A che punto è la notte, sulle riforme? Il percorso del ddl Boschi tra incidenti, patti rotti, Aventini ritirati e passaggi fatti

L'emiciclo di Montecitorio

L’emiciclo dell’aula di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

A che punto è la notte, sulle riforme? Cosa è successo in questi sei mesi? Come e con quali maggioranza hanno finora proceduto Camera e Senato? Quali sono stati i principali episodi e incidenti sulla strada delle riforme? Ecco alcune risposte dopo il voto di oggi.

Il voto della Camera di oggi sul ddl Boschi. Chi ha votato cosa e chi no.

Dopo l’approvazione, in prima lettura, da parte del Senato, l’8 agosto 2014, oggi il ddl Riforme o ddl ‘Boschi’ dal nome del ministro proponente, Maria Elena Boschi, che riforma il bicameralismo paritario, la composizione del Senato, l’iter legislativo e il Titolo V Cost. è stato licenziato, nella sua prima lettura, anche dall’Assemblea di palazzo Montecitorio. In questo caso, sono stati 357 i voti favorevoli, 127 i voti contrari, 7 astenuti. Il Movimento Cinque Stelle non ha partecipato al voto. Contrari i voti di Fratelli d’Italia, Lega, SeL, Forza Italia e gli ex M5S. Nello specifico, sia Pd che FI hanno limitato i danni delle possibili spaccature, molte annunciate. Solo tre gli astenuti dem ‘nel’ voto (Capodicasa, Galli e Vaccaro) e 15 gli assenti ‘dal voto’. Alcuni ‘giustificati’ perché in missione (sette), uno perché agli arresti (Genovese) e altri sette assenti invece per ragioni ‘politiche’. Tra i dem non partecipanti al voto in aperta critica con la riforma si contano le dichiarazioni di voto in dissenso di Pippo Civati, Stefano Fassina, Francesco Boccia mentre altri esponenti della minoranza (Bindi, D’Attorre, Cuperlo) hanno annunciato il loro ultimo ‘sì’ sulle riforme se non cambierà il ‘combinato disposto’ tra riforme e Italicum. “Senza modifiche all’Italicum l’equilibrio tra le due riforme non sarà più condiviso” ha detto in aula Gianni Cuperlo e fuori dall’aula Pier Luigi Bersani. Dalla maggioranza – che, sulla carta, contava fino a 389 voti – si sono sfilati anche tre deputati di Scelta civica che non hanno votato (Capua, Cimmino e Matarrese) mentre il deputato Monchieri ha votato contro. Contiene i danni anche il partito di Berlusconi. Nonostante la lettera dei 17 ‘dissidenti’ (verdiniani, Gelmini, Carfagna, Ravetto) contrari alla linea dell’opposizione dura del capogruppo Brunetta, tutti si sono adeguati nel voto: solo Gianfranco Rotondi ha votato sì, Galati e Martinelli non hanno partecipato al voto. Compatto l’M5S che, come annunciato, non ha preso parte al voto: 91 su 91 i deputati che hanno rispettato la linea. Sel pure ha votato contro, segnando solo pochi assenti ma giustificati come gli altri. Ora il testo del ddl Boschi tornerà al Senato, dove verrà votato di nuovo, però, solo nelle parti modificate, e non più sull’intero provvedimento, continuando la cd. ‘navetta’ fino a raggiungere un testo collimante fino alla virgola tra le due Camere. Siamo sempre all’interno delle prime due ‘letture’. Dopo pausa di riflessione di tre mesi, arriveranno, infine, le ultime due, e definitive, letture, come vedremo meglio più avanti.

Minoranza Pd e dissidenti di FI: chi ha ottenuto cosa.

Dopo sei mesi di richieste e dibattiti: la minoranza Pd, ancora ‘scontenta’ del testo, ha chiesto e ottenuto diversi risultati: la modifica del quorum per l’elezione del capo dello Stato e dei giudici della Corte costituzionale, il giudizio preventivo della Corte costituzionale sull’Italiacum (e su tutte le future leggi elettorali). Tra le richieste respinte della minoranza c’erano l’eliminazione dei 5 senatori di nomina del capo dello Stato, la cancellazione dei ddl del governo a voto bloccato e l’elezione diretta del futuro Senato. Anche l’ex alleato di maggioranza, Forza Italia, che durante l’esame a Montecitorio non è rimasto compatto, con i fittiani sempre contrari e il resto del gruppo (fino a ieri) sempre favorevoli, prima della rottura del ‘patto’ del Nazareno, ha votato in aula insieme al Pd e al resto della maggioranza tutti gli articoli e le modifiche, tranne gli emendamenti che introducevano il presidenzialismo, presentati da FI ma tutti bocciati.

Un po’ di numeri: 43 sedute, 120 ore di interventi, la seduta fiume…

Tra l’arrivo del ddl Boschi alla Camera (a settembre 2014) e il via libera di oggi (il secondo, dopo il primo del Senato) si sono svolte 26 sedute della commissione Affari costituzionali (a cui si devono aggiungere 9 comitati dei nove) e 17 sedute dell’aula suddivise in circa 120 ore di interventi (contingentati); la deliberazione della seduta fiume, con diverse votazioni notturne e pause tecniche, tra cui l’elezione del presidente della Repubblica. Tecnicamente, più della metà degli emendamenti al ddl costituzionale sono stati votati solamente dalla maggioranza: le opposizioni, infatti, hanno abbandonato i lavori dell’aula rientrando – eccetto i 5 stelle – solamente durante la votazione finale. Sempre nel passaggio alla Camera – con la pausa per l’elezione di Sergio Mattarella – si è rotto anche il patto del Nazareno che era ‘in vita’ dal 18 gennaio 2014.

Gli incidenti di percorso, l’Aventino delle opposizioni, i voti segreti.

Nel primo passaggio del ddl Boschi in commissione, il governo è stato battuto durante il voto di due emendamenti che cancellavano dall’articolo 2 della riforma del bicameralismo i 5 senatori di nomina del presidente della Repubblica. I voti a favore sono stati 22 (Sel, M5S, Lega, parte di Pd e di FI) contro 20 contrari. I 5 senatori nominati a vita dal capo dello Stato sono stati poi ripristinati durante il passaggio in aula. Il Movimento 5 stelle – dopo un duro ostruzionismo in aula durato circa un mese – ha deciso di abbandonare i lavori non partecipando più alle votazioni. Prima della ‘frattura’ (sono poi uscite dall’aula anche Sel, Lega e Forza Italia in una sorta di ‘Aventino’ di tutte le opposizioni), i 5 stelle hanno trattato con il Pd per ottenere alcune modifiche al testo. Le proposte riguardavano, in particolare, l’esame obbligatorio, da parte del Parlamento, delle proposte di iniziativa popolare; il referendum confermativo (senza quorum) e il controllo di costituzionalità da parte della minoranza parlamentare; Alla fine le trattative sono saltate: i 5 stelle hanno deciso di “non rinunciare” all’emendamento sui referendum a ‘quorum zero’ su cui il Pd era contrario e che è stato bocciato dall’Aula. La Camera ha votato, a scrutinio segreto, 7 emendamenti al ddl Riforme, in materia di diritti delle minoranza linguistiche e sulla par condicio. La richiesta era stata avanzata da M5s, Sel e Lega Nord. Gli emendamenti in materia elettorale, nonostante la richiesta delle opposizioni, sono stati votati a scrutinio palese. Ma l’ex maggioranza (Pd-FI) ha retto su tutti tutti i voti segreti, respingendo gli emendamenti presentati dalle opposizioni.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

I numeri della vera Camera ‘ballerina’, quella del Senato…

Stando ai numeri, il governo può far passare la riforma anche nel secondo passaggio al Senato grazie alla maggioranza che sostiene l’esecutivo composta da Pd, Area popolare (Ncd più Udc), Scelta civica e Per le Autonomie. In tutto si tratta di 168 senatori mentre la maggioranza è formata da 161 senatori. A seconda del momento, ai 168 si aggiungono alcuni indipendenti, come i fuoriusciti dal Movimento 5 stelle. Quindi, al momento, il governo ha una decida di voti di scarto a disposizione. Nelle prime letture del testo istituzionale, comunque, basta la maggioranza ‘semplice’ (i presenti nella seduta del giorno, al netto delle ‘missioni’) e non quella assoluta (316 alla Camera, 161 al Senato) che servirà solo nelle ultime, e definitive, due letture del processo di revisione costituzionale. Certo è che, rispetto alla prima lettura del Senato, quando il ddl era stato approvato al Senato con l’appoggio di Forza Italia, che aveva garantito al governo un totale di 183 voti favorevoli ((in quell’occasione furono, per la precisione, 183 i voti favorevoli al ddl Boschi dati da Pd-Fi-Ncd-Sc-Popolari-Gal-Autonomie-Psi, zero i voti contrari, quattro gli astenuti, 14 gli assenti in missione, 118 gli assenti per protesta politica: M5S-Lega-Sel-ex M5S-parte di FI-parte del Pd), la maggioranza si assottiglia. E, ove mancassero anche solo una parte dei trenta senatori della minoranza del Pd che avevano espresso dubbi già in sede di prima lettura del testo, il voto sulle riforme, nel secondo passaggio al Senato, sarebbe a rischio.

La ‘navetta’ istituzionale. Un procedimento complicato, ma obbligatorio.

Con l’approvazione ad agosto 2014 da parte del Senato del ddl Riforme (prima lettura) si è avviata la ‘navetta’: così è chiamato il passaggio dei ddl tra Senato e Camera, nella sua versione ‘costituzionale’. La Costituzione prevede (all’articolo 138) che per le modifiche costituzionali ci sia un procedimento rafforzato di modifica. Come detto, il ddl – dopo l’ok della Camera – tornerà a Palazzo Madama che però potrà proporre emendamenti e approvare modifiche solo agli articoli già cambiati nel passaggio alla Camera. A quel punto si procederebbe a tappe successive, dal Senato alla Camera e indietro, fino all’approvazione dello stesso testo. Ma probabilmente la navetta – se la maggioranza regge – si fermerà al secondo passaggio al Senato o al massimo a un’ulteriore tappa a Montecitorio. In ogni caso, bisognerà attendere l’esito di un testo ‘perfettamente’ identico. A quel punto, tutto il testo rimarrà fermo per tre mesi, il tempo ‘di riflessione’ richiesto dalla Carta per i disegni di legge di modifica costituzionale. Poi, con la terza e quarta lettura ‘definitiva’, la Camera e il Senato voteranno nuovamente sul ddl, ma sarà solo un voto sul complesso del provvedimento. Niente emendamenti, niente discussioni, solo un sì o un no alla legge così come è stata approvata tre mesi prima. Se l’approvazione nelle ultime due votazioni avverrà a maggioranza assoluta (e non semplice, quindi 316 alla Camera e 161 voti al Senato) dei voti, sarà possibile chiedere un referendum popolare sulla legge, ma solo se “entro tre mesi dalla pubblicazione ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. Sempre l’articolo 138 stabilisce che non è ammesso il referendum “se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”. Possibilità, ad oggi, del tutto inverosimile. Il che vuol dire che, presumibilmente a giugno 2016, se i tempi verranno rispettati, il referendum sul ddl Boschi per decidere se ratificarlo o meno si farà.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo a mia firma su Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net)