranza (Mdp), Nicola Fratoianni (SI) e Pippo Civati (Possibile). Ma qui le speranze di ‘trovare la quadra’ sono prossime ai zero gradi Fahrenheit. I tre fanno sapere, dopo averlo negato per ore, che “sì, Fassino ci ha chiamati”, ma non hanno nessuna voglia di incontrarlo e pensano pure all’affronto di spedirgli solo lo sherpa Guglielmo Epifani. Perché – come dicono sibilando – “Renzi vede la Bonino di persona e invece a noi ci manda Fassino, un ex tutto…”. Pippo Civati lo sbertuccia persino e, davanti ai giornalisti, legge a tutti il suo Sms: “Ciao, sono Piero, ho bisogno di parlarti, mi chiami?”. Insomma, gli incontri di Fassino partono malissimo e il loro esito è segnato. Le parole di Bersani (“Basta chiacchiere”) dicono tutto ed Enrico Rossi offende Renzi: “Fatti da parte tu. Allora, forse, se ne parla”.
Fassino, dunque, riceverà solo dei niet, tranne che da Pisapia che sarà accompagnato dai suoi due colonnelli, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, e, forse, da Bruno Tabacci, il solo rimasto, in Cp, a volere un accordo col Pd. Molti dem sperano ancora in esiti “positivi”, almeno con Pisapia, ma dentro Cp e, ovvio, dentro Mdp, scuotono la testa offesi: “”Ma tu incontreresti uno che sai per certo che ti vuole vendere una patacca?”. Inoltre, la maggior parte dei dirigenti di Cp ha armi e bagagli pronti per rientrare in Mdp chiedendo una manciata di posti che, però, Mdp, che sulla composizione delle liste farà la parte del leone (60% Mdp, 30% SI, 10% gli altri l’ultimofixing), è poco propensa a concedere. La presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha di fatto preso le redini di Cp, invece, non andrà perché “lei fa il presidente della Camera” scoprono ora i suoi. In realtà, la Boldrini ha già deciso: vuole fare la ‘seconda in comando’ della Nuova Sinistra che verrà lanciata, il 2 dicembre, da Mdp, SI e Possibile in una Grande Assemblea. ‘Seconda’ perché il leader già investito del ruolo è Grasso. In Mdp sono sicuri che “lui da solo ci porta il 5% come valore aggiunto. Noi sommati partiamo dal 5% e con lui possiamo ambire al 10%”. Speranze, ma poi quien sabe? 
A Lorenzo Guerini, invece, che sta sondando Casini, Alfano (Ap), Dellai (Democrazia solidale) e altri centristi vari, è toccato un compito più ‘facile’ politicamente, ma cui Renzi tiene molto di più: dar vita a quella gamba centrista del centrosinistra che, coi Radicali, sarà fedele alleato del Pd. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

3. D’Alema ha fatto della rivista e della Fondazione Italiani/Europei il tempio della Nuova Sinistra, sì ma quella ‘radicale’...

“Il governo riconosca unilateralmente la Palestina”. Parola di ex ministro degli Esteri e di ex premier che, quando andò in Libano, fece scoppiare un incidente diplomatico perché andò a passeggio e a braccetto coi leader di Hamas. Beh, D’Alema è sempre lui, si dirà. Filo-palestinese era e tale è rimasto. Eh, no. Tranne che su questo e su una certa attitudine a ‘bombardare’ gli avversari (il Kosovo ieri, fisicamente, Renzi oggi, ma almeno solo metaforicamente…), D’Alema è davvero cambiato che non ci si crede. E, con D’Alema – ieri amico di Berlusconi (il ‘Dalemoni’) oggi suo avversario, ieri anti-ulivista, oggi ‘prodiano’, è cambiata la sua rivista, il bimestrale Italiani/Europei.

Il numero ora in edicola contiene saggi assai interessanti: “Gli orizzonti della sinistra” (e fin qua…). ‘New Labour’ ‘Third Way’? Interviste a Tony Blair e/o a Bill Clinton che, a metà degli anni Novanta, erano i punti di riferimenti culturali, politici e ideali del D’Alema pensiero? Macché. “Socialism, do you rimember?” è il titolo di una serie di poderosi e pensosi saggi che non hanno nulla di ironico. La faccia barbuta e ispida di Karl Marx è lì a esplicitarlo. I saggi di autori che di solito scrivono su giornali di sinistra radicale pure.

Basta così? No, macché. Il neo direttore, Peppino Caldarola, oggi con D’Alema in Mdp (Caldarola è anche lo spin doctor del governatore della Toscana, Enrico Rossi), ieri guida dell’Unità  quando l’Unità intervistava tutti i lib-lab del mondo, ha fatto fare una conversione a ‘U’ alla rivista. Con il placet di D’Alema, si capisce. Oggi, I/E ricorda da vicino, Alternative per il socialismo, la rivista che Alfonso Gianni, ideologo di Fausto Bertinotti, produceva per l’allora leader del Prc. Partito e area politica, l’Estrema Sinistra, che, per una vita, D’Alema ha combattuto e osteggiato. Almeno quanto lo ha fatto con l’Ulivo di Romano Prodi, si capisce. O coi girotondi, la ‘società civile’ e gli ‘intellettuali’, tutti rappresentanti nella formidabile battuta di Nanni Moretti: “D’Alema dì qualcosa di sinistra! D’Alema dì qualcosa!”.

Basta? No, non basta. Sempre Italiani/Europei contiene un’intervista che racchiude in sé una vera e propria notizia. L’articolo s’intitola “La mia Cgil”: parla Maurizio Landini, storico leader della Fiom, storico nemico di D’Alema e dalemismo, alfiere della sinistra più radicale. Ora, va bene che Mdp – il partito, ‘a criatura’ di D’Alema (e, sub iudice, di Bersani) deve prendere voti dappertutto, se vuole sfangarla, alle prossime elezioni – ma D’Alema è sempre stato noto per essere un fiero, tenace, durissimo, oppositore della Cgil e di quello che il sindacato rosso ha rappresentato in termini di conservazione, di vetero-sinistra. Tutto passato, tutto finito. Un mesetto fa D’Alema è andato a via Po, sede della Cgil, per un seminario a porte chiuse: ha recitato il mea culpa, buttato tutte le colpe delle (sue) analisi sbagliate sulle spalle, larghe, della “globalizzazione” e proposto – per Mdp e la nascente formazione ‘La Sinistra – un programma così ‘massimalista’ che pure i duri e puri della Cgil si sono un po’ spaventati. Perché filo palestinese ok, radicale e anti-sistema passi, ma D’Alema ‘no global’, beh, ecco, questo film, a sinistra, lo devono ancora vedere.

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NB: I tre articoli qui presenti sono usciti il 15 e il 16 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale. Invece, quello su D’Alema, risale alla settimana precedente. 

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Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 

Renzi sotto assedio nel partito e fuori: cerca di rilanciarsi in tv, ma i guai restano. Le mosse anti-Renzi dei big dem e quelle di Grasso, Pisapia e altri ancora

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

1. Renzi va a La7 per attaccare, ma finisce assediato Poi sbotta: “Mi vogliono morto”
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Mi dispiace che non ci sia Di Maio, l’aveva chiesto lui il confronto in tv, poi è scappato. Non è serio fare così”. Di Maio non c’è, ma c’è Matteo Renzi, a Di Martedì, condotto da Giovanni Floris su La 7. Di Maio non si è fatto trovare, Renzi lo prende in giro da giorni (“coniglio”), ma l’ex premier arriva già teso e irritato. Il dbattito si fa subito puntuto: i giornalisti presenti sono tutti antipatizzanti dell’ex premier (Giannini, Sallusti, Massimo Franco), Renzi li detesta,  battibecca più volte con loro e con il conduttore Floris (“Non ci vediamo da molti anni”,  modo gentile per dire non mi inviti mai, “Ti pago il 10% dello stipendio con tutti gli attacchi che mi fai a ogni puntata, così alzi lo share”). Poi, finalmente, si va sui temi. Il voto in Sicilia? “Abbiamo perso, ma erano elezioni locali”. Tante sconfitte in tanti anni (amministrative) nessuna autocritica? “Io rispondo per le Europee, vinte, e il referendum, perso. Il giudizio sul Pd e me lo daranno gli elettori alle Politiche”. Cosa è disposto a cedere a Mdp per ricucire un’alleanza? lo incalza Floris. “Ma chi se ne importa dei miei rapporti personali con D’Alema o con Bersani! La divisione c’è stata quando abbiamo fatto le primarie, quel popolo ha parlato e va rispettato”. Renzi assicura che, per costruire la coalizione, “mi rivolgerò a tutti senza veti”, ma “D’Alema vuole che io mi dia fuoco in piazza, è  troppo!”. “Mi vogliono morto”, dirà appunto poi.
Fin qua il Renzi pubblico, quello che ieri sera è andato in tv e che, nella sua Enews mattutina, dice secco che “dire che il problema sono io per il voto in Sicilia vuol dire solo usare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo, cioè io”. E, infatti, poi c’è il Renzi privato, quello che, in una pausa preparatoria con i suoi del dibattito serale, sbotta, appunto, con la frase “Mi vogliono morto”. Sono mesi che cercano di mettermi da parte. Non ci riusciranno. Io non mollerò di un centimetro”. Poi spiega: io la “coalizione larga” la “voglio costruire” ed è convinto che il centrosinistra, se unito, possa arrivare al 40 %, ma insiste nel refrain: “non metterò veti ma non li accetterò”.
Del resto, non esiste proprio, per Renzi, la possibilità che il centrosinistra si presenti alle elezioni guidato da un altro esponente del Pd che non sia lui: “Non ci sarà un candidato premier per tutti i partiti che comporranno la nostra coalizione perché la stessa legge elettorale non la prevede”. E tanti cari saluti a Mdp, che ha deciso di presentarsi con il presidente del Senato, Pietro Grasso, come front runner. Renzi li sfotte da giorni:“il 5,3% che hanno preso in Sicilia dimostra che alle porte non c’è la ‘rivoluzione comunista’”. Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, diplomatico per costituzionae, ci ha provato a ricucire: ieri, alla Camera, ha parlato con il plenipotenziario di Bersani, Nico Stumpo, per riportare Mdp ‘alla ragione’, ma anche il ‘Forlani’ di Renzi sa che anche i suoi sforzi destinati al fallimento. Inoltre, Renzi ormai è già in modalità “campagna elettorale”.
Non a caso, uno dei primi punti della Direzione nazionale, già convocata per lunedì 13 novembre, saranno i vitalizi. E cioè la proposta di legge Richetti per abolirli che langue nei cassetti del Senato. Renzi vuole che il Pd e il gruppo dem, a partire dal capogruppo Zanda, di certo non un suo fan, si adoperi in tutti i modi possibili per farla passare entro i pochi mesi che restano da qui alla fine della legislatura. L’altro tema all’ordine del giorno della Direzione saranno le famose ‘deroghe’ alle candidature per le Politiche. Tanto agognate da tutti i big del partito (Franceschini, Orlando, etc.), essi stessi devono chiederle, non avendone più diritto (15 anni è il rigido tetto previsto dallo Statuto del Pd). Ma le elezioni siciliane – quella che, ai tempi del Pci-Pds-Ds, era un evergreen, “l’analisi del voto” – non è all’ordine del giorno. “Chi pensa che il Pd possa passare i prossimi mesi a litigare fa solo un grande regalo a centrodestra e 5Stelle”, taglierà corto, in Direzione, Renzi, con fare minaccioso. Ma gli altri big preparano già lo ‘scherzetto’: lanciare Walter Veltroni (o, ovviamente, Paolo Gentiloni, su cui ‘apre’ anche Renzi, in verità, come possibile nuovo candidato premier), oggi ‘padre nobile’ del Pd al posto di Renzi come capo della coalizione di centrosinistra per ‘allettare’ i possibili alleati. Veltroni, però, non ci pensa proprio a tornare alla politica ‘attiva’ e anche ieri sera, presentando – in contemporanea con Renzi, ma su un’altra rete (Rai 3, ospite di ‘Carta bianca’, la trasmissione condotta da Bianca Berlinguer), lo ha ribadito (“Non mi candiderò più in Parlamento, l’ho già detto più volte”), anche se poi ha criticato le scelte di Renzi. In ogni caso, i big dem attendono solo che Renzi fallisca, questa volta per sempre: subito dopo il voto alle Politiche, non vedono l’ora di chiedere un congresso straordinario del Pd per pretendere e ottenere in via definitiva la testa di Renzi, disarcionandolo, oltre che da leader, da segretario.
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2. Renzi rifiuta le primarie con Mdp o con altri. L’incontro tra Pisapia e Grasso. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
«L’ipotesi di primarie di coalizione con Mdp che candida Grasso o con altri per me non esiste. Punto». Matteo Renzi si sfoga con i suoi dopo una lunga mattinata passata a compulsare i voti – quelli «veri – che arrivano dalla Sicilia. Il tonfo non è stato «epocale» come qualcuno, anche nel Pd, aveva detto – e sperato – l’altra notte. Il Pd raccoglie il 13,2% dei voti che, in seggi, saranno pari, circa, ai 17 seggi (13,4%) presi dal Pd di Bersani quando si votò cinque anni fa.
Il problema è un altro. Renzi è furibondo con gli spifferi che lo vogliono pronto a confrontarsi, in primarie di coalizione, con Mdp, che gli potrebbe contrapporre il presidente del Senato Grasso: «Quelli ci odiano, che senso ha? E per fare cosa? Abiurare il nuovo Pd costruito con tanta fatica e l’intero lavoro del mio governo?!».
Insomma, la risposta è un «no», secco e rotondo, all’ipotesi di primarie di coalizione se, dentro il centrosinistra, ci fosse pure Mdp. Diverso, ovviamente, sarebbe il caso se, a chiedere le primarie, fossero i centristi (Casini-Dellai e «quel che resta» di Alfano e Ap) o i Progressisti di Pisapia-Bonino. Ma anche su questo punto le ipotesi allo studio al Nazareno divergono. Lorenzo Guerini, pontiere per natura, media fino all’esasperazione: «Io sono per fare un accordo, programmatico e politico, con tutti, centristi e sinistra, altrimenti dovremo fare l’intera campagna elettorale in nome del voto utile». Invece, i renziani ortodossi (vedi alla voce: Orfini) non ci sentono: «Matteo è il leader, punto». Renzi si tiene in posizione mediana: «Sono pronto da domani ad aprire il confronto con i possibili alleati. Io la mia leadership non la voglio imporre a nessuno». Sicumera? In realtà, Renzi non teme che, in Direzione, già convocata per il 13 novembre, Orlando e Franceschini – leader delle aree interne da tempo in guerra ‘sporca’ contro di lui – gli tirino brutti scherzi. Certo, Orlando punge («Renzi è stato eletto segretario ma non ancora imperatore»), ma Franceschini, invece, media (lo farà oggi in un’intervista). Renzi è tranquillo perché, come ripete, «I numeri, in Direzione, li ho io. Vogliono sfiduciarmi? Auguri!».
La vera “apertura” del leader è un’altra. Renzi sarebbe infatti pronto a fare un «passo di lato». Il suo ragionamento si snoda così: «La nuova legge elettorale non prevede la figura del candidato premier. Il centrodestra non lo avrà. I 5Stelle sì, ma in realtà dietro Di Maio c’è Grillo. Volete che non sia io per il centrosinistra? – sbotta – Bene. Facciamo così: se il Pd va male e altre forze di sinistra molto bene saranno loro a indicare a Mattarella un altro nome del Pd. Gentiloni? Delrio? Vedremo. Se invece il Pd resterà forte, come dicono tutti i sondaggi, sarò io. In ogni caso, mi sta bene che non ci sia il candidato premier di tutti».
Basta e basterà all’asse nascente Pisapia-Bonino-Della Vedova? No. Ieri, all’ora di pranzo, Pisapia è andato a trovare il presidente del Senato, Pietro Grasso, per un pranzo. Due i corni del dilemma affrontati dai due, entrambi assai allarmati dal voto siciliano. Il primo: la lista di Fava è andata molto male, quasi peggio di 5 anni fa, quando la guidava un Carneade. Ergo, il valore aggiunto di Mdp è pari allo zero virgola. Secondo: neppure Grasso, oltre a Pisapia, vuole accollarsi «tutto il cucuzzaro» della sinistra radicale: i vari Fratoianni (SI), Acerbo (Prc), Montanari e Falcone, etc.
Domenica 12 novembre si terrà la convention nazionale di Campo progressista: sul palco saliranno, insieme a Pisapia, forse la Bonino, di certo la Boldrini (la data è stata spostata per permetterle di partecipare) e forse anche lo stesso Grasso. Dal palco la proposta che verrà fatta al Pd sarà questa: «Se Renzi accetta di non essere più lui il dominus del centrosinistra bene, ma deve farsi da parte e cedere lo scettro a Gentiloni o altri, altrimenti ognuno per la sua strada. Noi andremo da soli cercando di arrivare al 3% con l’idea forte di un Ulivo bis. Anche Mdp, Bersani, D’Alema dovranno decidere da che parte stare, noi possiamo essere autonomi». Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle.
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3. Mattarella e la data del voto: “Pura fantasia” le illazioni su urne a maggio 2018. 
EMC – ROMA
“Pura fantasia”. Così viene liquidata, dal Quirinale, l’ipotesi di un avallo, da parte del Capo dello Stato, di un percorso che porti la legislatura a “scadenza naturale”. Le Camere nel 2013 si insediarono il 14 marzo: ‘scadenza naturale’ vuol dire arrivare al 15 marzo 2018 per votare, di conseguenza, non prima del 15 maggio. Salvini e Meloni, ieri, già gridavano al ‘golpe’, i 5Stelle pure. “Pura fantasia”. Il Colle asserisce di avere sul tema una “funzione notarile”, ma non è così. La nota ufficiosa del Colle non a caso dice che “solo nel momento in cui governo e maggioranza dichiarassero di aver esaurito il loro compito, si porrebbe il tema della conclusione della legislatura, dell’eventuale scioglimento anticipato delle Camere e della data del voto”. E così sarà. Palazzo Chigi e Quirinale hanno già cerchiato, sul calendario, una data in rosso: il 18 marzo 2018, il che vuol dire, data la necessità di un tempo tra i 50 e i 70 giorni per indire i comizi elettorali (di solito se ne usano sempre 65), sciogliere le Camere a gennaio, quasi sicuramente al rientro dalle feste della Befana, il 6/01/2018. Morale: “dopo l’approvazione della legge di Bilancio” – si spiega dal Colle – “se il premier, a fine anno, riterrà di presentarsi dimissionario, si andrà ad elezioni a marzo”. Ma chi ha fatto perdere così tanto le staffe al ‘mite’ Mattarella? Il Quirinale punta l’indice su “fonti parlamentari”: Meloni e Salvini, certo, ma anche Franceschini e Orlando, che vogliono tirare in lungo la legislatura per ‘sfiancare’ Renzi. Poi ci sono le “fonti giornalistiche”: due articoli usciti sullo stesso giornale, il Corsera. Il Colle ha detto ‘stop’ a tutti.
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NB: I tre articoli sono stati pubblicati, rispettivamente, il primo il 7 novembre 2017 e l’8 novembre 2017 il secondo e il terzo sempre su pagine di Quotidiano Nazionale. 

Elezioni regionali in Sicilia: il Pd crolla, Renzi nella bufera, ma la sconfitta non è ‘epocale’

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Pubblico qui il testo completo del mio primo articolo (scritto sulla base degli exit poll della notte del 5 novembre 2017, quindi NON sui risultati reali arrivati solo nel pomeriggio del 6 novembre!) su Renzi, il Pd e le elezioni regionali in Sicilia. Poi, pubblico una breve analisi, sui dati dell’istituto Cattaneo, sui voti di lista del Pd. 

 

  1. Inizialmente avevo pubblicato solo il link al mio articolo x @Quotidiano.net e Quotidiano Nazionale. NB. L’articolo è  stato scritto domenica notte, entro e non oltre le 23.45, sulla base degli exit poll di Rai 1 (Swg) e La 7 (Emg) – (  http://www.quotidiano.net/politica/elezioni-regionali-sicilia-1.3514983/amp)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

«TUTTO è andato come previsto. Il risultato è quello che ci aspettavamo. Sapevamo che finiva così». Il commento che Matteo Renzi condivide con i suoi sulle elezioni siciliane è questo. Non una parola di più, non una parola di meno.
Al Nazareno, in pratica, non parla nessuno e non c’è quasi nessuno. Renzi è a casa sua, Martina, Orfini e Guerini idem. A sostenere il peso delle interviste notturne ai tg e ai talk show restano in due. Il povero Davide Faraone, plenipotenziario di Renzi in Sicilia (anche il segretario regionale, Fausto Raciti, è missing in action) ha lo sguardo e la parlata triste. Poi, però, tira fuori gli artigli e graffia: «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi. Grasso (Pietro, presidente del Senato e front runner di Mdp e della futura Sinistra ndr) questo coraggio non lo ha avuto. Lo abbiamo aspettato inutilmente per mesi. Inoltre, Mdp e SI, dopo aver proposto loro Micari, hanno rotto la coalizione». Traduzione: Grasso è un codardo e se Micari perde la colpa è della sinistra che ora lo vuole come suo candidato alle Politiche.
Poi c’è il responsabile Enti locali, Matteo Ricci che però è di Pesaro. La sua è una dichiarazione stentorea: «L’andamento degli exit poll conferma una sconfitta tanto netta quanto annunciata». Solo il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, a exit poll stabili, ha il coraggio delle parole: «Se i risultati confermeranno gli exit poll ci troveremmo davanti a una sconfitta tanto annunciata da tempo quanto netta e indiscutibile. Verificheremo oggi i risultati finali delle liste e dei candidati, ma la ‘sfida gentile’ che Micari ha generosamente lanciato non è bastata per vincere le elezioni. Chi alla nostra sinistra immaginava sorpassi rimane fermo ed inchiodato al risultato di 5 anni fa nonostante il battage di tutti questi mesi». Qui non serve la traduzione: per Guerini, che parla in vece di Renzi – come sempre accade nei momenti più hard della vita del Pd – i ‘colpevoli’ della sconfitta sono due. Il primo è la debolezza del candidato, Micari. Ieri neppure il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che lo ha voluto candidato, era in città per consolarlo. Orlando era a Roma per vedere una bella mostra sui pupi che inagurerà, ma solo oggi, con Mattarella. L’ex governatore, Rosario Crocetta ha fatto di tutto, sempre in odio al Pd, per far perdere Micari mentre il «renzianissimo» Totò Cardinale, che è il più furbo di tutti, si è già messo d’accordo con Musumeci: gli ha dato i suoi voti ieri, gli darà i suoi seggi domani.
Il secondo problema, per i renziani, si chiama Sinistra: «nei sondaggi nazionali siamo competitivi (centrosinistra al 31,4%, ndr) ma il 6% di Mdp-SI rischia di farci perdere le Politiche» sibilano al Nazareno dove il ‘tradimento’ di Grasso è l’onta ancora da lavare. Del resto, dicono i renziani doc che hanno parlato con ‘il Capo’, «Il Pd di Bersani, nel 2012, ha preso il 13,4%, in Sicilia. Abbiamo vinto grazie a Crocetta e all’Udc, mica grazie al Pd. E alle Politiche, appena 4 mesi dopo, poco di più.
IL PROBLEMA è che, per il Pd ‘lista’, in Sicilia il tonfo sembra epocale, ma non lo è, anche se è sicuro che potrebbe portare con sé conseguenze politiche, per lo stesso Renzi, ieri notte ancora incalcolabili. Il Pd è inchiodato a percentuali da prefisso telefonico: gli exit-poll lo collocano tra il 8% e il 12% (Ipr) o tra il 9% e il 13% (Emg). La sconfitta di Micari, paradossalmente, è meno fragorosa: il 16%-20% è un risultato non disprezzabile. Invece, per il Pd, è come non esistere più, in Trinacria, dove – tanto per dirne una – il Rosatellum assegna ben 21 collegi uninominali. E qui sovviene un po’ di memoria storica: nel 1991 il Pds di Occhetto (plenipotenziario nell’isola era Pietro Folena) prese il 10,5%, surclassato persino da un Psi in disarmo. Macaluso e i miglioristi chiesero, subito dopo, le dimissioni di Occhetto che non arrivarono solo perché, nel 1992, venne giù tutto. Renzi, però, avverte i naviganti: «Il 13 novembre ci sarà la Direzione, spero che tutti, anche i più critici, capiscano che serve uno sforzo di squadra». Il paragone con il povero Occhetto, che ci perse la faccia, resta sullo sfondo.
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 2. I numeri ‘veri’ delle elezioni regionali in Sicilia (studio dell’Istituto Cattaneo) 

ROMA – EMC
Il centrosinistra ha perso le elezioni in Sicilia? Sì, e male. Il suo candidato, Fabrizio Micari, è arrivato terzo (18,7%) dopo il vincitore, Musumeci (39,8%) e Cancelleri (34,7%). Poi, però, a guardare i voti assoluti, quelli di lista e i seggi, ieri forniti da un’ottima analisi dell’Istituto Cattaneo, ecco emergere un quadro assai più complesso. Micari ha raccolto 230 mila voti in meno rispetto alla candidatura di Crocetta, ma i partiti della coalizione di centrosinistra hanno ottenuto più voti rispetto al loro candidato (+ 100 mila voti circa). Infine, il dato della lista del Pd: 257.274 voti nel 2012, 250.633 voti oggi, cioè -6.641 voti (-0,4%). In percentuale il Pd ‘cala’ dal 13,4% del 2012 (Bersani) al 13,0% di oggi. Ma in seggi, il Pd ne perde 6: erano 17 nel 2012, sono 11 ora. Una sconfitta, certo, ma non ‘epocale’. La lista di Fava, che come candidato fa +5 mila voti (pochi), è ferma al 5,1% cioè -26 mila voti assoluti sul 2012 (-1,4%) e 1 solo seggio. Insomma, a sinistra, “se Sparta piange, Atene non ride”. 
 
NB: I due articoli sono stati pubblicati rispettivamente il primo il 6 novembre 2017 e il secondo l’8 novembre 2017.

Elezioni regionali in Sicilia: pronti? Via! Aspettative, progetti e timori del Pd di Renzi ma anche degli altri competitor

Pubblico qui di seguito un articolo quadro sulle elezioni in Sicilia, uscito qualche giorno fa, e uno sul Pd di Renzi in relazione alle elezioni regionali siciliane e al quadro politico. 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il primo il I novembre a pagina 10 e il secondo il 4 novembre a pagina 4 sempre, ovviamente, su Quotidiano Nazionale 

Berlusconi/2

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

 

  1. La ‘corda pazza’. Le elezioni regionali in Sicilia e le aspettative dei vari big (l’articolo è stato pubblicato il I novembre 2017 a pagina 10 del QN)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

Il centrodestra, se vincerà, diventerà un blocco granitico, unito fino alle prossime Politiche nello schema del tridente FI-Lega-FdI più liste centriste (Udc di Lorenzo Cesa in testa) d’appoggio oppure il ‘patto dell’arancino’ siglato, a uso e consumo dei giornalisti, nella ‘trattoria del Cavaliere’ di Catania tra Berlusconi, Meloni e Salvini (testimoni inconsapevoli e pittoreschi il candidato Musumeci e soprattutto il funambolico Sgarbi) sarà presto solo un ricordo il centrodestra tornerà a dividersi anche alle Politiche? I 5Stelle, se riusciranno nel colpaccio in terra normanna e saracena, espugnandola, troveranno l’abbrivio e per scalare il Potere romano, magari chiedendo l’appoggio della Lega e, chissà, anche della Sinistra di Bersani e Fratoianni con cui ormai ‘flirtano’? Il Pd, se perderà in modo rovinoso, riaprirà la tiritera sulle alleanze, cercando di recuperare con gli scissionisti di Mdp e sulla spinta dei big che assedieranno Renzi imponendosi a suo scapito e magari scalzandolo dalla posizione di candidato premier del centrosinistra oppure Renzi continuerà a imporre se stesso e la sua strategia in vista delle Politiche?

Le elezioni regionali siciliane del 5 novembre sono un test nazionale, ma presentano anche una lunga serie di varianti locali possibili solo in terra di pupi e di pupari. Quella “corda pazza”, per dirla con Leonardo Sciascia, che è sempre stata, appunto, la Sicilia. Prendiamo la legge elettorale isolana. Si vota l’elezione diretta del governatore e, insieme, di 62 componenti dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana. I seggi, assegnati con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 5%, sono ripartiti su base provinciali. Un meccanismo infernale che prevede, per il candidato vincente, solo 7 seggi di ‘listino’ in appoggio (uno va, di diritto, al secondo candidato governatore meglio piazzato). Morale: governare è quasi impossibile, bisognerà fare accordi trasversali (centrodestra con pezzi di centrosinistra, lo scenario più probabile, o 5Stelle che chiederanno appoggio alla sinistra di Fava, scenario non irrealistico). E così i 4,6 milioni di siciliani chiamati alle urne(ma l’affluenza è prevista molto bassa, a circa 2,3-2,5 milioni di votanti) non lo sapranno neanche lunedì mattina, quando si aprirà lo spoglio reale dei voti, chi ha vinto. Dovranno aspettare, rassegnati, che i partiti facciano i loro giochi una volta dentro l’Ars (dove, non dimentichiamolo mai, un consigliere regionale gode dello status di ‘deputato’ nazionale come neppure succede alle regioni con minoranze speciali e guadagna di più).

E i candidati? Quello del centrodestra, Nello Musumeci, è in testa in tutti i sondaggi, riservati e ufficiali, ma ora è in ambascie perché ‘mascariato’ dalle polemiche sulle liste, dove indagati, rinviati a giudizio e condannati abbondano ‘a sua insaputa’. Inoltre, paga il gioco a rimpiattino di Berlusconi e Salvini che, in Sicilia, nell’arco di soli due giorni, prima decidono di farsi lo sgambetto con comizi concorrenti e poi, solo in corner, si ravvedono, pensando che è meglio farsi vedere insieme (a Catania, appunto). Il candidato dei 5Stelle, Giancarlo Cancelleri, si è portato in giro i poveri Di Maio e Di Battista e, sabato, concluderà una campagna elettorale con i fuochi d’artificio a Palermo, alla presenza del leader-non leader dell’M5S, Beppe Grillo.  Cancelleri iniziava a crederci, nella vittoria al fotofinish, ma anche lui sta subendo polemiche sulle liste ‘inquinate’. Il candidato della sinistra-sinistra, Claudio Fava, spera in un sorpasso clamoroso sul candidato del Pd, rivendica di avere le ‘mani pulite’, ed è pronto a fare accordi, dopo il voto, con l’M5S per aiutarli a governare. Scenari anche nazionali. Infine, c’è il candidato di Pd-Ap, il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari. Vittima designata di una sconfitta annunciata, è l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, lo ha imposto a Renzi e al Pd locale e nazionale, che non lo voleva, ma ora se ne disinteressa della sua sorte e si limita a fare uno sguardo grave e mesto, tipico orlandiano. Il governatore uscente, Rosario Crocetta, disarcionato dal Pd, ha ‘finto’ di non riuscire a presentare la sua lista. Accanto a Micari non si fa più vedere nessuno. Insomma, un vero disastro. Disastrose anche le possibili ripercussioni nazionali nel Pd. Renzi ha deciso di disinteressarsi da tempo del caso Sicilia. Ha demandato la pratica ai suoi luogotenenti locali (Fausto Raciti, segretario regionale, e Davide Faraone, ras renziano) e amen. Consapevole degli effetti di una debacle in Sicilia, Renzi è il solo leader nazionale che ha fatto un solo comizio con Micari e stop. Ora gira con in tasca un foglietto con segnata sopra la percentuale presa dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (quando Crocetta vinse grazie alle divisioni nel campo del centrodestra, tra Musumeci e Micciché, oggi nuovo ras incontrastato di Forza Italia e non solo nell’isola, e grazie, soprattutto, ai voti che gli arrivarono in dote dall’Udc, allora molto forte, di D’Alia e Casini, oggi ancora alleati con il Pd mentre l’Udc Cesa l’ha portata armi e bagagli con FI). In realtà, il Pd un alleato ce l’ha. L’esangue Ap di Alfano, i cui sotto-panza locali, quelli con i voti, sono però già quasi tutti saliti sul treno di Musumeci. Poi ci sono dei veri geni della Politica come Totò Cardinale che, come una spia della Guerra Fredda, fa il triplo gioco: renziano a Roma (anzi, per la precisione intimo amico e sodale del ministro allo Sport Lotti), ha fatto una lista pro Micari, ma promette voti sottobanco a Musumeci e strizza l’occhio pure a Cancelleri. Del resto, qualcuno dovrà pur governarla, la Sicilia.


2. Si vota in Sicilia, ma si pensa a Roma. Renzi si eclissa: prepara la guerra del dopo (articolo pubblicato il 4 novembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale) 

Ettore Maria Colombo – Roma
 
Il segretario del Pd, Matteo Renzi, non passerà un piacevole fine settimana. Reduce dai fasti della conferenza a Chicago – dove Obama lo ha non solo voluto, ma lodato e coccolato – domenica si vota in Sicilia e, per il candidato premier del centrosinistra (ma sarà lui, alla fine?) possono arrivare solo brutte notizie, e pure tante. Il candidato del Pd, Micari, arriverà terzo, se gli va bene, e il risultato della lista del Pd rischia di essere disastroso, anche se il leader ha già in tasca un foglietto con i voti presi dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (13%). In ogni caso, Renzi,alla chiusura della campagna di Micari, unico tra i leader di partito nazionali, non c’è. Sa che i risultati in Sicilia gli verranno rinfacciati.
Infatti, mentre il ministro Dario Franceschini, in teoria in maggioranza con Renzi, tace e aspetta lunedì per dire la sua (“e non farà sconti a Renzi”, sibilano i suoi), il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, leader della minoranza interna (Dems) parla a ogni pié sospinto. Solo ieri Orlando ha dato due interviste, una a mane (Repubblica tv) e una a sera (Otto e mezzo). Nella prima ha asserito, minaccioso, che “dopo il voto siciliano bisognerà ragionare sul perimetro della coalizione” e, soprattutto, sul candidato premier del centrosinistra”. Sottotesto: per me non può e non deve essere Renzi. A sera, fintamente più conciliante, Orlando dice che “se perde Micari si porrà il tema di evitare lo stesso destino sul piano nazionale. E’ quindi necessario individuare il miglior candidato premier. Il Pd andrà a quel tavolo con Renzi”. Sottotesto: fingo di appoggiare lui come candidato, ma meglio se è un altro.
 
 
Il segretario dem, in realtà, parla d’altro. Ieri, nella Enews – dove ha confermato che accetta il confronto in tv con Di Maio (si terrà martedì su La 7) e che la Leopolda si terrà dal 24 al 26 novembre a Firenze – ha ribadito per intero la dura  posizione presa dal Pd sulle banche: “Troppe cose non hanno funzionato: i manager e i banchieri che hanno sbagliato devono pagare, sacrosanto. Ma se vogliamo che qualcosa cambi davvero le alte burocrazie del Paese devono smettere di buttare la croce addosso ai politici e assumersi le loro responsabilità”. Ma al di là del caso banche, gira che ti rigira, sempre là si torna: chi sarà il candidato premier del centrosinistra? Renzi o altri (Gentiloni)? Il segretario si dice “pronto” a fare le primarie, ma in realtà aspetta solo di vedere il primo che, in Direzione (già convocata per il prossimo 13 novembre) “si alzerà per chiedere di ‘rivedere’ le alleanze: lui mi tradirà”, dice ai suoi con aria grave  neanche si trattasse di Gesù Cristo che indaga ai commensali il novello e perfido Giuda.
 
Intanto, sempre ieri e alla buon’ora, persino l’indeciso Giuliano Pisapia ha deciso che è arrivata l’ora di ‘scendere in campo’. Però, come ha più volte ripetuto, lui non si candiderà. E’ chiaro solo lo schieramento: unitario, alleato al Pd e composto da tanti ‘nanetti’, la nascente Lista Civica Nazionale (il nome), sarà composto dai Radicali di Riccardo Magi, Forza Europa di Benedetto Della Vedova, il Psi di Riccardo Nencini, forse anche i Verdi di Angelo Bonelli e l’Idv di Ignazio Messina (incredibile, esiste ancora l’Idv, ma non la guida più Tonino di Pietro, passato con Mdp come del resto Bobo Craxi, ma tale Carneade Messina…). Non è chiaro, invece, il front-runner, di una tale Lista e area politica, ma potrebbe essere una front-women, cioè una donna. Emma Bonino, se vorrà, o la presidente della Camera, Laura Boldrini, assai sponsorizzata da Pisapia e dal suo Campo progressista, a meno che non vada col Pd. Sarà lei, per conto del nascente Ulivo bis a chiedere, con la benedizione di Romano Prodi, al Pd di fare le primarie. Una richiesta che, forse, Renzi non potrà più rifiutare. 
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NB: Gli articoli sono entrambi pubblicati sulle pagine del Quotidiano Nazionale 
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