Renzi ottiene la divisione della minoranza nella Direzione Pd sull’art. 18. Durissimi D’Alema e Bersani, torna ad aleggiare lo spettro della scissione

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull'art. 18

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull’art. 18

ROMA – Finisce con 130 favorevoli, 11 astenuti e, soprattutto, 20 contrari. L’odore del sangue, alla fine, chiama, inevitabilmente, il sangue. Dopo quattro ore di discussione, alla fine il Pd si spacca e non su un particolare da niente, ma sull’art 18, totem e tabù della sinistra. Si spacca, soprattutto, la minoranza, divisa tra astenuti (Speranza e tutti i suoi) e contrari (Civati, come ovvio, ma anche D’Alema e Bersani, oltre a Damiano e Fassina…). E sullo sfondo, torna ad agitarsi lo spettro della scissione. Evocato, finora, solo da Civati, da oggi sarà a tema anche nel partito, oltre che dentro i gruppi parlamentari. Qui già si prevedono defezioni, almeno dentro la minoranza, sul Jobs Act. A partire dal gruppo Pd al Senato, dove già contano in uno spettro che va da cinque a trenta (tendente a ‘cinque’ e poco a ‘trenta’ però), i ‘dissidenti’ pronti a dire ‘no’ ad abrogare l’art18 e sostituirlo con l’indennizzo.

Massimo D'Alema non prende affatto bene la proposta di Renzi e va all'attacco del segretario e del suo governo.

Massimo D’Alema non prende affatto bene la proposta di Renzi e va all’attacco del segretario e del suo governo.

Una cosa è certa. Ieri è stato il giorno del ‘fuori i secondi’. Fuori i Civati, Fassina, D’Attore tuonanti da giorni, dentro i pesi massimi. E’ un frontale quello che Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani scelgono di fare contro Renzi, il governo, la sua idea di partito. Dopo una Direzione iniziata tardissimo, con ben un’ora di ritardo e che si chiude non prima delle 22 di notte, è chiaro che i destini della ‘vecchia guardia’ (Bersani e D’Alema, appunto) potrebbero, in futuro, pure separarsi, e per sempre, da quelli del Pd ‘renziano’.

E ahivoglia la minoranza, quella più dialogante, guidata da Gianni Cuperlo e dal capogruppo alla Camera, Roberto Speranza, a cercare, per ore, la mediazione con il vicesegretario Pd Guerini. La mediazione, iniziata ben prima della Direzione,va avanti ore, ma alla fine salta. Zoggia e D’Attorre chiedono un voto per parti separate, ritenendo del tutto ‘indigeribile’ la parte sull’art. 18, mentre Speranza annuncia, per parte sua e dei suoi, un voto di astensione. Alla fine, è rottura, con tanto di documenti contrapposti agli atti.

L'ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani in un espressione rilassata

L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani in un espressione rilassata (foto non di ieri, ovvio).

Il premier, complice l’incontro con Napolitano, aveva aperto, e su diversi punti: la riapertura del dialogo con i sindacati (il famoso ‘tavolo verde’ di palazzo Chigi), soldi ‘veri’ per gli ammortizzatori sociali dentro la legge di Stabilità; e, soprattutto, sì al reintegro per i licenziamenti disciplinari e non solo per quelli discriminatori (vorrebbe dire che un caso come quello dei tre operai licenziati dalla Fiat di Melfi sarebbe rientrato nella fattispecie, fa notare Epifani, da ex leader Cgil). Ma non c’è niente da fare. Anche perché Renzi, sul nocciolo della sua proposta (via l’art 18 per i nuovi assunti con il ‘contratto a tutele crescenti’ previsto nel Jobs Act e no al reintegro ma solo all’indennizzo, sulla base dell’anzianità aziendale, per i nuovi contatti) tiene duro. La reazione e le stesse parole (pesanti, affilate, durissime) prima di D’Alema, poi di Bersani, chiudono, infine, ogni spazio possibile a ogni, pure a lungo tentata, mediazione. Nella versione di D’Alema: “Renzi ha fatto affermazioni false. Servirebbero meno spot e meno slogan. Eliminare del tutto l’art 18 equivale a uscita dell’Italia dal consesso civile europeo”. Nella versione di Bersani: “Sull’orlo del baratro ci stiamo andando perché il Pd sta scivolando verso il metodo Boffo, non l’accetto. Neofiti e neoconvertiti mi vogliono spiegare come si sta nel Pd!”. Roberto Giachetti, furibondo, rinfaccia a viso aperto, a Bersani come a D’Alema, di tutto e di più, compreso lo scontro con Cofferati ai tempi del congresso del Pds (1997, ma era sulla contrattazione collettiva e non sull’art. 18…) e persino il referendum abrogativo dell’art 18 per le aziende sotto i 15 dipendenti che D’Alema aveva ricordato ma che, all’epoca, neppure la Cgil appoggiò. D’Alema e Bersani, cui Giachetti contesta di aver usato il ‘metodo Boffo’ ma al contrario, gli rispondono mentre sono seduti in platea e per le rime. Il clima s’avvelena e, a questo punto, l’unica soluzione possibile che rimane, pur se drammatica e traumatica,  è la conta. A nulla vale l’appello che anche il (formale) leader della minoranza (Area Riformista), Gianni Cuperlo lancia, dicendo a Renzi che “qui non ci sono volatili notturni (gufi), ma tu non puoi essere il dominus del Pd”  e neppure le aperture che vedono, nel documento finale scritto dal rersponsabile Economia, Filippo Taddei, una parte degli ex bersaniani. Solo i Giovani Turchi (pattuglia numerosa, peraltro, in Direzione) finirà a votare con Renzi. Gli altri si astengono o votano contro, ma tutti sanno che lo scontro è appena iniziato. Non a caso, il premier e segretario del Pd, in sede di replica, che pronunzia dopo le 22 di notte, avverte: “Nei gruppi parlamentari ci si dovrà comportare in modo conseguente a oggi, dimostrando la stessa lealtà che ebbi io quando ero minoranza”, ma sa che non sarà così. Non per tutti i partecipanti e votanti alla riunione della Direzione di ieri, quantomeno.

NB: Questo articolo è stato pubblicato martedì 30 settembre sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http:www.quotidiano.net)

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