Elezioni presidenziali/11. Napolitano I o delle ‘piccole intese’ (2006)

Concludiamo il lungo excursus sulle elezioni degli 11 presidenti della Repubblica italiana con il resoconto della prima elezione di Napolitano (2006) cui seguirà una seconda  puntata con al centro la sua rielezione (2013). Ricordiamo che su questo blog come pure su quello di Quotidiano.net (sezione ‘I giardinetti di Montecitorio’) tutte le puntate delle 11 elezioni presidenziali, più’ numeri, statistiche e curiosità’ sul Colle, o temi trasversali come “Mai una donna sul Colle” e “Il paradiso dei franchi tiratori” sono facilmente reperibili.

Napolitano nel suo studio al Quirinale

Giorgio Napolitano nel suo studio al Quirinale

Napolitano si avvia alla fine della sua carriera politica. Corre l’anno 2005…

Il 23 settembre 2005 l’allora capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi nomina Giorgio Napolitano senatore a vita. Alla fine dell’estate appena conclusa, Napolitano aveva consegnato all’editore Laterza l’ultima bozza di una sua autobiografia, che dopo molti libri di interventi, saggi, discorsi, biografie, doveva essere quella ‘definitiva’ (Dal Pci al socialismo europeo, il titolo). Insomma, il Napolitano della fine del 2005 è un’uomo politico che sta prendendo congedo dalla politica attiva, quotidiana, persino da se stesso. L’ultimo incarico politico di rilievo è vecchio, ormai, di diversi anni: dal 1996, anno della vittoria elettorale dell’Ulivo e del I governo Prodi, e fino al 1998, Napolitano è ministro dell’Interno, la prima volta di un comunista al Quirinale, poi ricopre solo l’incarico di europarlamentare (1999-2004). Poi, appunto, più nulla, tranne riconoscimenti e solenni pubblici encomi. Gli ultimi anni della sua carriera politica sembra che l’ottantaduenne Napolitano li debba trascorrere da ‘semplice’ senatore a vita.

La striminzita vittoria dell’Unione alle Politiche (2006) apre la corsa per il Colle.

Dal 10 aprile del 2006, però, tutto cambia. La nuova e molto larga (si va da Mastella a Bertinotti…) dell’Ulivo alleanza di centrosinistra, l’Unione, di nuovo guidata da Prodi, vince per un soffio (24 mila voti) le elezioni politiche sulla Cdl. La rimonta del centrodestra guidato da Berlusconi, a dispetto di tutti i pronostici, e’ impressionante. Si grida subito ai ‘brogli’.
Come stabilito dall’articolo 85 della Costituzione, la prima convocazione dei Grandi Elettori per eleggere il nuovo presidente della Repubblica avrebbe dovuto tenersi il 18 aprile, trenta giorni prima della scadenza naturale del mandato di Carlo Azeglio Ciampi. Ma la data delle elezioni politiche che hanno aperto la XV Legislatura ha comportato lo slittamento dei tempi. Il 28 aprile si insediano le nuove Camere: entro 15 giorni devono riunirsi per eleggere il nuovo Presidente. I giochi sono aperti.
La ‘gioiosa’ macchina da guerra, pero’, pur traballante e dai piedi malfermi, pretende tutto, a livello di rinnovo degli incarichi istituzionali: la presidenza della Camera, che va a Fausto Bertinotti (Prc), la presidenza del Senato, appannaggio di Franco Marini (ex leader del Ppi e cattolico) e Prodi, ovviamente, a palazzo Chigi. I sottili strateghi dei Ds sono rimasti a bocca asciutta: D’Alema ha perso la gara per palazzo Montecitorio, l’ex premier e socialista di lungo corso Giuliano Amato è in gara per il Quirinale ma parte senza grandi chanches (“Non è uno di noi”, tagliano corto nei DS). Ciampi, del resto, è indisponibile a una rielezione. A Prodi che lo sonda e poi in pubblico, il 3 maggio, dira’ una frase rimasta famosa: “Non sono disponibile a una rielezione sia per la mia età (86 anni, ndr.) sia perché il rinnovo di un mandato settennale mal si confà con le caratteristiche proprie della forma repubblica del nuovo Stato”. Parole che lo stesso Napolitano ricorderà sette anni dopo, di fronte alle pressioni per una sua rielezione per motivare il suo rifiuto e prima, invece, di cedere e farsi riconfermare causa l’insistenza dei partiti e del Parlamento.

I Ds con Fassino puntano tutto su D’Alema. I consiglieri del Cav sono entusiasti.

Certo è che il nome su cui i Ds e non solo loro puntano tutto per le elezioni del nuovo Capo dello Stato che si aprono l’8 maggio 2006 è uno solo: quello di D’Alema. I suoi nemici interni, sparsi nel centrosinistra, sono tanti (Prodi, Rutelli, Veltroni…) ma il ‘leader maximo’ e’ convinto di poter contare sul ‘soccorso azzurro’. Nonostante le perplessità di Fini e l’ostilità di Casini, in effetti Berlusconi, dopo anni di ‘gelo’ con D’Alema, causati dal fallimento della Bicamerale (1998) e dei suoi strascichi polemici, è molto tentato dall’ipotesi D’Alema (“D’Alema è il più bravo di tutti i comunisti, Napolitano non esiste, e comunque tra un comunista e l’altro mi fiderei di più di D’Alema”….) e manda in avanscoperta i suoi. E così mentre dalla ‘velina rossa’ a senatori di provata fede dalemiana (Latorre) Berlusconi viene blandito con la promessa di una nomina a senatore a vita, Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, ne tesse un pubblico elogio in tv (“Da uomo della strada dico sì a D’Alema al Colle, è un uomo con la testa”) e Marcello Dell’Utri ne celebra il ‘coraggio’ sulle pagine del Corsera. Infine, il Foglio di Ferrara spinge e tifa tutti i giorni per portare D’Alema al Colle. E proprio Giuliano Ferrara, sempre il 5 maggio, va a trovare Fassino, allora leader dei Ds, per fargli un’intervista che esce il giorno dopo sul Foglio. Nero su bianco, Fassino annuncia che “la guerra è finita e la candidatura di D’Alema al Quirinale deve essere il primo atto di una pace da costruire”. Segue dettagliato programma su cui costruire l’intesa necessaria tra Ds e FI. Un programma articolato in quattro punti che fanno subito gridare a un inciucio quasi più pericoloso di quello della Bicamerale: 1) se il governo Prodi va in crisi, si torna subito al voto (Berlusconi contestava apertamente la regolarità delle elezioni di aprile e parlava di ‘golpe’); 2) il nuovo presidente, da capo del Csm, eviterà ogni “possibile cortocircuito tra giustizia e politica”; 3) sulle grandi scelte di politica estera, il Quirinale cercherà “la massima intesa possibile”; 4) il capo dello Stato farà la sua parte affinché si riapra il confronto tra le forze politiche che consenta di “portare a compimento una transizione istituzionale da troppi anni incompiuta” (da lì a poco si sarebbe tenuto il referendum popolare sulla riforma costituzionale ‘federalista’ varata a maggioranza dal centrodestra nel 2005). Insomma, le pressioni su un Berlusconi già bendisposto di suo, verso D’Alema, sono fortissime e vengono proprio dalla cerchia più stretta dei suoi consiglieri: Gianni Letta, Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri, Giuliano Ferrara.

Fini e Casini da un lato, Rutelli dall’altro si mettono di traverso alla candidatura D’Alema.

A mettersi di traverso, però, sono tutti gli altri attori della scena politica: Fini (AN) e Casini (Udc) dentro la Cdl, Rutelli, soprattutto, e tutta la Margherita nell’Unione. il nome di D’Alema spacca le coalizioni in mondo trasversale. Seguono giorni di trattative tese e nervose tra i partiti e nelle coalizioni. Gli altri ‘quirinabili’ sono, d’altronde, tutti nomi deboli: il ‘gran cerimoniere’ berlusconiano Gianni Letta, il socialista Giuliano Amato, i candidati di ‘bandiera’ del centrodestra Marcello Pera e Pierferdinando Casini, l’ex premier Lamberto Dini e il commissario europeo Mario Monti. In caso la scelta dovesse ricadere su un Presidente donna (sarebbe la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana), circolano i nomi di Emma Bonino, sostenuta dai Radicali come nel 1999″ Tina Anselmi, Franca Rame, Anna Finocchiaro. Il 7 maggio, dopo un aspro confronto interno, il centrodestra rende nota la sua ‘rosa’ ufficiale di candidati per il Colle: sono Amato, Marini, Monti, Dini (con una forte preferenza per il primo). Il nome di D’Alema non c’è, Napolitano neppure. Eppure, proprio il nome di Napolitano, che si è tenuto ben distante dalla ridda di nomi e indiscrezioni, diventa subito il più forte, specie a sinistra. Anzi, diventa l’unico candidato che, per i Ds, ormai convinti che il nome del nuovo inquilino del Colle spetti farlo solo a loro, può davvero farcela: bisogna vedere solo se con i soli voti dell’Unione, e quindi dalla quarta votazione in poi, o già dalla prima, come accaduto con Ciampi, se la Cdl accettasse di votarlo dopo una trattativa.

Napolitano accetta, ma dice: “mi dovete sostenere fino in fondo”.

Fassino, che ha fatto una conversione ad ‘u’ di strategia in pochi giorni, passando da D’Alema a Napolitano, gli telefona e gli chiede la sua disponibilità a nome di tutto il centrosinistra. Il 7 maggio Fassino va a trovare Napolitano nella sua casa privata a Monti, ma il futuro capo dello Stato, lungimirante, nell’accettare la candidatura, pone una sola condizione (profetica, se vista in controluce rispetto alle candidature di Marini e Prodi bruciate nel 2013): “Se il vostro candidato sono io, dovrò esserlo fino in fondo. Continuerete a votarmi fin quando non sarò eletto, fosse anche dopo venti o trenta votazioni”. Fassino annuisce. E D’Alema? Se la prende con Berlusconi, più che con i suoi: “Era molto difficile una convergenza sul mio nome, occorreva molto coraggio – spiega ai microfoni di Sky – ma purtroppo devo constatare che il coraggio politico, nei momenti in cui occorre, a Berlusconi manca”. Poi fa sapere a Napolitano: “la candidatura più giusta e opportuna è ormai solo la tua”. E, all’esterno, l’ex premier e leader DS celia con la consueta perfidia: “Napolitano e’ entrato in conclave cardinale e credo che ne uscira’ papa”.

Berlusconi nega il consenso a Napolitano: “l’unico comunista votabile e’ D’Alema”. 

Berlusconi, invece, non si adegua. Casini insiste, Fini apre su Napolitano, ma il leader del centrodestra recalcitra. Bossi non ne vuole sentir parlare, di Napolitano, criticato e bollato di essere un ‘comunista’ da Gasparri, Sacconi e molti altri. Berlusconi spiega così ai suoi il suo ragionamento: “votare un comunista per me è quasi impossibile, se proprio devo farlo preferisco l’altro (D’Alema, ndr.) che almeno un progetto politico ce l’ha”. Napolitano capisce che dal centrodestra (Udc esclusa, che vorrebbe appoggiarlo anche se poi si tratterà di un voto singolo, quello di Follini) non arriveranno aiuti e chiede di essere proposto formalmente solo dal quarto scrutinio quando basta la maggioranza assoluta per farsi eleggere. Anche in questo caso, il centrosinistra accetta. Insomma, è Napolitano il vero regista della sua stessa elezione. Ne ha viste tante, conosce i tranelli.

La farsa dei primi tre scrutini: Unione e Cdl votano scheda bianca.

Il primo scrutinio si svolge l’8 maggio 2006. La Cdl vota il suo candidato di bandiera, Gianni Letta (396 voti), e l’Idv il suo (Franca Rame), l’Unione scheda bianca. Il secondo scrutinio si tiene la mattina del 9 maggio. Con il centrodestra passato a votare scheda bianca come il centrosinistra, il paradosso e’ che il nome che ottiene più voti di tutti (la miseria di 38) e’ il candidato di bandiera della Lega Bossi mentre il nome gia’ prescelto, quello di Napolitano, rimane coperto e incassa solo 15 preferenze davanti a una marea di schede bianche che arrivano a quota 724.
Nel pomeriggio del 9 maggio il ‘giochetto’ si ripete con il terzo scrutinio, solo che le schede bianche aumentano a 770 e il primo dei piu’ votati diventa il nome bruciato nelle trattative di pochi giorni prima, Massimo D’Alema, che ottiene solo 31 voti. Una beffa, per lui. Nell’occasione, la votazione diviene grottesca perché, in mezzo al mare di schede bianche, spuntano i nomi improbabili di Oriana Fallaci, Linda Giuva (moglie di D’Alema), Giovanni Consorte, Vasco Rossi e, persino, di Luciano Moggi.

Napolitano passa con i soli voti dell’Unione, gli azzurri corrono al seggio “come bersaglieri”.

Il 10 maggio è il giorno fatidico del quarto scrutinio, dove è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti. La sensazione diffusa è che sia quello buono per la fumata bianca. E, infatti, fin dalle prime luci dell’alba, una folla di giornalisti e telecamere si riversa in vicolo dei Serpenti, residenza romana dei coniugi Napolitano, per formare poi una sorta di ‘corteo reale’ non appena il Presidente designato si recherà alla Camera per la votazione. Gli chiedono se sarà un inquilino del Quirinale superpartes, e lui risponde con un telegrafico “Si’, altrimenti non avrei accettato”. Alle 12 e 53 il nome di Giorgio Napolitano supera il quorum di 505 voti necessario per essere eletti. L’onore e l’onere dell’elezione di Napolitano spetta solo all’Unione. Per una volta, non si registrano pulsione suicide, dentro il centrosinistra.
Scatta il classico lungo applauso dai banchi del centrosinistra cui si aggrega l’Udc, ma da sola. Berlusconi aveva appena raccomandato ai suoi di restare immobili: “Mi raccomando, composti. Come se foste a un funerale”.
Alla fine saranno 543 i voti per lui contro ben 347 schede bianche, tutte targate Casa delle Libertà. Berlusconi, pero’, non si fida molto dei suoi. Ecco perche’ la Cdl costringe i suoi rappresentanti ad attraversare il ‘catafalco’ (la cabina elettorale in uso dal 1992 e chiusa da paraventi e tendaggi ermetici) quasi correndo, ‘a passo di carica’ scrivono i cronisti, per dimostrare plasticamente di aver votato davvero scheda bianca e non Napolitano, nel segreto dell’urna. Romano Prodi, presto di nuovo premier, si gode la scena e ironizza: “Correvano come bersaglieri”. L’unica eccezione di rango è rappresentata dall’ex segretario dell’Udc Marco Follini che si ribella al diktat di coalizione votando per Napolitano. Anche la Lega Nord disubbidisce ma a modo suo, continuando a votare per il leader Bossi.

Modalita’ di elezione di Napilitano (10 maggio 2006, IV scrutinio, 543 voti).

Poco dopo arriva l’esito finale dello scrutinio. Su 990 votanti e 1009 Grandi elettori, Napolitano ottiene 543 voti (sui 541 votanti potenziali dell’Unione: una adesione ‘bulgara’), la Casa delle Libertà mette nell’urna 347 schede bianche la Lega consegna le sue 42 preferenze al candidato di bandiera Umberto Bossi e anche l’Idv ha la sua (Franca Rame), che ne ottiene 24.

I giudizi di Berlusconi e i governi di Napolitano.

Silvio Berlusconi, che ha voluto polemicamente rendere palese il suo ‘voto in bianco’, se la prende con«questa finta maggioranza (quella dell’Unione, ndr.)” che “con soli 20 mila voti di scarto ha occupato in un mese la presidenza delle Camere, il Governo ed il Quirinale. Oggi registriamo il fatto che se lo avessimo fatto noi avrebbero gridato al colpo di Stato». eppure, Dal centrodestra arrivano segnali ed esplicite dichiarazioni di apprezzamento per Napolitano: si va da Ignazio La Russa (AN) al leader dell’Udc Casini, convinto che l’elezione di Napolitano “è la prova che anche un cattivo metodo può dare un buon Presidente”. Il Corriere della Sera scrive che “la divisione degli schieramenti sul suo nome sia molto più formale che sostanziale”. Specchio dei sentimenti di Berlusconi è però la prima pagina de Il Giornale dell’11 maggio che apre con un titolo a caratteri cubitali: ‘Sul colle sventola bandiera rossa’. La giornata del 10 maggio si chiude alle 20 e 09 quando Napolitano sale subito al Colle per rendere omaggio al suo predecessore. Ciampi, il cui mandato sarebbe scaduto il 18 maggio, che si è dimesso con tre giorni di anticipo, il 15 maggio. Il nuovo Presidente presta giuramento lo stesso giorno alle ore 17.00 e avvia immediatamente le consultazioni con i gruppi parlamentari che porteranno a Romano Prodi l’incarico di formare il nuovo Governo. Inizia la travagliata stagione dell’Unione (2006-2008), una legislatura brevissima e tormentata, poi le nuove elezioni, il IV governo Berlusconi (2008-2011), la sua caduta, il governo tecnico Monti (2011-2013), pensato, voluto e guidato dall’attenta regia di Napolitano, le nuove elezioni politiche (2013) e la rielezione, per la ima volta nella storia repubblicana, dello stesso inquilino del Quirinale.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulla sezione blogger ‘I giardinetti di Montecitorio’ del sito di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

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