La polemica contro i partiti e l’idea di ‘Comunità’. I pensieri di un Grillo sapiente e ‘socialista’, Adriano Olivetti

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“I partiti sono organismi che selezionano personale politico inadeguato. Un governo espresso da un Parlamento così povero di conoscenze specifiche non precede le situazioni, ne è trascinato. Ho immaginato una Camera che soddisfi il principio della rappresentanza nel senso più democratico e poi sappia scegliere ed eleggere un Senato composto delle persone più competenti in ogni settore”. Parole di Beppe Grillo? No, parole (e ‘parola’) di Adriano Olivetti e datate all’anno domini 1960.

Imprenditore, ingegnere e, in senso lato, uomo politico italiano, Olivetti (Ivrea, 1901 – Aglie, 1961) è diventato presto una figura mitica e mitologica dell’Italia ‘perbene’, quella che produce e soffre – da posizioni di comando – al fianco dei suoi operai, ma anche di una totale palingenesi politica. Qualcosa di più di un semplice imprenditore illuminato, più vicino ai ‘mecenati’ dell’antica Roma. Non a caso, proprio Grillo ha ricordato, più volte, nel corso degli anni, la figura e il pensiero dell’Ingegnere di Ivrea, ospitando sul suo blog pensieri e ricordi di Olivetti fino a quella della sua diretta e principale erede, Laura Olivetti, figlia di Adriano e presidente della Fondazione Olivetti. Solo pochi giorni fa, infatti, proprio sul blog di Grillo, Laura Olivetti ricordava come “Il pensiero di Comunità (la società-rivista fondata dal padre, ndr.) era che la società dovesse essere composta di piccole comunità e che queste piccole comunità si sarebbero dovute confederare in qualche maniera ed esprimere i loro rappresentanti” per arrivare poi, in tal modo, “a formare un governo centrale”.

Insomma, oggi Grillo cerca di appropriarsi del concetto di ‘democrazia illuminata’ e ‘dal basso’ espresso da Olivetti, ma la sua figura ha rappresentato molto, quasi un faro, nella storia politica e sociale italiana, con tanto di appropriazioni indebite e di contestazioni furenti da parte della sinistra, in particolare del Pci. Certo è che Olivetti è molto più di un nome, quasi un moloch, nella storia della cultura e della società italiana. Oggi, gli edifici che lo hanno visto vivere, lavorare e produrre sono stati candidati a entrare nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco per iniziativa del Comune di Ivrea e della Fondazione Olivetti stessa, con il sostegno del ministero dei Beni culturali, sulla base di una motivazione che è un proclama in sé: l’Ivrea di Olivetti rappresenta “un sistema di produzione sociale e produttivo ispirato dalla comunità e alternativo a quello proposto dallo sviluppo industriale del XX secolo”. Talmente ‘alternativo’, il sistema ideato da Adriano Olivetti, che quando un altro ‘Ingegnere’, Carlo de Benedetti, ne rilevò fabbrica e prodotti prima li spezzettò e poi li smantellò, non credendo più nelle creature del ‘genio’ Olivetti e neppure nell’informatica che avrebbe trasformato le macchine da scrivere in personal computer come Olivetti aveva capito, precorrendo i tempi e cercando di gareggiare con Steve Jobs. Occasione mancata, per De Benedetti, ieri, occasione di recupero post-industriale, oggi, per macchine geniali, a partire dalla ‘Olivetti32’.

Ma Olivetti non sfornava, solo, mentre esplodeva il boom economico, prodotti di grande qualità e largo consumo, ma anche, appunto, un’idea di ‘comunità’. Un sistema integrato, il suo, che il Pci e la Cgil di allora accusavano di ‘paternalismo’ verso gli operai cui indeboliva la ‘coscienza di classe’ e ne impediva la relativa ‘lotta di classe’, ma che producevano, a favore dei lavoratori dell’Olivetti, asili, biblioteche, centri medici, mense e, ovvio, abitazioni per operai, impiegati e dirigenti che arrivarono a coprire il 70% del perimetro urbano di Ivrea. Pezzi di storia dell’architettura e dell’urbanistica, ma anche una vera e propria ‘città dell’uomo’ che Olivetti abellì come un vero principe rinascimentale, chiamando a raccolta i migliori architetti, designer e urbanisti del periodo.

Ed è proprio ai suoi operai che Olivetti si rivolge in uno splendido e ancora attualissimo libello (‘Ai lavoratori’, Edizioni di Comunità, pp. 55, 6 euro) che raccoglie due discorsi tenuti uno a Ivrea per le consegne delle ‘spille d’oro’ ai dipendenti con 25 anni di servizio e l’altro quando l’Ingegnere andò a inaugurare il nuovo stabilimento Olivetti al Sud, in provincia di Napoli. Discorsi da cui si evince una visione del capitalismo che mirava a coniugare l’efficienza con l’etica, che vedeva nel lavoro uno strumento di ‘elevazione’, per gli operai, e non di ‘oppressione’, come predicava il marxismo, e persino un modo per catturare la ‘bellezza del mondo’ quando non addirittura sentirsi ‘vicini’ a Dio. Fa ancora più effetto, a voler rapportare le parole dell’uomo, quasi un ‘santo laico’, Olivetti che, nella sua veste di imprenditore, indica la giusta ripartizione degli utili tra lavoratori e imprenditori in modo tale che “non possano essere trasformati in larghi dividendi per gli azionisti né in compensi per i massimi dirigenti pari a tre o quattrocento volte il salario di un operaio”. Una ‘giusta mercede’, per Olivetti, e un concetto di ‘fabbrica per l’uomo’ che oggi, a maggior ragione, appare un’Utopia.

NB. Questo articolo è stato pubblicato nelle pagine culturali del quotidiano Libero il 5 aprile 2013.

Il sito della Fondazione intitolata ad Adriano Olivetti

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