Governo, da ‘incarico esplorativo’ a ‘forni’. Il dizionario della crisi nella versione scritta per @quotidiano.net

Il link alla versione pubblicata per @quotidiano.net del mio Dizionario della crisi di governo, voce per voce.

https://www.quotidiano.net/politica/governo-incarico-esplorativo-1.3867612

Annunci

Quasi sei anni di “non governo”. Le crisi di governo nell’Italia repubblicana (1946-2018). L’articolo di Luca Tentoni per “Mente politica”.

Premessa ai miei 25 lettori. L’articolo che pubblico qui di seguito è frutto del prezioso e certosino lavoro di Luca Tentoni, analista politico ed editorialista per la Gazzetta di Parma e per il Giornale di Brescia ed è stato pubblicato sul sito http://www.mentepolitica.it

 

palazzo Montecitorio, sede della Camera

Palazzo Montecitorio. Portone d’ingresso della Camera dei Deputati.

La durata delle crisi di governo. 

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l’Italia ha avuto 65 crisi di governo, durate in media 33,23 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati all’8 aprile riprendendo uno studio pubblicato dall’autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi – con l’aggiunta di un testo di Guglielmo Negri – nel 1992, col titolo “L’instabilità governativa nell’Italia repubblicana”). In pratica, il Paese ha avuto un governo “in ordinaria amministrazione” per 2160 giorni (5 anni e 11 mesi: poco più di una legislatura, dunque). L’8,25% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 402,75 giorni (dei quali 369,52 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest’ultima abbiamo avuto 14 governi contro i 51 della Prima, per complessivi 8723 giorni contro 17456 (durata media dei governi: 1946-1994, 342,27 giorni, 33,24 dei quali di crisi; 1994-2018, 623,07 giorni, 33,21 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 22 mesi e mezzo contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi altrettanto lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso “rendimento” sul piano della durata: il centrosinistra ha avuto Palazzo Chigi per il 50,18% dell’intero periodo (4377 giorni), ma i suoi governi (otto) sono durati in media 547,13 giorni (dei quali 20,5 di crisi), mentre il centrodestra vi è rimasto per il 38,17% (3330 giorni; media: 832,5 giorni, dei quali 11,5 di crisi) e i “tecnici” Dini e Monti per il restante 11,65% (1016 giorni; media: 508 giorni, ma ben 127,5 di ordinaria amministrazione).

La durata ‘media’ dei governi. 

Rispetto alla Prima repubblica, dunque, bisogna osservare che: 1) la durata media dei governi è diversa a seconda delle formule (più stabile quella di centrodestra, con 832,5 giorni medi contro i 342,27 del periodo 1946-’94; abbastanza stabili le altre – 547,13 il centrosinistra, 508 i tecnici); 2) la durata media delle crisi è identica (33,2 giorni), ma in realtà, nella Seconda Repubblica, solo in tre casi si è andati oltre il mese: con Monti (128 giorni), Dini (127), Prodi II (104). In tutto, 359 giorni di crisi per tre governi (media 119,7), contro i 106 degli altri undici (media 9,6), segno che nell’ultimo quarto di secolo gli intervalli fra un governo e il successivo sono stati ampi solo in momenti di transizione politica: il 1995, il 2008, il 2013 (non è escluso che nel 2018 anche la crisi del governo Gentiloni si protragga, anche se forse non per così tanto: per raggiungere il Prodi II dovremmo avere un nuovo Esecutivo il 7 luglio, cosa possibile solo in caso di nuove elezioni a fine giugno); 3) le formule di governo non durano più di cinque anni consecutivamente (nessuno ha mai avuto la maggioranza dei seggi in una o entrambe le Camere per due volte di fila: centrodestra 1994, centrosinistra 1996, centrodestra 2001, centrosinistra 2006, centrodestra 2008, centrosinistra 2013, più l’esito del 2018) ma, salva l’eccezione del secondo governo Prodi (2008), in sette casi su otto la crisi del centrosinistra è durata non oltre i 15 giorni e quella del centrodestra in tre su quattro (1994: 25 giorni, ma c’era la rottura con la Lega), mentre sono stati i tecnici a dover “traghettare nella crisi” il Paese: nel 1995 come nel 2013, andando dimissionari a gestire nuove elezioni. Se si considera che dal 1994 ad oggi le crisi ministeriali si sono protratte in tutto (all’8 aprile 2018) per 465 giorni e che quelle dei soli sette governi guidati da Giulio Andreotti fra il 1972 e il 1992 sono durate 454 giorni, si ha un’idea della differenza fra Prima e Seconda Repubblica. Il leader democristiano è stato di gran lunga il più grande “gestore di crisi” della nostra storia. Rimasto a Palazzo Chigi per 2669 giorni (7 anni e quasi 4 mesi) ha però curato “gli affari correnti e l’ordinaria amministrazione” per ben 15 mesi (in media, il 17% della durata complessiva dei suoi governi). Fu Andreotti a portare il Paese alle urne nel 1972, 1979, 1992: nella Prima Repubblica furono suoi i record di permanenza in carica durante la crisi: 126 giorni nel 1979, 121 nel 1972 (in quest’ultimo caso, fu sfiduciato dopo appena nove giorni dalla nascita del suo governo). Dini (127 giorni) e Monti (128) l’hanno battuto per un soffio.

Le crisi d governo ‘lunghe’. 

Le crisi lunghe corrispondono spesso a conclusioni anticipate delle legislature: nella Prima Repubblica si votò sette volte prima del termine nel 1972 (121 giorni di crisi), 1976 (90), 1979 (126), 1983 (91), 1987 (91), 1992 (65), 1994 (25), mentre durante la Seconda le interruzioni sono state solo due: 1996 (127) e 2008 (104). Ciò non toglie, però, che in fasi politiche molto delicate – di transizione o di attesa – ci sia stato bisogno di un lungo lavoro di ricucitura: nel 1970 (crisi del governo Rumor II), 1974 (Rumor V), 1978 (Andreotti III), 1979 (Andreotti IV), 1987 (Craxi II), 1989 (De Mita) e che si sia arrivati a sette o più settimane di “ordinaria amministrazione”. Come abbiamo scritto in un precedente articolo su Mentepolitica (“Fasi politiche e durata dei governi”, 15 ottobre 2016), i presidenti del Consiglio che si sono avvicendati nel corso della Prima Repubblica sono stati molto più numerosi che nella Seconda: 19 fra il 1946 e il 1994, 9 nella Seconda (una proporzione abbastanza in linea con la durata dei due periodi storici: 48 anni il primo, 24 il secondo), però le formule del vecchio sistema dei partiti erano complessivamente più continuative e durature: a fronte dei complessivi 12 anni del centrosinistra 1996-2018 (non consecutivi: 1996-2001, 2006-2008, 2013-2018) e dei 9 anni abbondanti del centrodestra 1994-2011 (idem: 1994, 2001-2006, 2008-2011) abbiamo avuto la stagione centrista (1947-1960), il centrosinistra (1962-1974/76) e il pentapartito (1981-1992). Un elemento essenziale per distinguere la gran parte delle crisi della Prima repubblica da quelle della Seconda è che fra il 1946 e il 1994 la fine di un governo non comportava necessariamente la conclusione di una formula politica (in questo, il centrosinistra del 1996-2001 e del 2013-2018 ha avuto un mutamento di presidenti del Consiglio – ben sei per otto governi – simile a quello del precedente sistema dei partiti) mentre nella Seconda si è avuto per almeno cinque volte (1996, 2001, 2006, 2008, 2013) un cambiamento (nel primo e nell’ultimo caso, però, con alcuni elementi di continuità: il sostegno del centrosinistra a Dini nel 1995 e di Pdl e Pd a Monti nel 2011-2012). Inoltre, come abbiamo scritto nel 2016 (nell’articolo di Mentepolitica qui richiamato), la durata dei governi per formula politica non è stata omogenea. Nel periodo centrista si sono succeduti quindici governi in altrettanti anni; in quello del centrosinistra “storico” (anni Sessanta-Settanta) tredici governi in tredici anni e mezzo; durante il pentapartito, dieci governi in undici anni. Ma anche qui bisogna distinguere, sia sottraendo le “parentesi balneari” (sulle quali torneremo), sia distinguendo fra prima e seconda fase di ciascuna formula politica della Prima Repubblica. Nella fase nascente e “gloriosa” del centrismo degasperiano (1947-1953) abbiamo avuto quattro governi in cinque anni (durata media: 559,5 giorni, dei quali 13,25 di crisi) con lo stesso presidente del Consiglio (De Gasperi, ininterrottamente dal 1945 al 1953 per otto governi), ma, dall’ultimo governo guidato dallo statista trentino (1953) al primo governo Fanfani (1954) abbiamo una durata media di 69,7 giorni (14,7 dei quali di crisi). Il decollo del secondo centrismo è faticoso ma si regge su equilibri nella Dc che portano la permanenza media in carica dei governi (1954-1958) a 534 giorni (13 di crisi) finché non è il leader democristiano Fanfani a volere il “doppio incarico” (conquistando anche la presidenza del Consiglio) e aprendo una stagione di instabilità che provocherà presto (oltre alle doppie dimissioni di Fanfani, dal governo e dalla segreteria) il declino del centrismo, che produrrà (compreso l'”eccentrico” esperimento quirinalizio del governo Tambroni) tre governi in due anni. Nel 1960-’63, però, si comincia ad avviare la stagione del centrosinistra, preparata da due lunghi governi Fanfani (530 giorni in media, 27,5 di crisi). Abbiamo, dunque, un centrismo che vive una prima fase di forza (1947-1953) e di transizione (1953-’54) e una seconda abbastanza stabile (non nei presidenti dei consiglio, però), seguita da una nuova transizione “in due stadi” (1958-’60; 1960-’63). In sintesi, come scrivevamo nel 2016, “il primo centrismo (1947-1953) è durato 6 anni per 5 governi guidati da un solo esponente politico (Alcide De Gasperi), mentre il secondo è proseguito per 9 anni e 10 governi (7 presidenti del Consiglio diversi)”.

I presidenti del Consiglio più ‘longevi’.

Fra le caratteristiche dei governi della Prima repubblica c’è la continuità non solo di alcuni titolari di dicasteri, ma anche dei presidenti del Consiglio. Ben 37 governi sui 65 della Repubblica hanno visto rimaneggiamenti della compagine ma non cambi al vertice. Dopo gli otto governi consecutivi di De Gasperi (1945-1953) abbiamo avuto i due di Fanfani (1962-1963), i tre di Moro (1963-1968), i tre di Rumor (1968-1970), i due di Andreotti (1972-1973), gli altri due di Rumor (1973-1974), altri due di Moro (1974-1976), tre di Andreotti (1976-1979), due di Cossiga (1979-1980), due di Spadolini (1981-1982), due di Craxi (1983-1987), ancora due di Andreotti (1989-1992), due di D’Alema (1998-2000), due di Berlusconi (2001-2006), poi più nessun mandato consecutivo. A consuntivo, su 65 governi, i primi dieci (pari al 15,3% del totale) hanno totalizzato 9298 giorni in carica, 224 dei quali per l’ordinaria amministrazione (il 2,41%). Tranne il secondo Prodi, insomma, tutti i più longevi sono stati anche quelli ai quali è seguita una crisi molto breve. Questi Esecutivi hanno governato il Paese per il 35,5% dell’intera storia repubblicana (gli altri 55, per il residuo 64,5%); la media dei giorni di crisi per ciascuno dei primi dieci è di 22,4 giorni, contro 35,2 degli altri (senza il Prodi II, scende a 13,3 giorni). I dieci presidenti del Consiglio che sono rimasti al governo per più tempo (in una o più occasioni, per un totale di 42 su 65: il 64,6%) hanno totalizzato insieme 18912 giorni di mandato (il 72,2%). In altre parole, la guida del Paese non è stata affatto “dispersa” come si potrebbe pensare guardando il numero dei governi, perchè dieci persone in 72 anni hanno presieduto quasi i due terzi degli Esecutivi governando per quasi 52 anni l’Italia. Il susseguirsi degli “inquilini di Palazzo Chigi” non è stato dovuto alla debolezza numerica delle coalizioni parlamentari, spesso sovradimensionate rispetto alla maggioranza minima richiesta, ma a fatti squisitamente politici.

Anche nella Seconda Repubblica, dove le crisi sono state meno frequenti, solo in due casi il governo è stato battuto in Aula (Prodi: 1998 e 2008) avendo subito defezioni da una maggioranza che – in un ramo del Parlamento (la Camera nel 1998, il Senato nel 2008) – non aveva consistenti margini numerici di vantaggio sulle opposizioni. Si è verificato il venir meno del sostegno al governo, però, per defezione di alleati, anche nel 1994 (Berlusconi I), 1995 (Dini), 2011 (Berlusconi IV: si tratta di un caso particolare, peraltro). Nel 1999 (D’Alema I), 2000 (D’Alema II), 2005 (Berlusconi II), 2014 (Letta), 2016 (Renzi) si è invece avuto un problema nella coalizione. Infine, nel 2001 (Amato), 2013 (Monti), 2018 (Gentiloni) la fine del governo è stata sostanzialmente dovuta al termine della legislatura (la fine dell’appoggio del Pdl a Monti ha anticipato di poche settimane il voto “naturale” già previsto). Tornando al nostro excursus sulle fasi storiche, notiamo che anche nel centrosinistra degli anni ’60-’70 ci sono state due fasi: una caratterizzata da governi guidati da un solo esponente politico, Aldo Moro (1963-1968) come nell’era degasperiana. Durata media in carica: 547,6 giorni; segue una seconda fase con dieci governi e cinque presidenti del Consiglio (durata media 278,1 giorni). Anche negli anni brevi dell’incontro fra Dc e Pci (1976-1979, governi Andreotti III e IV) si assiste ad una prima fase di 590 giorni, seguita da 54 giorni di crisi (risolta col contributo determinante di Aldo Moro) e alla seconda (avviata col voto di fiducia del 16 marzo, giorno del rapimento dello statista democristiano) che segnerà il declino della formula, dopo appena 326 giorni (alla quale faranno seguito 48 giorni di mediazioni fra i partiti) e, in seguito ad un brevissimo quinto governo Andreotti (11 giorni) nuove elezioni. Dopo un biennio di transizione, la Prima repubblica vede il prevalere di una nuova, l’ultima, formula politica: il pentapartito. Come già scritto su Mentepolitica (2016, cit.): “L’unica distinzione che si può invece fare nel periodo del pentapartito è fra fase a guida laica (1981-1987) e fase a guida Dc (già con Fanfani prima delle elezioni e, dopo il voto, con la “staffetta” del 1987). Fra il 28 giugno 1981 e il 17 aprile 1987 si susseguirono cinque governi (durata media: 433 giorni) e tre premier contro i cinque governi in cinque anni e due mesi (quattro premier) della seconda fase.

I governi ‘balneari’.

Naturalmente, nel nostro conteggio sono inclusi i governi balneari o elettorali intermedi, che nelle varie fasi hanno però all’incirca sempre lo stesso peso (durata e numero dei premier). In altre parole, durante la Prima Repubblica i periodi di maggior durata media dei governi (430-550 giorni) coincidevano con l’avvio di nuove fasi politiche, che poi proseguivano – esaurendosi progressivamente – con Esecutivi dalla cadenza annuale e un maggior ricambio alla presidenza del Consiglio”. I governi “balneari” sono quelli in voga soprattutto negli anni Sessanta e Settanta per far decantare la situazione politica. Monocolori Dc, non erano “governi del presidente” (forse lo erano quelli di Pella e Tambroni, ma su questo punto non ci sono giudizi concordi). Caratterizzati da una durata breve, erano presieduti da esponenti politici considerati “super partes” o “pontieri” (Leone, per esempio, presidente della Camera). Nella storia d’Italia ne abbiamo avuti nove, rimasti mediamente in carica per 137,3 giorni. Proseguendo nel nostro viaggio fra i governi e le loro crisi, arriviamo alla Seconda Repubblica, non senza aver sottolineato che nel triennio fra l’ultimo pentapartito (Andreotti VI) e il primo governo Berlusconi ci sono tre Esecutivi che nascono in un periodo di transizione: Andreotti VII (1991-’92), Amato I (1992-’93), Ciampi (1993-’94). Restano in carica mediamente per un anno.

Le crisi di governo ‘record’. 

Anche per la Seconda Repubblica dobbiamo distinguere fra più fasi. Quella preparatoria (1994-1996) che vede il rapido susseguirsi dei governi Berlusconi I e Dini (durata media: 269 giorni, 76 dei quali in ordinaria amministrazione), poi quella del consolidamento del sistema (1996-2011) durante la quale il Paese ha otto governi in quindici anni (media: 706,25 giorni, dei quali 19,6 di crisi). È il periodo in cui centrosinistra (1996-2001) e centrodestra (2001-2006) riescono a governare per cinque anni di fila, anche se le esperienze del Prodi II (2006-2008) e del Berlusconi IV (2008-2011) durano entrambe meno del previsto. È un periodo di record: il primo governo Prodi dura 886 giorni (11 di crisi), il Berlusconi II 1412 (2 giorni di crisi), il Prodi II 722 giorni (104 di crisi), il Berlusconi IV 1277 giorni (4 di crisi), che figurano tutti e quattro nella lista dei dieci governi di maggior durata fra il 1946 e il 2018, insieme a cinque della Prima Repubblica (Craxi I, 1092; Moro III, 852; De Gasperi VII, 721; Segni I, 683; Andreotti VI, 629) e al governo Renzi (2014-2016: 1024 giorni). Il periodo della crisi economica e dell’avvio della ristrutturazione del sistema dei partiti (2011-2018) è caratterizzato invece da quattro governi: uno tecnico (Monti), uno di centrosinistra/grande coalizione (Letta, affiancato per pochi mesi anche dal Pdl), due di centrosinistra (con apporti centristi). In media, questi governi (compreso l’attuale) durano 583,75 giorni (di cui 39 di crisi, quasi tutti dovuti all’interregno di Monti durante le elezioni del 2013). Se Renzi supera i mille giorni a Palazzo Chigi, Monti e Gentiloni vi restano per circa cinquecento (rispettivamente 529 e 482, di cui senza ordinaria amministrazione 401 e 467) mentre Letta si ferma a 300. Quote quasi tutte superiori alla durata media di un governo della Prima Repubblica (342). Nel nostro rapido excursus sulle crisi di governo in Italia e sui 2160 giorni “in ordinaria amministrazione” vogliamo far notare che su 65 governi, solo 15 sono rimasti in carica per almeno un anno e mezzo (dei quali 6 per più di due anni), ma 18 fra un anno e un anno e mezzo, 18 fra sei mesi e un anno, 12 fra tre e sei mesi e due (De Gasperi VIII e Fanfani I) per meno di tre mesi (rispettivamente 32 e 23 giorni, dei quali però solo 12 nella pienezza delle funzioni). Gentiloni, all’8 aprile 2018, è al 22° posto in classifica (482 giorni), ma può superare i governi Fanfani IV (485) e Dini (487); se la crisi si protrarrà oltre il 7 maggio, potrà sorpassare anche Scelba (511), raggiungere Monti il 25 e il sesto governo De Gasperi il 10 giugno. Ma se la crisi fosse lunga come quella che seguì il governo Monti, Gentiloni potrebbe addirittura superare il secondo esecutivo presieduto da Moro, attestandosi al dodicesimo posto fra i governi della Repubblica.

NB.Questo articolo è frutto del prezioso lavoro di Luca Tentoni. Nota biografica. 

Nato a Roma (1966), Luca Tentoni è analista politico ed editorialista per la Gazzetta di Parma e per il Giornale di Brescia. È autore di numerosi volumi e saggi su istituzioni, sistema elettorale e comportamento politico degli italiani, fra i quali: “Le elezioni comunali del 2017”; “La lunga transizione”; “Le elezioni comunali del 2016 nei capoluoghi di regione”; “Brevi cenni sulla Repubblica”; “Maggio 2015: elezioni regionali e sistema politico italiano: una analisi”; “L’Italia di Weimar”; “Bicameralismo e rappresentanza delle comunità locali negli Stati federali: un’analisi comparata”; “Dalla Prima alla Terza Repubblica”; “Riforme istituzionali in Italia e modelli di riferimento”; “La novità del maggioritario alla prova delle urne”; “Fra consenso e crisi – L’Italia elettorale dopo il 5 aprile”; “Gli strumenti per cambiare – viaggio nei sistemi elettorali”.

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2018 ripreso da sito “Mente Politica”, 

 

SalvaSalva

La “disconferma”. Un’analisi puntuale e testuale del linguaggio dei politici frutto del lavoro del professor Mercadante

Nota per i miei 25 lettori. L’autore dell’articolo che state per leggere è il professore Francesco Mercadante, ex professore all’Università di Palermo (Istituto di Lettere e Filosofia) e ideatore di un sistema di analisi del linguaggio detto “linguistica previsionale”. Ospito con piacere sul mio blog un suo articolo sul linguaggio della Politica e dei politici. 

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

“Tu credi, immagino, che il nostro compito principale consista nell’inventare parole. Neanche per idea! Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno, stiamo riducendo il linguaggio all’osso (…) È qualcosa di bello, la distruzione delle parole. Naturalmente, c’è una strage di verbi e aggettivi, ma non mancano centinaia di nomi di cui si può fare tranquillamente a meno. E non mi riferisco solo ai sinonimi, sto parlando anche dei contrari. Che bisogno c’è di una parola che è solo l’opposto di un’altra? Ogni parola già contiene in sé stessa il suo opposto. Prendiamo ‘buono’, per esempio. Se hai a disposizione una parola come ‘buono’, che bisogno c’è di avere anche ‘cattivo’? ‘Sbuono’ andrà altrettanto bene, anzi meglio perché, a differenza dell’altra, costituisce l’opposto esatto di ‘buono’. Ancora, se desideri un’accezione più forte di ‘buono’, che senso hanno tutte quelle varianti vaghe e inutili: ‘eccellente’, ‘splendido’ e via dicendo? ‘Plusbuono’ perfettamente il senso, e così ‘arciplusbuono’, se ti serve qualcosa di più intenso”. (George Orwell, 1949, Nineteen Eighty-Four, trad. it. di S. Manferlotti, 1950, 1984, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, p. 55).

Ogni parlante sviluppa la propria capacità di appartenenza e adattamento al mondo e, principalmente, alla comunità linguistica attraverso gli atti rappresentativi (Cfr. J. L. AUSTIN, 1962, How do Do Things with Words, trad. It. di C. Villata, 1987,Come fare cose con le parole, Casa Editrice Marietti, Genova.) ossia per il tramite di atti linguistici come, per esempio, il descrivere o l’affermare che ci permettono di aderire alla convenzione, di stare gli uni vicini agli altri. I politici, tuttavia, non possono mai concedersi questa prossimità affettiva ed emotiva. Nei loro discorsi non si fa fatica a riconoscere il segno della perenne reversibilità; sembra che per loro il tempo convenzionale non scorra, fissato in una sorta di atemporalità mitologica in cui si celebrano i misteri di un regno invisibile. La loro giornata è spesso inquadrata da significati ‘altrui’ e scandita dall’ingestione di un necessario cocktail di sostantivi ‘inesistenti’. Tra un significato e l’altro, sono soliti intrattenere i propri interlocutori con storie senza trama né climaxdi una dimensione che non si esplica in alcuna realtà: ininterrottamente e appassionatamente, mettono in fila significati e significanti, senza che gli uni si leghino agli altri. Molti discorsi politici s’impongono come spazi vuoti della comunicazionee, paradossalmente, acquisiscono forza proprio perché non possiedono alcun significato specifico; si possono riempire a piacimento, saturare, ma non troppo, perché fungono da ammortizzatori linguistici, luoghi entro i quali tutti possono dire un po’ di tutto, garanzie di compartecipazione.

Ma i pensieri sono un caso estremamente interessante, cioè sconcertante: si ha qui l’insincerità che è un elemento essenziale nel mentire, in quanto questo è distinto dal semplice dire ciò che di fatto è falso. Ne sono esempi il pensare, quando dico “innocente”, che il fatto sia stato compiuto da lui, o pensare, quando dico “mi congratulo”, che l’azione non sia stata eseguita da lui. Ma io posso di fatto sbagliarmi nel pensare così.

È vero, bisogna ammetterlo: spesso, il valore dell’eloquio si misura per l’efficacia dell’effetto di straniamento sull’ascoltatore. La capacità dell’oratore consisterebbe dunque nello stabilire legami d’assenza tra il vero fine e quello rappresentato dai significanti. In altre parole, ciò che non viene detto, ma solo percepito, diventa oggetto di curiosità e desiderio. Il compito non è affatto facile, come in genere si pensa, perché, da un lato, è necessaria una grande capacità di autocontrollo, mentre, dall’altro, occorre scegliere con cura parole, locuzioni e sintagmi che rimandino a qualcosa d’assente e importante.

Con umiltà e diligenza, allo scopo di verificare la validità delle nostre ipotesi ludiche, abbiamo sottoposto ad analisi le dichiarazioni fatte al Quirinale da Di Maio, Salvini e Martina, i principali protagonisti della consultazione elettorale. L’imparzialità è stata nostra alleata. Bisogna dire, nello stesso tempo, che i summenzionati oratori non si sono affannati parecchio per distinguersi l’uno dall’altro, sembrando, in alcune circostanze, allievi d’una stessa scuola di formazione politica.

Di Maio, leader del primo partito del paese, senza tergiversare, introduce immediatamente il sostantivo responsabilità, dicendo: “Abbiamo detto prima di tutto al Presidente della Repubblica che sentiamo tutta la responsabilitàdi essere la prima forza politica del paese e di lavorareprima possibile per assicurare una maggioranza ad una governo del cambiamento che guardi al futuroche porti avanti le lancette dell’orologio, gli abbiamo fatto gli auguri di buon lavoro (…)”.

Tralasciamo la grammatica per concentrarci su pragmatica e semantica; in parole povere, ci dedichiamo a usi e significati. Prima di ogni cosa, isoliamo alcune aree ‘tematiche’ che dovrebbero essere fondamentali e dalle quali dovremmo comprendere l’originalità linguistica di Di Maio, le sue peculiarità, i suoi tratti distintivi: responsabilità, come s’è già detto, lavorare, governo del cambiamento, governo che porti avanti le lancette dell’orologioe, ancora, lavoro.  Il sostantivo astratto responsabilitàè particolarmente interessante perché costituisce il comune denominatore di tutte e tre le dichiarazioni, quella di Di Maio, quella di Salvini e quella di Martina. L’uso di responsabilitàdetermina di colpo, specie in questo contesto, un tono grave, un’attitudine di solennità, ma, se ne vogliamo rispettare l’etimo, dovremmo attenderci poco dopo una risposta a qualcosa. Responsabilitàè solo in apparenza un termine astrato, dal momento che trae origine dal latinorespondere. Sappiamo per certo tuttavia che la risposta a qualcosa, per esempio un impegno che dovrebbe essere messo in parola, non c’è.

Salvini non è da meno nell’usarlo e fa un piccolo passo avanti e almeno tre indietro. L’occasione è sempre la stessa, le dichiarazioni al Quirinale in seguito alle consultazioni presso il Capo dello Stato: “(…) Cercando di esercitare quella responsabilità che i Presidenti di Camera e Senato hanno visto come protagonista (…)”.

L’uso che ne fa Matteo Salvini genera un modesto passo avanti, quantunque sia indiretto e improprio. Si tratta di una modalità indiretta perché è rinviata a delle figure istituzionali che non hanno ancora svolto alcun ruolo; di conseguenza, ci chiediamo come avrebbero potuto rispondere a qualcosa di concreto. È improprio, nello stesso tempo, se teniamo in debita considerazione che l’elezione dei Presidenti dei due rami del Parlamento è espressione di una volontà politica, non dell’esercizio d’una qualche responsabilità sociale e civile, che del resto spetta, com’è noto, all’intero Parlamento in attività. Forse, a questo punto dell’analisi, i passi indietro fatti da Salvini sono più di tre.

Che cosa fa Martina a tal proposito? Fa il proprio dovere. Parla di responsabilità e, rivolgendosi, ai vincitori: “(…) Si facciano carico fino in fondo di questa responsabilità (…) Buona parte degli atteggiamenti che queste forze hanno sono più figli di un secondo tempo della campagna elettorale che non invece di una responsabilità nuova (…)”.

Nella primo tentativo, il segretario del PD è quasi corretto e lineare, anche se avrebbe dovuto esplicitare il senso di questa responsabilità: un grave errore, questo, considerando che un oppositore politico dovrebbe incalzare i propri interlocutori su uomini e fatti, chiamando le cose col loro nome, senza lasciare il campo aperto e indifeso. Di fatto, il PD commetteva questo errore anche quando era al governo, quindi mostra una certa coerenza. Se nella prima parte, di fatto, possiamo rilevare l’attenuante dell’afflizione e dell’esigenza di riscatto, nella seconda parte non giustifichiamo il disastro, fuorché con l’abitudine al politichese contemporaneo. Associare responsabilità con l’aggettivo nuovo, cioè con un aggettivo qualificativo che, in sostanza, non è sufficiente a qualificare alcunché, si traduce nell’ennesimo autodenuncia linguistica, come in una sorta di espiazione nel dolore. Non solo si ha il vuoto del sostantivo, ma si aggrava anche la situazione col vuoto dell’aggettivo. Che vuol dire responsabilità nuova? Si tratta di un binomio linguistico che ciascuno di noi potrebbe utilizzare, a prescindere dallo schieramento politico. Chi mai potrebbe rifiutarsi di assumersi una responsabilità nuova?

Insomma, qual è la tecnica di questi oratori? Non possiamo parlare di vera e propria tecnica, a dire il vero; non possiamo farlo soprattutto perché questo ‘modo linguistico’ non è vantaggioso per chi lo usa: è povero di metafore, quasi del tutto privo di aggettivi, sono scomparsi gli aneddoti, che un tempo arricchivano la politica, i verbi sono sempre ‘meno narrativi e descrittivi’ e così via. Di conseguenza, è difficile immaginare che un qualsivoglia oratore proceda dritto verso la propria disfatta. Non pretendiamo mica che prendano le sembianze del Marcantonio del Giulio Cesare di Shakespeare, ma un po’ di fatica in più ci vorrebbe. Una notazione è doverosa: tutti, ma proprio tutti, fanno ampio e inspiegabile uso di iperonimi. Sul Treccani online leggiamo: <<In linguistica, termine indicante un’unità lessicale di significato più generico ed esteso rispetto ad una o più altre unità lessicali che sono in essa incluse (per es., fiore è iperonimo, ossia «superordinato», rispetto a rosaviolagarofano)>>.

Infatti, non a caso, se scegliamo un’altra unità lessicale, lavoro / lavorare, ci rendiamo conto che le condizioni d’uso non cambiano:

DI MAIO: (…) Lavorare prima possibile per assicurare una maggioranza al governo (…)

SALVINI: Ricordando i principali temi su cui abbiamo voglia di cominciare a lavorare (…)

Martina, chiaramente, su questo non si esprime e, in questo modo, intelligentemente, evita un altro grossolano errore. Se ci soffermiamo un attimo sulle due frasi, ignorandone l’autore, notiamo senza fatica che è assai difficile tracciare un profilo d’identità e paternità linguistica. È evidente che questa non è la sede per offrire al lettore un contributo esaustivo sull’argomento, che richiederebbe approfondimenti importanti, ma, limitandoci a questi spunti, la materia non ci manca affatto.

Luigi Di Maio è indubbiamente il più generoso dei tre. Esordisce al Quirinale con una congiunzione conclusiva, <<Allora, salve a tutti!>>; non pretendiamo che sappia che ‘salve’ significa sta benee proviene dal latino, ma scopriamo che si abbandona entusiasticamente a una specie di anafora postdantesca e sicuramente pentastellata:

Sono stati bocciati i governissimi, i governi tecnici, i governi di scopo (…)

Dato che ‘governissimo’ e ‘governo di scopo’ hanno, grosso modo, lo stesso significato, per quale motivo Di Maio si è esibito in questa inelegante ridondanza? Siccome non intendiamo essere malevoli, lasciamo al lettore il potere dell’interpretazione.

In materia di ridondanza, volgiamo lo sguardo a Maurizio Martina… anche perché Salvini e Di Maio occupano già troppo spazio. Il segretario del PD, a proposito dell’elezione dei Presidenti di Camera e Senato, mestamente dichiara: “(…) Sono scelte che non hanno previsto un nostro coinvolgimento, sono scelte che non sono state fatte di certo casualmente”.

Questo atto si chiama harakiri, non c’è altro modo per definirlo. Perché Martina sente il bisogno di infierire su di sé e sui propri elettori? È naturale che certe scelte siano state fatte senza il partito perdente. Insomma, dopo la finale di champions, non va la squadra perdente a sollevare la coppa. Eppure, Martina, anziché dare contenuto e ritmo al discorso, preferisce il suicidio spettacolare e si avvale, per giunta, dell’uso della negazione per essere incisivo.

Adesso, provando a immaginare, anche solo per un istante e per caso, che l’elettore media sia in una posizione d’inferiorità geo-economica rispetto ai ‘propri’ rappresentanti politici o, per lo meno, a una tale distanza dal pulpito del Quirinale da aver bisogno – legittimamente e almeno una volta – di qualcosa di concreto e tangibile, in modo possiamo definire questo rapporto già fin troppo sbilanciato?  Affidiamo la risposta a una brillante intuizione di Watzalawick. La moglie chiede al marito: <<Ti è piaciuta la frittata?>>. Il marito risponde: <<Sì, amore mio. Buonissima!>>. E lei, ormai su tutte le furie oppure profondamente delusa: <<Com’è possibile? Era bruciata e secca. Tu dici sempre che tutto è buono!>>. Lo scambio che abbiamo appena letto prende il nome di disconferma (ZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti, 1971, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, p. 76), termine con cui Watzlawick et al., per l’appunto,  indicano il deterioramento della comunicazione all’interno di una relazione complementare, in cui uno dei due partner, in posizione di superiorità, mostra all’altro una certa indifferenza, spingendo sempre più l’altro verso l’alienazione.

NB: Questo articolo è stato scritto da Francesco Mercadante. Sua nota biografica: 

Francesco Mercadante nasce a Erice, il 17 marzo 1977, cresce a Trapani, dove frequenta il Liceo Scientifico Vincenzo Fardella, e completa il proprio percorso didattico laureandosi con lode in Filosofia presso l’Università degli Studi di Palermo. In seguito alla pubblicazione di alcuni saggi scientifici, fa qualche esperienza di collaborazione e direzione editoriale in Italia e all’estero: in particolare, a Parigi e a Malmö. A ventisette anni, ottiene il primo contratto di docenza all’Istituto di Lettere e Filosofia dell’Ateneo palermitano per l’insegnamento dell’Analisi dei Testi, disciplina che, negli anni successivi, insegna anche in Scienze e Tecniche della Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazionee in Ingegneria delle Telecomunicazioni. Nel 2005, il Garante dei detenuti della regione Sicilia gli conferisce l’incarico d’indagare a proposito del Linguaggio dei Detenuti extracomunitari all’interno delle carceri siciliane. Nel frattempo, concepisce e sviluppa un sistema di analisi ‘linguistica previsionale’, ovverosia un metodo di proiezione scientifica grazie al quale diventa possibile prevedere i flussi informativi in materia di finanza, economia, geopolitica e comportamento sociale. La pubblicazione dei suoi lavori lo porta a instaurare proficui rapporti professionali con alcune importanti figure del mondo imprenditoriale. Di conseguenza, lascia l’insegnamento universitario e comincia a viaggiare per occuparsi di internazionalizzazione e dialogo interculturale: Algeria, Tunisia, Marocco, Mauritania, Turchia, Russia, Svezia, Francia, Danimarca, Svizzera e Romania sono solamente alcuni dei paesi entro i quali si sviluppa la sua attività. Si specializza sempre più chiaramente nell’Analisi del Linguaggioapplicata alla Finanza e alla Geopolitica e al trattamento dell’informazione, svolgendo assiduamente attività di formatore. Nel 2016, avvia un rapporto di lavoro con l’Agenzia Rotas Consultingdi Roma, con riferimento alla Competitive and Financial Intelligence. Si occupa di analisi delle intercettazioni nella procedura penale. Ha scritto e pubblicato sei saggi, due romanzi, quattro opere teatrali e una raccolta di versi. La sua ultima pubblicazione è In principio era il debito il linguaggio dell’economia e della finanza: messaggio, paradosso, spiegazione.

Ps. L’articolo è stato pubblicato in forma originale su questo blog il 22 aprile 2018. 

SalvaSalva

NEW!!! Il “Dizionario della crisi”: episodi, termini, parole utili per spiegare l’attuale crisi di governo alla luce dei precedenti costituzionali e della storia repubblicana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una premessa. La crisi politica e istituzionale scivola via temo, negli interessi degli italiani, in un click su un sito di notizie, appena sbirciata e ancor meno o poco compresa. I 25 lettori di questo blog hanno, almeno così spero, voglia di capirne qualcosa in più, perché di politica qualcosa sanno, ma un po’ si perdono, nella marea di tecnicismi e formalismi, riti e convenzioni, richiami storici e allocuzioni gergali (il famoso tecnicismo della Politica, appunto). Ecco, è a loro che mi rivolgo principalmente, oggi e in futuro, con una serie di articoli, scritti in forma originale per questo blog, nella speranza di diradare la nebbia.

Le domande ricorrenti.
Consultazioni? Pre-incarico? Incarico esplorativo? Governo di tregua, di scopo, di responsabilità nazionale o di decantazione? Governo tecnico o politico? Disbrigo degli affari correnti? Larghe o piccole intese? Patto della staffetta? Compromesso storico o solidarietà nazionale? Appoggio esterno? Ministri di area? Piena dignità? Contratto alla tedesca? Def? Commissioni speciali? Due vincitori o due forni? Governo gialloverde o giallorosso? Fiducia? Maggioranza assoluta, semplice o qualificata? E’ arrivato il momento di fare ordine. Ecco, dunque, un piccolo ‘Dizionario’ della Crisi di governo che, se avrà successo, verrà replicato su altri argomenti in futuro.

Ps. mi sono avvalso di diverse ricerche di archivio, articoli di giornale e diversi libri di storia. Ringrazio il professor Stefano Ceccanti per la sua consulenza professionale.

Il palazzo del Torrino

Il Torrino, il punto più alto del Quirinale

 

Un piccolo Dizionario della crisi, voce per voce

(L’elenco è, per quanto possibile, rigorosamente alfabetico).

Calendario (delle consultazioni). Il Quirinale diffonde, in modo formale, ogni volta il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, cioè un nuovo ‘giro’, cambiano i giorni sul calendario, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi parlamentari e partiti consultati. Così, anche se nel secondo giro di consultazioni il centrodestra si è presentato unito (Lega-FI-FdI) e, tecnicamente, avendo dalla sua più parlamentari dei 5Stelle, il Capo dello Stato ha ricevuto in ogni caso il centrodestra come penultimo gruppo, nella stessa posizione della Lega, continuando a ricevere come ultimo il gruppo di M5S. Nel periodo in esame, le consultazioni al Quirinale sono iniziate il 3 e 4 aprile (primo ‘giro’, si usa dire), il secondo giro di consultazioni è stato il 12 e il 13 aprile. Poi Mattarella ha affidato due mandati esplorativi, il primo alla presidente del Senato, Casellati, che ha esplorato la possibilità di un’intesa tra M5S e centrodestra il 18-20 aprile (senza successo), e il secondo al presidente della Camera Fico, che ha esplorato la possibilità di un accordo tra M5S e Pd tra il 23 e il 26 aprile, si vedrà se infruttuoso.

Consultazioni. Si tengono al Quirinale (vedi alla voce), presso lo studio della Vetrata, ogni volta che bisogna formare un governo. Quindi, si procede a consultazioni ogni volta che un governo, formatosi in precedenza, cade e si dimette, nel corso di una legislatura (vedi alla voce). Si tengono, invece, le consultazioni sempre a ogni apertura di legislatura, come in questo caso, perché ogni volta che il popolo italiano vota alle elezioni politiche vuol dire che una legislatura repubblicana (quella appena eletta è la XVIII a partire dal 18 aprile 1948, la I) è terminata e un’altra si è insediata. E dato che il rapporto tra governo e Parlamento (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) è fiduciario (il primo non può stare in piedi, e lavorare, senza la ‘fiducia’ del secondo che avviene tramite un voto in Parlamento: vedi alla voce ‘fiducia’), ogni qual volta che si vota e si apre una nuova legislatura, il governo precedente – sia che sia dimissionario sia che sia nel pieno delle sue funzioni – si deve dimettere: resta in carica, in realtà, questo governo, per “il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce).

A quel punto, si aprono le consultazioni. Le coordina il Capo dello Stato secondo un rituale antico e consolidato (la cd. prassi) ma senza alcuna regola scritta. Infatti, l’art. 92 della Costituzione si limita ad affidare al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio e, su parere di questo, i ministri. Poche parole, semplici e chiare, ma fin troppo stringate. Delle consultazioni e di come regolarle non dice nulla. Dalla nascita della Costituzione repubblicana (1948) in poi, tutti i Presidenti della Repubblica (il primo, nel 1946-’48, fu provvisorio e si chiamava Enrico De Nicola, il primo effettivo fu, a partire dal 1948, Luigi Einaudi) si sono avvalsi, perciò, di quella che, in gergo, si chiama prassi costituzionale. Insomma, niente più che delle consuetudini e degli usi che, però, come nel Diritto privato, anche nel Diritto pubblico e costituzionale, una volta che si stratificano e vengono recepiti diventano, di fatto, legge o in ogni caso abitudini e prassi dal valore e rango di legge. E, appunto, la prassi che è diventata abitudine, nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i due presidenti delle Camere e, se è in vita, il presidente ‘emerito’ della Repubblica. Si tratta dell’ex Capo della Stato, se vivente. Da notare che, a partire dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, avvenuta nel 2015 dopo il suo primo mandato (2008-2015) e nonostante le sue dimissioni anticipate nel 2017, si tratta dell’unico ex Capo di Stato eletto due volte. Dopo aver ascoltato le cosiddette “alte cariche istituzionali” citate, il Presidente della Repubblica passa all’ascolto di tutti i gruppi parlamentari e dei loro rappresentanti (i capigruppo) che si sono formati nel nuovo Parlamento all’atto dell’apertura delle nuove Camere e dell’elezione dei loro presidenti e dei relativi uffici di Presidenza (vedi alla voce “Legislatura”).

La salita al Colle dei diversi gruppi parlamentari prevede, alla fine del colloquio con il Capo dello Stato nel suo ufficio, delle brevi considerazioni, davanti alla Stampa, nello studio alla Vetrata del Quirinale, di ognuno dei gruppi parlamentari tramite un loro portavoce o più d’uno. Le consultazioni da parte del Presidente avvengono con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande, secondo la consistenza numerica dei gruppi. Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera o nell’altra.

Gruppi parlamentari. Si costituiscono appena nasce la legislatura e si formano sulla base dei risultati alle elezioni e secondo i simboli che in esse sono stati presentati. Ma dato che ogni parlamentare viene eletto “senza vincolo di mandato” (vuol dire che il parlamentare risponde solo alla propria coscienza e può votare in dissenso dal suo gruppo o partito di appartenenza) possono cambiare composizione, consistenza e numero a seconda delle evoluzioni del quadro politico. Sempre in base alla stessa regola si possono formare nuovi gruppi, con nuovi simboli, nel corso della legislatura. Questo diritto ha dato però vita, da tempi peraltro assai lontani, quelli del Parlamento sabaudo, pre-repubblicano, al cd. “trasformismo parlamentare(vedi alla voce), cioè alla trasmigrazione da un gruppo all’altro. Per ovviare a tale pratica, assai diffusa in ogni legislatura, il Senato ha approvato, nello scorcio dell’ultima legislatura (2017), un nuovo Regolamento che non permette più la costituzione di gruppi che non si sono presentati con un proprio simbolo alle elezioni. I senatori che vogliono cambiare gruppo parlamentare e politico di appartenenza possono solo iscriversi al gruppo Misto. Inoltre, sempre al Senato, i gruppi devono avere un minimo di dieci senatori iscritti, con la sola eccezione del gruppo Autonomie che tutela le minoranze linguistiche. La Camera dei Deputati, però, non ha approvato un Regolamento simile, quindi al suo interno si possono ancora costituire gruppi non corrispondenti a simboli presentati alle elezioni. Alla Camera il numero minimo per costituire un gruppo è fissato a venti deputati, i deputati singoli che non si riconoscono in nessuna componente si possono iscrivere al gruppo Misto e formare, al suo interno, delle sotto-componenti politiche. Il gruppo di LeU, pur restando sotto la soglia dei 20 deputati, ha ottenuto la deroga per costituirsi in gruppo autonomo proprio perché si tratta di un simbolo presente alle elezioni.

Ogni gruppo elegge un proprio capogruppo che ne guida i lavori e partecipa ai lavori dell’ufficio di Presidenza di ogni Camera e, in particolare, alla conferenza dei Capigruppo che stabilisce, d’intesa con il Presidente di ogni Camera, l’ordine dei lavori in Aula.

Nella XVIII legislatura la consistenza dei gruppi è questa.

  • Gruppo Autonomie, presente solo al Senato (otto senatori). Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp). Ne fanno parte, tra gli altri, Napolitano (che sala al Colle in qualità di presidente emerito), l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo può costituirsi anche se “sotto soglia” (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta e tutela le minoranze linguistiche.
  • Gruppo Misto del Senato (12 senatori): è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Mario Monti e Liliana Segre).
  • Gruppo Misto della Camera (21 deputati): è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU), deve ancora eleggere il suo nuovo capogruppo: comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 3 di Noi con l’Italia (erano 4, ma Enrico Costa si è iscritto a FI); 5 ex M5S.
  • Gruppo di Leu alla Camera (14 deputati): Leu il 10 aprile ha ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo: pur sotto la soglia di 20 deputati hanno ottenuto la deroga in quanto simbolo presentato alle elezioni. Leu ha eletto come presidente del gruppo Federico Fornaro.
    5) Fratelli d’Italia (50 parlamentari). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato).
    6) Pd (163 parlamentari): il Pd conta su 111 deputati e 52 senatori, i due capigruppo sono Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Salgono al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, il deputato Matteo Orfini. Non c’è il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi che non ha più cariche ufficiali nel Pd.
  • Forza Italia (165 parlamentari). I capigruppo di FI sono Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera e rappresentano 105 deputati (l’ultimo in ordine temporale è Enrico Costa) e 61 senatori. Il presidente di FI, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai suoi capigruppo. I 4 eletti di Noi con l’Italia al Senato si sono iscritti al gruppo di FI, alla Camera siedono nel Misto.
  • Lega (183 parlamentari): conta su 125 deputati e 58 senatori. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, va al Colle con i capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera).
  • M5S (331 parlamentari): conta su 222 deputati e 109 senatori. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) salgono al Colle accompagnati dal deputato Luigi Di Maio.
  • I presidenti di Camera (Fico) e Senato (Casellati) salgono al Colle in modo autonomo, in rappresentanza della seconda (il presidente del Senato) e terza (il presidente della Camera) autorità dello Stato. L’elezione dei Presidenti delle due Camere è il primo atto di ogni Parlamento a ogni inizio di legislatura.

Commissione dei saggi. Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano nominò, per ovviare all’inconveniente causato dal protrarsi di consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere il Def (vedi alla voce) e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri, presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello, per approntare la riforma della Costituzione. Forti furono i dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione senza le procedure per istituirla.

Def. In teoria entro il 10 aprile, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica, vedi alla voce) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio sulla trasmissione del Def a Bruxelles, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare dopo aver ottenuto il parere obbligatorio delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, le commissioni Bilancio e Finanze della Camera (40 deputati) e del Senato (27 senatori), che devono lavorare e votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente della commissione speciale Vito Crimi (M5S), alla Camera Nicola Molteni (Lega), nonostante la prassi volesse che, in quest’ultima, fosse riconfermato il presidente uscente, Francesco Boccia (Pd). Il Def va approvato dalle Camere a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti), entro il 30 aprile, per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles dalla commissione Ue entro fine maggio.

“Disbrigo degli affari correnti”. Il Capo dello Stato prega sempre, per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è quella del “disbrigo degli affari correnti”: vuol dire che il governo è in carica, ma solo per l’ordinaria amministrazione o per approvare provvedimenti urgenti come decreti legge (es: terremoto, missioni all’estero, etc.) o per dichiarare, in caso estremo, lo stato di guerra. E’ questo il governo che, anche se battuto dalle Camere, resta in carica finché non si fa un nuovo governo o si va al voto.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Le formule. Incarico pieno, incarico con riserva, incarico esplorativo, pre-incarico. 

Governo: Incarico di (I). Il tipo di incarico a un presidente del Consiglio che il capo dello Stato può conferire (pieno, esplorativo o un pre-incarico) viene reso noto solo alla fine delle consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra: può conferire, appunto, un incarico pieno o parziale (pre-incarico o incarico esplorativo), può indicare, per tale incarico, una personalità politica o non politica, di estrazione parlamentare o non parlamentare, una figura espressione di una forza politica, di un’area politica o un tecnico o una personalità istituzionale. Il Capo dello Stato non può sindacare un indirizzo o un programma di governo, ma può chiedere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del Consiglio (articoli 92 e 93 della Costituzione).

Governo: Pre-incarico (II). Serve per verificare se il presidente pre-incaricato è capace di trovare una maggioranza utile a formare un governo. Il presidente del Consiglio pre-incaricato, dopo il suo – autonomo – giro di consultazioni deve tornare a riferire al Capo dello Stato per comunicare se ha trovato una maggioranza parlamentare e, dunque, se è in grado di presentarsi davanti alle Camere per chiedere la fiducia (vedi alla voce). Ma è il Capo dello Stato che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno (vedi alla voce), facendo giurare il presidente incaricato nelle sue mani e poi mandandolo davanti alle Camere per ottenere la fiducia (vedi alla voce). Il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato, inoltre, e non il presidente pre-incaricato a sciogliere la riserva (vedi alla voce). Il pre-incarico è, di fatto, una ‘quasi’ designazione a Presidente del Consiglio, designazione “debole” ma che in 5 casi su 11 ha visto trasformare il pre-incarico in un incarico vero.

Il pre-incarico, nell’arco di 64 governi, è stato conferito finora per 11 volte nella storia della Repubblica italiana:

  • dal Presidente Luigi Einaudi al Presidente del Consiglio uscente Alcide De Gasperi (Dc), nel luglio 1953.
  • dal Presidente Giovanni Gronchi all’ex ministro Antonio Segni (Dc), nel maggio 1955.
  • dal Presidente Gronchi al segretario della Dc Amintore Fanfani, nel giugno 1957.
  • dal Presidente Giuseppe Saragat al Presidente del Consiglio uscente, Aldo Moro (Dc), nel febbraio 1966.
  • dal Presidente Saragat al segretario della Dc Mariano Rumor, nel giugno 1968.
  • 6, 7, 8. dal Presidente Saragat al ministro degli Esteri Moro (Dc), poi al Presidente del Senato Fanfani (Dc) e infine al Presidente del Consiglio uscente Rumor (Dc), marzo 1970.
  • 9, 10. dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro al Presidente del Consiglio uscente Romano Prodi e poi al segretario dei Ds Massimo D’Alema, nell’ottobre 1998.
  • dal presidente Giorgio Napolitano a Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, nel marzo 2013.

Solo in cinque di questi undici casi il presidente del Consiglio “pre-incaricato” ha ricevuto l’incarico pieno e ha formato un governo: De Gasperi (Dc) nel 1953, a Segni (Dc) nel 1955, a Moro (Dc) nel 1966, a Rumor (Dc) nel 1970 e a D’Alema (Pds) nel 1998.

Oggi, un ‘pre-incarico’, potrebbe essere conferito a una delle due personalità che hanno vinto le scorse elezioni: il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, o il leader della Lega, riconosciuto anche leader del centrodestra, Matteo Salvini. Ma il pre-incarico potrebbe anche andare a una figura terza o mediana indicata da uno dei due schieramenti vincitori: esempio, Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, o a una personalità dei 5Stelle o vicina al loro mondo indicata da Di Maio.

****Spazio Curiosità I*****Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera, ma non al Senato, rimase tale: non si trasformò mai, cioè, in un incarico pieno, ma rimase soltanto ‘congelato’ e non fu mai più ‘scongelato’. Bersani, formalmente, non protestò, ma espresse il suo disappunto e, dopo, diversi libri di memorie lo riportarono, mai smentiti.

Governo: Incarico esplorativo (III). E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, di solito quello del Senato, che è anche la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato. Alla fine dei colloqui informali tenuti con i partiti, il presidente incaricato di un mandato esplorativo riferisce lo stato dell’arte al Presidente della Repubblica che valuta il da farsi e, cioè, se confermare l’incarico al presidente incaricato con un mandato esplorativo, o effettuare un nuovo giro di consultazioni o attribuire l’incarico a un’altra figura. Di solito, l’incaricato di un mandato esplorativo non viene quasi mai trasformato in un pre-incarico o incarico pieno. L’incarico esplorativo non va confuso con il pre-incarico (vedi alla voce).

Nella storia dei 64 governi repubblicani, fino ad ora un “mandato esplorativo” è stato conferito undici volte:

  1. dal Presidente Giovanni Gronchi al presidente del Senato, Cesare Merzagora (indipendente), il 15 giugno 1957;
  2. dal Presidente Gronchi al presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc), il 4 marzo 1960;
  3. dal Presidente Giuseppe Saragat al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968;
  4. dal Presidente Saragat al presidente del Senato, Amintore Fanfani (Dc), nell’agosto 1969;
  5. dal Presidente Giovanni Leone al presidente del Senato, Spagnolli (Dc), nell’ottobre 1974;
  6. dal Presidente Sandro Pertini al presidente del Senato, Giuseppe Morlino (Dc), nell’aprile 1983;
  7. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente del Senato Fanfani (Dc) il 4 luglio 1986;
  8. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), nel marzo 1987;
  9. dal Presidente Cossiga al presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri), il 26 giugno 1989;
  10. dal Presidente Giorgio Napolitano al presidente del Senato, Franco Marini (Pd), nel gennaio 2008.
  11. E, ora, dal Presidente della Repubblica Mattarella alla presidente del Senato, Casellati, nell’aprile del 2018.

Da sottolineare che, in nessuno di questi dieci casi, il presidente esploratore è stato poi nominato Presidente del Consiglio.

L’incarico esplorativo è stato affidato, in questa undicesima occasione, al presidente del Senato (Alberti Casellati)  mentre assai più raro è il caso di un incarico esplorativo dato a una personalità che non ricopre l’incarico di presidente di una delle due Camere.

Governo: Incarico pieno (IV). E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” (vedi alla voce) per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato. Dopo il formale giuramento, il governo così nato si presenta davanti al Parlamento per averne la fiducia (vedi alla voce), che deve ottenere da parte di entrambe le Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il suo mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Il governo così nato, a quel punto, si dichiara “dimissionario” (vedi alla voce).

Inutile ripercorrere la storia dei 64 governi che si sono succeduti nella storia della Repubblica. Basti dire che, prima di conferire un incarico pieno, il Capo dello Stato attuale, Mattarella, ci penserà bene sopra e, soprattutto, vorrà che il presidente del consiglio incaricato gli assicuri “numeri certi” in Parlamento. Ove così non fosse, il presidente potrebbe affidare un incarico pieno a una personalità terza (esempio: l’ex giudice della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick o l’attuale presidente) per formare quello che, convenzionalmente, viene indicato come un “governissimo” o “governo del Presidente” o “di scopo” o “a termine” o “governo di tutti” o “governo di responsabilità nazionale” (vedi alle varie voci) che si limiti a far superare al Paese le secche della scrittura del Def, della seguente manovra di bilancio (la sessione di bilancio di apre, come sempre, in autunno) e, forse, della scrittura di una nuova legge elettorale per poi portare il Paese di nuovo a elezioni, ovviamente anticipate, cioè con una chiusura in anticipo della legislatura, che – prevedibilmente – potrebbe essere fissata agli inizi del 2019 o, magari, in coincidenza con le elezioni europee del 2019.

Governo: Incarico con Riserva (V). Il presidente del Consiglio incaricato accetta l’incarico da parte del Presidente della Repubblica sempre “con riserva”. Vuol dire che questi, non essendo sicuro di formare una maggioranza di governo, si ‘riserva’ la possibilità di scioglierla davanti al Capo della Stato. La prassi della ‘riserva’ è sempre stata rispettata dai presidenti del Consiglio incaricati. La formula della “riserva” è stata violata solo in due occasioni. La prima volta dal presidente del Consiglio Pella (Dc) nel 1954 che, concorde l’allora Capo dello Stato Luigi Einaudi, andò direttamente davanti alle Camere per chiedere ed ottenere la fiducia. La seconda volta accadde con Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta alle elezioni, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri con un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo di Stato Napolitano.

 

Einaudi

Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica (1948-1955)

 

******Spazio Curiosità II******

Definizioni e formule dei governi che hanno operato nella storia della Repubblica.

Governo “balneare”. La definizione deriva dal fatto che che, in passato, alcuni governi duravano lo spazio di un’estate. Tipici della Prima Repubblica, i governi ‘balneari’ operavano solo in funzione di traghettamento per portare il Paese al voto, privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Governi balneari tipici furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70) sotto il Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi). Si tratta di governi destinati a cadere entro breve tempo, a causa della fragilità delle basi politiche su cui poggiano e che limitano la loro attività, dunque, a al disbrigo degli affari correnti e alla ordinaria amministrazione. L’espressione ha dei sinonimi nelle espressioni governi ‘d’affari’ o nei governi ‘ponte’.

Governo ‘traghetto’. Erano considerati qui governi che, in presenza dell’avvio di una svolta istituzionale molto importante, nascono per ‘traghettare’ il Paese verso il nuovo corso per poi cedere il posto a un Governo politico vero e proprio che attui la svolta. I governi Bonomi (1943-1944), prima dei governi politici di Cnl, e i governi Dc-centristi, prima dei governi di centrosinistra nei primi anni Sessanta, furono governi traghetto.

Governo “di minoranza”. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa il quale toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto i più diversi presidenti della Repubblica.

Governo “di scopo”. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica. Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico (vedi alla voce).

Governo “del Presidente” (della Repubblica) o governo “istituzionale”. In teoria, la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per la natura del suo mandato, guidare governi o anche solo ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica. Ma “governi del Presidente” lo furono di fatto, i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc). Anche il famoso governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, in quanto eterodiretto, di fatto, dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari”ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi o equiparati al governo tecnico (vedi alla voce).

Più corretto sarebbe definire un tale tipo di esecutivo un governo “istituzionale”. Di fronte a una situazione politica difficile e altamente conflittuale il Capo dello Stato affida a una figura istituzionale di alto livello (di solito si tratta del presidente del Senato, ma potrebbe essere il presidente della Corte costituzionale, un suo ex presidente, un senatore a vita, o il presidente di un’alto organo della magistratura amministrativa) il compito di formare un governo (che potrebbe essere definito anche ‘di tregua’ o ‘di decantazione’) per salvaguardare e preservare il funzionamento delle istituzioni in attesa che la situazione politica si rassereni e torni la normale dialettica parlamentare.

Governo di “larghe intese”. E’ un governo che vede andare al governo forze politiche molto diverse tra di loro, politicamente e culturalmente molto distanti, se non opposte, le quali decidono di governare insieme per affrontare problemi estremamente urgenti come una crisi economica, una crisi politica, una crisi istituzionale o internazionale. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato un “governo di larghe intese”, o di “grosse koalition” (vedi alla voce), ma anche un governo del Presidente” (vedi alla voce). Il governo Letta nacque dopo il lavoro della Commissione speciale dei 40 saggi (vedi alla voce) imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento, subito dopo la sua rielezione (2013) a Capo dello Stato, a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta viene definito un governo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare al governo con la presenza di loro ministri. Il termine era stato già coniato, in realtà, in passato durante i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995). Le “larghe intese” erano, cioè, già una formula politica che prevedeva, sostanzialmente, l’intesa tra le forze principali (il centrodestra a guida Berlusconi e il centrosinistra) della II Repubblica che volevano varare, pur senza mai riuscirci, riforme istituzionali in grado di cambiare l’assetto della Repubblica. Tra le proposte della commissione Bicamerale c’erano il superamento del bicameralismo perfetto, l’adozione di una nuova legge elettorale, la riforma del Titolo V (rapporto Stato-regioni) della Costituzione e l’adozione di una forma larvata di semi-presidenzialismo.

Governo di “unità nazionale” o di “emergenza nazionale” o di “solidarietà nazionale”. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti (o quasi) i partiti dell’arco costituzionale (cioè tutti i partiti tranne l’Msi). Da segnalare, innanzitutto, che la formula “arco costituzionale” indicava, nella Prima Repubblica, l’adesione ai valori costituzionali e della Resistenza partigiana di tutti i partiti che contribuirono, tra il 1946 e il 1948, a scrivere la Costituzione, cioè quelli che avevano fatto parte del Cnl: Dc, Dl, PdAz-Pri, Pli, Psli-Psdi, Psiup-Psi, Pci. Il termine aveva il preciso intento di porre l’esclusione dell’Msi, che nacque dopo la fine del fascismo e che, pur non essendo mai stato sciolto, si richiamava esplicitamente al regime fascista. Negli anni Settanta la formula ‘arco costituzionale’ si allargò: di fatto, escludeva anche i nuovi partiti di sinistra nati in quella fase come Partito radicale, Dp, Pdup, etc. Tornando alla definizione di base, quella del “governo di unità nazionale”, vi partecipavano partiti anche lontani politicamente tra loro, che però in tali governi sedevano a pieno titolo, cioè con propri ministri, per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Governo di emergenza o di unità nazionale lo fu senz’altro il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria. Governi di emergenza o di unità nazionale lo furono anche i ‘Governi di Cnl’ (1945-1947): dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione (1948). Nel primo caso, i governi Nitti-Salandra, detti anche ‘governi della Vittoria’ (nella I guerra mondiale) si era in epoca pre-fascista, il Capo dello Stato era ancora il Re, Vittorio Emanuele III di Savoia (infatti la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale). Nel secondo caso, nel secondo dopoguerra, c’era già un Capo provvisorio dello Stato, in carica fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), che era Enrico De Nicola (Pli).

“Governissimo”, “governo di tutti”, “governicchio”. Con tali definizioni, poco appropriate ma di uso giornalistico e frequenti nella pubblicistica, non nella prassi costituzionale, si intendono – in modo spregiativo – governi che ottengono un largo consenso, sia politico che parlamentare, ma che vengono considerati, di fatto, ‘un’ammucchiata’ di partiti e gruppi politici lontani tra loro che mirano, sempre nella considerazione della pubblicistica polemica citata, “solo a spartirsi il Potere tra loro”.

Governo “della non sfiducia” o “delle astensioni”. Venne chiamato così perché la gran parte dei partiti che lo sostenevano appoggiavano il governo con l’astensione o uscendo dall’aula, facendo passare i provvedimenti di quel governo. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno dei due grandi partiti politici allora in campo, la Dc e il Pci, aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, proprio la Dc e il Pci. I due partiti, però, mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo. Era la cd. conventio ad excludendum: si basava sul principio che un partito come il Pci, che dichiarava, storicamente e apertamente, la sua appartenenza al campo comunista internazionale, allora guidato dall’Urss, e al blocco sovietico del Patto di Varsavia non poteva governare un Paese appartenente alla Nato e al blocco occidentale. Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Era, di fatto, un monocolore Dc che vedeva l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI in testa, che fino ad allora aveva sempre votato contro i governi a guida Dc. I partiti che sostenevano il governo – e cioè Dc, Pci e molti altri partiti costituzionali (Psi, Psdi, Pri, Pli) – si astenevano tranne la Dc, che votava a favore. L’Msi votava contro ed era considerato un partito fuori dall’“arco costituzionale”, ma contro votavano anche altri partiti di estrema sinistra (Pdup, Dp e Radicali). I partiti scelsero di operare, invece che al governo, in Parlamento facendo lavorare le commissioni parlamentari che ebbero ruolo cruciale.

Governo di “solidarietà nazionale”. Il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978), doveva essere il governo che sanciva l’ingresso del Pci nell’area di governo con un voto a favore di tutte le sinistre. Invece, proprio a causa del rapimento e poi dell’omicidio, il 18 maggio 1978, del presidente della Dc, Aldo Moro, il governo si trasformò in un governo detto, appunto, di “solidarietà nazionale”. Vi partecipavano tutti i partiti dell’arco costituzionale (Dc, Psi, Psdi, Pri, non il Pli, che andò all’opposizione, e il Pci che, per la prima volta dal 1947, votava a favore di un governo) e dovette gestire la fase del rapimento Moro e seguenti. Non vide, però, la presenza di ministri del Pci al governo, come doveva essere, nelle intenzioni dello stesso Moro, e venne meno quando la fase di emergenza venne chiusa, anche a seguito delle dimissioni dell’allora Capo dello Stato, Giovanni Leone (Dc), dopo lo scandalo Lockheed. Fu sostituito, alla fine dell’VIII legislatura, dal V governo Andreotti (1979), semplice governo di passaggio verso le elezioni, che tornò a essere sostenuto solo da Dc, Psdi e Pri. Ma l’espressione governo di “solidarietà nazionale” è stata usata anche, più in generale, per indicare governi cui partecipano esponenti di tutti (o quasi) i partiti dell’arco parlamentare quando si tratta di affrontare una situazione politica, economica o sociale particolarmente difficile o travagliata. Da questo punto di vista, i ‘governi di Cnl’ e ‘i governi della Vittoria’ (vedi alla voce) possono essere anche definiti in questo modo.

Governo di “raffreddamento” o “di tregua”. La definizione indica la nascita di un governo che si forma in una situazione particolarmente difficile e durante la quale le forze politiche sono in aperto e acceso contrasto tra di loro: ha lo scopo di gestire l’ordinaria amministrazione in attesa che i partiti si accordino per dare vita a un governo più stabile. La differenza con il governo ‘balneare’ (vedi alla voce) è data dalla maggiore animosità della situazione e del clima politico che ne precede la formazione. Ha un evidente e immediato sinonimo nel governo ‘di tregua’. 

Governo “parlamentare” o “di programma”. Con queste formule si intende definire un governo caratterizzato dal fatto di non avere una precisa e/o compatta base parlamentare, ma che si prefigge il compito di realizzare il proprio mandato giovandosi, a seconda delle circostante, dell’appoggio di questo o di quel partito all’opposizione, promuovendo in cambio di tale appoggio favori o misure politiche consistenti.

Governo “tecnico”. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese. Accadde durante la crisi economica del 1992-’93, con i governi Amato e Ciampi, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995), con il governo Dini, o dopo entrambi i fatti scatenanti insieme come nella crisi finanziaria del 2011, quando nacque l’ultimo governo tecnico, quello Monti. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vide il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro. Nei governi tecnici, a volte chiamati anche governi ‘traghetto’ (vedi alla voce), i ministri sono scelti tra personalità di alto livello (economisti, avvocati, giuristi, dirigenti d’azienda, etc.) ma di natura, appunto, tecnica e non politica.

Giorgio Napolitano

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo studio al Quirinale

 

******Spazio curiosità III****** La dottrina, la storia e le persone. Evoluzione dei poteri del Presidente della Repubblica.

Alcuni costituzionalisti, come il professor Stefano Ceccanti, rifiutano la definizione di governo “tecnico” e preferiscono quella di “governo del Presidente” in quanto governi tecnici non sono dati nell’ordinamento (tutti i governi sono politici perché devono, in ogni caso, essere votati dal Parlamento) e perché la spinta presidenziale a farli nascere li configura come governi motivati, formati e tenuti in piedi solo grazie all’input e al sostegno del Presidente della Repubblica. La motivazione a contrario è che i governi “del Presidente” (vedi alla voce) non possono essere previsti, in natura e per dettato costituzionale, perché la figura del presidente della Repubblica, nel nostro ordinamento, non è paragonabile a quella di un Capo dello Stato di natura semi-presidenziale (Francia) o presidenziale (Usa), ma è solo il garante della Costituzione, come avviene in una repubblica parlamentare.

La dottrina costituzionale più avanzata sostiene che i poteri del Presidente della Repubblica vengono usati ‘a soffietto’ o ‘a fisarmonica’, nel senso che, a seconda del momento storico, politico e socioeconomico che il Paese attraversa, come della complessità della crisi istituzionale in corso, si restringono o si allargano a seconda delle esigenze politiche e, anche, della capacità del Presidente in carica di usarle. Non a caso, persino il primo presidente della Repubblica, Einaudi, che pure sosteneva che il suo ruolo fosse quello del “presidente notaio”, ispirò direttamente dei governi (Pella e Segni). Il secondo Capo di Stato, Gronchi, pure usò il suo potere presidenziale per risolvere diverse crisi mentre il suo successore, Segni, arrivò fino a essere tentato dal propugnare un colpo di Stato in Italia (il piano Solo, 1962) contro la nascita del centro-sinistra e si dovette dimettere per la malattia che lo colse, certo, ma anche per i contrasti con l’allora capo del governo, Moro, e leader del Psi Nenni. Saragat accompagnò le evoluzioni del centrosinistra. Leone fu certamente un presidente ‘notaio’, ma aiutò di fatto, alla nascita di un fatto epocale come il compromesso storico e la nascita dei governi “di solidarietà nazionale”. Pertini se ne inventò di ogni: gli incarichi a Spadolini, primo premier laico, e a Craxi, primo premier socialista, furono da lui fortemente voluti e intervenne più volte nelle crisi come in molti fatti politici e internazionali esondando dai suoi poteri con quelle che, dopo, con Cossiga, sarebbero diventate note come ‘esternazioni’ (fuori dall’ufficialità prevista) del Capo dello Stato. Cossiga, appunto, prima si mise in mezzo tra Craxi e De Mita e poi fece la guerra ad Andreotti con le rilevazioni su Gladio (la rete Stay Behind) e su molto altro, fino alle dimissioni anticipate per protesta, senza dire dei suoi continui attacchi ai magistrati, pur da capo del Csm. Scalfaro e Napolitano sono, però, i due presidenti di certo ritenuti i più ‘interventisti’ e creatori o facilitatori che dir si voglia di governi, spesso da loro stessi voluti e ispirati. Sotto l’egida di Scalfaro nacquero prima il governo Amato e poi quello Ciampi (da qui la discussione sulla loro natura: governi tecnici o governi del Presidente?) e senza la sua azione, ai limiti del mandato costituzionale, non avrebbero mai visto la luce. Tanto più operò e intervenne, Scalfaro, contro il I governo Berlusconi e per sostituirlo con Dini, con tanto di promessa (a Berlusconi) di elezioni a breve che, invece, poi fu tradita e che si tennero solo molto dopo. Scalfaro, poi, come Cossiga, e come poi farò Napolitano (anche Pertini lo fece, ma i suoi ‘discorsi dal caminetto’ riguardavano temi come la pace, la fame nel mondo, etc.), si appellò direttamente, e in più occasioni, ai cittadini per affermare le sue ragioni o per difendere se stesso da accuse e scandali (il famoso ‘Non ci sto’ sui fondi neri del Sisde). Infine, dopo la parentesi Ciampi, tornato presidente notaio, ma che rifiutò in più occasioni di promulgare leggi del governo Berlusconi su questioni giudiziarie (le leggi ad personam) e che intervenne anche in materia elettorale (le correzioni al Porcellum), arrivò appunto il ‘regno’ di Napolitano. Il quale si inventò di sana pianta un governo, quello Monti, dopo aver provocato la caduta di Berlusconi, nel 2011 (e pensare che solo un anno prima, nel 2010, l’aveva ritardata negando a Fini di sfiduciarlo per tempo), rifiutò ai partiti l’accesso alle elezioni anticipate e nel 2013 impose, alla nuova legislatura che si apriva, una “stagione di riforme” che, peraltro, vide sempre lui protagonista. La commissione dei 40 saggi, sostanzialmente, una struttura extra ordinem, molto criticata da diversi costituzionalisti, e la nascita del governo Letta furono sue personali decisioni. Poi, avallò la nascita del governo Renzi, infine si dimise, ma anche se non aveva chiesto lui di essere rieletto – sempre nel 2013 – la scelta di un mandato bis, quando la Costituzione, che pure formalmente non vieta la rielezione, parla di un mandato di sette anni, per il Capo dello Stato, fu una scelta pesante che creò un precedente importante, anche se poi gli anni del mandato bis furono solamente due. In buona sostanza, si può dire che solo con Mattarella siamo tornati all’antico adagio del presidente ‘notaio’ ma proprio un fine costituzionalista, ‘innamorato’ della Costituzione, come Mattarella potrebbe stupirci e innovare a sua volta, ampliando i poteri che gli spettano o ‘creando’ governi, chiamiamoli, se vogliamo, ‘del Presidente’ o in altri modi. Forse perché, come si è cercato di dimostrare in queste poche righe, la ‘maledizione’ del presidente ‘notaio’ è tale che porta a violarla qualsiasi inquilino abiti al Quirinale, a prescindere dalla sua indole, storia politica e fase storica.

E proprio alla luce di questo breve excursus storico-politico sui poteri e le figure dei diversi presidenti della Repubblica, acquista peso la tesi non peregrina di Ceccanti e altri: solo il presidente della Repubblica italiana ha poteri di derivazione tipicamente presidenziale (potere di scioglimento delle Camere e nomina del premier) mentre gli altri presidenti di repubbliche parlamentari (es: la Germania) non conoscono minimamente tali poteri. Ecco che, secondo tale tesi, sarebbe semplice e agevole trasformare la nostra repubblica parlamentare in una repubblica semi-presidenziale, semplicemente trasferendo i poteri in capo al Capo dello Stato al presidente del Consiglio (scioglimento delle Camere e nomina dei ministri) mentre l’indicazione del premier andrebbe prevista in una nuova legge elettorale che prevedesse, ovviamente, l’elezione diretta del premier. Proposte di legge in tal senso sono state proposte dallo stesso Ceccanti (Pd) e appoggiate da Cangini (FI) e altri parlamentari che si battono per una trasformazione in senso semi-presidenzialistico della nostra repubblica parlamentare.


Formule politiche. I 64 governi della Repubblica hanno conosciuto diverse formule politiche con cui i diversi partiti che appoggiavano questo o quel governo lo ‘coloravano’ in un modo o nell’altro. Ne indichiamo le principali, in modo non esaustivo. I governi di Cnl o di “unità nazionale” (vedi alla voce) sono stati principalmente governi di tutti i partiti di Cnl i (Dc, Psli, Pri, Pli, Psi, Pci, Pd’Az, Dl) o di ‘esapartito’, cioè appoggiati da sei partiti (spesso, infatti, il Pli o il PdAz non ne appoggiava l’uno o l’altro, a seconda dei momenti). Un governo De Gasperi, nel 1947, il III, fu un governo ‘tripartito’, cioè appoggiato solo dai tre grandi partiti (Dc, Psi, Pci). I governi del primo (1948-1953) e del secondo (1958-1958) centrismo furono governi ‘quadripartito’, cioè appoggiati da Dc, Psli, Pri, Pli, mentre il Psi, quando nacquero i governi di centrosinistra (1960-1968) passò dall’appoggio esterno (vedi alla voce) all’appoggio organico, ma i governi di centro-sinistra ‘organico’ non venivano, all’epoca, definiti governi di ‘pentapartito’. Durante la fase del centrismo e in quella del governo ‘della non sfiducia’ o delle ‘astensioni’ (vedi alla voce) stettero in piedi anche governi ‘monocolore’, cioè sostenuti dalla sola Dc, o governi ‘bicolore’, sostenuti dalla Dc e dal Pli. Negli anni Ottanta prese l’uso di definire i governi sostenuti da cinque partiti di centro-sinistra (Dc, Psdi, Pli, Pri, Psi) governi ‘pentapartito’. Nella Seconda Repubblica i governi furono di centrodestra o di centrosinistra a seconda della coalizione che aveva vinto le elezioni. Nel caso dei governi di centrodestra, si tratta del I, del II, del III e del IV governo Berlusconi: nel 1994 erano sostenuti da Polo delle Libertà (FI-Lega) e Polo del Buongoverno (FI-An), ma anche da partiti minori centristi (Ccd-Cdu); nel 2001-2006 di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (federazione di FI-An–Uc) e dalla Lega Nord, con il II e III governo Berlusconi; nel 2008-2013 si trattò di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (fusione di FI e An), dalla Lega Nord e dall’Udc, ma anche da forze minori (MPA) o nate in quel periodo (Fli). Nel caso del centrosinistra si trattò di governi sostenuti, come il I governo Prodi (1996-’98), prima dall’Ulivo (cartello elettorale che comprendeva Pds-Ppi-Pri-Ud-Verdi-Svp-lista Dini), con l’appoggio esterno del Prc, o da una parte dell’Ulivo (Pds-Ppi-Udr-Pdci-Verdi), come nei casi del I e II governo D’Alema e del governo Amato. Nel caso del II governo Prodi (2006-2008) di un governo sostenuto dal cartello elettorale dell’Unione che comprendeva Ds-Margherita-Prc-Pdci-Verdi-Udeur). Ovviamente, i governi tecnici (vedi alla voce) Ciampi, Dini, Monti, pur sostenuti da un ampio arco di forze parlamentari, non prevedevano forme politiche ‘colorate’.

“Forni” o politica detta “dei due forni”. La politica “dei due forni” di cui molto, in questi giorni, ha parlato il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, riferendosi alla possibilità di fare un accordo politico e di governo o con la Lega o con il Pd, indifferentemente e cioè a seconda di chi ci sta, non solo è un espressione impropria, in riferimento alla situazione politica attuale, ma non è, ovviamente, neppure farina del sacco di Di Maio. Si tratta, infatti, un’espressione tipica della Prima Repubblica, diventata famosa perché coniata dal leader dc Giulio Andreotti, più volte ministro e, per ben sette volte, presidente del Consiglio nella Prima Repubblica. Va premesso che, nella pubblicistica politica, ricorrono riferimenti concorrenti sia ai due forni che alla teoria dei due forni. Giulio Andreotti, quando si ritrovò a commentare, a distanza di anni, la fase storico-politica degli anni Sessanta, caratterizzata dalla centralità della Dc, scrisse che egli fu artefice dell’idea che in quel momento il suo partito, “per acquistare il pane” (cioè per fare la politica più congeniale ai propri interessi alleandosi con altre forze), dovesse servirsi di uno dei due forni che aveva a disposizione, a seconda delle opportunità: il forno di sinistra (socialisti) o il forno di destra (liberali, eventualmente anche i missini). Secondo il quotidiano La Repubblica, Andreotti in un’intervista spiegò di avere inventato i “due forni” durante la crisi politica che portò alle elezioni anticipate del 1987. Ma altri giornalisti e storici fanno risalire il concetto alla fine degli anni ’50 o ai primi anni ’60, quelli dell’avvento del centrosinistra. A quell’epoca Andreotti incarnava la destra della Dc e i due fornai erano uno il Psi di Pietro Nenni, a sinistra, e il Pli di Giovanni Malagodi (e, all’occorrenza, anche gli esponenti dell’Msi), a destra. Andreotti, in ogni caso, mise in atto la sua teoria prima di teorizzarla… Infatti, la usò con il suo primo governo del 1972, dove, dopo la fine del centrosinistra, tornarono al governo i liberali assenti dal 1962. Un esecutivo che strizzava anche l’occhio ai missini di Almirante, cresciuti alla Politiche. Alla fine degli anni ’70, dopo l’assassinio di Aldo Moro, il quadro era completamente mutato: a offrire ‘pane’ alla Dc c’erano sempre i socialisti  di Bettino Craxi come i comunisti di Enrico Berlinguer, sempre con l’obiettivo di salvaguardare la centralità della Dc. Va precisato che politici e media hanno tirato in ballo la teoria dei “due forni” in relazione a situazioni diverse da quelle originariamente designate, sotto metafora, da Giulio Andreotti. Lo ha fatto, ad esempio, Silvio Berlusconi contestando le scelte del suo (allora) alleato, e leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. Di solito, quando si parla dei “due forni” a proposito del comportamento politico di qualcuno (singolo o forza politica), s’intende in realtà ingentilire eufemisticamente l’idea di un’atteggiamento trasformistico. Tutt’altra definizione, ma a volte erroneamente confusa con questa, è quella di un leader (o di un partito) che, sempre nell’ambito della Prima Repubblica, faceva da ago della bilancia. L’espressione fu spesso riferita, a partire dalla fine degli anni Settanta, alla posizione e alla politica del Psi nel periodo craxiano, che si collocava come elemento di equilibrio decisivo tra Dc e Pci al centro del panorama politico, mostrandosi fautore di scelte accortamente svincolate da ogni rigidità di schieramento (al governo del Paese  con la Dc, ma al governo di numerose Regioni, Province e Comuni insieme con il Pci).

“Esterno” (appoggio). E’ una formula politica che permette a partiti che non fanno parte dell’esecutivo di sostenere il governo o in maniera diretta, tramite voto, o indiretta, attraverso l’assenza dall’aula durante i voti finali sui provvedimenti. L’articolo 94 della Costituzione sancisce che il governo debba avere la fiducia delle due Camere. Questo vuol dire che sia alla Camera che al Senato la maggioranza dei parlamentari è disposta a votare a favore dei provvedimenti proposti dall’esecutivo. Generalmente chi fa parte di questa maggioranza dà un sostegno pieno alla squadra di governo, seguendo in tutto e per tutto le decisioni prese dal premier e dai suoi ministri. Questo comporta una facile comprensione di chi è al governo (gruppi parlamentari con membri nell’esecutivo) e chi no e che rientra nell’opposizione. La polarizzazione però può avere delle sfumature intermedie. Specialmente in legislature con governi o di coalizione o che non hanno un sostegno eccessivamente ampio, può succedere che alcuni gruppi parlamentari diano, appunto, un appoggio esterno all’esecutivo, sostenendolo pur non facendone parte. Questo può avvenire in due modi. Il primo caso, quello più comune, è un appoggio esterno diretto. Alcuni gruppi parlamentari, pur non avendo membri nella squadra di governo, possono decidere di sostenere l’esecutivo votando a favore dei provvedimenti da esso presentati. Il secondo caso invece è un appoggio esterno indiretto, che comporta o l’astensione o l’assenza dall’aula al momento del voto. Quest’ultimo caso è quello più interessante. La soglia di maggioranza per l’approvazione di un atto può infatti variare a seconda del numero di presenti. Se generalmente è di 316 deputati e 158 senatori (161 considerando oggi i senatori a vita), il quorum si abbassa (anche di molto) se ci sono assenze fra i parlamentari. Decidendo di uscire dall’aula, i gruppi in appoggio esterno indiretto facilitano il lavoro del governo, e quindi l’approvazione dell’atto.La XVII legislatura, cioè la penultima, è stata caratterizzata da numerosi casi di appoggio esterno al governo. L’ultimo  (novembre 2017) ha visto protagonista Articolo 1 – Mdp, gli scissionisti dal Pd, gruppo che, con le dimissioni del vice ministro Filippo Bubbico, ha ufficializzato il passaggio dei suoi gruppi parlamentari dall’appoggio pieno al governo Gentiloni all’appoggio esterno. Passaggio che già era nell’aria, visto il comportamento del movimento negli ultimi mesi (l’uscita dall’aula nel voto sulla manovra correttiva).  Il più noto degli esempi di appoggio esterno riguarda però il precedente governo Renzi, in cui la riforma costituzionale Boschi (poi bocciata dal referendum popolare) fu approvata dal parlamento anche grazie al sostegno di Ala (il movimento fondato da Dennis Verdini) che votò a favore di quella legge pur non facendo parte della squadra di governo (i voti di Ala furono decisivi, soprattutto al Senato, per blindare la riforma e farla passare). Nel corso della XIII legislatura (1996-2001) fu il Prc (Rifondazione comunista) di Fausto Bertinotti a garantire, al I governo Prodi (1996-’98) l’appoggio esterno del suo partito. Dopo una lunga trattativa che rischiò di far cadere il governo già all’atto del varo della prima manovra economica (1996), la situazione divenne sempre più tesa e, nel 1998, Rifondazione – che si era alleata all’Ulivo guidato da Prodi alle elezioni politiche del ’96 ma solo attraverso un cd. ‘patto di desistenza’ in una serie di collegi uninominali – decise di togliere definitivamente l’appoggio al governo Prodi, che poi cadde in Parlamento e che fu sostituito dai governi I e II D’Alema e dal governo Amato che godettero l’appoggio di un pezzo di Rifondazione, il Pdci di Armando Cossutta, che era uscito dal Prc per dissenso proprio sul tema dell’appoggio al governo Prodi. Nel corso della Prima Repubblica, furono molti i casi in cui il Psi, rispetto ai governi a guida Dc, ma non ancora organicamente di centro-sinistra, garantiva l’appoggio esterno ai primi governi centristi che ‘aprivano’ a sinistra, ma senza entrare nei vari esecutivi.

Leader. Il leader di una forza politica non ne è, per forza, il segretario politico o il presidente del partito: può anche essere una figura altra, purché riconosciuta dallo Statuto di quella singola forza politica, ma si tratta di un confine assai labile. La presenza, alle consultazioni, con i capigruppo dei gruppi parlamentari, di leader non eletti delle rispettive formazioni politiche, è pratica invalsa nella II Repubblica. In tempi recenti Beppe Grillo, capo politico del M5S, nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi con FI. Nella I Repubblica (1946-1992) salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti dei partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Legislatura (XVIII). La XVIII legislatura della storia repubblicana (la I si è aperta nel 1948) è partita con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi: servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Le Camere hanno, da lì, iniziato a funzionare regolarmente.

“Grosse Koalition”. La formula è mutuata dal vocabolario politico tedesco. La nascita della Grosse Koalition, in Germania, risale al periodo 1966-1969 quando per la prima volta i due partiti antitetici dell’allora Repubblica Federale Tedesca (Rft), la Cdu-Csu e la Spd, governarono insieme guidati dal premier Kurt Georg Kiesinger (Cdu). L’esperimento politico, per quanto funzionante, fu ritenuto, all’epoca, un’eccezione da non ripetersi più in futuro, in quanto i due principali partiti tedeschi e i loro alleati minori si sono ritenuti sempre alternativi, ma nella legislatura 2005-2009 si tornò a un governo di Grosse Koalition con i governi guidati dalla cancelliera Angela Merkel. L’esperimento fu replicato anche nella legislatura 2013-2017 e, dopo le ultime elezioni politiche del 2017, è stato riproposto anche se ci sono voluti sei mesi per vararlo, sempre sotto la guida della cancelliera Merkel. Ogni volta viene stipulato, tra Cdu-Csu e Spd, un “contratto di governo” che prevede, di volta in volta, i punti programmatici dell’intesa, cui si richiama oggi M5S quando parla, per il governo, di “contratto alla tedesca”. In Italia, un governo di Grosse Koalition (larga coalizione) è stato ritenuto il governo Letta (2013-2015) che però viene più comunemente definito “governo di larghe intese” (vedi alla voce).

Patto (di legislatura). E’ l’intesa con la quale i partiti che formano un governo s’impegnano a sostenerlo per cinque anni, cioè per l’intera legislatura in corso.

Partecipazione organica (al governo). Si ha quando un partito della maggioranza di governo ‘invia’ propri rappresentanti al governo in qualità di ministri e/o di sottosegretari i quali lo rappresentano pienamente dentro quel governo. Se la partecipazione al governo non è ‘organica’, da parte di una forza politica, vuol dire che il partito o gruppo politico in questione si limita a sostenere dall’esterno il governo (vedi alla voce “appoggio esterno”) oppure ad astenersi su di esso e sui suoi provvedimenti. Il caso dell’appoggio esterno del Prc di Bertinotti al I governo Prodi (1996-’98) fu un caso di appoggio esterno come lo fu l’appoggio esterno di Ala di Verdini al governo Renzi.

Rimpasto (di governo). Si verifica quando una (o più) forza politica della maggioranza di governo chiede di cambiare, in parte o in tutto, i ministri che ne fanno parte e ottiene che alcuni ministri si dimettano venendo sostituiti da altri della propria parte politica.

“Staffetta” (patto della). Fu chiamato così il patto politico siglato tra l’allora leader del Psi, Bettino Craxi, e l’allora leader della Dc, Ciriaco De Mita, che tra il 1983 e il 1987 avrebbero dovuto alternarsi al governo, sempre all’interno di governi di pentapartito (cioè di governi di centro-sinistra), ma il patto naufragò per l’ostilità dell’uno verso l’altro. Oggi se ne parla in merito a un possibile patto tra Salvini, leader della Lega, e Di Maio, leader dei 5Stelle, che dovrebbero (o vorrebbero) alternarsi alla guida del governo dentro un accordo tra centrodestra e M5S. Si farà? Difficile a dirsi, più difficile a farsi.

Staff (del Quirinale). Il presidente della Repubblica viene aiutato, nel suo compito di svolgere le consultazioni (vedi alla voce) da alcuni dei suoi principali collaboratori che sono: il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera); il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri; i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso; il consigliere Simone Guerrini e molti altri.

Stallo (o caos) istituzionale. E’ la situazione attuale. Un governo non c’è (ma c’è il governo Gentiloni per “il disbrigo degli affari correnti”, vedi alla voce) e la crisi politica si prolunga, ma  ‘niente paura’: è già successo e “ci vuole il tempo che ci vuole”…

“Terzo uomo”. Se ne parla anche nel corso di questa crisi politica perché potrebbe essere una personalità politica o istituzionale o fuori dai giochi dei partiti (il presidente della Consulta Lattanzi, il presidente dell’Authority della Anti-corruzione Cantone, l’ex giudice della Consulta Flick e via elencando) a essere chiamato dal Capo dello Stato a guidare un governo di tutti o di responsabilità o di scopo o a termine (vedi alle varie voci citate), ma solo dopo che tutte le altre opzioni politiche venissero scartate.

“Verifica” (di governo). Si intende con questo termine l’incontro tra i maggiori esponenti dei partiti che reggono un governo, incontro che si tiene periodicamente oppure dopo un evento politico di rilievo che cambia gli assetti politici del momento (per esempio le elezioni amministrative, comunali o regionali, le elezioni europee, etc.) allo scopo di ‘verificare’ (da cui il termine) se permangono o meno le condizioni affinché il governo possa continuare a operare. Nella Prima Repubblica erano molto frequenti.

Voto di fiducia. La nostra è una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare: le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti. La Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, e di conseguenza aprendo una nuova crisi di governo. In realtà, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia al governo da parte del Parlamento, sono pieni gli annali della storia patria: è quasi sempre stata la norma e la crisi ‘parlamentare’ l’eccezione.

Il contrario del voto di fiducia è, ovviamente, il cosiddetto ‘voto di sfiducia’: si realizza quando un esecutivo si presenta in Parlamento e viene battuto o ‘va sotto’ il quorum richiesto per quella votazione su un provvedimento o sul complesso del suo operato. Il paradosso è che, nella storia repubblicana, sono stati assai pochi i governi battuti in Parlamento con un voto di sfiducia, mentre normalmente, specie nella Prima Repubblica, i governi si dimettevano anche se non in presenza di un voto di sfiducia da parte delle Camere. Per non risalire troppo indietro nella storia, si può ricordare che entrambi gli esecutivi a guida Prodi di centrosinistra furono battuti, il primo nel 1996 e il secondo nel 2008, da un voto di sfiducia da parte delle Camere, la prima volta per responsabilità del Prc di Fausto Bertinotti e la seconda volta per responsabilità dell’Udeur di Mastella. Fu lo stesso Prodi a chiedere e a imporre, nonostante i molti pareri contrari presenti dentro i suoi governi e il suo staff, in entrambi i casi, un voto da parte delle Camere. Nel 1996 la legislatura continuò comunque con i governi D’Alema I e II e con il II governo Amato e si chiuse solo nel 2001. Nel secondo caso, invece, la legislatura che si era aperta nel 2006 si interruppe nel 2008 dopo un infruttuoso tentativo di formare un nuovo governo affidato da Napolitano a Marini. Peraltro, fu quella la seconda legislatura più breve della storia repubblicana, seconda soltanto a quella del 1992-’94. Da ricordare, infine, che il voto di fiducia se chiesto sul governo presuppone l’ottenimento della maggioranza assoluta dei voti di ciascuna Camera (316 deputati su 630 alla Camera, 161 senatori su 315 al Senato, ma il numero della composizione del Senato varia in base al numero dei senatori a vita che, in questo caso, sono cinque, quindi 321) mentre se chiesto su un provvedimento, di ogni natura, presuppone solo il raggiungimento della maggioranza semplice dei voti in ogni Camera (la metà più uno dei presenti alla votazione varia in base ai presenti).

Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

 

******Spazio curiosità IV****** 

Alcuni singoli episodi storici sugli incarichi di governo conferiti dai Presidenti nel corso dell’età repubblicana.

1979, i tre presidenti incaricati (uno effettivo e due vice). Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma nacque invece un V governo Andreotti che portò il Paese al voto. La Malfa, per il dolore, ne morì…

1979, il primo incarico a un esponente non Dc (Craxi). Sempre Pertini fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana e lo fece per ben due volte. Infatti, l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo guidato da Ferruccio Parri, ex comandante partigiano, di fede azionista, nato e morto nel 1947 era stato l’ultimo, prima vi erano stati tre governi Badoglio e due governi Bonomi, nel 1943-1946, ma era ancora vigente la monarchia di casa Savoia. Nel luglio del 1979 Pertini diede l’incarico di formare un governo al segretario del Psi Bettino Craxi, che dovette rinunciare per l’opposizione della Dc. Una decisione che suscitò grande scalpore ma preparò così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

1981, il primo governo a guida laica (Spadolini). Nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (Dc, 1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito (sorretto cioè da Dc, Pli, Pri, Psdi, Psi) il 28 giugno 1981. Fu una specie di rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc che mantenne tale primato per 35 anni.

1983, il primo governo a guida socialista (Craxi). Sempre il presidente Pertini fu il responsabile del conferimento dell’incarico al primo esponente socialista nella storia della Repubblica: il Psi aveva partecipato, quasi ininterrottamente, dal 1960 in poi ai governi detti “di centrosinistra” (fu in quell’occasione che Aldo Moro coniò l’espressione “convergenze parallele”: Moro parlava, cioè, del rapporto di convergenza tra la Dc e il Psi e non, come spesso si confonde, del rapporto tra la Dc e il Pci), ma non ne aveva mai guidato nessuno e il suo storico leader, Pietro Nenni, ne era stato, al massimo, vice-presidente.  Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito (formula che indicava la presenza di Dc, Psi, Psi, Poi e Poi al governo) durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, vi furono ai vertici dello Stato due esponenti socialisti: il presidente della Repubblica (Pertini) e il presidente del Consiglio (Craxi).

1987, il primo incarico esplorativo a un comunista (Iotti). Il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, nell’ambito di una complessa crisi di governo seguita alle dimissioni del II governo Craxi affidò al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), un incarico esplorativo nel marzo del 1987. Nell’arco di venti giorni, dal 25 marzo al 10 aprile, la Jotti ha verificato l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo e la palla è passata ad altre personalità. In ogni caso, si è trattato della prima e unica volta in cui un esponente del Pci, peraltro la vedova di Palmiro Togliatti, ha avuto un incarico, sia pure esplorativo, da un Presidente della Repubblica nell’intero arco della storia repubblicana.

1987, il primo incarico al presidente del Senato in carica, Fanfani. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha innovato la prassi costituzionale affidando al presidente del Senato in carica, Amintore Fanfani (Dc), un incarico per formare un governo il 14 aprile 1987. Il VI governo Fanfani è rimasto in carica fino al 9 luglio 1987, il tempo utile per accompagnare il Paese al voto e si è dimesso subito dopo l’elezione delle nuove Camere. In ogni caso si è trattato del primo governo affidato a un presidente del Senato in carica.

1989, la crisi di governo più lunga e il governo Andreotti. La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella del maggio-luglio 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti (1989-1991). Ma il governo Andreotti nacque ben 64 giorni dopo le dimissioni, il 19 maggio 1989, del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita (Dc), che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche e che si dimise dopo la conclusione del congresso del Psi che gli tolse l’appoggio perché Craxi riteneva che non fosse stato rispettato il cd. “patto della staffetta” (l’alternanza tra un esponente del Psi, Craxi, e uno della Dc, De Mita, alla guida del governo, patto politico che De Mita e Craxi pretendevano fosse persino ‘costituzionalizzato’). Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Dopo un mandato esplorativo affidato a Spadolini (Pri), allora presidente del Senato, e il reincarico a De Mita, che rinunciò, nacque il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un’alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi): sbloccò l’impasse e durò fino al 1991. Ci vollero due mesi per risolvere la crisi di governo, la più lunga della storia repubblicana, dal 19 maggio al 22 luglio.

1992, la crisi di governo più drammatica, il Governo Amato. Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò, peraltro, della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro fu costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività. Scalfaro diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi in situazioni drammatiche. Il primo incarico fu dato a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal giugno 1992 all’aprile 1993 affrontando problemi di ordine interno (corruzione e stragi) e internazionale (crollo della lira, svalutazione e il famoso “prelievo forzoso sui conti correnti”). Particolare curioso delle consultazioni: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto dei partiti coinvolti. Durante il governo Amato, peraltro, il numero di ministri che si dimisero per gli avvisi di garanzia ricevuti dal pool di Mani Pulite fu esorbitante: si trattò dei ministri Martelli (Psi), Goria e Fontana (Dc), Di Lorenzo (Pli), mentre il ministro Scotti (Dc) si dimise per la nuova incompatibilità, fatta valere dal suo partito, tra ministro in carica e seggio parlamentare, il ministro Ripa di Meana (Verdi) si dimise per dissenso in merito al decreto Conso che depenalizzava i reati di Tangentopoli e che poi venne ritirato. In totale, si trattò delle dimissioni di ben sei ministri in carica.

1993, la prima volta del Pds al governo e il Governo Ciampi. Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era, in quel momento, governatore della Banca d’Italia, più tardi fu ministro e poi anche presidente della Repubblica) e il primo governo, dal 1947 in poi, a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti. Infatti, anche se solo per una giornata, il 29 aprile 1993, il Pds (ex Pci) di Achille Occhetto prese parte al governo Ciampi con propri ministri che erano Visco, Berlinguer, Barbera e Rutelli (Verdi). L’uscita dal governo, a sole 24 ore dalla sua formazione, fu determinata dal fatto che la Camera dei Deputati negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per il leader del Psi Bettino Craxi, voto che si teneva proprio quel giorno. Il governo Ciampi fu anche il governo che gestì il primo passaggio dal sistema proporzionale semi-puro che aveva segnato la storia di tutta la Prima Repubblica a una nuova legge elettorale, il Mattarellum (dal nome dell’attuale Capo dello Stato e allora capogruppo del Ppi, Sergio Mattarella). Il Mattarellum, varato nel 1993 e applicato per la prima volta nel 1994, introdusse in Italia un sistema elettorale maggioritario, basato sui collegi uninominali, anche se con discreto recupero proporzionale (25%).

1994, il primo caso di un ministro (Previti) depennato dalla lista dei ministri. Quando, nel 1994, il 18 aprile, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura (1992-’94), la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi (alleato della Lega Nord nel Polo delle Libertà al Nord e di An al Sud nel Polo del Buon Governo) sancì la nascita di una nuova era, la Seconda Repubblica. Il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo non rispondeva più alle logiche della Prima Repubblica e al gioco come ai rapporti tra i partiti in un sistema, di fatto, proporzionale, ma avviò l’era – o quantomeno la richiesta – della formazione di governi che rispondessero all’esito elettorale. In tale cornice, nacque il I governo Berlusconi che governò dal 10 maggio 1994 fino alle sue dimissioni, il 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri partiti minori. Il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo il quale Berlusconi accettò il veto del presidente Scalfaro sul nome di Previti e lo spostò alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, fatto non usuale, ma nemmeno irrituale nella storia. Infatti, Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo del governo Pella (1953) che lo stesso Einaudi spinse a formare.

2008, il governo più longevo della storia, il governo Berlusconi. Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura (2008-2013), il 7 maggio 2008, fu il 60 esimo governo della storia repubblicana, batté tutti i record di durata degli esecutivi più longevi della storia patria ed è rimasto, a oggi, il secondo più lungo, secondo solo al VII governo De Gasperi(1951-1953), naturalmente contando solo i governi della storia repubblicana. Il governo più lungo di tutti fu ovviamente il governo guidato da Benito Mussolini, con diversi rimpasti, dal 1929 al 1943, governi che si formarono durante il regime fascista e che venivano autorizzati dall’allora Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

2011, il governo di un senatore a vita, il governo Monti. La crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio, formando un suo partito (Fli), separato e distante dall’allora Pdl, manovrando, da presidente della Camera, contro Berlusconi, comportò che, a novembre del 2011, il IV governo Berlusconi cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando per un soffio la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Pd), colse al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice dell’esperimento del governo tecnico guidato da Mario Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare, pochi mesi prima, senatore a vita. Monti governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ e non indicati dai vari partiti che lo sostenevano, adottando misure draconiane in economia.

2013, una legislatura caotica, l’ultima, e una crisi di governo durata 44 giorni. La legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, che aveva sostituito nel 2005 la legge elettorale precedente, il Mattarellum, e che funzionò dalle elezioni del 2006 fino, appunto, a quelle del 2013. Tale legge, il Porcellum, venne poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione, premio concesso senza soglia di accesso. In ogni caso, la coalizione di centrosinistra imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) ma solo alla Camera e non al Senato per la difformità dei premi, che al Senato venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico per formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna per l’indisponibilità dei 5Stelle. Napolitano congelò il pre-incarico a Bersani senza mai più, di fatto, ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale come poi fu notato. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato. Le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101”) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo e unico capo dello Stato ad essere eletto per due volte alla massima carica della più alta istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi, dunque, che fu molto lunga, anche se non la più lunga, e che portò con sé altre due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’.

 

il mio libro su Renzi

La copertina di un libro su Renzi, La volta buona.

La formula del governo delle larghe intese proseguì fino al gennaio 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi (Pd), dopo la sfiducia che il suo partito aveva promosso nei confronti del governo Letta. Renzi ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece il nuovo Capo dello Stato, Sergio Mattarella, eletto nel 2015, a conferire l’incarico al presidente del Consiglio attuale e ancora in carica per “il disbrigo degli affari correnti”, Paolo Gentiloni (Pd). Da segnalare altri due fatti importanti. Il governo Renzi, che governò con una maggioranza non più di “larghe intese” (Pd-FI più gli alleati minori), come era accaduto con il governo Letta, ma con una maggioranza di ‘centro-sinistra’ (Pd-Ncd più altri alleati minori), stabilì con FI di Silvio Berlusconi l’intesa (passata alle cronache come “patto del Nazareno” perché stipulato nella sede del Pd che si trova a largo del Nazareno) per una ‘grande riforma’ costituzionale. La riforma, che prevedeva di riscrivere molti articoli della II parte della Costituzione (superamento del bicameralismo perfetto attraverso l’abolizione del Senato o, meglio, la sua non più elettività diretta ma di secondo grado e la riforma del Titolo V, cioè il rapporto di Stato e regioni) fu varata dal Parlamento, attraverso una doppia lettura, come prevede la Costituzione nel 2015, ma fu richiesto, dalle opposizioni, non avendo la riforma ottenuto i 2/3 dei voti in Parlamento proprio a causa del sottrarsi di FI dal patto del Nazareno, un referendum costituzionale su esso che si tenne il 4 dicembre 2015 e vide la sconfitta del Sì e la vittoria del No al referendum. Di conseguenza Renzi si dimise da presidente del Consiglio e gli subentrò Gentiloni. Pur non entrata in vigore, si è trattato della più grande opera di revisione costituzionale mai tentata prima in Italia. Inoltre, sempre il governo Renzi fece approvare, a colpi di maggioranza, e ponendo la questione di fiducia, la riforma della legge elettorale passato alle cronache come Italicum. Ma anche tale legge, approvata nel 2016, non fu attuata. Bocciata, anche se solo in parte, dalla Corte costituzionale perché, prevedendo un ballottaggio tra i due partiti o coalizioni più votate non indicava una soglia di accesso, l’Italicum non entrò mai in vigore, primo e unico caso, nella storia repubblicana. Entrò in vigore, invece, alla fine del 2017, il cd. Rosatellum, sistema proporzionale basato su un mix di collegi uninominali maggioritari (36%) e di listini bloccati proporzionali (64%), sistema elettorale con cui si è votato alle recenti elezioni del 4 marzo 2018.

jotti e anselmi

Nilde Jotti (Pci), la donna più votata per il Quirinale, e Tina Anselmi (Dc)

*****Spazio curiosità V*****

Breve storia dei mandati esplorativi e dei pre-incarichi.

  • Una premessa.

Il primo fu Cesare Merzagora nel 1957, gli ultimi sono stati, anche se non formalmente, nel 2013 dieci saggi suddivisi in due commissioni. Sono i destinatari del cosiddetto incarico esplorativo che, durante le procedure per la formazione del governo, il Presidente della Repubblica può chiamare a verificare se esistano i presupposti, ed eventualmente a dare un impulso, per arrivare ad una possibile soluzione della crisi o per favorire una fase di decantazione e guadagnare tempo in attesa che maturino le intese necessarie. Solitamente si tratta di personalità super partes ma con una connotazione più politica rispetto a quella del Capo dello Stato, in grado quindi di avere un approccio bipartisan alle questioni, ma anche di inserire nel confronto tra le forze politiche quegli elementi che possano permettere di superare lo stallo. Il profilo richiama la figura dei presidenti  delle Camere che in tutti i casi citati sono stati chiamati a svolgere questa funzione.

            *Il primo incarico a Merzagora nel 1957.

Il primo fu il presidente del Senato, Cesare Merzagora, nella fase che portò alla formazione del governo Adone Zoli, dopo la crisi apertasi con le dimissioni di Antonio Segni il 6 maggio 1957. Nel conferirgli l’incarico, il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, spiegò che come suo supplente, la Costituzione gli conferiva “il compito di accertare quali concrete possibilità esistessero di costituire un governo in grado, per la composizione e il programma, di riscuotere la fiducia delle Camere e del Paese”. Merzagora accettò il mandato, spiegando di considerare il suo compito limitato proprio a verificare se fosse possibile far nascere un nuovo esecutivo, rinunciando quindi ad una automatica trasformazione in incarico pieno e ritenendo opportuno ricorrere al presidente del Senato solo come estrema risorsa. L’incarico non ebbe seguito.

  • L’incarico al presidente della Camera Leone nel 1960.

Il 4 marzo del 1960, ancora una volta dopo le dimissioni di un esecutivo presieduto da Antonio Segni, Gronchi decise di chiamare come ‘esploratore’ stavolta il presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc). Anche in questo caso, l’accettazione della chiamata da parte del Capo dello Stato fu accompagnata dalla premessa che un incarico pieno ad una carica istituzionale poteva giustificarsi solo in presenza di una situazione particolare, come la necessità di presiedere un governo destinato a condurre il Paese ad elezioni anticipate. Ipotesi non all’ordine del giorno: la crisi fu superata con la nomina al governo di Fernando Tambroni (Dc).

  • Ancora un incarico a Leone nel 1963.

Un nuovo incarico esplorativo venne affidato, nel giugno del 1963, all’inizio della legislatura, al presidente della Camera, Leone, che poi fu nominato da Antonio Segni presidente del Consiglio di un governo rimasto in carica fino all’autunno, prima della nascita del centrosinistra organico di Aldo Moro (Dc). Sempre Leone, nel frattempo divenuto senatore a vita, si ritroverà premier per la seconda volta tra il giugno e il novembre del 1968, preparando la stagione dei governi di Mariano Rumor nel periodo che segnava la crisi del centrosinistra.

  • Gli incarichi esplorativi a Saragat e Fanfani, 1968.

Proprio in quegli anni vennero affidati altri due incarichi esplorativi, durati appena un giorno, dal Capo dello Stato, Giuseppe Saragat (Psdi), prima al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968, e poi a quello del Senato, Fanfani, il 2 agosto del 1969. Nella legislatura successiva, il 10 ottobre del 1974, dopo la crisi del quinto governo Rumor, il Presidente della Repubblica, Leone, affidò l’incarico esplorativo al presidente del Senato, Giovanni Spagnolli, che tre giorni dopo gli consegna una relazione scritta sui colloqui avuti. Dovette comunque passare ancora più di un mese prima che vedesse la luce il quarto esecutivo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro.

  • Ancora un incarico a Fanfani, prima del Craxi bis, nel 1986.

L’impostazione che porta ad affidare l’incarico esplorativo a Merzagora e Leone e i paletti posti dai diretti interessati nell’accettarlo, trova riscontro nella situazione che si crea negli anni Ottanta, quando è Amintore Fanfani, presidente del Senato, che viene chiamato dal Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a coadiuvarlo nella ricerca di una soluzione per la crisi apertasi con le dimissioni del primo governo di Bettino Craxi. Era il 4 luglio 1986 e 5 giorni dopo, terminata la sua esplorazione, Fanfani riferì al Capo dello Stato che dagli elementi raccolti emergeva la possibilità di arrivare ad una soluzione della crisi, che poi culminò con l’avvento del Craxi bis. Nel 1983 un incarico esplorativo era stato conferito dal presidente Pertini al presidente del Senato Morlino.

  • Nilde Iotti, la prima ‘esploratrice’ donna nel 1987.

A Fanfani, da presidente del Senato, qualche mese dopo fu dato invece un incarico pieno per un esecutivo che avrebbe avuto come sbocco le elezioni anticipate all’inizio dell’estate del 1987. Era già accaduto nel dicembre 1982, al termine dell’ottava legislatura. Quel sesto e ultimo governo guidato da uno dei “cavalli di razza” della Dc fu appunto preceduto da una fase particolarmente complicata, conseguenza della tensione tra Dc e Psi, che rese necessario l’intervento per la prima volta di una ‘esploratrice’, e cioè la presidente della Camera Nilde Iotti (Pci), chiamata da Cossiga il 27 marzo 1987.

Da ricordare che, prima di arrivare ad elezioni anticipate, anche il Capo dello Stato Sandro Pertini, nella primavera del 1983, chiese al presidente del Senato, Tommaso Morlino, di esplorare se effettivamente emergesse l’incapacità del Parlamento di esprimere una maggioranza.  Nel 1986, a guidare il governo che stava per dimettersi era Amintore Fanfani, chiamato qualche mese prima a lasciare lo scranno più alto di palazzo Madama per approdare a palazzo Chigi, in quella che sarebbe stata la fase finale della legislatura, circostanza che si sarebbe ripetuta nel 1987. Una dimostrazione di come possa accadere che i presidenti delle Camere vengano anche ritenuti figure idonee ad assumere la carica di premier, in esecutivi destinati a gestire fasi di passaggio e di decantazione prima o immediatamente dopo le elezioni, anticipate o meno.

  • L’incarico esplorativo a Spadolini, 1989.

Sempre durante una delle crisi più lunghe e difficili, all’epoca del pentapartito, prima che si riuscisse a dar vita al sesto gabinetto presieduto da Giulio Andreotti, fu chiamato ad ‘esplorare’ il presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri). Spadolini, dal 26 maggio all’11 giugno 1989 ebbe un mandato che portò a termine dopo due giri di consultazioni, anche se dovette passare più di un mese per veder risolta una crisi durata, alla fine, ben 64 giorni.

  • Marini esplora nel 2008, dopo le dimissioni di Prodi.

Prima di sciogliere le Camere dopo le dimissioni di Romano Prodi nel gennaio del 2008, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò al presidente del Senato, Franco Marini, l’incarico di esplorare se tra le forze politiche esistesse la possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e il sostegno ad un governo che accompagnasse l’approvazione di tale riforma, assumendo anche le decisioni più urgenti. 

  • La stranezza della commissione di saggi ‘esploratrice’, nel 2013.

Inedita la formula sperimentata invece dallo stesso Napolitano all’inizio della passata legislatura, dopo l’impossibilità di formare un governo verificata da Pier Luigi Bersani. Al termine di un rapido giro di consultazioni, il 30 marzo del 2013 il Capo dello Stato decise di formare due commissioni di lavoro, chiamate a stabilire contatti con i Gruppi parlamentari, per un confronto su proposte programmatiche in materia istituzionale ed economico-sociale ed europea. Un’iniziativa che avrebbe rappresentato il prodromo per la successiva nascita del governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta. Del primo comitato facevano parte Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante; del secondo, Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato; Salvatore Rossi, membro del Direttorio della Banca d’Italia; Giancarlo Giorgetti e Filippo Bubbico, allora presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato in avvio di legislatura; l’allora ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi. Il lavoro della commissione di saggi fu poi archiviato e non ebbe alcun seguito sostanziale.

*Il mandato esplorativo al presidente del Senato Casellati, 2018.

Nel 2018, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, un mandato esplorativo è stato affidato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla presidente del Senato, Elisabetta Maria Alberti Casellati (FI) con un confine molto specifico: verificare la possibilità di formare un governo solo nel ‘perimetro’ di una possibile alleanza tra centrodestra e M5S e, anche, con un orizzonte temporale molto limitato, i giorni dal 18 al 20 aprile 2018, con l’obbligo di riferire, entro quella data, al Capo dello Stato. L’esplorazione si è conclusa il 21 aprile scorso, è durata solo due giorni e non ha prodotto risultati significativi.


Questo ‘Dizionario della crisi’ è stato pensato e scritto in forma originale per questo blog ed è reperibile solo qui.

 

 

SalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalva

NEW!!! Il Molise forse “non esiste”, però va al voto e tutti i big nazionali corrono nella regione più dimenticata d’Italia. Storia di una terra e di una campagna elettorale raccontate da un molisano

Ettore Maria Colombo – TERMOLI (CB)

Una premessa personale. L’autore di questo articolo è molisano, per la precisione di Termoli (Campobasso): conosce quindi i fatti narrati per “esperienza personale”. Qualche giorno fa, a “Gazebo”, su La 7, Diego Bianchi, in arte ‘Zoro’, ha fatto vedere un suo reportage, molto divertente, dal Molise che si avvicina al voto, passando da un ristorante e da un ristoratore all’altro, apprezzando la cucina molisana, i luoghi e il calore della sua gente. Nella speranza che i riflettori, sul Molise, vengano accesi anche per visitare una regione piccola ma che merita attenzione e onore certamente più di quanto non gli vengano concessi, ecco un articolo sulla sfida elettorale regionale di domenica 22 aprile, quando il Molise andrà al voto per rinnovare Governatore e consiglio regionale.

Ps. Per seguire al meglio le elezioni molisane e la politica molisana consiglio l’account dello stratega politico e del responsabile di diverse campagne elettorali per diversi committenti Antonello Barone (@Antonello2011 su Twitter), molisano-termolese doc proprio come me. 

Termoli

La vista del Borgo Antico (o Paese Vecchio) di Termoli (Campobasso) e, in particolare, del ‘castello svevo’.

 

1) La sfilata dei big nazionali in Molise.
In Molise si vota domenica prossima, il 22 aprile, per le elezioni regionali e la sfilata di tutti i big politici nazionali in regione è stata davvero impressionante. Luigi Di Maio, il leader M5S, ci ha passato due giorni, toccando entrambi i due capoluoghi di Provincia (Campobasso, capoluogo di Regione, e Isernia) e Termoli, la sola cittadina molisana importante dal punto di vista economico (vi hanno sede, infatti, la Fiat-Chysler e diverse aziende chimiche). A Termoli, in un comizio nella storica piazza centrale del Borgo Vecchio, davanti alla splendida cattedrale, in stile romanico-pugliese, del 1200, Di Maio ha galvanizzato i tanti supporter gridando “Vinceremo, il Molise sarà la prima regione a guida 5Stelle e io ci tornerò da premier”. Il lumbard Matteo Salvini ha compiuto, dopo una prima incursione a Isernia e un comizio a Termoli, un tour de force tra i comuni più piccoli della Regione. Sono ben 136 e dove la popolazione molisana ancora resiste, in parte, anche se molti di essi vivono il dramma dello spopolamento e di una nuova emigrazione verso i centri più grandi d’Italia e anche verso l’estero. Un’emigrazione seconda solo a quella che, agli inizi del Novecento, abbatté la popolazione molisana. Infatti, oggi i discendenti di oriundi molisani sono oltre 600 mila, concentrati per lo più in Canada e negli Usa, cioè più del doppio della popolazione residente. Anche Salvini ha detto che ci tornerà “da premier”. Silvio Berlusconi ci ha messo del suo, suonando il ‘bufu’, tradizionale tamburo che si suona con una lunga pertica, a Casacalenda, dicendo che vuole prendere casa a Bagnoli del Trigno e tenendo diversi comizi in Regione. “Dato il momento della politica nazionale una nostra rotonda vittoria in Molise ci aiuterà a trovare nel Parlamento i voti di cui il centrodestra necessita”, assicura Berlusconi poco dopo essere salito, a Termoli, sul predellino di un’auto per godersi il consueto bagno di folla. Poi, rapida visita, in elicottero, a San Giuliano di Puglia, dove un violento terremoto, nel 2002, mentre l’ex premier era al governo, devastò un piccolo paese che, nonostante il nome, si trova in Molise, uccidendo 27 bambini e una maestra. Berlusconi promette al sindaco, Luigi Barbieri, che “se il centrodestra va al governo un consiglio dei ministri lo facciamo qui”. Infine, cena a Campobasso per sostenere il candidato a governatore di centrodestra con consueto florilegio di battute e mangiata luculliana di caciocavalli, ricotta e prosciutti, mentre, a pranzo, aveva gustato, sempre a Termoli, il famoso, nel basso Molise,  ‘brodetto alla termolese’. Tra un predellino e l’altro, Berlusconi ha rischiato di incrociarsi con il premier in carica, Paolo Gentiloni, unico esponente di spicco del centrosinistra che prova a venire a dare manforte a un candidato, quello del Pd, che ha la sconfitta in tasca. Infatti, i i rapporti di forza vedono la gara, in Molise, ristretta tra 5Stelle e centrodestra, le due coalizioni che stanno facendo un continuo, e rischioso, testa a testa in Molise come sul piano nazionale. Infine, c’è stata  la visita di uno dei segretari di LeU, Roberto Speranza, che in Molise (come in Lazio) è alleata col Pd e un giro in regione ha fatto l’impalpabile segretario dem, Maurizio Martina.


cartina del molise

Una cartina ‘semplice’ del Molise

 

2) Ma davvero “il Molise non esiste”?
E pensare che “Il Molise non esiste”, come gruppo su Facebook, conta ben 14.582 sostenitori e che il tormentone ha acquistato una sua rilevanza, nel recente passato. Infatti, l’ex premier, Matteo Renzi, durante la campagna per il referendum istituzionale del 4 dicembre 2017 ‘amava’ giocare a tiro a segno contro il Molise, denunciandone gli sprechi e le spese di rappresentanza (tipo gli uffici a Bruxelles) che, secondo lui, erano “inutili e dannose” per promuovere l’immagine di una Regione così piccola e modesta. Ne vennero fuori anche dei divertenti fotomontaggi su Facebook (“Renzi: invaderemo il Molise”), ma all’ex segretario del Pd, come si sa, mal gliene incolse, dato che quel referendum lo perse. In ogni caso, ogni tanto o spesso sui social, nei talk show o in radio si sente spesso ripetere il refrain, che forse a qualche osservatore fa simpatia, che “il Molise non esiste”. Per la politica italiana, invece, il Molise esiste eccome. Si dà il caso che la regione ordinaria più piccola d’Italia (314.725 abitanti), che è anche la più recente perché istituita solo nel secondo dopoguerra con la legge costituzionale n. 1/1963 – voti per il Governatore e per rinnovare il consiglio regionale la prossima domenica, cioè il 22 aprile. E se è vero che, il 29 aprile, vota anche una regione a statuto speciale, il Friuli Venezia-Giulia, ben più importante, per grandezza e peso specifico, il primo test politico locale ma di valore nazionale, dalle elezioni del 4 marzo in poi, è in Molise. E, almeno così sperano e credono i 5Stelle, il Molise può diventare la prima regione ‘gialla’ d’Italia.


 

di-pietro

Antonio Di Pietro, pm di Mani Pulite e leader dell’Idv

 

3) Il Molise che c’era e quello che c’è…
E pensare che il Molise, ai tempi della Prima Repubblica, era una regione non solo socialmente (l’economia più diffusa era l’agricoltura, la borghesia era quasi inesistente), ma anche politicamente vassalla di potentati locali altrui. Di fatto sotto il dominio dell’abruzzese Remo Gaspari (Dc di rito doroteo), al massimo un paio di terze file della Dc locale sono assurti al ruolo di sottosegretari in vari governi Dc. Solo un molisano (di Ururi) Mario Tanassi, più volte deputato (dal 1963 al 1979), assurto alla carica di segreteria del Psdi (dal 1964 al 1996 e dal 1972 al 1976), fu più volte ministro (alla Difesa, nel 1972-1974 e alle Finanze, 1974) sotto diversi governi (Colombo, Andreotti e Rumor), fino ad arrivare alla carica di vice-primo ministro (nel 1973-1974 sotto la presidenza Andreotti), ma Tanassi meglio dimenticarlo. Finì coinvolto nello scandalo Lockheed, che nel 1979 provocò le dimissioni del presidente della Repubblica di allora, Giovanni Leone (Dc) e che vide Tanassi condannato dalla Corte costituzionale – la quale, all’epoca, giudicava i reati dei ministri attraverso apposito Tribunale – con il suo predecessore, Luigi Gui (Dc), che però venne assolto, mentre Tanassi finì anche in carcere per due anni.

Nella Seconda Repubblica, il Molise ha visto rifulgere l’astro di Antonio, detto Tonino, Di Pietro (originario di Montenero di Bisaccia, dove vive tuttora, tra buoi, stalle, vino e olio che fa lui), pm di Mani Pulite, ministro con Prodi e fondatore dell’Idv, ma la Regione è stata governata da una stanca alternanza di governi di centrodestra (dominus il forzista Michele Iorio) e di diversi governi di centrosinistra, guidati per lo più da nullità politiche che in poco o in nulla hanno innovato. Intanto, l’apparato industriale stentava a decollare e un inchiesta del giornale comunista il manifesto, a firma di Gad Lerner, coniò l’espressione “metalmezzadri” proprio per indicare gli ex agricoltori diventati operai ma che mantenevano mentalità e abitudine contadina. Oggi, in Molise, il terziario avanzato ha prodotto qualche barlume di speranza, i traffici della nuova borghesia hanno creato un minimo di benessere, ma l’economia privata resta ancella di quella statale come dimostra il predominio della politica nella sanità (privata), centri di eccellenza compresi. Insomma, il Molise non è diventata una regione vitale né centrale – eppure corre lungo la dorsale appenninica e adriatica, lungo le antiche vie della transumanza, diventate patrimonio dell’Unesco – e ogni tanto qualcuno, a Roma, ne propone l’assorbimento o lo smembramento verso l’Abruzzo o verso la Campania o verso entrambe. Insomma va accettata la curda realtà del momento: solo una nefasta, almeno per i molisani combinazione di date fa del Molise una terra di scontro politico che ha o potrebbe avere, come agognato premio finale, il governo.


 

votanti molisani

Code ai seggi di Campobasso per le elezioni in Molise

 

4) I quattro candidati governatori e le loro (tante) liste in lizza.
Gli aventi diritto al voto in questa tornata elettorale sono 331.253, di cui 162.936 maschi e 168.317 femmine, compresi ben 78.361 residenti all’estero che, alle Politiche del 4 marzo, non hanno votato in quanto, appunto, iscritti nelle liste Estero (infatti, alle Politiche gli aventi diritto al voto erano 254 mila e i votanti sono stati 182 mila). Il totale degli elettori in provincia di Campobasso è 237.014, 94.239 in quella di Isernia. Sono 394 le sezioni allestite nei 136 comuni molisani. I dati relativi all’affluenza saranno raccolti da un delegato del comune in tre momenti della giornata: alle ore 12, alle 19 e alle 23. I seggi saranno aperti dalle ore 7 alle ore 23, subito dopo inizierà lo spoglio. Non sono previsti exit poll e a gestire l’afflusso dei dati ci penserà prima la sezione elettorale, poi il Comune e infine la Regione con una procedura laboriosa.

L’affluenza, alle ore 12, è stata del 15,17% (pari a 50.247 elettori) e, alle ore 19, del 38,8% (pari a 129.125 votanti) mentre il dato finale (h 23.00) è del 52,16% (172.791). Aggiornamenti continui sui dati delle elezioni sono reperibili sul sito della Regione Molise, che quest’anno gestisce le elezioni, https://www.elezioniregionemolise2018.it .

I candidati e i raggruppamenti di liste che si presentano alle elezioni sono quattro (ma la quarta, Casa Pound, che candida Agostino Di Giacomo, è fuori da tutti i giochi), mentre la legge elettorale molisana è nuova di zecca, approvata nello scorcio finale della ormai passata consiliatura regionale dal centrosinistra. E’ un sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza definibile come majority assuring. I membri del consiglio regionale da eleggere sono 21, compreso il presidente della Giunta: alla lista o coalizione di liste vincenti sono garantiti 12 seggi e non può averne più di 14, compreso quello del presidente eletto. Il sistema assicura la piena governabilità. I candidati sono più di 300: vuol dire uno ogni 840 elettori in pratica uno in ogni comune…

Come si vota. A differenza di altre Regioni, in Molise non è possibile esprimere un voto disgiunto, per cui si potrà scegliere l’aspirante presidente e la lista o una delle liste ad esso collegata, pena l’annullamento della preferenza. La scheda elettorale è unica e l’elettore potrà esprimere la propria scelta nelle seguenti modalità: votare un solo candidato presidente, votare un candidato presidente e una lista (come detto tra quelle ad esso collegate), votare una lista. In tutti questi casi si tratterà di apporre una croce sul rispettivo simbolo. È possibile esprimere una o due preferenze per i candidati alla carica di consigliere regionale della lista prescelta scrivendo il cognome, oppure il nome e il cognome, per evitare possibili casi di omonimia. Se si scegliesse di esprimere due preferenze, queste dovranno essere di genere diverso: una donna e un uomo. In caso contrario, ovvero se si selezionassero due donne o due uomini, il secondo selezionato sarà annullato e verrà ritenuto valido solo il primo nome.  Nella nuova legge la soglia di sbarramento è molto alta (l’8%) per chi si presenta fuori da una coalizione e molto bassa (il 3%) per chi, invece, ne fa parte, favorendo il proliferare di molte liste. C’è – è stato reintrodotto – il voto di preferenza, particolare di non scarso rilievo.

La coalizione più ampia è quella di centrodestra che ha scelto, come candidato governatore, Donato Toma, presidente dell’ordine dei commercialisti di Campobasso. Toma è appoggiato da ben 9 liste, di cui quattro di ambito nazionale (FI, Lega, FdI, Udc) e ben cinque di ambito locale. Tra queste, ce ne sono almeno due capeggiate da forti portatori di voti in Regione: una fa capo all’ex governatore della regione, Michele Iorio (ex FI, ora Udc), e una al ras della sanità privata locale nella zona di Isernia, l’eurodeputato Aldo Patriciello (FI). Alle Politiche FI ha preso il 16,1% dei voti e la Lega l’8,7%, FdI il 3,1%. La seconda coalizione è quella di centrosinistra che parte dal Pd passa per frattaglie locali e arriva fino a LeU. Scaricato il presidente regionale uscente, Paolo di Laura Frattura (ex Dc, ex Ppi, ex Margherita, ora Pd), un Pd ridotto ai minimi termini (15,2% alle Politiche) e dalla classe dirigente modesta, politicamente e culturalmente, ha puntato su un suo assessore uscente, Carlo Veneziale, appoggiato da cinque liste, tra cui LeU (3,7% alle Politiche). Ma la vera grande sorpresa è, anche in Molise, l’M5S (44,8% alle Politiche). Il candidato governatore si chiama Andrea Greco, è un giovane laureato in Giurisprudenza che oggi ha 33 anni e la sua sola esperienza politica precedente è stata la candidatura nel 2013 quando è risultato il primo dei non eletti dell’M5S. Dopo, per cinque anni, Greco ha fatto il portaborse dei 5Stelle in consiglio, oltre che, in un passato lontano, il ‘tronista’… Insomma, un grillino della prima ora – peraltro neppure molisano doc, ma proveniente dalla Campania e con uno zio acquisito, marito della sorella del padre, che era un camorrista (fatto di cui lui, il giovane Greco, non ha ovviamente alcuna colpa, anzi si è distaccato dall’ombra dello zio in modo netto e dignitoso) gode della scia di un grande successo, quello dell’M5S alle Politiche, che in Molise, come in tutto il Sud, ha fatto il botto. I pentastellati, infatti, lo scorso 4 marzo, hanno sbancato i risultati nei collegi della Regione, vincendo – con il 44,8% dei voti contro il 29,8% del centrodestra e il 18,1% del centrosinistra – tre collegi uninominali su tre e, in totale, quattro seggi su cinque (due deputati e due senatori). Il quinto seggio è andato a una deputata di Leu, Giuseppina Occhionero, che ha preso il 3,7% dei voti, grazie all’effetto “flipper” del Rosatellum. Un sondaggio fatto prima delle elezioni Politiche vedeva centrodestra e 5Stelle appaiati, ma il proliferare delle liste (nove con 180 candidati per il centrodestra contro una sola lista e appena 20 candidati dell’M5S) e il voto di preferenza, ammesso dalla legge elettorale e che incentiva il voto di scambio – antica piaga locale come di tutto il Mezzogiorno – favoriscono il centrodestra. Quindi, tutto può ancora succedere, tranne che vinca il centrosinistra. Certo è che tutti i vecchi schemi sono saltati persino nel piccolo Molise: i 5Stelle hanno il vento in poppa e la  vittoria è a un passo. Il 22 aprile, anche il resto d’Italia si accorgerà che il Molise esiste.

5) I risultati elettorali del 22 aprile. 

E così, alla fine, il Molise ha votato. La più piccola regione d’Italia è passata dal centrosinistra al centrodestra (in attesa del voto di domenica prossimo, 29 aprile, in Friuli Venezia-Giulia, allo stato sono 14 le regioni amministrate dal centrosinistra, solo cinque quelle amministrate dal centrodestra, nessuna per i 5Stelle). Le elezioni di ieri hanno sancito la vittoria di Donato Toma, neo governatore del Molise, e del centrodestra con il 43,46% dei voti. A seguirlo è Andrea Greco (M5S) col 38,5% dei voti. Terzo e buon ultimo è il candidato del centrosinistra, l’assessore uscente Carlo Veneziale, con il 17,1% dei voti mentre solo le briciole sono andate al candidato di Casa Pound, Agostino Di Giacomo, che ha preso lo 0,42%. La legge elettorale molisana prevede il voto di preferenza, ma non il voto disgiunto, e assegna 13 seggi su 21 (i componenti del consiglio regionale, compreso quello del governatore), alla coalizione vincente, ma non prevede il trasferimento della scelta dell’elettore dal nome del candidato governatore alla lista che lo sostiene. Il risultato finale vede, quindi, il curioso dato del candidato governatore pentastellato, Greco, al 38,5% e della lista dell’M5S solo al 31,57%. Dopo l’M5S, il secondo partito più forte in Molise è Forza Italia, ma con appena il 9,38%. Seguono il Pd, con il 9,03%, la lista “Orgoglio Molise” (di centrodestra) con l’8,34%, la Lega con l’8,23%, la lista “Popolari per l’Italia” (di centrodestra) con il 7,12%, l’Udc con il 5,11%, Fratelli d’Italia con il 4,45%, la lista “Iorio per il Molise” (di centrodestra) con il 3,58%, Leu con il 3,29%. Altra curiosità sono i nomi dei due candidati più votati: il primo è Patrizia Manzo (M5S, 6.968 preferenze, e il secondo Vittorino Facciolla (Pd, 4.078 preferenze.  Per quanto riguarda il futuro consiglio regionale sarà formato da 13 consiglieri regionali di centrodestra così ripartiti: 3 a FI, 2 alla Lega, 2 a Orgoglio Molise, 2 ai Popolari per l’Italia, 1 all’Udc, 1 a FdI, 1 alla lista Iorio, più il governatore Di Toma. All’M5S andranno sei consiglieri mentre solo due li avrà il Pd. Leu non ha avuto seggi.

6. Un’analisi comparata del voto grazie ai dati dell’Istituto Cattaneo di Bologna. 

 

E così, alla fine, il Molise ha votato, il centrodestra ha prevalso, con il 43,46% dei voti, in modo netto, sui 5Stelle (38,5%) mentre terzo e buon ultimo è arrivato il centrosinistra con il 17,1%. I 5Stelle speravano di poter governare la prima, anche se piccola, regione italiana, ma “l’effetto Ohio” delle elezioni regionali è stato pari a zero. Non ne deriverà, cioè, nessuna soluzione per la crisi di governo che agita i palazzi romani, tutt’al più qualche indicazione sui consensi che registrano i partiti, ma anche qui – date le caratteristiche del Molise – meglio fare la tara.

La prima cosa che va chiarita è il presunto “crollo” dell’affluenza: se si dice che i votanti sono stati il 52,17% contro il 71,62% delle Politiche il crollo sembra pesante. Fa chiarezza uno studio sfornato ieri dall’Istituto Cattaneo. Alle regionali, gli elettori erano 331.253 elettori e i votanti sono stati, è vero, meno della metà (172.823), cioè il 52,17%, ma alle Politiche i votanti ‘veri’ erano pochi di più (182.007) e su un corpo elettorale molto meno ampio (254.108 elettori). La differenza la fanno i moltissimi emigrati molisani (78.361) residenti all’Estero che alle Politiche sono iscritti nelle liste dell’Aire (gli eletti all’Estero, appunto) mentre alle Regionali vengono conteggiati “residenti” in Molise. Quindi, l’unico paragone possibile è con le regionali 2013, quando l’affluenza fu del 61,63% e 204.859 erano i votanti.

Per capire chi ha vinto e chi ha perso il raffronto – spiega sempre il Cattaneo – va fatto tra elezioni omogenee (le Regionali 2013), ma è ovvio che conta anche il dato più recente, quello delle Politiche 2018. Il quadro che emerge è quello di due netti vincitori (il candidato del centrodestra, Di Toma, da ieri governatore, la cui coalizione ha preso 73.229 voti, e il candidato dell’M5S, Greco, 64.875 voti) e di uno sconfitto (il candidato del centrosinistra Veneziale, 28.818 voti). Rispetto alle Regionali 2013, il centrodestra, che aveva ben nove liste, accresce i suoi consensi di 17 punti pari a 23.350 voti. Una crescita dovuta soprattutto alla buona performance della Lega (8,23%, 12 mila voti) e delle liste minori, di carattere locale o personale (+9.927 voti). Invece, FI registra un arretramento di 3.683 voti (-0.9%), fermandosi al 9,38%. L’M5S non ottiene la presidenza, ma ha un boom di consensi: passa da 32.200 a 64.875 (31,57%, +21,7%). Le liste di centrosinistra prendono 27.313 voti (18,8%) contro i 84.141 voti del 2013 (50,2%), dimezzando quindi i loro consensi e perdendo ben 56.828 elettori. Più difficile, ma politicamente comprensibile, il raffronto con le recenti elezioni politiche. M5S perde 13,2 punti percentuali passando dal 44,8% al 31,57%, crollo che appare un tonfo, mentre il centrosinistra perde ancora consensi, passando dal 23,5% (compresa Leu e altre liste minori) al 18,8% dei voti. FI cala di ben 6 punti (dal 16,1% delle Politiche al 9,4%), la Lega è di fatto stabile, passando dall’8,7% all’8,2%, mentre FdI cresce di un punto (dal 31,% al 4,4%). Ma la differenza, in Molise, alle Regionali, la fa la crescita delle liste locali, passate dal 3,2% delle Politiche al 12,6% delle Regionali. Sono state loro, insieme al numero enorme di candidati (180 per il centrodestra contro i 20 M5S) ad avere vinto.


benito_jacovitti

Il disegnatore Benito Jacovitti

5. Le ‘glorie’ molisane (un po’ di sano orgoglio locale…).
Tra gli scrittori regionali, fondamentale è e resta Francesco Jovine, cantore della sua terra nella Signora Ava e nelle Terre del Sacramento, ma è assurto a gloria nazionale, nel dopoguerra, anche il disegnatore Benito Jacovitti, creatore di Cocco Bill e molti altri personaggi che hanno fatto la storia dei fumetti. Tra i pensatori bisogna ricordare Vincenzo Cuoco, illuminista napoletano, ma nato in Molise, autore di un fondamentale Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799,  libro e autore molto amato e studiato da Benedetto Croce, ma anche l’insigne grecista e latinista Gennaro Perrotta. Tra i giornalisti, l’ex direttore de La Stampa, Gaetano Scardocchia, e l’ideatore e conduttore de Il Processo del Lunedì, il giornalista Aldo Biscardi. Tra i cantautori sono nati in Molise Tony Dallara, Tony Santagata e Fred Bongusto mentre Lucio Dalla aveva eletto nelle isole Tremiti il suo ‘buen retiro’ e lì scrisse alcune delle sue canzoni più belle, ma anche Antonello Venditti è nato in Molise. Tra gli attori, ha origini molisane Robert De Niro e, tra gli italiani, sono molisani Sergio Castellitto ed Elio Germano. Diversi – e alcuni anche molto famosi – i giocatori di calcio e di basket nati in Molise.


 

NB: Articolo scritto in forma originale per il blog e pubblicato il 14 aprile 2018.

Regionali in Friuli e Molise, amministrative a giugno. Test importanti anche in vista di un nuovo governo. Testa a testa M5S-centrodestra, Pd fuori gioco

Contrassegni elettorali Politiche del 4 marzo 2018

Contrassegni elettorali Politiche del 4 marzo 2018

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Tra qualche giorno – ricorda spesso Matteo Salvini – si vota alle regionali: una bella vittoria del centrodestra lancerebbe un bel segnale per il Quirinale”. Le consultazioni al Colle segnano il passo, ma le elezioni regionali in Molise (314 mila abitanti), il 22 aprile, e in Friuli (1.223 mila abitanti), il 29 aprile, si avvicinano mentre più lontane restano quelle nella regione più piccola d’Italia, la Valle d’Aosta, dove si voterà il 20 maggio.

Per quelle due date di aprile, forse, potrebbe non ancora esserci un governo e il risultato elettorale di due regioni sia pure molto particolari (il Molise è il più piccolo tra le ordinarie, il Friuli è a Statuto speciale) potrebbero pesare sul piatto delle trattative per il governo. Il risultato delle Regionali è atteso con speranza, e sicumera, dalla Lega, che conta di vincere sicuramente in Friuli e di poterlo fare, insieme a tutto il centrodestra, anche in Molise. I 5Stelle in Molise sono fortissimi e primi nei sondaggi (potrebbe essere la prima regione italiana governata dall’M5S), ma sanno che arriveranno solo secondi in Friuli. Il Pd, invece, sa che sta per collezionare altre due sconfitte, anche se sono loro le amministrazioni uscenti in entrambe. Le elezioni in Valle d’Aosta, invece, non dovrebbero riservare sorprese perché la tradizione autonomista locale è dura a morire, anche se, per la prima volta, i 5Stelle hanno ottenuto un deputato, in Valle, a discapito degli altri partiti nazionali e anche della storica forza autonomista, l’Unione valdotine, da sempre alleata al centrosinistra, che è riuscita, dunque, a eleggere solo un senatore.

A giugno, infine, si terrà anche un’importante tornata di elezioni amministrative (primo turno il 10 giugno, eventuali ballottaggi il 24 giugno). I comuni al voto sono 797 per un totale di quasi 7,1 milioni di italiani e, tra essi, votano ben 21 capoluoghi di provincia: sono Ancona, Avellino, Barletta, Brescia, Brindisi, Catania, Imperia, Massa, Messina, Pisa, Ragusa, Siena, Siracusa, Sondrio, Teramo, Terni, Trapani, Treviso, Udine, Vicenza e Viterbo. Qui, ovviamente, il quadro è variegato ed è difficile poter stabilire con così largo anticipo chi potrebbe vincere, ma il partito votato alla sconfitta è sempre lo stesso, il Pd, dato che in 16 capoluoghi su 21 le amministrazioni uscenti sono democrat: difficilmente il Pd riuscirà a confermarne altrettante mentre il centrodestra è davanti quasi ovunque.

E così, come si diceva, il piccolo Molise potrebbe diventare la prima regione italiana governata dai 5Stelle. I dati delle recenti politiche parlano chiaro: il 4 marzo, in Molise, l’M5S ha preso il 44,8% dei voti contro il 29,8% del centrodestra e il 18,1% del Pd. Tra Camera e Senato, i 5Stelle hanno vinto tre collegi uninominali su tre (due Camera e uno Senato) e, nel complesso, quattro seggi su cinque (il quinto, per l’effetto flipper dei resti insito nel Rosatellum, lo ha vinto una deputata di LeU, Giuseppina Occhionero, con solo il 3,4% dei voti!). Alle Regionali del 22 aprile il candidato dei 5Stelle è un ragazzo di 33 anni, Andrea Greco, laureato in Legge e mai eletto da nessuna parte, neppure in un consiglio comunale. Il centrodestra candida Donato Toma, presidente dell’ordine dei commercialisti di Campobasso: pur storicamente forte in regione, dove ha espresso a lungo i governatori (Michele Iorio su tutti), e appoggiato da ben nove liste (quattro nazionali e cinque locali, tra cui una ispirata proprio dall’ex governatore Di Iorio), difficilmente riuscirà a recuperare oltre 15 punti. Il candidato di centrosinistra è Carlo Veneziale, assessore della giunta di centrosinistra uscente, guidata da Paolo Di Laura Frattura, che ha cinque liste in appoggio, tra cui LeU, e nessuna chanche di farcela.

In Friuli, dopo un braccio di ferro iniziale che aveva visto Berlusconi avanzare la candidatura del forzista ed ex governatore Renzo Tondo, Salvini ha ottenuto il via libera per il suo candidato, Massimiliano Fedriga, attualmente deputato della Lega. A Fedriga si oppongono il candidato del centrosinistra, Sergio Bolzonella, ex vicepresidente della giunta uscente a guida dell’ex vicesegretaria del Pd, Deborah Serracchiani (che è stata eletta deputata ma si è dimessa da segretario regionale dopo il tonfo alle Politiche), e Alessandro Fraleoni Morgera (M5S). In Friuli la Lega è il primo partito (25,8% alle Politiche) e, nonostante il buon risultato dei 5Stelle (24,5%), l’unità del centrodestra, in Regione, è difficlmente scalfibile: Lega, FI e FdI hanno vinto 7 collegi su 7 con il 43%. Il centrosinistra si è fermato al 23% (con il Pd al 18%) e ha ottenuto due collegi, tra cui quello della Serracchiani, solo grazie i resti. Il Friuli è una sconfitta annunciata per il Pd, una vittoria certa per Salvini. I 5Stelle otterrano un buon risultato, ma non prevarranno. In ogni caso, con una regione al centrodestra (il Friuli) e una ai 5Stelle (il Molise), e indipendentemente dai risultati della Val d’Aosta, anche i risultati delle regionali prossime venture rischiano di non modificare in nulla il quadro nazionale e, dunque, al di là dei desiderata di Salvini, non costituire alcun viatico nazionale per alcun governo.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 aprile 2018 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.