Ribelli PD alla conta: “siamo 80 deputati e 30” senatori. Con Speranza leader

ROMA – Il leader c’è, e già pronto: il capogruppo alla Camera, Roberto Speranza, ex bersaniano. Con lui ottanta deputati e trenta senatori. E queste sono le truppe. La mission anche è dichiarata: ‘riscalare’ il Pd, come propone Davide Zoggia in un’intervista al Corsera. Le motivazioni pure. “La spinta a unirci – assicura un esponente della minoranza dem che lavora ventre a terra alla riorganizzazione della sinistra del Pd – arriva soprattutto dai territori. Sono in tanti a chiederci di fare massa e agire, mettendo da parte le polemiche”, insiste con QN.

Parliamo di quella che una volta si chiamava ‘area Bersani’, poi ribattezzata a luglio, assemblea di Massa Marittima, ‘Area riformista’. Fino a ieri un arcipelago, e pure assai frastagliato. La sinistra dem, meglio nota come ‘minoranza’ del Pd, quella che, un giorno sì e l’altro pure, dovrebbe fare una scissione che, invece, non vuole affatto fare, vive di recenti e antiche incomprensioni. E’ diversa da ‘Sinistra dem’, l’area lanciata da Gianni Cuperlo, anche perché “Gianni non si decide mai e, comunque, i suoi fedelissimi non sono più di quattro o cinque…”, dicono i bersaniani. C’è, ovvio, una semitotale lontananza e freddezza verso l’area Civati (“Tanto Pippo ha deciso: farà la scissione, se ne va con Vendola”). Ma c’è distanza anche con singole personalità forti come Fassina: “Stefano ormai è entrato in rotta di collisione totale con il partito”, sospirano dall’area Bersani. Che dalla sua ha una freccia all’arco non da poco. I numeri. In Parlamento, appunto, e pure sui territori. Con Bersani a fare la parte del ‘padre nobile’, D’Alema il regista da ‘dietro le quinte’ e Speranza nel ruolo di capace front runner, Area riformista lancia il guanto di sfida a Renzi: riprendersi il Pd.

A questo servono, anche, le staffilate contro il ‘partito della Nazione’ pronunciate da Cuperlo, Bersani e dal redivivo Occhetto. Nel mezzo, però, e cioè in attesa del prossimo congresso di partito, c’è la battaglia parlamentare. Il primo terreno di scontro è, ovvio, il Jobs Act. Fermo in commissione Lavoro, dove il presidente è il laburista-lavorista Cesare Damiano, spalleggiato da una pattuglia di ben 12 ex cigiellini oggi deputati, su un totale di 46 membri. Qui l’obiettivo è esplicito: mettere nella delega, dice Damiano, “il documento votato dalla Direzione Pd che prevede il reintegro per i licenziamenti disciplinari ingiustificati”. Solo che il governo vorrebbe metter la fiducia sul testo-fotocopia uscito dal Senato. In cambio, la sinistra propone una sorta di ‘disarmo bilaterale’: “dateci le modifiche che chiediamo e il Jobs Act passa indenne”. Altrimenti è ‘guerra’, fino a un voto negativo finale sul testo. Ma la ‘vendetta’ potrebbe arrivare fino a mettere i bastoni tra le ruote al governo sulla Legge di Stabilità (ieri bocciata in toto da Fassina e, in buona parte, da Boccia) e l’Italicum, sempre fermo al Senato.

NB. Questo articolo è’ stato pubblicato il 31 ottobre 2014 nelle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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