Elezioni presidenziali/4. Segni o del centrosinistra al ‘rumor di sciabole’ (1962)

Continua la serie sulle modalità di elezione dei diversi presidenti della Repubblica Italiana. Dopo De Nicola (1946), Einaudi (1948) e Gronchi (1955), è la volta di un democristiano conservatore, Antonio Segni (1962), che si dimetterà ben presto per un malore (1964).

Nasce il primo centrosinistra, ma è molto fragile (1962).

Il 1962 si apre con la nascita del primo ‘vero’ governo di centro-sinistra, il IV guidato da Amintore Fanfani, che pure aveva perduto la guida della DC nel 1958. Formalmente, è un governo Dc-Psdi-Pri, ma vede, per la prima volta,l’astensione del Psi: durerà un anno. Fanfani, nel discorso programmatico d’insediamento, presenta un vasto piano di riforme e il ministro Ugo La Malfa, leader del Pri, vara la famosa ‘Nota di varazione del bilancio’ che segna l’avvento della programmazione statale in economia. Il centrosinistra suscita una vasta eco e un vasto dibattito, nel Paese. Molte sono le forze che lo avversano: non solo i settori moderati interni alla DC che fanno di tutto per bloccarlo e svuotarne le riforme promesse, ma anche Confindustria, il Vaticano, la Nato. Solo dopo le elezioni politiche del 1963 nasceranno i primi veri governi organici di centrosinistra (con dentro il PSI), guidati da Aldo Moro. A ‘frenarli’ sarà, tra gli altri soggetti e forse non a caso, il generale De Lorenzo e il suo ‘rumor di sciabole’, e cioè un tentato golpe scoperto molti anni dopo.

il Ptesidente della Repubblica Segni (1962) riceve il presidente Usa Kennedy

il Ptesidente della Repubblica Segni (1962) riceve il presidente Usa Kennedy

Moro prepara per tempo la candidatura Segni e apre ai dorotei.

E’ in questo quadro che, nell’aprile 1962, appena tre mesi dopo la nascita del I governo di centrosinistra, il candidato ufficiale della dc diventa un democristiano conservatore e di destra, Antonio Segni. Esponente del primo PPI, attivissimo nella campagna anticomunista del 1948, più volte ministro, tra cui all’Agricoltura quando vara la prima riforma agraria della storia d’Italia, Segni (Sassari, 1891 – Roma, 1971) è un conservatore vero, appunto, ma temperato. Soprattutto, è espressione dei dorotei e garante dei moderati e della destra dc nella nuova fase politica in quanto fiero avversario del centrosinistra. Insomma, tenersi buona la destra per aprire a sinistra, è la tattica politica del nuovo stratega della Dc, Moro che, a differenza di Fanfani sette anni prima, non pensa ‘prima’ a rafforzare se stesso e la sua corrente, ma a raffreddare il quadro politico e a rassicurare i conservatori presenti fuori e dentro la Dc. A un centrosinistra ‘avanzato’ doveva corrispondere un presidente di centrodestra ‘moderato’: questa l’intuizione e la tattica di Moro. Moro presenta il nome di Segni in una votazione interna ai parlamentari dc il 28 aprile, lo fa votare in una specie di ‘prime primarie’ della storia repubblicana (alla fine, le schede dei grandi elettori dc verranno bruciate, come in un conclave…) e lo fa anche circolare negli ambienti della diplomazia internazionale per rassicurare gli Usa e gli alleati. Ma la candidatura di Segni, per quanto fosse stata costruita nel tempo e per quanto i dorotei la rivendicassero come conditio sine qua non per dare il loro via libera al centrosinistra, trova comunque molteplici ostacoli. La contrarietà della sinistra dc (che arriva a presentare ben tre soluzioni alternative: un Gronchi bis, il moderato Attilio Piccioni e/o il socialdemocratico Saragat) era scontata, ma è la più importante. Poi ci sono le ambizioni di Fanfani, eterno candidato al Colle, quelle di Saragat, candidato del suo Psdi, e la pressione dello stesso Gronchi, che per mesi fa di tutto per cercare di assicurarsi la rielezione. Né mancano le aspirazioni dei notabili di seconda fila della Dc (Leone, Merzagora, che ci riprova, Scelba) e anche del Pci (Terracini) e del Psi (Pertini).

Si comincia. Segni cresce piano, ma contro ha Saragat e, dietro, Fanfani. Montecitorio diventa un suk.

Quando, il 2 maggio 1962, si aprono le urne si capisce subito che si andrà per le lunghe. Segni raccoglie 333 voti, Terracini, candidato di bandiera del Pci, già presidente della Costituente, ben 200 voti, De Marsanich (sostenuto dall’Msi) 46, Saragat (candidato dal suo Psdi e su cui il Psi potrebbe convergere ma è spaccato tra destra e sinistra interne) 42, Gronchi 20, Piccioni ne prende ben 123 (pur esponente di ‘Concentrazione’, corrente della destra Dc, Piccioni viene votato, per dispetto a Moro, dalla sinistra interna come dai fanfaniani). La seconda votazione vede un nuovo stallo con Segni fermi a 340 voti, Terracini a 196 e Saragat 92, avendo ricompattato molti voti del Psi.
I tre scrutini successivi sono un caos, con Montecitorio trasformato in un suk. La Dc barcolla, con i fanfaniani che fanno mancare i loro voti a Segni e fingono di votare Piccioni, per far uscire poi il loro vero candidato, Fanfani, che si vuole vendicare delle imboscate e dei franchi tiratori del suo partito di sette anni prima che affondarono il ‘suo’ Merzagora, e il Pci che non vuole far crescere le quotazioni di Saragat a causa del suo storico filoatlantismo e anticomunismo. Pci che, alla lunga, non disdegnerebbe una candidatura, ove fosse esplicita, proprio di Fanfani.
Al quinto scrutinio, dove già vale la maggioranza semplice, Segni sale a 396 voti su 841 votanti, ma Saragat (che, da due scrutini, le sinistre hanno iniziato a votare compattamente: Pci, Psi, Psdi, Pri) balza a 321, Gronchi 43, Piccioni 28, Merzagora 14, 39 i voti persi. Nonostante Moro non demorda, lavorando ai fianchi tutte le correnti della Dc, al VI e VII scrutinio del 5 maggio, Segni ottiene 396 e 399 voti ma sempre tallonato da Saragat (321 al VI scrutinio e 314 al V). Intanto, tra voci di crisi di governo imminente, i Dorotei, per stanare i franchi tiratori, inventano uno stratagemma. Il Grande elettore dc ‘deve’ seguire questa procedura: entrare in aula, ritirare la scheda elettorale dai commessi, uscire e rientrare dalla seconda porta dell’emiciclo per ritirare una seconda scheda. La prima viene compilata con il nome del candidato ‘ufficiale’ e la seconda con quella del candidato ‘di disturbo’, poi entrambe vengono consegnate agli elettori che se le infilano nelle giacche. Ai malcapitati grandi elettori non resta, una volta giunti davanti all’urna, che ricordarsi di estrarre la scheda dalla tasca giusta e votare il nome giusto perché, all’uscita dall’aula, vengono sottoposti a un’amichevole (sic) ‘perquisizione’ da parte dei colleghi di partito incaricati di effettuare il controllo e che devono, per avere certezza e garanzia del loro voto, scovare e farsi consegnare dal malcapitato la scheda con il nome del candidato ‘di disturbo’.

L’intervento dello Spirito Santo (Paolo VI), e quello della ‘brigata Sassari’. 

Il 6 maggio Saragat, per sbloccare la situazione, fa un beau geste: propone di congelare la propria candidatura e quella di Segni a vantaggio di un terzo candidato “di pacificazione”: il presidente della Camera Giovanni Leone. Moro ci starebbe pure, ma i dorotei e la destra del partito (Scelba e Andreotti) no: minacciano di boicottare il centrosinistra apertamente, a partire dall’appoggio al nuovo governo Fanfani. Il quale Fanfani capitola e ripiega su Segni, rinunciando non solo a correre in proprio, ma anche al suo cavallo, come sette anni prima, quando aveva dovuto abbandonare il suo Merzagora per Gronchi.
A premere su Fanfani c’è determinante pure l’azione dello … Spirito Santo. Impersonato, per l’occasione, dal segretario di Stato del Vaticano, mons. Giovanni Montini (futuro Paolo VI), grande amico di Moro: lo chiama a colloquio pregandolo di smetterla con azioni e pratiche dilatorie. E così, come per miracolo, ecco che Segni inizia a risalire, e molto, nei voti: all’VIII scrutinio, che si tiene di domenica 6 maggio, prende 424 voti contro i 337 di Saragat e gliene mancano solo quattro per tagliare il traguardo della maggioranza assoluta. E’ quasi fatta. Del resto, è entrata in azione la ‘brigata Sassari’, e cioè i sardi diccì guidati da Piccoli, Sarti e Cossiga che si adoperano con ogni mezzo per recuperare uno a uno i voti in libera uscita dei democristiani, andoseli a cercare ovunque: in Transaltantico, al bagno come al ristorante.

Le irregolarità della seduta nove-bis. I comunisti gridano ‘Camorra!’. 

All’atto della chiama del IX scrutinio, la sera di domenica 6 maggio, però, due deputati comunisti si accorgono che, durante la ‘chiama’, il dc Azzara, privo di scheda, ne sta ricevendo una dal collega di partito Cemmi, con su già bello che scritto il nome ‘Segni’, invece che da Leone, presidente della Camera, nonché presidente di turno nello svolgimento delle votazioni. Insomma, i comunisti hanno scoperto lo stratagemma usato dai Dorotei… I comunisti, rinforzati da un furibondo Sandro Pertini (Psi), iniziano ad urlare ‘Camorra! Camorra!”. Seguono insulti, tafferugli, infine le sinistre abbandonano l’aula.
La seduta viene sospesa e il leader del Pci, che è ancora Togliatti, coglie la palla al balzo: va a trovare, in privato, Leone e gli chiede di rinviare la sedutaal giorno dopo. Se lo farà, è pronto a offrirgli anche la candidatura al Quirinale come terzo incomodo tra Segni e Saragat. Leone gli risponde un ‘no’ secco: “Vi ringrazio, ma così userei i miei poteri per un interesse personale. Non posso”. A sera tarda, dopo le nove di sera, lo scrutino ‘nove-bis’, con relativa ‘chiama’, riprende come se nulla fosse successo e stavolta Segni ce la fa.

Modalità di elezione di Segni (9 maggio 1962, IX scrutinio, 443 voti).

E’ il 9 maggio, dunque, quando, al IX scrutinio, su 842 presenti e votanti (i Grandi Elettori erano 854: 844 membri del Parlamento e dieci delegati regionali) e con un quorum fissato a 428 voti, Segni ne ottiene 443, venendo così eletto presidente della Repubblica, incarico che manterrà dal giorno del suo giuramento, l’11 maggio 1962, al giorno del suo ictus, il 7 agosto 1964, quando sarà sostituito fino al 28 dicembre, nelle sue funzioni. dal capo dello Stato ‘supplente’ più lungo (quattro mesi) nella storia repubblicana, il presidente del Senato Cesare Merzagora. Segni ce l’ha fatta, dunque, sia pure con una risicata maggioranza (dc, liberali, monarchici) tra cui spiccano i 32 voti interessati e determinanti dell’Msi e del Pdium, i due partiti di destra dell’armatore Lauro e del monarchico Covelli. Il candidato delle sinistre, che è rimasto Saragat, ne prende ben 334 mentre sono 65 i voti dispersi tra schede bianche (51, per lo più fanfaniani), nulle e i voti dispersi su candidati minori.

Le tante contraddizioni dell’elezione di Segni e la prima diretta tv. 

E’ la prima volta di tante cose: di un presidente della Repubblica eletto con una maggioranza molto stretta (51,9% contro il 78,9% di Gronchi e il 59,4% di Einaudi), di un capo dello Stato eletto con i voti decisivi di destre fino al giorno prima fuori dal gioco costituzionale e sin dalla fondazione della Repubblica (missini e monarchici), di un presidente voluto da una maggioranza chiara (di centrodestra) contro un opposizione chiara (di sinistra), ma anche in palese contraddizione con un governo che, invece, era e proponeva, come formula, il… centrosinistra. Infine, è la prima volta che gli italiani assistono, in diretta tv (Rai, ovviamente, canale unico) a un’elezione presidenziale. Nota di colore. In aula, al momento dell’elezione, l’attendente di Segni sviene per l’emozione: è un giovanissimo leone sassarese della Dc, Francesco Cossiga, futuro capo dello Stato. Segni resterà carica dall’11 maggio 1962 fino al 6 dicembre 1964.

La breve presidenza Segni, il golpe De Lorenzo e il lungo ictus (1964).

Contrario al centrosinistra in tutti i suoi due brevi anni di presidenza, Segni viene pesantemente coinvolto nel golpe De Lorenzo, generale dell’Arma dei Carabinieri ed ex capo dei servizi segreti (Sifar), nell’agosto del 1964. Del golpe si viene a sapere, pubblicamente, solo nel 1967 grazie all’inchiesta giornalistica di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi sull’Espresso con relativa, inutile, commissione parlamentare d’inchiesta, ma i politici che dovevano sapere, nel 1964, sapevano. (Nenni, allora al governo, dirà una frase diventata celebre come molte delle sue, e cioè di aver sentito, in quei giorni, ‘un tintinnar di sciabole’). Il golpe De Lorenzo mirava a sovvertire il I governo Moro di centrosinistra imponendo una svolta autoritaria al Paese, con tanto di arresti di prigionieri politici, specie nella fila dell’opposizione comunista (è il cd. ‘piano Solo’). La conseguenza immediata su Segni arriva il 7 agosto: viene colpito da un ictus durante un colloquio, dai tratti durissimi, con lo stesso Moro, tornato premier, e Saragat, ministro degli Esteri, recatisi da lui per discutere in teoria della lunga crisi di governo ma, in realtà, proprio del golpe. Segni viene dichiarato ‘temporaneamente’ impedito nelle sue funzioni dal 10 agosto 1964, funzioni che vengono assunte dal presidente del Senato, Cesare Merzagora, seconda carica dello Stato, ma è evidente da subito, ai medici come ai politici, che Segni non si sarebbe mai più ripreso. La pantomima (i medici inventarono lo stato del ‘sensorio vigile’) è voluta soprattutto da una Dc scossa dalle voci di golpe e dalla situazione economica e politica difficile e viene protratta fino al 6 dicembre, quando a un Segni del tutto incapace di parlare e di scrivere vengono fatte firmare le dimissioni. Merzagora, presidente del Senato, diventa così capo provvisorio dello Stato dal 6 dicembre fino all’elezione di Saragat (28 dicembre 1964).

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulla pagina dei blogger di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) nella sezione ‘I Giardinetti di Montecitorio’.