Renzi, la sindrome dell’assedio: “Avrebbero comunque dato la colpa al me”. Il Pd e la disfatta dei ballottaggi

Pubblico le tre versioni dello stesso pezzo chiuso l’altro notte in tipografia per Qn a seconda dei diversi orari di foliazione e distribuzione del giornale in tutt’Italia oltre che dei risultati dei ballottaggi e delle notizie che, nel corso della notte, man mano affluivano. 
MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Terza versione (chiusura ore due di notte)
ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi delle amministrative si rivelano una disfatta totale, una debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso praticamente ovunque. Una litania di sconfitte nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come Lucca, Lecce, Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica» tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che, dopo aver chiamato il neo-sindaco, si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma s’è vinto e diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto è colpa tua».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si è sentito sotto assedio.
Parla, alla fine, a notte fonda di «risultati a macchia di leopardo. Nel totale dei sindaci è avanti il pd, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché» scrive in un lungo post sulla sua pagina Facebook. «Ci fanno male le sconfitte» (e cita Genova e l’Aquila), ma «siamo felici per Padova, Taranto, Lecce» e poi giù una lunga teoria di località minori. Ammette che «peggio del solito sono andate Liguria ed Emilia-Romagna» ma si limita a parlare di «luci e ombre nelle altre zone».
«COMUNQUE andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero più vero ieri sera era questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione…». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde solo il Pd».
Renzi, poi, cerca di distinguere: «Le politiche sono un altra cosa». Come dire: lì ci giocheremo tutta un’altra partita. Si vedrà.

IN OGNI caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria Pd recita: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.

IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Seconda versione (chiusura ore l’una di notte)
«ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi di queste amministrative si rivelano, pian piano che passano le ore, una disfatta totale. Una vera debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia, come l’Aquila, dove il candidato sindaco era un renzianissimo; Lodi come Pistoia, Piacenza come Carrara (finita, summa iniuria, ai 5Stelle), Asti come Riccione, Budrio come Vignola (che stanno in Emilia, ma lì vuol dire molto), Genova come La Spezia. Una litania di sconfitte, nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come quelle di Lucca (sul filo), Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e di Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica», tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma avendo vinto diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto ‘è colpa tua’…».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si sente sotto assedio. «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero, confidato ieri sera ai suoi collaboratori, è questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione. Bene, abbiamo seguito il loro ragionamento, e cosa è successo?». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento del leader: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde il Pd».
Eppure, per il segretario, «c’è ancora bisogna del Pd. Ne hanno bisogno i lavoratori, i risparmiatori, i consumatori…», riflette, pensando ai provvedimenti del governo in discussione in questi giorni.
NON a caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, questo dice: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Prima versione (chiusura ore 24) 
«È stato uno scandalo». Parola di Matteo Renzi. Sta parlando dei ballottaggi delle elezioni amministrative che denotano una sconfitta generale dei candidati del Pd? No, sta parlando di Italia-Lettonia di basket: la nostra nazionale ha perso l’ingresso ai Mondiali per un soffio e il leader del Pd (come, ovviamente, tutti gli sportivi italiani) se la prende con l’arbitro.
Il problema politico, però, sono i ballottaggi. Il centrodestra sbanca Genova «la rossa», conferma Catanzaro, tiene Verona (e la Bisinella, moglie di Tosi, aveva ricevuto l’endorsment del Pd), potrebbe riuscire nel colpaccio di strappare l’Aquila al centrosinistra che resiste, imprevidibilmente, solo a Taranto, stando ai primi exit-poll.
Insomma, per il Pd è un pianto greco. Anche perché – nei desiderata di Renzi – solo la vittoria a Parma, Padova (ancora in bilico, ma con il centrosinistra davanti ma solo grazie all’alleanza con un «Pisapia locale» che potrebbe riuscire nel miracolo di strappare la città alla destra) e l’Aquila avrebbe potuto controbilanciare la sconfitta annunciata di Genova.
Morale: i principali ballottaggi sono andati male, Renzi lo sa da ore e non può fare finta di niente. E anche se la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd è stata ridotta al lumicino e se, negli ultimi tre giorni, il leader dem se n’è addirittura andato via in vacanza con la famiglia, ieri sera non poteva di certo esimersi dal far filtrare almeno il suo pensiero.
Il quale, filtrato dai suoi consiglieri, è questo: «Lo sanno tutti che questo ballottaggio lo avrebbe stravinto la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’. Ma il punto è sempre lo stesso – ribadisce il leader dem – se avessimo vinto avrebbe vinto Pisapia. E se perdiamo perde il Pd».
Renzi, cioè, ripete – con il tono sconsolato – l’adagio che andava ripetendo da giorni: «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me». O, per declinare il concetto con la voce di un renziano che sa che ora il leader dovrà portare la croce della sconfitta, «dove i candidati del Pd perderanno la colpa sarà di Matteo, dove vinceranno sarà stato grazie a quel centrosinistra ‘largo’ di cui Renzi è considerato l’ostacolo…».
Al Nazareno – un Nazareno desolatamente deserto, peraltro, per una notte elettorale, con il solo Matteo Ricci, responsabile Enti locali, a presidiare il bidone – cercano di attutire il colpo, ma i toni sono da «manteniamo il nostro zoccolo duro», la famosa frase di  Achille Occhetto per giustificare il tracollo alle elezioni del 1983.
E infatti la nota dell’ex diccì Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, pur davanti ai risultati dei soli primi exit poll, recita linguaggi da tradizione post-Pci: «Credo che di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza di questa posizione e l’agenda politica che ne consegue. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con tutte le forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la ‘linea’ di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è anche semplice: ammettere la sconfitta, dire ‘no’ ad  alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine a populismo e fascigrillismi.
Questa linea verrà ribadita anche il I luglio all’ assemblea nazionale dei circoli del Pd che si farà a Milano in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
Il problema è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando, Gianni Cuperlo e l’intera loro area (il cui nuovo nome presto diventerà «Demos») non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. Perché, diceva già settimane fa un orlandiano, «comunque vada, il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. E sarà allora che Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprendiamo il partito».

 

NB: le tre versioni di questo pezzo sono stati pubblicati a pagina 3 del Quotidiano Nazionale del 26 giugno 2017

Parla Giuliano Pisapia: “Nessun listone con il Pd. Il I luglio nasce una Cosa nuova”

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo  – ROMA

GIULIANO Pisapia, il I luglio a piazza Santi Apostoli c’è la manifestazione di lancio del suo Campo progressista. Da dove venite e dove volete andare?

«L’obiettivo è la costruzione di un nuovo soggetto politico che trovi il suo spirito e le sue idee dai territori che, per un anno, si sono impegnate nella costruzione di un campo aperto, progressista, che non si limiti a criticare, ma dia risposte concrete ai bisogni del Paese: le diseguaglianze, le differenze Nord-Sud, i temi del lavoro. La manifestazione si chiamerà “Insieme. Nessuno escluso”. Partiamo dal lavoro delle Officine delle Idee: sono oltre 300, sparse in tutto il territorio e anche all’estero (Londra, Bruxelles, Svizzera). Specie queste ultime hanno lavorato su come cambiare marcia a questa Europa e alla Ue».

Ed è lei il candidato naturale di quest’area?
«Dal punto di vista politico, raccogliamo sensibilità diverse che vengono dai mondi dell’ambientalismo, del civismo, del cattolicesimo democratico, della laicità, dell’ulivismo come stanno facendo tanti amministratori locali come per esempio Leoluca Orlando che a Palermo ha vinto al primo turno. Per quanto riguarda me, sono un punto di riferimento, ma i leader li scelgono i cittadini alle elezioni».

Il ministro Orlando annuncia che il primo luglio sarà in piazza con voi. Se pezzi della minoranza dem entrassero nel vostro campo come li accogliereste?
«Sono molto lieto di sapere che sarà in piazza con noi il primo luglio. Il nostro è un campo aperto a tutti gli esponenti del centrosinistra, ma non voglio entrare nelle dinamiche interne del Pd».

Mdp, uno dei soggetti fondatori, è gelosa della sua autonomia. Si dovrà sciogliere?
«Sarà un percorso graduale. Alle porte non ci sono elezioni anticipate. Lavoreremo per diluire le singole soggettività in un progetto più ampio e aperto. Mettersi insieme sui territori e creare gruppi parlamentari unici ci aiuterà a trovare la sintesi».

Bersani sostiene il suo progetto. D’Alema è molto più freddo. Una loro candidatura alle prossime Politiche sarebbe un problema?
«Il mio progetto è quello di costruire un campo innovativo e inclusivo. E la sfida è proprio quella di dare voce a nuovi protagonismi, ai giovani che già lavorano sul territori in associazioni e realtà locali, energie che rischiamo di disperdere perché delusi dalla politica degli ultimi anni. Ritengo comunque utili dei garanti che valuteranno le singole candidature e questo varrà per tutti, anche per me».

Montanari e Falcone hanno lanciato l’Alleanza per il cambiamento in totale rottura e distanza dal Pd, considerato di destra. Con loro dialogherà?
«Io dialogo con tutti, ma bisogna uscire dai personalismi e da logiche di pura testimonianza. Fare opposizione è facile, governare è difficile. Un centrosinistra (o una sinistra-centro) radicalmente innovativo possono restituire fiducia a chi non ce l’ha più, ma io dico: niente populismi e niente demagogia. Non basta dire cose di sinistra, bisogna farle. Credo in una sinistra che sappia assumersi la responsabilità di governare. L’avversario non può essere chi è più vicino a te, ma la demagogia, il populismo e le destre».

Il punto è il rapporto con il Pd. Renzi propone un listone unico alla Camera, da Calenda a Pisapia, e una coalizione al Senato. È fattibile?
«Il nostro progetto è autonomo da quello del Pd e in netta discontinuità con gli anomali accordi e alleanze con destra e centrodestra che il Pd ha portato avanti. Il Pd di Renzi ha l’idea della sua autosufficienza e ha ribadito più volte che il segretario eletto è il candidato premier. Non condivido la scelta, né si costruisce una coalizione con tali presupposti. Noi stiamo dando vita a un nuovo e diverso soggetto politico dal Pd. Con una legge elettorale proporzionale ci saranno almeno due o tre soggetti politici diversi nel centrosinistra in una competizione leale e aperta. Noi cercheremo di attirare il maggior numeri dei consensi sul nostro progetto che è alternativo a quello del Pd».

Speranza (Mdp) minaccia di non votare la Finanziaria del governo Gentiloni. Lei che farebbe al suo posto?
«E’ fondamentale dare priorità alle misure che generano sviluppo nei settori dell’ambiente, della cultura e della formazione, ridurre la povertà e la diseguaglianza, puntare a più giustizia e coesione sociale. Non ho mai pensato che arroccarsi o alzare la bandiera bianca prima ancora di avere iniziato una battaglia sia positivo».

NB: L’intervista è stata pubblicata il 23 giugno 2017 a pag. 7 del Quotidiano Nazionale

“Attacchi violenti e sconcertanti”. Gentiloni (e, ovvio, Renzi) pronti a scaricare Mdp dal governo

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

«GLI ATTACCHI violentissimi a Lotti da parte di un partito di maggioranza (Mdp, che ha pure un viceministro al governo, Filippo Bubbico, ndr.) sono sconcertanti» scuote la testa con i suoi il premier Gentiloni. «Come fai a dire che sei in maggioranza, che sostieni il governo e poi lanci accuse così pesanti, da partito di opposizione?!» sbatte il pugno sul tavolo il leader dem, Renzi. Insomma, «la misura è colma». E lo dicono, all’unisono, sia il premier che il segretario del Pd. A tema ci sono i rapporti con Mdp-Articolo 1, un partito e due gruppi parlamentari che stanno con un piede fuori e l’altro dentro il perimetro della maggioranza di governo. Con il rischio – concreto, per il Nazareno – che una volta che si sarà chiusa l’ultima finestra per le urne anticipate, quella di ottobre, Mdp voti contro la Legge di Stabilità per massimizzare i suoi (possibili) voti alle prossime Politiche lasciando il Pd e i centristi a sobbarcarsi aumenti di tasse e simili oltre al danno politico di dover votare una manovra economica con il supporto esterno di Forza Italia (causa mancanza dei voti di Mdp al Senato) con tutto il codazzo di polemiche che comporterebbe.

MA COSA è successo? È successo che ieri, per attaccare Lotti (oltre che Marroni), sul caso Consip, il senatore Miguel Gotor ha detto di sentire «puzza di massoneria», rievocando – nel suo intervento – figure della Prima Repubblica dal torbido passato come Flavio Carboni, Sindona, il Banco Ambrosiano, la P2… Nel gruppo del Pd al Senato hanno perso le staffe e subito reagito. Il senatore Andrea Marcucci, renzianissimo, ha detto: «Il livore di Gotor contro Renzi e il Pd è impressionante. Credo che il premier si farà carico di una verifica politica e credo ce ne sia bisogno». A fine serata, la richiesta di verifica della maggioranza – linguaggio un po’ criptico da Prima Repubblica e oggetto da cui un esecutivo può uscire solo in due modi: con un rimpasto (più posti) o con una crisi (definitiva) di governo – viene ridimensionato dallo stesso Marcucci, oltre che dal capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda Ma il problema del rapporto politico con Mdp resta e pesa come un macigno. «Mdp non può continuare così, devono dirci se stanno al governo o meno» dice a un collega Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria di Renzi, di solito il più diplomatico, tra i dem. E anche quando, nel Transatlantico della Camera, incontra Nico Stumpo, deputato di Mdp e colonnello di Bersani (che intanto assicurava «Noi sosteniamo il governo, ma non ci tappiamo la bocca») lo liquida così: «Parliamo di elezioni amministrative, non di politica, sennò non ci intendiamo…».

ECCO, appunto, i ballottaggi. Il Pd rischia di perdere città importanti, Genova in testa, e di subire un’importante battuta d’arresto in altre. Passata domenica, Renzi rivolgerà tutte le sue attenzioni al rilancio del partito (il I luglio c’è l’assemblea dei circoli a Milano) e al rapporto con il governo. Bisognerà decidere se mettere la fiducia su ius soli (Ap di Alfano frena) e ddl concorrenza (Calenda la chiede, Ap lo sostiene), poi iniziare a preparare la legge di Stabilità in nome del mantra renziano «meno tasse, più sviluppo». Possibilmente con Mdp andata in via definitiva all’opposizione per poterne decidere le misure a mani libere. E le alleanze? Renzi e i suoi sono convinti – o forse si limitano a sperare – che Pisapia «rompa in modo definitivo con il partito dell’avventura, dell’estremismo e del livore», cioè con Mdp. Altrimenti, se Pisapia non lo farà, anche allearsi con lui diventerà impossibile, per il Pd.

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Prodi vede Renzi, è disgelo. Ma il Prof continua a tifare per iun ‘Nuovo Ulivo’, a partire dal Campo progressista di Pisapia

Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

  1. Prodi, il tessitore che tutti cercano. Incontro con Renzi: accordo su coalizione di centrosinistra e vocazione maggioritaria. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, nella sua girandola di incontri romani (un caffé lungo con Pisapia, un convegno certo non breve, sulla Cina, con Gentiloni), Romano Prodi ha trovato il tempo di incontrare quel Matteo Renzi con cui non si è mai preso. L’incontro si è tenuto nell’hotel Santa Marta dove Prodi alloggia quando viene a Roma alla presenza di Arturo Parisi, professore in seconda del fondatore dell’Ulivo e ancora oggi iscritto al Pd.
Luogo segretissimo, toni cordiali, se non affettuosi («clima più che buono» dicono al Nazareno), l’incontro è servito a entrambi. Renzi si è fatto assicurare che Prodi non sposerà apertamente la causa di Pisapia (il primo luglio diserterà la convention di Campo progressista) enon si presterà ad avallare, con la sua prestigiosa faccia, i movimenti della sinistra-sinistra orientati a fare a meno del Pd, oltre che di lui, Renzi.
Prodi, a sua volta soddisfatto dall’incontro, come si capisce dal proverbiale sorriso, avrebbe avuto rassicurazioni sui punti cui più tiene: unità del centrosinistra, larga e aperta, alleanze chiare, vocazione maggioritaria del Pd e rilancio della formula della «democrazia decidente». Per Prodi vuol dire modello maggioritario. Renzi ha convenuto con lui sul punto, gli ha ricordato che il maggioritario era alla base dell’Italicum, della riforma costituzionale e della riproposizione che il Pd ha fatto del Mattarellum. Il leader dem avrebbe persino promesso, al Professore, l’impegno del Pd per una ripresa di iniziativa, sulla legge elettorale, anche se solo dopo i ballottaggi delle amministrative.

INSOMMA, due leader fatti per non intendersi, come il Rottamatore e il Professor Semaforo, si sarebbero, se non innamorati, almeno chiariti.
La ‘tenda’ del fondatore dell’Ulivo (e dell’Unione, quella che Renzi porta a esempio come coalizione da non riproporre), però, non si sposta: sempre lì resta, a metà strada tra il Pd e il Campo progressista di Pisapia. Prodi – che pure ieri ha riconosciuto a Renzi che il Pd è «l’argine contro i populismi» – spinge per la (ri)nascita di un ‘Fronte Progressista’ che vada da Pisapia a Tosi, da Tabacci a Bersani, da Dellai (trentino ulivista ante litteram) al duo Cuperlo-Orlando, i quali vogliono federare pure loro, restando dentro il Pd (Orlando di sicuro, Cuperlo già più in forse), il centrosinistra.

RENZI, invece, vorrebbe fare a essere Macron, con sistema elettorale accluso, ma sa che non si può, anche perché «si vota nel 2018». Una coalizione di centrosinistra di governo, dunque, bisognerà pur farla (specie al Senato, alla Camera pensa ancora e solo al listone): il dialogo con Pisapia, per Renzi, «va benissimo», il problema sono altri (tipo D’Alema), ma è pronto a ragionare su tutto, primarie di coalizione (forse) incluse. Miracoli del Prof Semaforo, oggetto di desiderio di un centrosinistra che cerca una strada, ma passa sempre vicino alla sua tenda.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale del 16 giugno 2017.


2. Nuovo Ulivo, Prodi si sfila: “Sono un felice pensionato”. Renzi gelido con Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

«NON tornerà l’Ulivo e non sarò candidato premier». Romano Prodi, a Roma per la presentazione del suo ultimo libro, Il piano inclinato («Può essere un programma di governo, ma non il mio», altra puntualizzazione), si schernisce. «Sono un felice pensionato. Non sono l’unico in grado di unire il centrosinistra» aggiunge il Prof.
I puntini sulle ‘i’ erano necessari. L’iniziativa di Campo progressista del I luglio, che sancirà l’investitura definitiva di Giuliano Pisapia a leader di una ‘sinistra-centro’ che si sente «in continuità ideale» con l’Ulivo prodiano (le truppe ce le mettono quelli di Mdp-Articolo 1 ma anche i centristi di Dellai e Tabacci che si scioglieranno per aderire al progetto) vedeva proprio nel padre fondatore dell’Ulivo il suo padre nobile, forse di più. Da giorni si diceva che Prodi avrebbe benedetto l’operazione (la location sarà piazza Santi Apostoli, sede dell’Ulivo) con tanto di presenza fisica alla convention. Bene, ieri Prodi ha smentito («io di nuovo in campo? No, mi sono fermato») e il suo antico sodale, Arturo Parisi, è sicuro: Romano, il I luglio, se ne sta a casa.

CIÒ non toglie che la ‘tenda’ del Prof oggi è di certo più vicina al campo di Pisapia (parola di battaglia e, forse, nome del movimento «Insieme. Nessuno escluso») che a quello del Pd. Ma Prodi (e anche Enrico Letta) non possono certo prestare il loro volto a operazioni politicamente minoritarie: vogliono prima vedere con quali ambizioni nasce il progetto di «Insieme», chi vi prenderà parte e con quale ruolo. Per dire, l’operazione puramente identitaria che il 18 giugno Tomaso Montanari e Anna Falcone terranno a Roma (una sorta di ‘Unione’ della sinistra-sinistra) coinvolge Sinistra italiana, Possibile di Civati, il Prc, i circoli del No al referendum, ma Pisapia e i suoi se ne terranno alla larga. Figuriamoci i padri dell’Ulivo. Dall’altra parte, con Pisapia, c’è il grosso della classe dirigente di Mdp (Bersani in testa), disposti a «dialogare col Pd, ma su un programma di discontinuità rispetto a quanto fatto finora e Renzi non può esserne il testimonial», dice proprio Bersani.

E RENZI? Ieri sera, ospite di Otto e mezzo, il segretario del Pd risponde tranchant, forse persino troppo: «Il primo luglio ho l’assemblea dei circoli del Pd e se mi riesce vado al concerto di Vasco. Comunque non sono invitato perché sono di un altro partito politico. Spero che Pisapia faccia un buon lavoro, ma contano i contenuti». Ed è sui contenuti che Renzi si domanda: «Che si fa sulle tasse, sul jobs act, sull’Europa? La posizione è quella del governo Monti o del governo dei ‘mille giorni?’» (cioè il suo). Renzi, al di là della pregiudiziale anti-D’Alema (peraltro reciproca) l’alleanza vuole farla e pensa che si farà («mi sembra che siano di più le cose che ci uniscono, se devi guardare qual è lo schema di gioco è più facile che il centrosinistra stia insieme»), ma vuole che il dialogo sia proficuo, oltre che legittimante per entrambi. Nel Pd, in ogni caso, confidano che Pisapia, quando si renderà conto che l’attuale legge elettorale non verrà cambiata, scenderà a più miti consigli: «la soglia dell’8% – spiegano – al Senato senza di noi non la passa e superare solo quella del 3% alla Camera vuol dire condannarsi all’irrilevanza politica».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 10 di Quotidiano Nazionale il 15 giugno 2017

 

Amministrative. La ‘non campagna’ del Pd che però spera in buoni risultati. Analisi delle principali città al voto

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Ettore Maria Colombo – Roma

“Animo, ragazzi! Si vota con il doppio turno, il ballottaggio e c’è pure il voto disgiunto! E’ il nostro sistema elettorale!”. Al Nazareno, dopo il voto che ha affondato il sistema tedesco, , cercano di metterla sull’ironia, ma non è facile. Domenica ci sono le elezioni amministrative, primo turno. Vanno al voto 1.019 comuni: 25 capoluoghi di provincia sopra i 100 mila abitanti (tra questi Monza, Padova, Parma, Piacenza, Verona, Taranto) di cui quattro anche capoluoghi di regione (Palermo, Genova, L’Aquila e Catanzaro). Dopo la sconfitta alle Regionali del 2015 (persa la Liguria) e la doppia batosta alle comunali del 2016, quando riuscì a perdere due grandi città simbolo come Roma e Torino, il Pd ha tenuto un profilo basso, da ‘non’ campagna elettorale. Renzi, in pratica, non è andato in nessuna delle città al voto anche perché molti candidati non lo hanno voluto di fianco.

La campagna elettorale si è svolta praticamente tutta sui mitici ‘territori’ ed è stata messa in mano ai dem locali, tranne qualche big nazionale interessato ai suoi feudi locali (Orlando in Liguria. In teoria, il Pd non è messo malissimo. Al Nazareno sono convinti che, ad eccezione di Taranto, i candidati dem, spesso in formula da vecchio centrosinistra (Pd+Mdp+liste civiche), andranno al ballottaggio. Ma se il Pd perdesse roccaforti, fino a ieri, inespugnabili (Genova e l’Aquila) sarebbero guaio. Da notare che, sui 25 capoluoghi di provincia al voto, le primarie si sono svolte solo in quattro (Como, L’Aquila, Parma e Verona) rispetto alle 16 del 2012. In ogni caso, il Pd pensa di arrivare a gareggiare in 22 ballottaggi su 26, praticamente sempre in abbinata con il centrodestra, e alla fine di vincerne almeno 11 su 22. Ma ecco le principali sfide che attendono il Pd.

Genova. L’uomo che prova a mantenere la città in mano al centrosinistra è Gianni Crivello: assessore della giunta Doria, il sindaco ‘arancione’ che ha deciso di passare mano, è un ex esponente di Sel, a mezzadria con l’attuale Mdp, che il Pd ha dovuto subire perché paralizzato da anni dalla lotta tra potentati locali duri a morire (Burlando e Paita). Se la deve vedere con un centrodestra forte, unito e aggressivo.

Verona e Padova. La città in cui l’ex sindaco, Flavio Tosi, candida la compagna, Patrizia Bisinella, in odio alla Lega, il Pd schiera Orietta Salemi: divisa dal resto della sinistra, non toccherà palla. A Padova, invece, storia da libro Cuore: il candidato del centrosinistra, Sergio Giordani, ha avuto un infarto e lotta dall’ospedale, ma non si è ritirato. Lo scontro però resterà tra l’ex sindaco Bitonci (Lega) e Forza Italia.

Parma e Piacenza. La città del sindaco uscente Pizzarotti vede un debole candidato di centrosinistra, il prodiano Paolo Scarpa, ma al Pd, se Pizzarotti rivince, va benissimo. A Piacenza è il caos: il candidato indipendente del Pd, Paolo Rizzi, ha rotto i ponti con Mdp, che qui conta sul richiamo di Bersani e presenta un suo candidato anti-Pd.

L’Aquila. Finita l’epoca Cialente, sindaco dem di sinistra che ha gestito terremoto e ricostruzione, il Pd punta su Americo Di Benedetto: presidente della società che gestisce la rete idrica cittadina, ha vinto, di misura, le primarie. Ma il candidato di centrodestra, Pierluigi Biondi, è assai tosto.

Taranto. La città dell’ex sindaco- sceriffo e plurinquisito Giancarlo Cito, che schiera il figlio Mario, il Pd sta con Ap e schiera il candidato Rinaldo Melucci, privo di chanches.

Catanzaro. Il padrone della città, Sergio Abramo (FI), va verso la sua quarta riconferma e di certo non lo fermerà il candidato del centrosinistra, Vincenzo Ciconte (Pd+Udc).

Palermo e Trapani. A Palermo non c’è storia: il sindaco uscente, Leoluca Orlando, sta per ridiventarlo per la quinta volta in trent’anni, come fosse eterno. Il Pd si è dissolto in una lista, Democratici e Popolari, dove corre con Ap, Udc e altri, rinunciando a nome e simbolo perché ridotto male. A Trapani, invece, i recenti guai giudiziari dei due candidati di centrodestra, Girolamo Fazio e Antonio D’Alì, ridanno speranze al candidato del centrosinistra, Pietro Savona.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 giugno 2017 a pag. 8 su Quotidiano Nazionale.