Il Pantheon inesistente di Salvini. Don Milani, Fallaci, don Sturzo, i turchi. Travisamenti, citazioni sbagliate, libri non letti, autori non capiti

Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a piazza del Popolo

Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a Roma, in piazza del Popolo.

Meglio dirlo subito. Il problema della manifestazione organizzata sabato scorso a Roma, in piazza del Popolo, dalla nuova Lega Nord guidata da Matteo Salvini e dai suoi alleati minori non sono i numeri. Non importa che non ci fossero, ovviamente, le centomila persone di cui si sono vantati gli organizzatori. E neppure i 20 mila stimati da forze dell’ordine e giornalisti presenti. Piazza del Popolo non veniva riempita da bandiere leghiste dal lontano 1999, è stata una piazza a lungo prediletta dall’Msi di Almirante come da FI di Berlusconi, ma tutti gli ultimi comizi che si ricordino della sinistra che fu ‘radicale’ si rivelarono, negli anni Duemila, un sonoro flop. Eppoi, la vera ‘piazza’ di Salvini sono le tv e i talk-show che, un po’ compiacenti, un po’ sudditi e un po’ interessati all’audence, invitano Salvini nei loro studi da ora di colazione a quella di cena. E Salvini sa bene che, oggi, solo così si parla al vero, unico, grande pubblico, quello che sta ‘a casa’ e che, però, prima o poi vota.

La piazza di Salvini e l’abbraccio tra i post-padani e i neofascisti 

Né si può dire che sia andato male o non sia riuscito, almeno visto dalla piazza, l’incontro e la contaminazione tra i militanti leghisti ‘padani’ e, un tempo, indipendentisti (peraltro ormai anche un po’ anzianotti, a livello anagrafico, invecchiati male, come il loro ex leader, Umberto Bossi) e i giovani e garruli neofascisti di Casa Pound, di Fratelli d’Italia e delle altre piccole etichette della destra sociale, fascista e postfascista. Baci, abbracci, pacche sulle spalle e saluti. ‘Romani’, in alcuni casi, di pura simpatia in altri. Inoltre, anche il tentativo di Salvini di sfondare al Sud, con le liste ‘Noi con Salvini’, procede discretamente bene: molti gli striscioni di pattuglie di militanti e aderenti entusiasti provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna, dalla Calabria e dalla Puglia fino al Molise. Tra un’imbarcata di riciclati ex diccì, ex movimenti autonomisti, ex grillini, ex azzurri e l’altra, i leghisti meridionali (fino a ieri, in pratica, un ossimoro della politica) quasi quasi fanno tenerezza.

Un blocco sociale e, forse, un blocco politico

Infine, poche storie anche sul tema che scuote, forse a pari grado, le coscienze di quel che resta della borghesia ‘democratica’ come dei centri sociali e dell’ultrasinistra: sciovinismo, razzismo, xenofobia, anti-islamismo feroce, nazionalismo (una novità, certo, in quanto a ideologia, per un leghista), sovversismo delle plebi arrabbiate contrapposto alle ‘plutocratiche’ classi dirigenti, non sono certo una novità nella storia patria, da Mussolini in poi. Si tratta solo di capire se restano a livello di parole inconcludenti (così fu a lungo per l’Msi, ma non certo per i neofascisti anni ’70 che mitra e bombe li usarono eccome, in nome del ‘polo escluso’) o se possono tradursi in atti e azioni politiche fino a diventare partito e/o coalizione che aspira davvero a governare il Paese, magari con qualche chances e aggregando via via altri pezzi (questo fu, in sostanza, il percorso seguito da Mussolini che domò e istituzionalizzò il fascismo delle origini, occupando lo Stato).

Quello che non funziona è il Pantheon

E allora, cos’è che non va? A livello di presa di posizione ‘partigiana’, e cioè ‘di parte’, si potrebbe dire cosa ‘mi fa paura’. Mi fa paura, infatti, il tentativo di Salvini di formare un ‘blocco sociale’ presupposto di un ‘blocco politico’ che, grazie a lui, a una Lega ‘debossizzata’ e ‘nazionalizzata’, all’apporto degli ex An, della nuova destra ripulita di Fratelli d’Italia, della destra neofascista sempieterna di Casa Pound, della sua propaggine politica placebo (il movimento ‘Sovranità’), vari piccoli movimenti e ‘sentiment’ No-Euro e anti-Ue che agitano strati intellettuali (economisti) e pezzi di società (agricoltori, pescatori, esodati, etc) si pone come unica, vera, reale alternativa al governo Renzi e al Pd, scalzando di fatto e relegando ai margini, se non svuotando, la ex opposizione di un centrodestra moderato e ‘costituzionale’, quello che resta del vecchio centrodestra (oggi ridotto a FI+Ncd), tanto da non citare mai né questi né Berlusconi. Ma questa è, appunto, una considerazione da attore, non da osservatore. No, quello che non va – e qui parlo da osservatore esterno, obiettivo il più possibile, non certo da partigiano o militante – è il Pantheon.

il don Milani che non esiste…

Altri osservatori, ben più illustri, già si sono esercitati, sul tema, ma conviene tornarci sopra. Salvini ha citato, nel suo discorso, tutto diretto contro la (ormai defunta) intellighentija (ex) comunista “che legge tanti libri ma non li capisce, io invece ne ho letti solo due, ma li ho capiti”, sia autori che non si tengono tra loro sia travisando e flettendo il pensiero di questi stessi autori in modo abnorme, senza alcun rispetto per la verità storica,oltre che per gli autori citati e i loro stessi testi. Partiamo dal più facile, don Lorenzo Milani. Il prete sovversivo, amico dei ‘rossi’, confinato dal Vaticano nella scuola di Barbiana, impedito nella pubblicazione e nell’esercizio del libero pensiero da una doppia censura, quella dello Stato democristiano e conformista del II dopoguerra che temeva il diffondersi del suo pensiero e quella di una Chiesa cattolica del tutto pre-conciliare, viene da Salvini decontestualizzato, sradicato e usato per una frase (“L’obbedienza non è una virtù”) che parlava di tutt’altro (l’obiezione di coscienza, allora vietata, essendo don Milani un antimilitarista convinto) e, svuotata di senso, usata per incitare alla ‘rivolta’ contro lo Stato “opprimente, ladro e tassatore”, quello del Fisco, di Equitalia, dell’Agenzia delle Entrate, etc.

Ora, sarebbe facile sfidare Salvini a trovare un solo passo di don Milani in cui si incita alla ribellione fiscale. Anzi, la citazione ‘giusta’ di don Milani, tratta proprio da L’obbedienza non è una virtù, è questa: “Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. La ribellione del don era tutta antimilitarista, antinazionalista, antisciovinista e pure antifascista. Non a caso, il pensiero di don Milani sta alla base non del Concilio Vaticano II (troppo hard le sue idee) ma della rivolta del 1968-’69 specie nella parte in cui contesta in modo radicale le istituzioni scolastiche e punta a rovesciare la piramide delle classi (sociali).

La Oriana Fallaci sbagliata...

Anche con Oriana Fallaci non ci siamo. Salvini non cita, come sarebbe stato prevedibile, la Fallaci dell’ultimo periodo, quella della crociata anti-islamica de ‘La Rabbia e l’Orgoglio’ (libro violento ma che, con l’Isis oggi alle porte, sarebbe da ridiscutere) ma quella libertaria e antifascista del romanzo ‘Un uomo’, ispirato alle vicende del suo compagno, il combattente e resistente alla dittatura dei colonnelli greci, Alexis Panagulis. Ora, se è vero che Panagulis non era comunista, ma ‘solo’ socialista, è anche vero che la sua cifra era quella del ribelle, partigiano, eroe epigono di una lunga serie di eroi e attentati dei partigiani greci che avevano fatto di antifascismo e antinazismo la loro religione. Cosa c’entra, dunque, ‘quella’ Fallaci, che fa dell’uomo Panagulis un inno alla libertà e alla lotta contro ogni tiranno e oppressione, con gli alleati di Salvini, eredi minori del fascismo greco in salsa italica? Nulla, ovviamente.

Il don Sturzo non capito

Infine, l’ultima citazione: i ‘liberi e forti’ di don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare italiano, progenitore della Dc degasperiana. Una citazione, i ‘ liberi e forti’, obbligata per chiunque mastichi di pensiero e azione politica dei cattolici, ma che nasce in un contesto altrettanto particolare: il fascismo originario e già sfrontato dei primi squadristi e la degenerazione delle istituzioni liberali nel primo dopoguerra. La ricetta di don Sturzo è un mix di liberalismo democratico e socialmente temperato (anti-marxista, ovvio, ma sensibile alla questione sociale) e di federalismo autonomista, ma anche e sopratutto di meridionalismo democratico. Tutte caratteristiche che avrebbero dovuto costituire le fondamenta di un nuovo stato italiano aperto alle istanze sociali, liberale e federalista, autonomista e civico. Sturzo, dunque, si colloca a pieno titolo nei migliori risultati del dibattito sulla Questione meridionale che in Italia è durato 150 anni e che sono negli ultimi vent’anni è stato accantonato, eccezion fatta per spinte isolazioniste, corporative e neoborboniche oggi non a caso entusiaste della Lega di Salvini.

I turchi che erano cattivi ma non erano musulmani

Infine, l’ultima chicca. Salvini cita le Foibe, per ingraziarsi la sua destra (ma non dice mai una parola su Olocausto, nazismo, etc.), e un libro sul genocidio armeno perpetrato dai turchi negli anni Venti e Trenta e narrato in un bestseller internazionale, “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan, “per capire cosa è stato il genocidio armeno, fatto da quelli – i turchi – che a Bruxelles vogliono far entrare in Europa”.
Peccato che ‘i turchi’ che perpetuano il genocidio degli armeni non sono islamici religiosi e fanatici, ma il loro esatto contrario: forze armate e classi borghesi elevate che avevano rovesciato il potere del Sultano (la Sublime Porta), caduto nel 1908, distrutto l’Impero turco (islamico) e proceduto a una rapida, e pervasiva, laicizzazione e nazionalizzazione del Paese. Insomma, è il regime autoritario e repressivo, ma laico e nazionalista, di Ataturk che prende di mira e stermina gli armeni, non l’Islam di Maometto.

A cosa serve il ‘culturame’? A dare respiro a qualsiasi proposta politica. 

Sottigliezze intellettualistiche, si potrebbe rispondere. ‘Culturame’, avrebbe con disprezzo liquidato la cosa Mussolini. Forse è vero, ma come il fascismo (delle origini, dello Stato totalitario, della Rsi) e il neofascismo (delle origini, degli anni 70, degli anni 90), il leghismo (della prima fase indipendentista, di quella padana e di quella federalista, inserito nel centrodestra) e il berlusconismo (della prima fase liberale e poi di quella neocons) hanno avuto specifici, delimitati e identificabili campi di azione e, in alcuni casi, di pensiero, configurandosi come vere ‘ideologie’ politiche, il post-leghismo anti-europeo, sciovinista e xenofobo di Salvini ha bisogno come il pane di riferimenti culturali, politici e ideologici un po’ più saldi, concreti, seri e non così smaccatamente velleitari, confusi, incoerenti.

Altrimenti, proprio come Grillo e il suo movimento, la ‘rivoluzione’ di Salvini si limiterà al ‘regno del turpiloquio’, a tanti sonori ‘vaffa’ già elevanti nei confronti di chiunque capiti a tiro (l’Europa, la finanza, le banche il complotto plutocratico verso ‘l’alto’, i rom, i profughi, gli immigrati, gli islamici verso ‘il basso’), a un neoqualunquismo alleato, oltre che ai neofascisti, ai neoborbonici, ma che si limiterà solo a protestare, a intorbidare e avvelenare le acque di una politica italiana già triste e brutta di suo, senza riuscir mai davvero a diventare destra di governo. Il che, si capisce, per l’Italia potrebbe non essere affatto un male.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo sulle pagine di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)