Addio a Bruno Ambrosi, volto e voce della Rai, amato Presidente dei suoi ex allievi dell’Ifg, amico e mentore, uomo sincero, appassionato, leale. Un grande giornalista che merita di essere ricordato a tutti coloro che vogliono intraprendere questo mestiere

Un giovane Bruno Ambrosi dietro la sua macchina da presa.

Un giovane Bruno Ambrosi dietro la sua macchina da presa.

Si sono svolti questa mattina, Giovedì’ 26 giugno, i funerali laici per la morte del giornalista Bruno Ambrosi. La commemorazione e’ stata tenuta presso la sede Rai di MIlano, corso Sempione 27, dalle 11 all’una dentro il cortile interno della Rai.

Introdotti dalla Banda degli Ottoni che ha suonato diversi motivi della. Resistenza, hanno preso la parola, nell’ordine, il direttore del centro di struttura Rai di Milano, l’assessore del comune di Milano. Pierfrancesco. Majorino, il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Letizia Gonzales, e le tre figlie di Bruno Ambrosi: le giornaliste Zita Dazzi (Repubblica) e Carlotta Dazzi (Yacht Capital) e la sua figlia Valentina Ambrosi mentre a nome degli ex allievi dell’Ifg di Milano hanno parlato Raffaella Regoli (messaggio letto da Marianna Corte) e il sottoscritto.

Zita Dazzi legge il suo ricordo di Bruno Ambrosi

Zita Dazzi legge il suo ricordo di Bruno Ambrosi

In attesa di poter ricevere e pubblicare tutti gli altri interventi, cosa che farò’ appena me ne sarà’ possibile qui sul mio blog, e di raccoglierli tutti in un piccolo libretto che – spero – resterà’ agli atti in memoria di quanto ha fatto Bruno Ambrosi nella sua vita e di esempio per tutti i giovani giornalisti del futuro, spero di fare cosa gradita a chi conosceva Bruno Ambrosi pubblicando il mio intervento (la parte scritta in originale, molto più’ breve della parte letta al funerale oggi) sperando che non tutto si perda.
“Era uno di quegli incerti impulsivi o di quegli impulsivi incerti che sembra sempre non sappiano cogliere il momento giusto e invece lo azzeccano sempre”. Così’ lo scrittore Italo Calvino descriveva un suo personaggio in Sentieri dei nidi di ragno.

 

Bruno Ambrosi nella sua casa milanese

Bruno Ambrosi nella sua casa milanese

Chi era Bruno Ambrosi, ‘Il Bruno’, per molti di noi, ‘il Presidente’ per i suoi ex allievi, ‘l’Ambrosi’ per tutti i colleghi e i compagni di una vita che hanno lavorato con lui?

A lungo, negli anni passati, ho chiesto al Bruno di raccontare la sua vita da vivo perché’ e’ stata una vita ricca, piena di eventi, di colpi di scena, di cose viste, scritte, filmate, fatte e pensate, ma Bruno non ha mai voluto. “A chi vuoi che interessi”, mi diceva, schernendosi, ma sapevo e so che la sua vita e la sua storia di uomo, di giornalista, di protagonista dell’informazione e di tante battaglie civili e democratiche sarebbe potuta interessare, essere d’esempio, fornire un esempio.

E cosi’, eccomi a parlare del Bruno da morto, non da vivo, come avrei voluto. Mi tradirà’ l’emozione, lo so, ma e’ il solo regalo che so ancora fargli, scrivere e parlare.

Bruno Ambrosi nasce nel 1930, il 14 maggio, a Pontremoli, in Lunigiana, e muore l’altro giorno, il 24 giugno, a 84 anni, nella sua casa milanese. Una vita ben spesa. E solo un male terribile e cattivo poteva portarsi via, in poco tempo, un leone come lui

La piantina di Asmara', Eritrea, quando era italiana

La piantina di Asmara’, Eritrea, quando era italiana

Aveva cinque anni quando si trasferì’ ad Asmara, in Eritrea, insieme alla sua famiglia in cerca di fortuna in terre che, allora, erano italiane, perché’ i suoi genitori non potevano fare altro che emigrare per cercare fortuna. Una delle sue sorelle e’ nata li’, ad Asmara. Un’esperienza, quella eritrea, che sia pur vissuta da bambino ma per cinque anni, dal 1935 al 1940, ha segnato profondamente Bruno e i suoi ricordi. L’Eritrea e la sua gente, la lotta di liberaziondi quel popolo, prima dagli italiani, poi dall’Etiopia, hanno sempre affascinato e conquistato il Bruno, che li’ tornerà’ più’ volte, con sua moglie Michela, autrice di bellissime storie e racconti delle genti eritree come nel romanzo Nezela’. Quando si dice il Destino: due vite, un’anima.

Anche x questo come ex allievi Ifg ed ex Inviati di Pace abbiamo deciso di non perderci in necrologi, fiori o cose simili ma di promuovere una colletta da destinare a padre Abraha Bocru, frate francescano eritreo che ha studiato in Italia e oggi vive a Asmara, per seguire e aiutare i carcerati e tra loro i colleghi di due giornali chiusi e censurati proprio in Eritrea. La cifra che raccoglieremo sarà’ consegnata, tramite La famiglia Ambrosi-Dazzi, il giornalista e inviato del Corriere della Sera, Massimo Alberizzi, che conosce bene quelle zone e i loro conflitti, e il consolato eritreo, a padre Bocru. Servirà’ a ricordare il Bruno,le sue origini e le sue passioni lontane.

Bruno, rientrato nel 1940 in Italia, nella sua Pontremoli, al seguito della sua famiglia, fa il Liceo dai gesuiti, fa un po’ di università’ (Medicina, e la medicina resterà’ una sua grande passione e curiosità’ per tutta la vita al punto che il suo unico libro di quello parla) e x pagarsela s’inventa Lavoretti qualsiasi S’arrangia, insomma.

Prima, durante la II guerra mondiale, Bruno e’ stato anche una piccola staffetta partigiana: faceva la spola, sul ponte di Pontremoli x consegnare dispacci e notizie, e rischia a sua modo la vita, rompendosi una gamba per scappare dai tedeschi.

I primi articoli del Bruno escono sulla Gazzetta di Parma mentre il padre, trovata finalmente un po’ di fortuna, era diventato uno dei fondatori e animatori del premio Bancarella (e qui e’ la storia che si ripete, nella famiglia Ambrosi, visto che il Bruno diventerà’ uno dei giurati e degli animatori del celebre e importante Premiolino qui a Milano, peraltro la sua ultima uscita pubblica, avvenuta neppure una settimana fa). Eppure continuava a essere sua madre, cui era legatissimo a mantenere la famiglia.

A soli 22 anni Bruno si trasferisce a Milano, di cui suo zio era vice sindaco. Fa un provino nella Rai che nasceva allora. Viene preso subito. Bravo e sveglio, era anche un bell’uomo, fascinoso, e dalla voce profonda e suadente. Quasi un predestinato.

Un immagine del Bruno

Un immagine del Bruno

Il 10 settembre 1953 nasce la Rai e Bruno, che risulta iscritto all’Albo dei giornalisti della Lombardia dal I ottobre 1957, prima ancora di diventare, formalmente, un giornalista professionista, già’ lavora in Rai, già fa il giornalista, lavora al primo tg. Fu lui, insieme a molti altri, alcuni personaggi famosi, come Vittorio Veltroni, padre di Walter, a far nascere il primo tg della Rai. Coltivava già’ la tv come mezzo del futuro quando nella mentalità’ dei dirigenti della Rai dell’epoca, la tv doveva essere niente di più’ che la prosecuzione della radio con altri mezzi. Un periodo eroico che Bruno ricordava sempre con orgoglio e con legittima soddisfazione, tanto che quando, non molto tempo fa, si tenero le celebrazioni per il 60 esimo anniversario della tv e il 90 esimo anniversario della radio, bruno non se ne perse una, di occasione celebrativa, riguardandosi anche se solo in tv vecchi filmati e telecronache d’epoca. E sfogandosi, come racconta in un articolo a firma di Aldo Grasso pubblicato oggi, sul Corriere della Sera: “hanno celebrato i 60 anni della Rai e non hanno chiamato nessuno di noi che l’hanno fatta a parlare”. Una delle tante amarezze della sua vita.

Il primo logo della Rai-tv (1953).

Il primo logo della Rai-tv (1953).

Era davvero una Rai eroica e pionieristica, quella, nata in una Palazzina di fronte corso Sempione 27, quasi clandestina, che Bruno contribuì’ in modo decisivo a realizzare sotto la guida del direttore di allora. Vittorio Veltroni, appunto. Un Veltroni padre che teneva il piccolo Walter sulle ginocchia come Bruno mi raccontava. E proprio alla presentazione milanese del libro di Veltroni su Berlinguer Bruno e’ voluto andare per salutare il bimbo ormai grande di un papà’ che fu suo amico e direttore.

Voce pacata e calda, professionalità’ risoluta e seria, ma anche capacità’ di stare sempre dentro la notizia e di coglierne, con profonda curiosità’ intellettuale, tutte le sfumature e le implicazioni, bruno ha fatto semplicemente, la storia della televisione.

Inviato al seguito di diversi presidenti della Repubblica, tra cui Giovvani Gronchi, Bruno mi parlo’ a lungo dei suoi viaggi in paesi allora davvero esotici e ignoti al pubblico di casa nostra, condendoli di storie e di particolari che non e’ qui il caso di ricordare ma che, oltre a farmi pensare e riflettere, facevano anche ridere e sorridere perché’ mi svelavano il dietro le quinte dei protagonisti della vita politica di allora e che, a loro modo, erano anche ‘piccanti’ se non stravaganti e del tutto inediti.

Non si contano, e mi spiace sinceramente non poterli raccontare e approfondire tutti, uno per uno i reportages e le inchieste del Bruno: i primi filmati in bianco e nero sui cavatori di marmo della Lunigiana, l’intervista all’architetto Gio’ Ponti, che progetto’ il Pirellone di Milano, la diretta dal luogo dell’incidente aereo in cui perse la vita il presidente dell’Eni Enrico Mattei (Bruno fu il primo gg tv ad arrivare sul luogo), e poi, ancora, le Inchieste sulla mafia, sullo scoppio dell’Icmesa a Seveso, anche a rischio di inquinarsi personalmente, e molte molte altre inchieste civili e di denuncia.

Un immagine della devastazione del Vajont.

Un immagine della devastazione del Vajont.

Una, però, di quelle inchieste e reportages non può’ essere non ricordata: insieme alla cronista dell’Unita’, Tina Merlin, Bruno fu tra i primi missini giornalisti ad arrivare su luogo della frana del Vajont. “La diga e’ arrivata nella valle”, direbbe Marco Paolini. Bruno, tanti decenni dopo, porto’ noi giovani giornalisti dell’ ifg a vedere lo spettacolo di Paolini quando questi non era ancora famoso e ci racconto’ cosa vide e cosa voleva raccontare, ma anche del brutto e del duro che dovette inventarsi per convincere la rai dell’epoca che non di fatalità’ si trattava ma di tragico errore umano che costo’ la vita a migliaia di persone. Il servizio del Bruno non andò’ mai in onda perché’ gli interessi in gioco erano enormi, ma B r uno denuncio’ tutto e subito Storie come il Vajont erano udlle che allora nessuno raccontava e che gli fruttarono diversi premi e riconoscimenti come la targa ‘Giornalismo della solidarietà’ del comune di Longarone ma soprattutto una memoria lunga di fatti e tragedie che non dovrebbero mai ripetersi una volta accadute, e che poi invece, x i ripetono.

Una foto di una manifestazione del MS (movimento studentesco)

Una foto di una manifestazione del MS (movimento studentesco)

Arrivano gli anni Settanta, gli anni della contestazione studentesca e operaia. E il Bruno che ci raccontava, a noi poveri e ignari figli della provincia italiana degli anni Ottanta, come si viveva nella Milano di Brera, dei suoi locali storici, dei suoi ritrovi di intellettuali e artisti,da Bianciardi – che Bruno conobbe e mi fece scoprire e di cui lessi tutto, divorandolo – e di. Feltrinelli, così’ sono a dir poco epici i racconti che mi e ci fece della stagione della contestazione, di piazza Fontana, del terrorismo. Sempre in prima fila a raccontare un Paese in tumultuosa trasformazione, Bruno e’ membro e fondatore del Movimento dei Giornalisti democratici: lottavano per un informazione libera e liberata dalla mordicchia del potere conformista, politico ed editoriale, di allora. Bruno, all’epoca, prende anche le botte da parte della polizia: in prima fila a una manifestazione, insieme a Carla Stampa e al poeta Giovanni Raboni gli rompono il setto nasale e finisce in ospedale (perse, in parte, l’udito, da quel giorno), ma la foto del Bruno col naso rotto in ospedale e’ sempre stata, a casa sua, in bagno. Perché’ il Bruno sapeva smitizzare e contestualizzare tutto, anche se stesso, e la sua indipendenza di giudizio e di critica ne hanno sempre fatto, certo, un uomo fieramente impegnato e collocato a sinistra, ma senza bandiere, ideologie.

Non a caso, anche quando fu eletto consigliere regionale, nelle liste del Pci,dal 1985 al 1990, ci tenne molto alla qualifica e allo spessore di ‘indipendente’ e anche per questo non ha mai voluto iscriversi a nessun partito, dal Pci in poi, pur avendo sempre continuato a votare ‘a sinistra’ o meglio x la sua idea nobile e alta di sinistra il che non gli ha impedito di mettersi contro la sua parte quando lo riteneva giusto.

Il direttore del Tg2, Andrea Barbato.

Il direttore del Tg2, Andrea Barbato.

Convinto assertore della riforma della Rai, per la quale si è’ speso sempre, dal 1976 bruno lascia il Tg1 e passa a lavorare al nascente Tg2 di Andrea Barbato, facendo prima il corrispondente da Milano, poi trasferendosi per alcuni periodi a Roma. Trasmissioni che hanno fatto la storia della Rai, insieme ai Tg, come Az (da lui condotto nel 1971-’72) e Tv7, lo hanno visto nel ruolo del conduttore o dell’inviato.

Bruno lavora con tutti i grandi protagonisti della tv pubblica italiana, da Zavoli, a Barbato, a Curzi. Molti direttori gli propongono di lavorare a Roma, e per un periodo ci va anche, ma lui era diventato, ormai, un milanese di adozione e rimase sempre fedele a un’idea di Rai non accentrata e, con grande anticipo sui tempi, federalista.

Il direttore del Tg3, Sandro Curzi.

Il direttore del Tg3, Sandro Curzi.

Nei primi anni Novanta, però’, accetta di andare a lavorare al Tg3 con Curzi direttore e segue x lui, per un periodo, la redazione romana durante eventi come la Guerra del Golfo, la crisi dell’Urss (1989-1991), vivendo lunghi mesi e parte di anni a Roma.
Si era preso come compagnia un coniglio bianco (!) e abitava vicino la Rai, in affitto.

Io me lo ricordo, ragazzino, mentre leggeva i risultati elettorali della Doxa e del Viminale in collegamento quando si tendevano le elezioni politiche che seguivo sempre con passione, e mi ricordo la sua voce calda, ferma, suadente, Ieri Michela mi ha raccontato che spesso i direttori lo sgridavano perché’ si toglieva la giacca…

Diventato un caposaldo di Rai3 e del Tg3, Bruno fornisce struttura e le idee per raccontare le realtà’ regionali italiane e dirige il primo Tg3 nazionale delle ore 12 da Milano, sempre all’inizio degli anni Novanta. nominato Caporedattore ad personam e tornato stabilmente a Milano, sognava che la Rai potesse portare in questa città’ un’intera testata giornalistica per dare al servizio pubblico un’informazione più’ equilibrata e differenziata da quella romana. Era una voce libera, il bruno, e nella sua carriera alcuni direttori e direttori generali lo hanno ostacolato e discriminato.
La sua carriera in Rai si chiude bruscamente quando venne cacciato, dalla famosa Rai dei Professori, all’inizio degli anni Novanta. Prepensionato, per dirla in francese.

Un altra immagine del Bruno

Un altra immagine del Bruno

E’ qui che inizia la seconda vita del Bruno. Eletto consigliere dell’Ordine dei Giornalisti di Milano con una messe di preferenze, diventa presidente dell’Ifg l’istituto per la formazione al giornalismo ‘Carlo de Martino’ ed e’ qui che lo conosco, che lo conosciamo tutti noi che siamo stati i suoi allievi prediletti.
Bruno ha rivoluzionato l’Ifg come un calzino portandovi a lezione e come insegnanti il meglio del giornalismo di allora, tendendo i suoi corsi di etica e storia del giornalismo e facendoci studiare come matti con ogni nuova tecnologia possibile. Forse perché’ il nostro bienni. Il ‘decimo’, e’ stato il suo primo da presidente, Bruno si era affezionato a noi tutti in modo particolare ed ha seguito, partecipe e solidale, le carriere di noi tutti orgoglioso dei nostri successi, dispiaciuto per i nostri rovesci.

La porta del suo ufficio sempre aperta, la voce calma, ferrea, i modo signorili ma mai affettati, l’eleganza innata e la disponibilità’ all’ascolto e al confronto erano pronti ad accogliere ogni nostra richiesta e lagnanza, anche quelle impossibili. Ambrosi ci ha condotto per mano per tutto il biennio fino all’esame di stato finale a Roma, seguendoci come solo un padre, un fratello maggiore, e non un insegnante, avrebbe potuto fare. Con noi e dopo di noi, bruno ha svolto per nove anni (1995-2004) la funzione di presidente dell’Ifg finendone, purtroppo, estromesso in malo modo. Un altro, enorme, dispiacere, per lui, dopo la cacciata dalla Rai: perdere il contatto con i suoi ragazzi, poterli incontrare, seguire, accudire, oltre che insegnare e consigliare. Per fortuna, grazie al direttore del corso di giornalismo dell’Universita’ di Sesto San Giovanni. Il giornalista del Corsera Venanzio Postiglione, Il Bruno ha riconquistato, negli ultimi anni della sua vita, un luogo, più’ che una cattedra, da cui poter parlare ai giovani e trasmettere il suo sapere, compresi tanti piccoli e strepitosi aneddoti di una vita ricca e intensamente vissuta come la sua che raccontava affascinando un uditorio (i ragazzi dei corsi, i suoi amici e colleghi di mille battaglie, la sua famiglia) senza mai annoiare o risultare retorico o pleonastico.

Fondatore, a inizio degli anni Ottanta del gruppo di Fiesole, che si prometteva di rinnovare da cima a fondo il sindacato unico dei giornalisti italiani, colonna della componente di Autonomia e solidarietà’ – Nuova Informazione, dentro la FNSI, Ambrosi ha pero’ sempre preferito svolgere il suo impegno sindacale e ‘politico’, dentro la categoria, dentro le strutture dell’Ordine, a partire da quello della Lombardia a quello nazionale, di cui e’ stato consigliere negli ultimi anni, sempre più’ stanco e sfiduciato di organismi e correnti in cui non si riconosceva più’.

Io e il Bruno a Levanto

Io e il Bruno a Levanto

Parlare del Bruno senza parlare del mio rapporto personale con lui non sarebbe giusto. Eravamo diventati amici, andavo a casa sua a Milano e a Levanto, facevamo lunghi giri e lunghe passeggiate fumando la pipa (fu lui a regalarmi la mia prima pipa perché’, diceva, “un uomo deve pur fumare qualcosa…”) o passavamo ore sulla veranda di Levanto, il suo buon retiro estivo, sulla sua piccola imbarcazione, ribattezzata non a caso Moby Dick, nella sua cantina trasformata in casa dei giochi.

Ho conosciuto, amato e sono diventato amico di sua moglie, la giornalista e scrittrice Michela Dazzi, delle sue due figlie adottive, Carlotta e Zita, della sua figlia Valentina di cui amava, sia pure a distanza, i bei nipoti come ricopriva di amore i figli di Zita e di Carlotta, dai più’ grandi ai più’ piccoli, che ora piangono il loro nonno.
Ho passato con il Bruno momenti belli e momenti brutti, sentendomi sempre spronato e rincuorato a fare meglio, a fare di più’, a non arrendermi mai, anche di fronte ai rovesci professionali o sentimentali, e come ha fatto da padre confessore a me so bene e per certo che lo ha fatto, sempre, con moltissimi dei suoi ex allievi che andavano a trovarlo per un saluto, un consiglio, un aiuto, che non negava mai.

Accanto alla bara del Bruno al suo funerale

Accanto alla bara del Bruno al suo funerale

Non so salutare il Bruno con parole mie, perché’ non sono un intellettuale ne’ dotato di pensiero profondo, ecco perché’ prendo in prestito parole di altri. Quelle che uso’ lo scrittore Gesualdo Bufalino al funerale del suo amico, Leonardo Sciascia:
“E’ come se avessi subito un amputazione, come se mi svegliassi senza una gamba o senza un braccio. Oggi non perdo solo un amico, ma anche un padre, un fratello, un figlio. In tanti anni di amicizia, questa e’ la prima scortesia che mi fai: morire”.

Ciao Bruno, ciao Presidente, che non la terra, ma il mare, ti sia lieve.

Ettore Maria Colombo, in memoria di Bruno Ambrosi, Milano, 26 giugno 2014.

NB. Su Bruno Ambrosi sono molti gli articoli usciti nei giorni della sua morte. Segnalo qui il più’ bello, quello di Aldo Grasso pubblicato sul Corriere della Sera del 26 giugno 2014.

Una breve e succinta biografia di Bruno Ambrosi si trova anche sull’enciclopedia libera di W ikipedia (http;//www.wikipedia.it/brunoambrosi) ma spero presto usciranno, sul mio blog, altri ricordi e articoli che lo riguardano e che ne raccontano la vita, il lavoro, l’opera.

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