Calci, pugni e sputi in faccia. Quando in Parlamento vanno in onda i ‘tumulti’

L'emiciclo di Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

Da tre giorni l’aula della Camera dei Deputati è tornata teatro di tafferugli e tumulti. Fascicoli di emendamenti che, lanciati dai deputati di SeL, volano verso il banco della Presidenza, rissa in aula tra deputati di Lega e Ncd, assalto dei deputati pentastellati allo scranno del presidente Boldrini con tanto di epiteti volgari e ingiuriosi. Infine, vera e propria rissa notturna, l’ultima, tra deputati M5S e del Pd e tra deputati Pd e di Sel. Risultato: 13 deputati espulsi e due in infermeria. Si discute la riforma istituzionale (del Senato e Titolo V) e l’oggetto del contendere è la fine dei tempi (detti ‘contingentati’) delle opposizioni sui lavori in aula, la richiesta di maggiori tempi per presentare emendamenti e subemendamenti, l’offerta della maggioranza di un terzo dei tempi in più ma in cambio del ritiro di tutti i subemendamenti, il rifiuto delle opposizioni e, alla fine, la richiesta e l’imposizione, da parte di governo e maggioranza, della cd. Seduta ‘fiume’ (a oltranza, notti comprese) fino a quando la riforma non verrà approvata. La seduta ‘fiume’, infatti, anche se poco usata nella storia repubblicana, permette di bypassare tutti i nuovi subemendamenti che vengono presentati a ogni ripresa di seduta, congelandoli a quelli già presentati, anche se al prezzo di un tour de force non usuale per i deputati in aula. L’intreccio delle due cose, tafferugli e seduta fiume, fa venire in mente precedenti ed episodi del passato che si perdono, in molti casi, nella notte dei tempi, ma che forse meritano essere ricordati.

3 dicembre 1947: durante l’Assemblea costituente, la prima rissa della storia repubblicana.

Nonostante lo ‘spirito costituente’ che animava forze politiche di segno ideologico molto diverso (Dc da un parte, Psi e Pci dall’altra) nello scrivere la Costituzione, anche durante i lavori dell’Assemblea Costituente (1946-’47) non mancarono intemperanze e scontri verbali. Il 3 dicembre 1947 si discuteva, in seno all’assemblea costituente, l’ultimo articolo della Costituzione, il 131, quello sulla forma repubblicana ‘immutabile’. Presiedeva l’on. Umberto Terracini (Pci). Lo scontro si anima all’improvviso tra deputati monarchici (Covelli) e comunisti (Rossi). Covelli: “Comunisti! Assassini!”. I deputati comunisti Pajetta, Moranino, Moscatelli, Invernizzi: “Fascisti! Carogne! Tornate nelle fogne!”. Terracini: “Onorevoli colleghi! Cercate di rimanere ai vostri posti! Ma santa miseria!”. Terracini suona la ‘martinella’ (la campanella che veniva usata e suonata dal presidente di turno per richiamare i deputati indisciplinati o sospendere la seduta) e attiva la ‘sirena’ (un bottone rosso che indicava ai commessi che era il momento di sgomberare la tribuna per evitare che il pubblico casuale assistesse a spettacoli ritenuti ‘indegni’). Segue la prima rissa che, a memoria d’uomo si ricordi, della storia repubblicana: tavolette che sbattono, lancio di oggetti da una parte e dall’altra, urla, spintoni e veri e propri incontri di pugilato a suon di pugni e calci tra ex monarchici da una parte, comunisti dall’altra. Alla fine, ‘la Camera approva’ (l’art. 139).

18 marzo 1949: adesione al Patto Atlantico, dc e comunisti si affrontano a mani nude. E si menano.

Il governo De Gasperi, che ha vinto le elezioni del 1948 e mandato le sinistre all’opposizione, presenta ufficiale richiesta di adesione al Patto atlantico (Nato) a gennaio 1949 e e chiede un voto di ratifica in Parlamento che, dopo l’approvazione, porterà all’adesione alla Nato il 4 aprile. Si inizia con la seduta fiume del 16 marzo e si finisce il 18 marzo 1949, sempre alla Camera dei Deputati. La seduta definitiva, quella dei tumulti, è lunghissima, da incubo. Inizia il pomeriggio di mercoledì 16 e termina la sera di venerdì 18: 52 ore ininterrotte di dibattito. Anzi, interrotte continuamente da screzi, urla, insulti e scontri fisici. Il presidente dell’Assemblea è Giovanni Gronchi (Dc), cui si alternano i vicepresidenti Fuschini, Martino e Targetti. Togliatti lascia mano libera ai suoi di ‘scatenare l’inferno’ mentre la consegna dei capigruppo dc è di non cedere alle provocazioni. I comunisti cercano, in ogni modo, di bloccare i lavori, chiedendo in continuazione delle ‘sospensive’ ma i democristiani le bloccano e respingono ogni volta. All’una di notte del 16 marzo il primo scontro fisico. La parola va al presidente del Consiglio De Gasperi, ma dai banchi della sinistra si comincia a urlare in modo assordante “Abbasso il Patto! Abbasso la guerra!”. De Gasperi resta immobile e cerca con lo sguardo Togliatti: i due si sfidano con gli occhi. Calandrone (Pci) intona l’inno di Garibaldi, i democristiani rispondono con l’Inno di Mameli, i comunisti passano all’Internazionale. Gronchi sospende la seduta, ma i comunisti partono all’assalto dei banchi dc: al vicepresidente del consiglio, Piccioni, malato di cuore, viene quasi un infarto, gli altri vengono alle mani. Gronchi decide di far riprendere subito la seduta per placare gli animi, ma a De Gasperi che rinfaccia il Cominform (l’alleanza dei partiti comunisti al Pc bolscevico dell’Urss) al Pci, Togliatti stesso urla “Buffone!”. E’ notte fonda: i comunisti si alternano come oratori, tutti iscritti a parlare, i dc organizzano i turni di guardia in aula, gli altri gruppi, pure i socialisti, cedono: vanno a dormire. Divani e poltrone del Transatlantico sono tutte occupate dai democristiani, allora il capogruppo del Pci, Antonio Giolitti, ha il colpo di genio: fa urlare ai suoi ‘si vota, si vota!’, quelli si svegliano per correre in aula, i comunisti occupano i divani per riposare. La Buvette sforna panini e caffé a ripetizione, arriva l’alba. Quando il 17 marzo è ormai un giorno pieno di sole, nuovi scontri in aula tra la deputata comunista Viviani (“Mascalzone!”) e il dc Leone (“Stupida!”), nuovi ostruzionismi, nuove piccole risse. Torna la notte: Pajetta è afono, i deputati dormono sui banchi, le luci sono quasi tutte spente, la buvette viene presa d’assalto specie quando, al mattino, arrivano i cornetti. La votazione finale, per chiamata nominale, inizia alle ore 16 del 18 marzo 1949 dopo 48 ore di dibattito ininterrotto e quattro di brevi sospensioni. Gronchi legge i risultati: ‘la Camera approva’. Per qualche istante regna un silenzio surreale, poi partono i cori dai banchi della sinistra (“Viva la pace! Abbasso la guerra! Traditori!”), poi tutti in piedi a intonare l’inno di Garibaldi (“Va fuori d’Italia, va fuori stranier!”). dai banchi della Dc parte “Fratelli d’Italia”. La tensione è alle stelle. De Gasperi abbandona l’aula seguito dai membri del governo, Togliatti resta immobile nel suo banco. Gronchi prova a sospendere la seduta, ma ormai il gong è suonato. Un comunista estrae un dollaro e lo sventola verso i banchi della Dc. Pajetta serra i pugni e, con dietro Amendola, va verso i diccì, ma la scintilla vera parte dai banchi del governo che confina con il settore del Pci. Semeraro (Pci) e Malvestiti, sottosegretario, iniziano a darsele di santa ragione: pugni e schiaffi. E’ il segnale. I socialisti e comunisti si lanciano verso il centro dell’aula, i diccì pure, i commessi vengono travolti. Giuliano ‘Giaguaro’ Pajetta, fratello minore di Giancarlo, si lancia a pesce sulle teste dei colleghi. Seguono schiaffi, pugni, calci. Volano sedie e tavolette, cassette di legno e poltrone. Il deputato Tomba (dc), assai corpulento, mena mazzate a tutti. Saranno quindici minuti di follia collettiva.

4 dicembre 1952: Legge truffa/1. Alla Camera vanno in onda quindici minuti di vero pugilato.

Siamo nel 1952, si avvicinano le elezioni politiche del 1953 e il governo De Gasperi è in difficoltà: screzi con gli alleati minori e calo di popolarità mentre le sinistre avanzano. De Gasperi prova a uscirne proponendo la cd. ‘legge truffa’, come verrà ribattezzata dalle opposizioni: una legge che assegna il 65% dei seggi al partito o coalizione che raccoglie il 50,1% dei voti. Alle elezioni politiche del 7 giugno 1953, peraltro, la ‘legge truffa’ non scatterà, anche se per un soffio, e resterà in vigore, per altri 40 anni, il sistema proporzionale puro caratterizzante la I Repubblica. Ma la legge va presentata e votata dalle Camere, prima di poter entrare in vigore. L’opposizione sa di avere una sola arma a disposizione: l’ostruzionismo nel tentativo di rallentare i tempi e ‘svegliare’ il Paese sul rischio di ‘svolta autoritaria’. La scena della più grande, plateale e incredibile ‘maxi-rissa’ della storia repubblicana si svolge però in due tempi: dicembre 1952 alla Camera e marzo 1953 al Senato. Il 4 dicembre 1952 alla Camera è tarda sera quando si sta discutendo una legge innocua, il risarcimento dei danni di guerra ai reduci. Prende la parola il dc Scalfaro e chiede di invertire l’ordine dei lavori del calendario: la richiesta di modifica dei lavori è data dalle festività natalizie in arrivo, dal timore dell’ostruzionismo e dal fatto che De Gasperi, nel 1953, sa di avere le elezioni. Socialisti e comunisti mangiano la foglia. Togliatti e Gullo (Pci), ma pure Nenni (Psi), intervengono autorevolmente per opporsi al cambio in corsa del calendario dei lavori e per lungo tempo (mesi). Il dibattito in punta di regolamento, sotto la regia del vicepresidente di turno Martino (Dc), sulla richiesta di sospensiva in merito all’inversione dell’ordine dei lavori, andava avanti da due ore in modo placido, quando scoppia il finimondo. Sono le 22.30. Togliatti scatta in piedi, sbatte la tavoletta del seggio e urla: “Questo non è più un Parlamento!”. Martino sospende la seduta, fa sgomberare la tribuna e se ne va ma non prima di aver schierato i commessi davanti ai banchi del governo. I deputati comunisti, però, sono una marea irrefrenabile: scendono urlando dai loro scranni a centinaia, travolgendo tutto e tutti. Anche il governo, De Gasperi in testa, batte in ritirata tranne i ministri La Malfa e Pacciardi. I fratelli Pajetta guidano l’assalto: strappano microfoni, i tavoli degli stenografi vengono divelti e i loro fogli volano in aria. I dc, il corpulento Tomba in testa che lancia un cassetto contro gli avversari, iniziano a reagire. De’ Cocci (nomen omen) solleva una sedia e la scaraventa contro ‘il nemico’ ma becca un commesso, Faraldi prende una guantiera d’argento e la fa volare in aria, per fortuna senza colpire nessuno. Il corpo a corpo tra i deputati più dotati fisicamente va avanti a lungo, quasi 15 minuti di rissa: da una parte i comunisti Pajetta jr e sr, Audisio e Amendola, dall’altra i dc Tomba, Caiato, Spiazzi. Alla fine, si conteranno tre feriti di entrambe le parti che verranno curati in infermeria.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

29 marzo 1953: legge truffa/2. Al Senato vola di tutto e i comunisti aggrediscono il povero Ruini.

Il 29 marzo 1953, domenica delle Palme, sempre in merito di approvazione (questa volta finale) della legge truffa, ma al Senato, va in onda quella che ancora oggi è la rissa più lunga della storia repubblicana: 40 minuti di botte da orbi. Il dibattito sulla nuova legge elettorale a Montecitorio era iniziato il 7 dicembre 1952 e si era concluso solo il 21 gennaio 1953 grazie all’ostruzionismo delle opposizioni social-comuniste ma anche laiche e repubblicane dopo settanta ore di dibattito. Al Senato la legge arriva l’8 marzo. Si voterà in giugno e il tempo stringe. De Gasperi, che teme le insidie di un Senato dove la maggioranza della Dc non è così ferrea come alla Camera, vuole mettere la fiducia sul testo intero del disegno di legge, ma la richiesta viene giudicata inammissibile dal presidente del Senato, Giuseppe Paratore, che dopo poco si dimette, temendo scontri al fulmicotone. Al suo posto il 25 marzo viene eletto Meuccio Ruini, che ave guidato anche la Costituente. Il 26 marzo inizia la vera discussione sulla legge elettorale, ma gli oratori della sinistra si alternano a prendere la parola, grazie al Regolamento sfruttato in tal senso giorni prima, su una legge a favore delle…mondine. Chiaro l’obiettivo: prender tempo e innervosire l’avversario. Le dichiarazioni di voto sulla legge per le mondine vanno avanti ininterrottamente per tre giorni, da giovedì 26 marzo a sabato 28, da parte dell’opposizione, organizzata e guidata dal socialista ed ex partigiano Sandro Pertini. Palazzo Madama si trasforma in un bivacco sporco e maleodorante di senatori, commessi e giornalisti. Domenica 29 marzo, domenica delle Palme, è il giorno del Giudizio. Finalmente, la legge sulle mondine viene votata (e ovviamente non passa) dopo tre giorni di dichiarazioni di voto delle opposizioni. Il governo è presente al gran completo. Nel pomeriggio, Ruini sta per passare all’esame della legge elettorale, quando i senatori comunisti, tra cui Terracini, chiedono di intervenire in via preliminare “per fatto personale”. Ruini nega la possibilità. L’aula esplode. Socialisti e comunisti urlano “Traditore! Venduto ai gesuiti! Mascalzone! Porco!”. Scoccimarro (Pci), come morso dalla tarantola, inizia ad alzare i pugni e gesticolare contro Ruini. Si scatena il finimondo. I commessi cercano di arginare la furia dei comunisti che si scagliano contro i banchi del governo. Il comunista Colla afferra il socialdemocratico Bocconi e gli sferra un montante mentre copie del regolamento volano da tutte le parti. De Gasperi e Scelba abbandonano l’aula. Il povero Ruini è oggetto di un vero tiro a segno e utilizza la borsa per riparare la testa. Sotto di lui, sono rimasti i ministri La Malfa e Pacciardi e il sottosegretario di De Gasperi, Andreotti. Impassibile, le carte ordinate davanti a sé, usa una precauzione: si mette in testa un cestino dell’immondizia per ripararsi dai colpi. Ruini riprende la parola e indice la votazione per appello nominale mentre Scoccimarro continua a urlargli contro e Negarville e altri deputati del Pci, sgusciando tra i commessi, si aggrappano alle colonnine di legno che decorano la Presidenza e circondano Ruini al grido di “Venduto! Veduto!” e “Porco! Porco!”. Il senatore Palermo (Pci) riesce impossessarsi del sacchetto delle palline per l’appello nominale e le butta per aria. I commessi riescono a creare una barriera difensiva attorno a Ruini con le poltrone dei segretari d’aula. Menotti (Pci) stacca come una furia una colonnina dorata dal banco della presidenza e la scaglia contro Ruini che trova un commesso che si immola per lui e se la prende in pieno. La votazione prosegue tra le urla. I senatori Castagno e Bei staccano le loro tavolette dal banco e inizano a batterle incessantemente come tamburi di guerra. La senatrice Merlin viene colta da un attacco isterico. Lussu raggiunge i banchi del governo, prende alle spalle la Malfa e gli molla due ceffoni. Pacciardi perde gli occhiali in un’altra colluttazione, Spezzano (Pci) strappa un microfono e lo lancia, ormai al solito, contro Ruini. Il quale, alla fine, legge i risultati: ‘il Senato approva’. Bilancio: 78 ore di seduta ininterrotta, tre microfoni divelti, venti tavolette di scranno distrutte, due poltrone e tre macchine per stenografi distrutte, tre feriti, 200 mila lire di danni in totale.

4 dicembre 1981: loggia P2. Per colpa di un vignettista, Vincino, i Radicali insultano la Jotti.

Curiosamente, negli anni Sessanta e fino alla fine degli annii Settanta, in aula succede poco, dal punto di vista delle risse e delle incontinenze verbali. Bisogna aspettare il 1978, ma con il Pci passato in maggioranza nei governi di solidarietà nazionale, la scena se la prendono i Radicali. Siamo nel 1981, seduta del 4 dicembre, e alla Camera si discute la legge di scioglimento della P2 in attuazione dell’art. 18 della Costituzione, ma il fatto scatenante è la presenza del disegnatore satirico del ‘Male’, Vincino, nelle tribune parlamentari e non in quelle riservate alla stampa. Solo che nelle tribune del pubblico è vietato scrivere. L’onorevole Tessari (Pr) rimprovera alla Jotti, presidente dell’Assemblea, di aver proibito a Vincino di poter assistere e scrivere dalla tribuna. Tessari, Aglietta e Cicciomessere si scagliano contro i banchi della Presidenza a suon di insulti. I comunisti scendono nell’emiciclo a difesa della loro presidente, offesa dai radicali. Cicciomessere con un salto si proietta sui banchi della Presidenza e finisce ai piedi del sottosegretario Costa che si alza e fa precipitare Cicciomessere a ruzzoloni nell’emiciclo dove i comunisti provano a colpirlo. Risultato: Cicciomessere espulso per dodici giorni e discussione interrotta.

20 ottobre 1994: riforma della Rai. An all’assalto di Paissan, “frocio, pederasta e busone”…

Cambia totalmente lo scenario, arriva la II Repubblica. Lo scontro verte tra berlusconiani, al governo, e antiberlusconiani dell’Ulivo, all’opposizione. Si discute la riforma della Rai (‘salva Rai’). Siamo alla seduta del 20 ottobre 1994 e presiede l’onorevole Pivetti (Lega). L’aula si trasforma in una bolgia dantesca durante l’intervento dell’on. Mauro Paissan (Verdi), relatore del dl e vice presidente della commissione di Vigilanza Rai, che scatena l’ira dei deputati di An cui affibbia la definizione di “tangentari e tangentisti”. Francesco Storace inveisce subito: “Vergognati, frocio!”. Altri gli urlano “Bastardo!”. La Pivetti prega Paissan di continuare e schiera i commessi in aula, ma gli chiedere di “smetterla di provocare”. L’on Passetto (An) aggira i commessi e prende Paissan per il collo, strattonandolo mentre i suoi colleghi gli continuano a urlare “Frocio!. La Pivetti sospende la seduta, ma ormai l’aula è già un campo di battaglia: Storace e La Russa guida una parte dei deputati di An al centro dell’emiciclo per distrarre i commessi mentre un gruppo di loro colleghi (Pasetto, Landolfi, Paolone) li aggira alle spalle. I microfoni vengono divelti, i fascicoli volano in aria e i deputati del Pds circondano un Paissan sempre più terreo in volto, ergendosi a sua difesa. Zaccheo prende di mira un commesso, Paolone affronta il verde Reale e lo stende con un pugno mentre almeno altri dieci fanno a botte. Volano calci, pugni, spintoni e insulti mentre dalla sinistra si urla “Squadristi! Fascisti!”. I commessi scortano Paissan fuori dall’aula. Storace profferisce parole destinate agli annali: “Quella checca di Paissan mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso, io non lho toccato. Vi sfido a trovare le mie impronte digitali sul suo culo!”. Buontempo, detto ‘er Pecora’, si difende così: “Io non gli ho fatto niente perché non mangio i finocchi”. Morselli (An): “Paissan, fai bene a farti scortare: sei un pusillanime porco, pederasta e busone!”. Bonsanti commenta: “I topi sono usciti dalle fogne!” e Mussi di rincalzo: “sì, i topi fascisti!”.

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

24 gennaio 2008: fine del governo Prodi. I berluscones festeggiano con champagne e mortadella.

Il II governo Prodi, che ha sempre avuto vita stentata, da quando è nato, appena due anni prima, affronta il voto di fiducia dell’aula di palazzo Madama, dove si regge solo grazie al voto dei senatori a vita. L’Udeur di Mastella ha deciso di ritirargli la fiducia e il finale appare scontato, ma c’è spazio per l’ennesimo, ultimo, dramma farsesco da raccontare. Prende la parola il senatore Nuccio Cusumano (Udeur) e, a sorpresa, annuncia che voterà con il governo a differenza del suo gruppo. Nino Strano (An), catanese, inizia a urlargli contro “Sei un cesso!” per ben tre volte e poi, ancora, “Sei un cesso corrotto e frocio!”, poi “Sei una merda!” (altre tre volte). Cusumano barcolla, Strano insiste: “Sei un frocio mafioso! Sei una checca squallida! Venduto!”. Il capogruppo dell’Udeur Tommaso Barbuto, fedelissimo di Mastella, pensa che ci debba mettere del suo e gli urla: “Sei un cornuto e venduto! Sei un pezzo di merda!”, accompagnando le parole con sputi vari e gestacci. Cusumano non regge all’emozione e si accascia sul seggio: è svenuto. La seduta è sospesa. Quando riprende, e si vota, Marini annuncia l’esito della votazione: ‘il Senato non approva”, il governo Prodi è caduto. Tra le urla di gemito della ormai ex maggioranza e quelle trionfanti dell’opposizione, c’è spazio per l’ultimo atto osceno: il senatore di An Domenico Gramazio estrae dallo scranno due bottiglie di champagne mentre l’ormai incontenibile Nino Strano estrae, sventola e finge di mangiare due fette di mortadella. Il presidente dell’assemblea, Franco Marini, cerca inutilmente di riportare la calma in aula: “Togliete via quella bottiglia, non siamo in osteria!”. Cala il sipario.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato nella sezione ‘I giardinetti di Montecitorio’ del sito Quotidiano.net (htttp://www.quotidiano.net)