Elezioni presidenziali/12. Napolitano II (2013) o dei famosi ‘101’ che affondarono Prodi

Completiamo la carrellata sulle 12 elezioni presidenziali avvenute sinora nella storia della Repubblica italiana. Abbiamo descritto quelle di De Nicola (1946), Einaudi (1948), Gronchi (1955), Segni (1962), Saragat (1964), Leone (1971), Pertini (1978), Cossiga (1985), Scalfaro (1992), Ciampi (1999), Napolitano (2006). Chiudiamo con la rielezione di Napolitano del 2013, indagando sulla famosa vicenda dei 101. ps. In questo e unico caso l’autore dell’articolo e’ stato anche testimone oculare di alcuni dei fatti narrati. 

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Il mistero e la polemica sui ‘101’ continua ancora oggi.

Chi erano e che facce avevano ‘101’ franchi tiratori che due anni fa, la sera di venerdì 19 aprile, impedirono a Romano Prodi di diventare capo dello Stato? E come si chiamavano i 224 cecchini che il giorno prima avevano sbarrato a Franco Marini la strada per Quirinale? I sospetti abbondano, le certezze mancano. Sul campo resta solo qualche indizio, del tutto inutile per evitare un’altra imboscata al giro successivo. Quello che inizia giovedì prossimo.
Il tema ancora agita (anzi: infiamma) il dibattito politico quotidiano. Stefano Fassina, esponente della minoranza dem, accusa Renzi di essere stato il ‘regista’ dell’operazione ‘101’, i renziani ribattono sdegnati che il colpevole va cercato dalle parti di Massimo D’Alema. Sandra Zampa, ultima portavoce del Prof, ‘non esclude’ che Renzi fosse coinvolto nell’operazione, ma punta il dito sui supporter di Marini e sui ‘soliti’ dalemiani. Gli ex portavoce di Bersani adombrano la ‘manina’ di Renzi (ma anche di Letta) per far fuori l’allora segretario. Tutti, ancora oggi, sospettano di tutti, nel Pd.
E il ricordo di quell’aprile di due anni fa brucia ancora, soprattutto nella memoria dei suoi protagonisti. Da Prodi a Bersani a Renzi. Conviene, dunque, provare a riavvolgere il nastro di quel film.
E di ricordare che, per la prima volta nella storia repubblicana, il Parlamento che eleggerà il nuovo presidente della Repubblica è lo stesso di due anni fa. Variato nella composizione dei gruppi, certo (c’era il Pdl, e oggi ci sono FI e Ncd, i grillini erano a ranghi compatti e oggi hanno subito fughe ed espulsioni, come pure SeL), ma gli animi e i profili dei 1009 Grandi elettori attuali sono (o no?) identici a quelli dei 1007 di allora? Ecco un’altra buona domanda.

Le elezioni del febbraio 2013. La ‘non vittoria’ di Bersani.

Il 25/26 febbraio del 2013 si sono svolte le elezioni politiche. Il centrosinistra, raccolto nella coalizione ‘Italia Bene Comune’ (Pd-Sel-Psi-Cd) ha ‘non vinto’ le elezioni. Una vera doccia gelata, specie per il segretario del Pd Bersani, vincitore troppo annunciato. Il centrosinistra ha un solido premio di maggioranza alla Camera (29,5% che diventano 345 seggi, il premio che porta in dote il Porcellum), ma non ha affatto la maggioranza al Senato (31,6%). L’exploit dei Cinque Stelle (23,8% al Senato, 25,5% alla Camera) che non diventa il primo partito solo ‘grazie’ ai voti degli italiani all’estero era imprevedibile a tutti, famosi sondaggisti compresi. Il recupero del Pdl (29,1% alla Camera,30,7% al Senato) partito già sconfitto, pure e fa esultare e tornare imprevedibile Berlusconi. Il debole e deludente risultato della lista Monti, Scelta civica (9,1% al Senato, 10,6% alla Camera) impedisce al Pd di stringere un’alleanza con i montiani e governare ugualmente, come si pensava prima del voto nelle teoricamente più nere previsioni.
Lo score dei partiti recita così: 345 seggi al centrosinistra, 125 al centrodestra, 109 ai grillini, 47 ai montiani e 4 vari alla Camera; 123 senatori al centrosinistra, 117 al centrodestra, 54 a M5S, 19 a Sc.
Le consultazioni, al Colle, si aprono il 20 marzo. L’impasse è totale.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Napolitano ‘pre-incarica’ Bersani di fare il governo, poi lo congela.

Bersani vuole provarci lo stesso a formare un governo, Napolitano lo avverte: senza numeri certi, l’incarico pieno se lo può sognare. Il braccio di ferro finisce con un compromesso a svantaggio del leader del Pd. Il 22 marzo Bersani viene ‘pre-incaricato’ dal Capo dello Stato a formare un nuovo governo, ma Napolitano dice a tutti e chiaramente che preferirebbe “un governo di larga coalizione”. Nel frattempo, resta in carica il governo Monti che, con una prassi costituzionale singolare, essendo decaduto dalle nuove Camere, firma decreti e nomina ministri. Il presidente del consiglio ‘pre-incaricato’ Bersani svolge un lungo giro di consultazioni tra forze politiche e forze sociali. L’obiettivo è di formare un governo di ‘minoranza’ o come lo definisce lui “senza maggioranza precostituita” che possa ottenere il via libera dei grillini, specie al Senato, e poi garantirsi la fiducia provvedimento su provvedimento, conquistandoli ‘’strada facendo’. Tutto inutile. Lo streming dell’incontro tra Bersani e la delegazione pentastellata, guidata dai capigruppo Crimi e Lombardi (“guardi che non siamo su Ballarò!”), che va in onda il 27 marzo, è la plastica rappresentazione della sconfitta bersaniana. Neppure eleggere due presidenti delle Camere, Pietro Grasso al Senato e Laura Boldrini alla Camera, eletti il 16 marzo come personaggi ‘nuovi’ e lontani dagli schemi classici dei rapporti tra i partiti tradizionali, ha aiutato il leader Pd. Intanto, il Pdl chiede con forza e sicumera di dare vita a un governo di ‘grande coalizione’. Bersani si rifiuta mentre il vicesegretario Letta inizia a prendere in considerazione l’idea, ipotesi per cui iniziano a tifare molti big del Pd (D’Alema, Violante) e molti grandi giornali, Corsera in testa. Il grande sconfitto alle primarie di centrosinistra del dicembre 2012, Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, si limita a godersi lo spettacolo da fuori. Napolitano ritira (o, meglio, ‘congela’) il pre-incarico a Bersani il 29 marzo, ma non ne concede ad altri. Conduce personalmente nuove consultazioni e incarica dieci saggi di valutare la situazione e formulare proposte per “il programma di un nuovo governo”. Procedura mai vista prima.

Napolitano commissaria la classe politica con i suoi dieci ‘saggi’.

La situazione politica e istituzionale versa in un impasse drammatico. Le elezioni presidenziali per il nuovo Capo dello Stato non potranno che iniziare, da calendario, il 15 aprile, quando scade il mandato di Napolitano, che non ha intenzione di dimettersi prima, come fa sapere pubblicamente il 30 marzo e come fecero, invece, alcuni suoi predecessori (Cossiga nel 2002, Ciampi nel 2006) per favorire l’elezione del suo successore. Le Camere sono state elette e nel pieno dei loro poteri, ma non funzionano (come pure chiedono i grillini) perché manca loro l’interfaccia indispensabile di un governo nel pieno dei suoi poteri e quello che c’è, Monti, già compie atti esorbitanti prerogative che non ha più. Napolitano, il 2 aprile, nomina la commissione dei suoi ‘dieci saggi’ e auspica “un’ampia intesa tra le forze politiche” sul nome del suo successore. Morale: Napolitano ha commissariato tutto e tutti (governo, Parlamento, leader politici). Il 5 aprile i giornali raccontano di Napolitano e della moglie con gli ‘scatoloni’ già pronti. La volontà è di lasciare il Colle, e per sempre, ma anche un’eredità politica chiara: le larghe intese.
Ancora l’8 aprile Napolitano esalta la stagione della ‘solidarietà nazionale’ tra Dc e Pci ai tempi del terrorismo: il messaggio è chiaro e aiuta le colombe che, nei due principali schieramenti (Letta senior nel Pdl, Letta junior nel Pd) lavorano discreti per le larghe intese.

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

Inizia il ‘toto-Quirinale’. Bersani vede Berlusconi.

E il ‘toto-Quirinale’ come sta evolvendo? Romano Prodi cerca di tirarsene fuori (“Ho un nutrito programma di conferenze all’estero”), il Pdl annuncia, via l’allora segretario Alfano, di essere “disponibile a un governo di larghe intese se un moderato andasse al Colle”. Girano i nomi di Giuliano Amato, Anna Finocchiaro, Franco Marini. Il 9 aprile un Bersani ormai fiaccato dall’incarico di governo già evaporato incontra un Silvio Berlusconi ringalluzzito e tornato centrale. Il segretario del Pd dice ‘no’ a ogni forma di governissimo ma dall’incontro, che si tiene nella casa di Enrico Letta a Testaccio, emerge la possibilità di trovare “un nome condiviso” per il Quirinale. Il nome di Prodi è escluso categoricamente da Berlusconi (“è un mio nemico personale”), che spinge per Amato o Marini, Bersani si autoesclude da solo e dice ‘no’ a ogni ipotesi di rielezione di Napolitano. “La chimica tra i due è stata buona”, commenta Letta. Il profilo è un nome di “alta professionalità” e “alta tenuta politica”. Ogni accordo con i Cinque Stelle è respinto. Bersani, però, voleva i loro voti per fare il suo governo. Il cambio di strategia è repentino. Troppo e troppo velocemente.

Berlusconi manifesta contro Prodi, i grillini scelgono Rodotà.

Il 13 aprile Napolitano ribadisce alla Stampa che non cederà mai alle lusinghe e alle pressioni per un nuovo mandato. Il 13 aprile, Berlusconi organizza una manifestazione del Pdl a Bari con un solo scopo: eccita la folla nel suo ‘no’ rabbioso alla candidatura di Prodi. Ma la vera novità è rappresentata dall’irrompere sulla scena, il giorno prima, delle ‘Quirinarie’ (votazioni via web dei militanti M5S) organizzate da Grillo e Casaleggio per l’indicazione di voto ai loro parlamentari grillini. Votano quasi 50 mila persone, i risultati dicono: Bonino, Caselli, Fo, Gabanelli, Grillo, Imposimato, Prodi, Rodotà, Strada, Zagrebelsky. Tre nomi (Prodi, Rodotà, Zagrebelsky) vengono dal mondo della sinistra e lo stesso Grillo chiosa: “Se il Movimento dovesse scegliere Prodi, noi voteremmo per lui”. La classifica finale delle Quirinarie arriva il 16 aprile: tra ritiri e rinunce, il candidato ufficiale M5S al Colle diventa il giurista Stefano Rodotà. Intanto, Renzi affonda ben due candidature del Pd e con parole durissime: quella di Franco Marini e quella di Anna Finocchiaro, che lo definisce “un miserabile”. Bersani vede di nuovo Berlusconi sempre a casa Letta, il 17 aprile. Bersani offre al Pdl una terna (Mattarella, Amato, Marini) e compie un altro errore dicendo: “ora scegliete voi”. Berlusconi, la cui prima scelta (dopo l’irrealistica speranza che fosse la sinistra a fargli il regalo: candidare D’Alema al Quirinale come già aveva fatto nel 2006 per poi bruciarlo) sarebbe Amato, ma capisce che rischia di non passare, tra Pd e Sel (e pure tra i suoi), e dopo aver scartato Mattarella, punta su Marini. Sembra fatta. Marini ha anche il gradimento di Lega e Scelta civica.

Bersani propone e fa votare Marini, Renzi e altri lo silurano.

La sera stessa del 17 aprile, al teatro Capranica, si svolge l’assemblea dei 495 Grandi elettori del Pd, compresi quelli di Sel. Bersani ha ottenuto dal Cav di essere lui ad annunciare il nome di Marini per primo, ma non fa neppure in tempo a pronunciarlo (“quella di Marini è la candidatura più in grado di realizzare le maggiori convergenze…”) che viene subissato da una valanga di mugugni e fischi che diventeranno altrettanto interventi contrari. A viso aperto, almeno stavolta. “Non voterò mai per uno di quelli che hanno affossato l’Ulivo” annuncia la prodiana Sandra Zampa. “E’ un nome che divide” avverte Matteo Orfini, a nome dei “Giovani turchi”. Vendola e i suoi abbandonano polemicamente la sala, dove la votazione finisce con 222 sì (neppure la metà dei votanti), 90 no e 21 astenuti. Votano a favore bersaniani, dalemiani, franceschiniani, fioroniani, lettiani, votano contro renziani, bindiani, veltroniani, ma anche i giovani turchi (ex dalemiani). Infine, arriva l’eco della stroncatura pronunciata da Matteo Renzi davanti alle telecamere di Daria Bignardi (“Votare Marini significa fare un dispetto al Paese”) e accompagnata dal dileggio (“Ce lo vedete Marini con Obama?”).

Marini viene impallinato da 218 cecchini. Il Pd implode ed esplode.

Giovedì 18 aprile si apre la seduta dei Grandi elettori a Montecitorio in un clima surreale. Verdini, come pure i bersaniani, si sentono tranquilli: il loro candidato è molto forte, assicurano, passerà subito. Ma il quorum richiesto nei primi tre scrutini è molto alto (675 voti) e l’assemblea del Pd della notte precedente ha lasciato brutti segni. Certo, se tutti i gruppi politici che hanno detto di votare Marini (Pd-Pdl-Sc-Lega-altri) confermassero il voto nel segreto dell’urna, non ci sarebbero problemi: sono 739 voti su 1007 i potenziali suoi elettori. Invece, alla conta che segue la prima ‘chiama’, a Marini mancano ben 218 schede: un numero di franchi tiratori mai raggiunto prima. Marini ottiene solo 521 voti su 999 votanti, di poco sopra al quorum che serve sì, ma solo dal IV scrutinio in poi (504 voti). Un disastro. Rodotà, che dovrebbe prendere i voti di M5S e SeL, ottiene 240 voti (32 in più), Chiamparino 41 (sono i renziani), Prodi spunta con 14. Il Pd, finalmente, capisce che i franchi tiratori sono tutti e solo suoi, decide, per evitare subito un secondo flop, di far votare scheda bianca al II scrutinio, quello del pomeriggio, così fanno pure Pdl e Sc. Alla fine, le schede bianche sono 418 su 948 votanti mentre Rodotà prende 230 voti, Chiamparino 90, d’Alema 38, Marini 15, Prodi 13. Contro Marini si sollevano in tanti, alcuni insospettabili: persino la ex portavoce di Bersani, Alessandra Moretti, lo boccia. “Qualcuno ha preparato tutto…”, commenta aggirandosi sconsolato nel mezzo del Transatlantico, il fedelissimo di Marini Fioroni.

Bersani cambia strategia, ma bruscamente e troppo tardi.

Il Pd è a pezzi, Bersani minaccia le dimissioni, trattenuto dai suoi, Marini chiede (giustamente) al Pd di insistere sul suo nome almeno fino alla IV votazione, quando il quorum si abbassa e può farcela. Ma il Pd è in balia delle proteste che corrono sul web (e di qualche sparuto, sempre uguale, ‘occupy Pd’), tra Twitter e Facebook, con un gruppo dirigente assediato da tutte le parti e un segretario che ha perso smalto e lucidità. Nella notte tra il 18 e il 19 aprile, Bersani propone a Berlusconi il nome del giurista, molto stimato al Colle, Sabino Cassese, ma il Cav dice di no a lui come a Mattarella. Repubblica rivelerà che ha incontrato D’Alema in gran segreto e che sarebbe pronto a votarlo, se il Pd si decidesse a candidarlo. Bersani, a questo punto, tenta un impossibile cambio di strategia. Conscio che se D’Alema, un ex Pci-Pds-Ds come lui, andasse al Colle, lui non potrebbe mai più ambire ad andare a palazzo Chigi e convinto dai prodiani come dai mariniani, ma anche dai giovani parlamentari, che il nome di D’Alema non passerebbe mai tra i suoi, annuncia a Berlusconi la conversione a U: il Pd voterà Romano Prodi. Berlusconi urla al tradimento ma sa già come andrà a finire.
Anche Prodi, a cui il giorno dopo tocca la stessa beffarda sorte, racconterà di aver previsto tutto. Come molti altri. Tutti dopo, però. Intanto Renzi, che non e’ tra i Grandi elettori, cala su Roma e convocai suoi 35 parlamentari al ristorante di Eataly di Farinetti: “Si vota Prodi”. Teme un governo di legislatura che puo’ imbrigliarne le ambizioni e pensa che Prodi potrebbe sciogliere presto le Camere.

L'ex premier e leader dei Ds Massimo D'Alema

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Bersani cerca Prodi, che accetta. Nasce la sfida con D’Alema.

Il Professore è in Africa, nel Mali, per una conferenza. La telefonata che, in piena notte, gli fa Bersani è preceduta dai contatti tra Parisi, fedelissimo del Prof, e Vasco Errani, vicinissimo a Bersani: “serve un nome indiscusso, c’è solo lui”, dice il secondo. “contattatelo, ma è ancora arrabbiato perché non lo avete difeso da Berlusconi”, ribatte il primo, convinto che il suo uomo vada preservato ancora nelle prime votazioni successive, a maggioranza dei 2/3, per essere lanciato solo dalla IV o dalla V. Prodi, per cautelarsi, chiede che il Pd voti, e a scrutinio segreto, sul suo nome. Richiesta legittima. Come impattare, del resto, con lo sfregio fatto a D’Alema? Il leader maximo non si scompone, anzi. Mette in moto i suoi, di fedelissimi. Fanno girare la voce che anche lui è pronto alla conta interna. Bene, benissimo. Si va verso una sfida, una vera ‘singolar tenzone’ tra i due ‘campioni’ per eccellenza degli ultimi vent’anni di storia del centrosinistra: il fondatore e premier della stagione dell’Ulivo contro il segretario del Pds-Ds, premier solo grazie alla congiura anti-Ulivo, il simbolo dell’antiberlusconismo e del regno della società civile contro il teorico del primato dei partiti e dell’accordo col Nemico. Sembra lo scontro perfetto, il ‘duello finale’. Sarebbe anche bello. Nella notte vengono fabbricate e impilate oltre 400 schede bianche, pronte per essere riempite dai Grandi elettori. Gli staff di D’Alema e Prodi si sono persino sentiti: i due ‘campioni’ verranno presentati e sostenuti da due ‘sostenitori’ d’eccezione: Bersani, ma in qualità di semplice parlamentare e non di segretario, per Prodi; Finocchiaro, allora capogruppo del Pd al Senato, per D’Alema. Poi, via, si vota.

L'interno del Transatlantico di Montecitorio

L’interno del Transatlantico di Montecitorio

L’assemblea decisiva al Capranica: La finta acclamazione, il lento cupio dissolvi.

Venerdì 19 aprile, ore 8.15, teatro Capranica. Assemblea degli elettori del Pd. Bersani prende la parola, ma cambia tutto il quadro: “c’è un solo candidato, per noi, al Quirinale, vi propongo di votarlo”. Applausi a scena aperta, ma soprattutto e solo dalle prime file, urla di evviva, onorevoli che si alzano in piedi, felici ed entusiasti. Si dice standing ovation ed appare il contrario dell’assemblea su Marini. Alle 8.45 l’Ansa batte la notizia. Tutto finito. Il candidato è Prodi. Ma troppe cose non quadrano: l’assemblea è piena solo per metà, molti non applaudono o non si alzano in piedi, anzi: restano muti e freddi. Ad applaudire sono state solo le prime file, Bersani e Zanda hanno ceduto, diranno poi, di fronte a quella che pareva un’acclamazione. Ma all’uscita i volti di molti sono lividi: si aspettavano un ballottaggio all’ultima scheda, si sono trovati davanti a una sceneggiata e a una sceneggiatura fatta male e condotta peggio. La claque bersaniana ha organizzato “il colpo di mano”, come lo chiamano gli avversari, molti esponenti delle altre correnti hanno preferito il wait and see, forse già pregustando l’amaro sapore della rivincita e/o vendetta. L’errore, secondo D’Alema, l’avrebbe fatto la Finocchiaro che non si e’ alzata per insistere comunque sulla proposta iniziale del voto a scrutinio segreto. Renzi, invece, prende bene la sorpresa: la standing ovation immediata brucia di fatto la candidatura D’Alema.
Bersani telefona a Prodi: “E’ stata una standing ovation per te, non c’era bisogno del voto, il partito è compatto”. Eppure appena pochi giorni prima il Corsera contava in 120 i parlamentari Pd anti-Prodi. Prodi chiede conferma ai suoi, poi chiama gli altri candidati ritiratisi (Marini) o in corsa (Rodotà). Sembra tutto perfetto. Poi arriva la telefonata decisiva che il Prof racconterà così a Marco Damilano nel suo Chi ha sbagliato più forte. “Mi chiama D’Alema e mi dice: va benissimo il tuo nome, ma per fare nomine e prendere decisioni di tale importanza almeno bisognerebbe convocare la Direzione del partito, coinvolgendone i massimi dirigenti’. Allora ho capito tutto. Ho chiamato mia moglie e le ho detto: Flavia, vai pure alla tua riunione perché presidente non divento di sicuro…”. E altre due. “Quella con Monti – racconta sempre Prodi a Damilano – che mi dice che il mio nome è divisivo e non si può votare, ma i suoi poi mi dicono che gli basterebbe tornare a fare il presidente del Consiglio”. E quella con Napolitano: “Non è stato il colloquio di un presidente uscente con il suo successore”. Intanto, Rodota’ fa sapere ai grillini, persino stupefatti alle sue parole, che non ha intenzione di ritirarsi.

Il IV scrutinio, quello decisivo, segna il trionfo dei ‘101’. Ma chi sono?

Intanto, si sono fatte le 10 del mattino e, a Montecitorio, è iniziato il terzo scrutinio. Il Pd, questa volta saggiamente, lo manda deserto, dando indicazione di votare scheda bianca, essendo l’ultimo a maggioranza qualificata: su 949 votanti, le schede bianche sono 465, i voti per Rodotà 250 (in salita), 34 a D’Alema, 22 per Prodi. La IV votazione, quella decisiva, si tiene nel primo pomeriggio: bastano 504 voti, la maggioranza assoluta, per diventare capo dello Stato. Pd e Sel hanno 496 voti, ne bastano una manciata in più, da pescare tra i centristi moderati e cattolici dell’Udc, di Sc, del Pdl. Sembra un gioco da ragazzi. Ma Bersani né il Pd chiedono, formalmente, i voti di nessuno: vogliono testare Prodi nel IV voto e farlo passare di forza al V scrutinio. Monti convoca una conferenza stampa lampo per ribadire, algido, che i suoi voteranno Cancellieri. I grillini, che si muovono come una falange macedone, ribadiscono: continueremo a votare Rodotà, che non ha intenzione di ritirarsi. Il Pdl, che già sente ‘l’odore del sangue’, annuncia come un leone ferito che i suoi Grandi elettori non parteciperanno al tentato golpe, così impedisce anche che qualcuno dei suoi sia tentato dal colpo gobbo di votare Prodi: la scelta non è l’astensione, ma uscire dall’aula, un’altra prima assoluta mai vista nella storia repubblicana. Mancano pochi minuti alle 19 di sera, quando la Boldrini legge il conteggio finale dei voti: votanti 732, Prodi 395 voti (101 in meno della somma potenziale), Rodotà 213 (51 in più di quelli dell’M5S: vengono tutti dal Pd), Cancellieri 78 (nove in più di quelli di Sc), D’Alema 15, altri 12, schede bianche 15. Scoppia il caso dei ‘101’. In realtà, quasi sicuramente sono molti di più: diversi grillini e una pattuglia di popolari dentro Sc hanno votato di certo Prodi, tradendo l’indicazione del gruppo. Ergo, di voti ne mancano almeno 120-150. Epifani, sconsolato, commenta: “Ormai siamo inaffidabili per tutti”. I parlamentari Pd escono dall’aula alla spicciolata, alcuni stralunati, altri altri imbufaliti, altri ancora troppo indignati per essere credibili.
I giovani turchi, Andrea Orlando in testa, se la prendono con Renzi, ma l’ex portavoce di Veltroni, Valter Verini, punta il dito su di loro: “sono stati loro, i giovani dalemiani con gli occhi di ghiaccio”. Molti sospetti cadono su popolari, franceschiniani, lettiani amici di Marini. Beppe Fioroni, previdente, gira facendo vedere a tutti la foto che ha scattato alla scheda dal suo cellulare: testimonia la sua innocenza. Ugo Sposetti, invece, non fa mistero di aver incitato i suoi amici, dalemiani e non, a dire no a Prodi. Nel frattempo, i parlamentari del Pdl, rientrati, se la ridono di gusto. Gli altri gruppi assistono basiti.
In realtà, ogni capobastone e ogni corrente ha dato il suo contributo garantito pro quota ai nemici del Prof e di Bersani come agli amici del Cav, ma forse anche di Napolitano e magari dello stesso Renzi. Bersani fugge via da Montecitorio, affranto. Renzi commenta a pochi minuti dal risultato con una fretta che appare eccessiva, cioè sospetta: “La candidatura di Prodi non c’è più”. Prodi annuncia, gelido, il su ritiro con una dichiarazione dal Mali che arriva alle 21: “Chi mi ha portato a questa decisione deve farsi carico delle sue responsabilità”. E’ l’epitaffio per Bersani, che fa contenti un po’ tutti. Alle 21 Bersani annuncia le sue dimissioni: diverranno operative dalla nomina del nuovo Capo dello Stato. Alle 22.30, nuova, mesta e per fortuna ultima, assemblea del Pd sempre al teatro Capranica. Davanti a un Sinedrio di scribi e farisei che ora, in parte, si pentono e abbozzano un timido applauso, il segretario dimissionario taglia corto e ritrova quelle verve tagliente che gli è mancata per giorni: “Non tutti hanno il diritto di applaudire, qui dentro. Uno su quattro di voi è un tradito, chi ha tradito è meglio che tenga le mani a posto. C’è una pulsione a distruggere, in questo partito, e senza rimedio”.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi

Bersani si dimette, tutti implorano Napolitano di restare.

Quel che resta della storia di quei giorni si fa cronaca, stavolta senza misteri o gialli particolari. Berlusconi esulta subito e avverte: “Siamo pronti a votare qualsiasi candidato ci propongano, purché ci porti a un governo di larghe intese, ma se lo stallo permane dovremo chiedere a Napolitano di accettare la sua rielezione”. Grillo prova a cambiare registro e a offrire l’appoggio a un governo di cambiamento del Pd, che fino al giorno prima ha rifiutato sdegnato, in cambio del sostegno alla candidatura di Rodotà, ma troppo tardi. Napolitano continua a dire di no, ma sui giornali di sabato 20 aprile si parla quasi soltanto della sua rielezione come sbocco per la crisi. Intanto, alla Camera, si procede al V scrutinio, ma è del tutto inutile: il Pdl è ancora assente dall’aula, il Pd fa votare ai suoi scheda bianca (445), Rodotà prende 210 voti, Napolitano 20, altri 49, ma la percentuale basa di votanti (774) indica che i giochi si fanno altrove. Dopo un vorticoso giro di telefonate tra Berlusconi, Monti e Bersani, quest’ultimo, a metà pomeriggio, sale al Colle per chiedergli “un altro atto di generosità, anche se non ce lo meritiamo”. Così racconta il Corriere. Bersani è mesto, lo sguardo basso, vitreo. Quando salgono gli altri (Berlusconi e Gianni Letta, Maroni, Monti e ben 17 governatori regionali) il vestito e il piglio è invece quello buono delle feste. Decisivo è, ovviamente, il colloquio con il Cav che prevede anche un “calorosissimo abbraccio” tra i due. Quasi un miracolo dopo gli ultimi due anni di guerra reciproca ad alzo zero. Napolitano risponde sì con un comunicato ufficiale: “Ritengo di dover offrire la disponibilità che mi è stata richiesta. Non posso sottrarmi alla responsabilità, ma ora serve un’assunzione collettiva di responsabilità”. Traduzione: da oggi in poi si fa come dico io. Nel primo pomeriggio sempre del 20 aprile i Grandi elettori del Pd votano compatti come un solo uomo e senza fiatare il sì al secondo mandato di Napolitano: 490 voti, un contrario (Mineo), 4 astenuti. Alle 16.30 iniziano le votazioni per il VI scrutinio, quello decisivo. Grillo invita i cittadini e i militanti pentastellati a scendere a Roma e a ‘circondare’ il Parlamento per protestare “contro il colpo di Stato”. “Saremo milioni di persone” annuncia, ma non arriveranno a mille.
Dentro, la pratica dell’elezione di Napolitano viene sbrigata in modo solenne e insieme funereo. La classe politica italiana, dai leader ai peones, ha capito che è stata commissariata de facto. In aula, Berlusconi sorride soddisfatto, Bersani finirà per piangere.

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Modalità di elezione di Napolitano (20 aprile 2013, VI scrutinio, 738 voti).

La presidente Boldrini legge i risultati della chiama alle 18.15: su 1007 Grandi elettori, hanno votato in 997. I voti per Napolitano sono stati 738 (in ogni caso 50 in meno della somma aritmetica dei partiti sostenitori: Pd-Pdl-Sc-Lega-minori), Rodotà prende 217 voti (M5S e Sel), chiudendo in calo i suoi exploit, Sergio De Caprio (l’ex capitano ‘Ultimo’, votato dai Fratelli d’Italia) 8 voti, 4 voti D’Alema, 2 Prodi, 6 i voti dispersi, 10 le bianche, 12 le nulle. Le schede del Pd sono tutte ‘segnate (“G. Napolitano”, “Napolitano G.”, “Giorgio Napolitano”, etc.) proprio come faceva la Dc per cercare di impedire i franchi tiratori e controllare il voto segreto dei suoi indisciplinati Grandi elettori. Ci si poteva pensare prima. Con la rielezione, Napolitano decide di accorciare la fine del I mandato per dare vita e continuità al suo secondo mandato, che inizia con il giuramento del 22 aprile 2013 e che si concluderà, come si sa, con le recentissime dimissioni del 14 gennaio 2015. Il suo discorso di insediamento è tutto sulla necessità delle larghe intese che troveranno compimento con l’insediamento del governo Letta (aprile 2013-febbraio 2014) e il Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi dopo la nascita del governo Renzi (2014). Tutto è compiuto, compreso il ‘tradimento’ di Giuda che pero’, a differenza alltri, sanno bene come si fa politica.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net) nella sezione ‘I giardinetti di Montecitorio’.

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