#ildiavolovesteItalicum/6. Bersani, Speranza, Cuperlo, Bindi oggi diranno ‘no’ alla fiducia, ma la minoranza ha perso più della metà delle sue truppe

La scena sarà di quelle eclatanti e, a suo modo, spettacolare. Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, ma anche Rosy Bindi (che però già annuncia di essere passata dall’astensione al ‘no’ alla fiducia), ma anche Enrico Letta, Guglielmo Epifani, Gianni Cuperlo, al momento di sfilare sotto i banchi della presidenza di Montecitorio per la prima delle tre ‘questioni di fiducia’ sull’Italicum che si voteranno a partire da oggi, non risponderanno alla ‘chiama’. Insomma, il loro ‘no’ di sostanza all’Italicum si trasformerà in un’uscita dall’aula ‘politica’ a cuasa della questione di fiducia. Un atto politico forte, considerando che annovera ben due ex segretari di partito, un ex premier, un candidato alla segreteria e molti altri big della minoranza dem e che verrà compiuto con al seguito una quarantina (non di più, forse meno) di loro ‘fedelissimi’. Si va dai bersaniani stretti (persino Stumpo e Zoggia, però, sono dubbiosi) a ribelli dem già noti alle cronache parlamentari per i loro ‘no’ (Civati, Fassina, D’Attorre, Bindi), dagli ‘speranziani’, vicini all’ex capogruppo alla Camera (Leva), ai cuperliani (Pollastrini), passando per i pochi bindiani (Miotto) e lettiani (Meloni) rimasti. 

Il ‘guaio’, a volerlo vedere dal lato della minoranza dem, è che la loro scelta – quella dell’astensione non sul provvedimento finale, che potrebbe, a questo punto, trasformarsi in un definitivo ‘no’, ma su un atto politicamente impegnativo come la fiducia – ha spaccato e spaccherà ancor di più la già divisa minoranza dem. Infatti, una gran parte della minoranza dem, specie dentro Area riformista (90 deputati in tutto), e cioè circa 42-43 deputati, peraltro in crescita, strapperà con i suoi ‘padri’, politici e putativi. Si tratta di un’area (qualcuno li chiama già ‘i giovani armeni’…) che è entrata, da settimane, in sempre più crescente fibrillazione nei confronti dello ‘strappo’ verso Renzi operato dai big succitati. La sotto-area, per ora ancora non organizzata – spiega Ginefra – ma sicura di avere dalla sua numeri (la metà di Area riformista) e ragioni (il dialogo) chiede “un chiarimento definitivo” dentro la minoranza dem, scontenta della linea “troppo appiattita sui pasdaran del no”. Ne fanno parte, oltre a Ginefra (pugliese), Amendola (campano), Bordo (emiliano), Mauri (lombardo), ma anche volti noti dell’area come il ministro Martina e Damiano. Insomma, sottraendo questa quarantina e più di ‘dialoganti’, con Bersani-Speranza&co. resterà un manipolo di ribelli che, grazie all’apporto dei duri e puri noti (cui vanno aggiunti, forse Boccia e il giovane Enzo Lattuca), al massimo arriverà a ‘quota 40’ (i renziani sperano, addirittura, non superino ‘quota 30), non oltre, ma solo grazie al l’apporto dei 25 cuperliani e di 5 bindiani-lettiani. 

Certo, le parole di big ed ex big della minoranza grondano comunque  rabbia e indignazione e lasceranno il segno anche nel futuro dei rapporti tra maggioranza e minoranza, dentro il Pd, a prescindere dal fatto che, poi, quaLcuno (Civati, Fassina) la scissione la faccia davvero o arriva a farsi cacciare dal gruppo parlamentare e dal Pd. Per Bersani “è in gioco la democrazia, il governo non c’entra niente”. Civati, che voterà direttamente ”alla fiducia, come la Bindi e Fassina. ribattezza l’Italicum “Obbrobbrium”, Speranza definisce “un errore gravissimo la fiducia sulla legge elettorale”, Fassina garantisce che “proprio non si può votare” e pure Enrico Letta dice: “non voterò la fiducia sull’Italicum dopo strappo voluto dal governo, le regole non si impongono da soli”. 

 

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina tre del Quotidiano nazionale del 29 aprile 2015 (http://www.quotidiano.net)