Elezioni presidenziali/9. Scalfaro o dell’anno in cui venne giù tutto (1992)

Eccoci, dopo le carrellate sulle presidenze De Nicola (1946), Einaudi (1948), Gronchi (1955), Segni (1962), Saragat (1964), Leone (1971), Pertini (1978) e Cossiga (1985), con si conclude la fase dei presidenti da I Repubblica, alle vicende del drammatico 1992 e all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro. Causa la complessità della storia e relative votazioni rimandiamo ad altra sede un’analisi compiuta della presidenza Scalfaro (1992-1999).

Il terribile 1992, l’anno in cui viene giù tutto.
Il 1992 è davvero l’anno in cui, in Italia, è venuto giù tutto. Il 17 febbraio, a Milano, viene arrestato un socialista fino ad allora sconosciuto, Mario Chiesa, e inizia l’operazione ‘Mani Pulite’. Il 13 marzo, a Palermo, Cosa Nostra uccide l’eurodeputato Salvo Lima, luogotenente di Giulio Andreotti. Il quadripartito (DC-PSI-PSDI-PLI) che, in quel momento, sostiene il VII governo Andreotti (1991-1992) – e, negli anni ancora precedenti, il pentapartito (con l’aggiunta del PRI) che sostiene, da anni, l’onere del governo con gli esecutivi Craxi, De Mita – è una formula logora, stantia, superata. I tre principali protagonisti politici del momento sono Bettino Craxi (segretario del Psi), Giulio Andreotti (presidente del Consiglio) e Arnaldo Forlani (segretario della DC) sono accomunati da un acronimo (CAF) che regge le sorti politiche della Repubblica dall’ormai lontano 1989. Da allora, in Italia non e’ cambiato nulla, mentre in Europa (crollo del Muro di Berlino, riunificazione delle due Germanie), nel Mondo (dissoluzione dell’Urss, 1991, e I guerra del Golfo, 1990-’91) sta cambiando tutto. E anche in Italia. L’opinione pubblica chiede a gran voce un rinnovamento nella moralità della cosa pubblica, disgustata dagli scandali, nella lotta alla mafia, sempre piu’ minacciosa, e nel rinnovamento delle istituzioni che da anni promuove commissioni bicamerali che non producono nulla se non quintali di carta. Una via che un pezzo di società civile e politica sperimenta, per mettersi sulla strada del cambiamento, passa per la legge elettorale attraverso i referendum elettorali. Come il I referendum Segni che ha già abolito le multipreferenze (1991) e che è in attesa di promuovere un altro giro referendario che dovrebbe tenersi nel 1992 ma che viene stoppato proprio dalle elezioni politiche (il II referendum Segni sul maggioritario si terrà nel 1993). Proprio per questo promuove un patto referendario tra i partiti che si presenteranno alle elezioni: si vota solo per chi ci sta. Poi c’e’ il Pds. Occhetto, insediato a sinistra da Ingrao e dal Prc, vorrebbe far saltare il Caf e vendicarsi di Craxi, che lo ha gabbato. L’ultima facendo eleggere Scalfaro presidente della Camera al posto del leader dell’ala migliorista cui Occhetto, per essere riuscito a fare la Bolognina, deve molto: Giorgio Napolitano.

Il 5-6 aprile si tengono le elezioni politiche. Alla vigilia, vengono arrestati due ex sindaci di Milano, i socialisti craxiani Tognoli e Pillitteri e poco dopo durante gli verrà arrestato il segretario amministrativo della Dc Citaristi. La Dc ne esce a pezzi, sotto la fatidica soglia del 30% (29,6%), esce con le ossa rotte, il Psi regge (13,6%), i partiti laici annaspano, ma il partito nato dalle ceneri del Pci, il Pds di Achille Occhetto, non ne trae giovamento (16,1%), indebolito dalla scissione dei neo comunisti di Rifondazione (PRC). Invece, i partiti anti-sistema iniziano a suonare l’avanzata, dall’Msi (5,3%) alla Lega di Bossi che vola al 8,6% (sopra il 20 in tutto il Nord) al Prc (5,6%) e, in parte, a Verdi e Rete. Il 25 aprile il presidente della Repubblica uscente, Francesco Cossiga, dopo due anni di picconate ed esternazioni che hanno scosso e messo a dura prova il sistema dei partiti, si dimette con due mesi di anticipo, lasciando i suoi poteri al supplente: il neopresidente del Senato, Giovanni Spadolini. Presidente della Camera è, invece, dal 24 aprile, Oscar Luigi Scalfaro, volto vecchio e, insieme, nuovo della Dc, eletto deputato con una messe di preferenze nella sua Novara. Cossiga, furibondo, telefona a Forlani che vorrebbe vedere come suo successore: “Pazzi, non avete eletto il nuovo presidente della Camera, ma il nuovo capo dello Stato”. Parole profetiche, quelle di Cossiga, che detesta Scalfaro (il quale lo ritiene a sua volta “uno che ha fatto danni enormi”) come pure queste altre: “saranno giorni terribili fino all’elezione del mio successore”. Mai previsione si rivelerà più azzeccata. Dal 28 aprile tutto, compresa la nascita del nuovo governo, si ferma, in attesa di eleggere il nuovo Capo dello Stato.

Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti: il gatto e la volpe della Dc che fu.

Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti: il gatto e la volpe della Dc che fu.

Ai nastri di partenza due ‘cavalli di razza’, Andreotti e Forlani. Scalfaro bacchetta gli onorevoli come un preside.
Le ambizioni dei ‘quirinabili’ più famosi sono note, in quei giorni, anche ai sassi. Forlani e Andreotti per la DC, Craxi nel Psi ma più come minaccia altrui: il suo obiettivo e’ ritornare a palazzo Chigi. Andreotti sembra, sulle prime, molto quotato. Persino Bossi gli fa credere che lo voterà e Fini teme che i suoi cedano ad Andreotti. Un giovane DC di belle speranze, Pierferdinando Casini, va in giro a chiedere voti per Forlani, come pure fa Antonio Gava, mentre un esperto di mille pratiche e affari, Paolo Cirino Pomicino, rastrella voti per Andreotti fino a organizzare veri tour gastronomici nei migliori ristoranti della Capitale. Il 13 maggio il Parlamento si riunisce in seduta comune per la prima votazione, e, sotto la guida proprio di Scalfaro, si comincia a votare. I sospetti incrociati fra i partiti sono tali e tanti che Pannella chiede a Scalfaro di garantire meglio la segretezza del voto. Scalfaro, a tempo di record, fa allestire dai falegnami di palazzo Montecitorio due cabine di legno foderate con un drappo rosso che vengono subito ribattezzate “catafalchi” dal verde Francesco Rutelli. Tali resteranno sia nel nome che nella prassi: si usano ancora oggi. La prima seduta neppure si è aperta e già leghisti e missini, fiutata l’aria di anti-politica nel Paese, danno il peggio di sé. Carlo Tassi, missino sempre in camicia nera, urla “ladri!” contro i banchi della maggioranza, agitando anche un paio di manette. Scalfaro prova a zittirlo, lui replica (“quale articolo del regolamento mi obbliga?”), Scalfaro ribatte: “Non c’è nessuna norma che la obblighi a ragionare ma complimenti, lei deve avere un polmone di riserva”. Un’altra bacchettata arriva per Teodoro Buontempo che durante una pausa aveva tirato una moneta da 500 lire in testa al dc Serri: “La invito a distinguere tra un’aula e una piazza di periferia”. Terza bacchettata, a un gruppo di deputati che si erano messi a gridare “imbecille” a un collega in mezzo della seduta: “Onorevoli colleghi, non è il caso di urlare a voce alta il proprio cognome…”.

I candidati ‘di bandiera’ dei primi tre scrutini. Nei primi tre scrutini, quelli in cui serva la maggioranza dei due terzi, ciascun partito vota il suo candidato di bandiera. Alcuni sono dei veri ‘Carneadi’ della politica, altri sono nomi illustri: Giorgio De Giuseppe (Dc), Nilde Iotti (Pds), Giuliano Vassalli (Psi), Gianfranco Miglio (Lega), Alfredo Pazzaglia (Msi), Paolo Volponi (Rifondazione), Norberto Bobbio (Verdi), Antonio Cariglia (Psdi), Tina Anselmi (Rete), Salvatore Valitutti (Pli). I giornali titolano “Buio completo sul Quirinale”. Scalfaro commenta: “La mia candidatura? Un’ipotesi inesistente”.

Giulio Andreotti, il Divo.

Giulio Andreotti, il Divo.

Il gioco si fa duro. Il ‘Divo’ e Forlani: entrambi più realisti del re…
Dalla quarta votazione, il 15 maggio, il gioco si fa duro. I partiti di maggioranza si astengono ma e’ l’ultima volta. L’accordo del Caf Craxi-Andreotti-Forlani sembra reggere. Craxi a Chigi, d’accordo, ma chi al Colle? Forlani, che lascerebbe la guida della DC a Martinazzoli, o Andreotti? Forlani va a trovare Andreotti a palazzo Chigi. La scena è surreale e sarà immortalata dal film Il Divo di Paolo Sorrentino che tratteggia il personaggio Andreotti. Cirino Pomicino, presente al colloquio, l’ha ri-raccontata al Fatto: “Giulio e Arnaldo, uno di voi due deve essere il prossimo presidente”, faccio io, ridendo e scherzando. Forlani, gelido: ‘Se Giulio è candidato, io non lo sono’. Andreotti, in un sussurro: ‘Se Arnaldo è candidato, io non lo sono”. Scena e immagine surreale, ma vera. Alla fine, sembra che sia Forlani ad acconsentire alla candidatura ufficiale del suo avversario: gli andreottiani, almeno, lo pensano e si attaccano al telefono per convincere gli altri. L’illusione dura poco. Enzo Scotti, non a caso detto ‘Tarzan’ per come passava da una corrente all’altra e grande annunciatore di tradimenti dc, telefona a Pomicino, Mastella e Marini: mi dispiace, ma noi votiamo Forlani. De Mita s’era messo in mezzo per ottenere in cambio la segreteria. Si parte con Forlani, dunque, e la decisione formale la prende una tumultuosa assemblea DC che però registra subito la contrarietà dei pattisti di Segni, che vedono in Forlani un anti-referendario e che faranno massa critica con la sinistra socialista per affondarlo.

I ‘101’ (39 in realtà) che, nel 1992, tradirono Forlani.
Andreotti, in ogni caso, prova ad allontanare i sospetti. Chiede la parola e dice: “Visto che c’è la candidatura del segretario, la mia non esiste più. E chi lavora a sfavore pecca contro lo Spirito Santo”. Forlani ottiene un plebiscito, ma è una pia illusione. Nel dubbio Mattarella distrugge lo stesso le schede con un tritacarte.
Craxi acconsente riluttante, convinto che Forlani non passerà e telefona a Scalfaro: “Se Arnaldo non ce la fa, per noi ci sei tu”. Forlani, davanti al quinto scrutinio, quello decisivo del 16 maggio, prende 469 voti:gliene mancano solo 39 voti per potercela fare, ma sono quelli decisivi. Andreottiani, mastelliani, pattisti, qualche socialista e qualche laico, anche: eccoli i ‘101’ dell’anno 1992.
Forlani, al sesto scrutinio, sale di dieci voti, a 479: manca poco (29 voti), al quorum (508), ma la verità è che è in caduta libera. L’area della maggioranza di governo ha, sulla carta, ben 546 voti: e invece all’appello, per Forlani, ne mancano quasi 80, di cui almeno 50 democristiani. Sono della corrente di Andreotti, abilmente pilotati dal suo braccio destro, Pomicino, ma anche pattisti di Segni che danno indicazione di voto solo per candidati che hanno sottoscritto il ‘patto’ referendario, pezzi di sinistra di Base (demitiani), socialisti di sinistra guidati da Formica. Infatti, anche i socialisti avevano imparato l’arte dai democristiani: “Almeno un terzo del gruppo negò il suo appoggio al leader della Dc, con Craxi aveva stretto un patto di ferro, da Martelli a Formica, con l’obiettivo di colpire Forlani per ferire Bettino”, ricorderà poi Gennaro Acquaviva. Anche il segretario del Pds, Achille Occhetto, si siede sulla riva del fiume per colpire al cuore l’odiato CAF e, in particolare, Craxi e Forlani.
Il 17 maggio Forlani annuncia il ritiro della sua candidatura, anche se la DC la definisce solo “sospesa”. Sarebbe l’ora di Andreotti, ma la sua candidatura non decolla mai davvero, resta come sospesa tra il non detto dei suoi, micidiali nel distruggere le candidature altrui ma incapaci di creare massa critica sul loro, e gli altri partiti che, chi per un motivo chi per un altro, lo temono o lo odiano. La candidatura di Andreotti, formalmente, non esiste.

Oscar Luigi Scalfaro, IX presidente della Repubblica italiana (1992-1999)

Oscar Luigi Scalfaro, IX presidente della Repubblica italiana (1992-1999)

Si vota senza sosta e i candidati si bruciano uno dopo l’altro.
Al VII scrutinio, la Dc inizia a votare scheda bianca, il Pds la Jotti. Giorgio La Malfa scalpita e chiede di isolare la DC, promuovendo il nome di Spadolini, che ci terrebbe molto di suo, a salire al Colle. Il Pds di Achille Occhetto propone Giovanni Conso, giurista cattolico, presidente emerito della Consulta. I socialisti avanzano il nome di un loro giurista, Giuliano Vassalli, e i repubblicani ci riprovano con Leo Valiani. Gli scrutini si susseguono senza sosta: vanno a buca le tre del 17 maggio, le due del 19 maggio, quella del 20 e quella del 21, e cioè dall’VIII al XIII scrutinio. Vengono bruciate in poche ore le candidature di Norberto Bobbio, Francesco De Martino e Mino Martinazzoli, ma anche quelle di Tina Anselmi, Ettore Gallo e persino di Ciampi (sponsor Goria). Il 22 maggio, al XIV scrutinio riaffiora la candidatura Vassalli (Psi) con l’appoggio di un pezzo di Dc e dei partiti laici, ma un’altro pezzo di DC lo affonda: i voti per lui sono 351 e i franchi tiratori questa volta, quasi 200, per la precisione 180, un record. I capigruppo socialisti diramarono una nota dolce-amara: “Siamo particolarmente grati alla Dc per aver sostenuto con esemplare lealtà e coerenza la candidatura Vassalli assicurandogli al metà dei suoi voti” e il socialista Marianetti ricorre all’ironia: “Diciamo che qualche dissidente democristiano ha votato per Vassalli”. Al XV scrutinio, che si tiene la mattina del 23 maggio, le schede bianche della Dc e degli alleati arrivano a essere 397. Nel frattempo, Pds, patto Segni, Rete, Verdi hanno votato per Conso, che arriva a 235 voti, segnalando l’ennesima frattura a sinistra, quella tra Pds e Psi. Del resto, l’ipotesi di un’unita’ delle sinistre (Pds, PSI, Psdi) che pure avrebbe buoni numeri, naufraga proprio per l’ostilità coriacea è personale tra Occhetto e Craxi. Forlani, esausto, getta la spugna la sera stessa, dimettendosi non più da candidato, ma direttamente da segretario della Dc. Non resta che una soluzione istituzionale: uno dei presidenti delle Camere, o Spadolini o Scalfaro. Lo dice Forlani e lo dicono tutti. Per Scalfaro si spende molto Marco Pannella, in nome di un ritorno alla Costituzione, ed è d’accordo anche Craxi, convinto che Scalfaro gli darà l’incarico per tornare a palazzo Chigi, Spadolini no. De Mita e altri tifano per Spadolini, ma gli sono fatali il proverbiale, stucchevole, ecumenismo, l’avversione di Craxi, che non vuole un laico al Quirinale per non rinunciare a palazzo Chigi, e quella sotterranea di Occhetto. Eppure Spadolini ci crede e fino a poco prima dell’elezione di Scalfaro. Dirà a Enzo Scotti: “non ho dormito, ho lavorato al discorso tutta la notte”.

In un’atmosfera irreale arriva la notizia della strage di Capaci.
E così mentre nel Parlamento regna un’atmosfera irreale con gli andreottiani che cercano (ancora!) di convincere gli altri che il vero candidato istituzionale è il loro, il divo Giulio, il 23 maggio, a metà pomeriggio, piomba la notizia della strage di Capaci.  Il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della sua scorta sono rimasti vittime di un attentato mafioso sull’autostrada Punta Raisi-Palermo. Andreotti capisce tutto e si ritira dalla corsa. La sera stessa un suo fedelissimo, Nino Cristofori, chiamerà concitato il braccio destro di Occhetto, Claudio Petruccioli: “La strage è stata un attacco a Giulio”. Sia come sia, di fronte a un paese impietrito e in collera come gli USA davanti all’omicidio Kennedy, non resta che Spadolini o Scalfaro. A sbloccare l’impasse provvede il Pds, disposto a votare Scalfaro fin da subito: è antifascista, si è opposto a Cossiga in modo strenuo, è difensore del Parlamento e della magistratura. Inoltre, libererebbe per Giorgio Napolitano la presidenza della Camera.
A quel punto, la DC sa che deve proporre Scalfaro lei per prima, per non farsi bruciare dal Pds. Forlani corre al Rapahel da Craxi e si trovano d’accordo subito nel lanciare Scalfaro. Il 25 maggio, arrivati al XVI scrutinio, la fumata diventa bianca e senza storia. Solo all’ultimo momento Scalfaro prega il vicepresidente di turno, Stefano Rodotà, di prendere il suo posto, per non dover annunciare da solo… la propria elezione.

Modalità dell’elezione di Scalfaro (25 maggio 1992, 672 voti, XVI scrutinio).
Scalfaro ottiene 672 voti su 1002 votanti e 1008 Grandi elettori, ma se è vero che è supportato da un’amplissima maggioranza politica di centrosinistra (Dc, Psi, Psdi, Pli, Pds, Verdi, Radicali, Rete) tra schede bianche, nulle, disperse e altri candidati si contano in ben 324 i voti dispersi. Il Pri insiste su Valiani (36), la Lega su Miglio (75), Rifondazione su Volponi (50), il Msi vota, a mo’ di sfregio, Cossiga (63). “Io quel prete di Scalfaro non l’ho votato!” si vanterà Formica citando il noto bigottismo di Scalfaro.

Montanelli: il presidente “per disgrazia ricevuta”…
Indro Montanelli, che non ha mai risparmiato a Scalfaro sfottò, scriverà il giorno dopo su Il Giornale: “Sappiamo di non scoprire la polvere dicendo che a issare Scalfaro al Quirinale non sono stati i mille grandi (si fa per dire) elettori di Montecitorio, ma i mille chili di tritolo che hanno massacrato Falcone, la moglie e il suo seguito. Sono stati gli eventi, non i partiti a portarvelo. Per la prima volta abbiamo un presidente che non è figlio della politica – come la si intende e miserevolmente si pratica in Italia – ma di qualcosa di più serio: la ragion di Stato. Se non l’uomo della provvidenza, certo l’uomo dell’emergenza: un presidente per disgrazia ricevuta”.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato nella sezione blogger ‘I giardinetti di Montecitorio’ che curo sulle pagine Internet di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)