Quando la Politica è vintage. Un piccolo dizionarietto di termini utili

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull'art. 18

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull’art. 18

ROMA – “Questa sera (ieri, lunedi 10 novembre, ndr.) alle ore 21, a palazzo Chigi si terrà un vertice tra le forze di maggioranza che sostengono il Governo per una verifica del suo programma con particolare oggetto alla legge elettorale”. Un comunicato del genere, sia pure assai plausibile nelle parole, non è mai uscito dalle stanze di palazzo Chigi. I temi sì, però. E suonano assai vintage, come a voler infilare il gettone nell’IPaid. ‘Vertice’, ‘verifica’, ‘programma’, etc. sono infatti termini che paiono tratti di peso dal vocabolario (politico) della I Repubblica. Nulla di male, si dirà, un po’ come i ‘corsi e ricorsi storici’ di Vico o la teoria nitchiana deLl’eterno ritorno. Specie per dei ‘nostalgici’. Il premier, però, Matteo Renzi, ci aveva abituato e, quasi, convinto che tutto l’armamentario – lessicale, oltre che ideologico – della I (e, persino, della II…) Repubblica era finito nel dimenticatoio, o meglio nello sgabuzzino della Politica, che ‘ora’ tutto era diverso e che the times they are a-changin’, i tempi erano cambiati. Poco male. La politica italica ci ha abituato ad abiùre ben peggiori. E persino un ‘rottamatore’ dei riti e miti della politica come Renzi si deve adeguare, convocando, appunto, ‘vertici’ e ‘verifiche’. Urge, però, alla bisogna, un piccolo ‘ripassino’ dei termini fondamentali.

Crisi (di governo). Si apriva – e continua ad ‘aprirsi’ – quando il governo in carica (premier e ministri) non ha più la fiducia di uno o entrambi i rami del Parlamento (Camera e Senato). Parrà strano, dato l’enorme protagonismo degli ultimi presidenti del Consiglio (Berlusconi, Prodi, Monti, Renzi), ma viviamo ancora in una repubblica parlamentare. In sostanza, il potere esecutivo esiste se ottiene la fiducia di quello legislativo, altrimenti si deve dimettere. Solo che nella I Repubblica, il governo era per lo più espressione di maggioranze che si formavano ‘dentro’ le aule parlamentari, a prescindere dal risultato delle elezioni, mentre nella II, di solito, i governi sono espressione di chi le elezioni le ha vinte. Prassi, questa, più vicina al dettato costituzionale (ma non esclusiva) e, negli ultimi anni, molto disattesa. I governi Monti, Letta e Renzi sono nati in Parlamento, appunto, prescindendo dal voto popolare. Il premier, che è designato tale dal presidente della Repubblica, ‘verifica’ (cfr.) se ha o meno i numeri per ottenere la fiducia (cfr.) tramite le consultazioni (cfr) con i partiti, scioglie la ‘riserva’ (cfr.) con cui ha accolto l’incarico e si presenta davanti alle Camere.

Consultazioni. Le ‘apre’, di rito, il presidente della Repubblica, prima di affidare l’incarico a una personalità politica (pre-incarico o incarico pieno) con il compito di formare un governo. Poi le fa quest’ultimo e scioglie la riserva. Durante la I Repubblica, le consultazioni potevano durare settimane, se non mesi, e in alcuni casi riuscivano ad essere quasi più lunghe della durata dei governi. Consultazioni particolarmente lunghe furono quelle che tenne il premier ‘pre-incaricato’ Pier Luigi Bersani a marzo-aprile 2013 nel tentativo di ‘scongelare’ i grillini e formare un suo governo. Furono un vero mezzo disastro e le prese in giro si sprecarono. Ma quando il governo è in carica, le ‘consultazioni’ tra i partiti che compongono la maggioranza sono pressoché quotidiane e, a volte, molto assillanti. C’è, infatti, sempre qualche partito/partitino, che non si sente abbastanza ‘consultato’ e chiede una ‘verifica’ (cfr.).

Fiducia. Oggi la si intende come ‘fiducia’ dell’opinione pubblica tramite sondaggi, exit poll, share tv e indici di gradimento vari che un premier, o i suoi ministri, o i diversi leader politici godono nel consenso popolare. Un tempo, appunto, la davano e la toglievano le Camere (cfr. ‘Crisi di governo’) e formalmente è ancora così.

Rimpasto. Quando, nella I Repubblica, c’era un problema di tenuta della maggioranza (scontro tra Dc e Psi, scontri tra i partiti ‘laici’ e la Dc, partiti laici tra loro, etc.), il presidente del Consiglio faceva un bel ‘rimpasto’ (‘rimpastino’ se riguardavano un ministro e un paio di sottosegretari, ‘rimpastone’ ove ne fossero parecchi) e passava la paura. Il famoso ‘manuale Cencelli’ stabiliva le ‘quote’ che spettavano ai vari partiti e, dentro la Dc, alle sue tante correnti (assai numerose e molto potenti), ma oggi non è poi tanto diverso. Anche il governo Renzi, per non dire di quelli precedenti, rispetta le ‘quote’, i rapporti di forza presenti dentro il Pd e le sue ‘anime’. Ergo, se si tratta di fare un ‘rimpasto’ occorre sempre rispettarle. Ecco perché ogni premier preferisce non farlo (queta non movere). La ‘staffetta’ Mogherini-Pistelli agli Esteri non è stato un rimpasto ma una semplice ‘sostituzione’, come pure per i due sottosegretari.

Verifica. Se, per qualsiasi motivo, viene meno la ‘fiducia’ (cfr.) nei confronti di un governo, sia per una mozione di ‘sfiducia’ (verso il governo o ‘individuale’, verso un suo ministro, come si è tentato di fare da poco, da parte delle opposizioni, contro Alfano), il governo ha l’obbligo di verificare se gode ancora della ‘fiducia’ del Parlamento, che può presentare una o più mozioni di ‘sfiducia’ e che, se dall’esito positivo, comportano le dimissioni del governo e l’avvio di nuove consultazioni da parte del Capo dello Stato. Se non si riesce a formare un nuovo governo, e dopo una serie di tentativi ‘discrezionali’ (nella I Repubblica erano davvero tanti…), del Presidente della Repubblica, lo sbocco della crisi è lo scioglimento delle Camere e ritorno alle urne (elezioni anticipate). Altro tema è la ‘verifica’ della tenuta della maggioranza. Un atto politico che si può tenere in qualsiasi momento e occasione, a discrezione del premier o su (pressante, di solito) richiesta di uno o più partiti che compongono la ‘coalizione’ di governo. Nella I Repubblica erano un rito, se non quotidiano, quasi mensile della vita politica e, spesso, sfociavano inevitabilmente in una ‘crisi’, come quelle al fulmicotone tra Craxi e De Mita. Oggi si usano molto meno, ma come dimostra il caso di stasera (ieri sera, ndr.) per il vertice di maggioranza si fanno ancora.

NB. Questo blog è’ stato pubblicato il 10 novembre 2014 sul sito di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net) nella sezione blog “I giardinetti di Montecitorio”