#ildiavolovesteItalicum/8. L’ultima trincea della minoranza dem. Fassina e Civati se ne andranno, Speranza cerca il riscatto, rischio agguati in Senato

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

“Che fare?” si chiedeva, in un testo presto divenuto famoso in ogni movimento rivoluzionario che si rispetti, Lenìn? La minoranza dem, ridotta, ormai, ai soli 38 dissidenti o ‘coraggiosi’ che non hanno votato la fiducia al governo Renzi sull’Italicum, questo si chiede. C’è chi ha già preso una decisione, uscire dal Pd: Pippo Civati. “Finché qualcuno non lo farà per primo, gli altri non lo faranno”, confessa, sconsolato, all’agenzia Dire, aggiungendo poi, però, più speranzoso, “la prossima settimana potrebbero esserci sorprese”.

Il pensiero di tutti corre, e subito, però, a soli altri due ‘ribelli’ due: l’ex viceministro all’Economia ed ex bersaniano Stefano Fassina, e l’ex presidente del Pd e presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi, la quale si limita per ora a definirsi “un cane sciolto”. Non, certo, cioè, a Pier Luigi Bersani, che pure dice di Renzi “non ha una bella natura”, ma ribadisce “nessuna scissione, io combatto nel Pd”, o a Gianni Cuperlo, che assicura “noi restiamo nel Pd” e neppure a Roberto Speranza che si chiede “cos’è diventato oggi il Pd”, ma assicura: “folle e inaccettabile pensare a una scissione”. Due/tre deputati uti singoli, al massimo, i possibili ‘scissionisti’, cui si potrebbe aggiungere Luca Pastorino, civatiano già nel Misto dopo aver deciso di appoggiare il candidato anti-Paita in Liguria. E proprio un appello ‘anti-Paita’ potrebbe segnare l’uscita dal Pd di Civati, Fassina e, forse, qualche singolo dirigente locale dem.

Dentro SeL li aspettano a braccia aperte per arginare il fenomeno Landini che non amano ma preme alle porte e costruire il Pds ‘2.0’ ma sanno anche loro che i pochi ‘ulivisti’ non hanno i numeri per costituire un gruppo autonomo (alla Camera servono 20 deputati).

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Poi ci sono gli altri 36 dissidenti dem sulla fiducia: non intendono andarsene, ma ‘dare battaglia’ dentro il Pd in vista del congresso. Speranza, prima di decidere lo strappo con Renzi sulla fiducia, si sarebbe consultato (o, addirittura, avrebbe “preso gli ordini”) “da D’Alema, con tanto di cene a casa sua, non certo da Bersani…”, spifferano, maligni, i renziani. L’ex capogruppo cerca la riscossa, ma ha solo 17 deputati (su ottanta e più iniziali) con sé, anche se sono ancora una ventina i senatori bersaniani irriducibili. Eppure, proprio al Senato si potrebbe creare quell’incidente, sfiorato solo ieri, in un voto minore, a palazzo Madama, per mandare sotto il governo, magari su temi caldi come il ddl scuola o l’economia.

Il grosso dell’ormai ex Area riformista, infatti, i 50 firmatari del documento pro-fiducia, definiti con ironia ‘i giovani armeni’, si è collocato in una posizione di ‘dialogo’ con Renzi e, dice Ginefra, “dobbiamo costruire una nuova area di minoranza, dentro il Pd, non di opposizione ad esso come sta facendo Speranza”. Tanto che per il posto di prossimo capogruppo alla Camera sono in corsa in tre: Rosato (franceschiniano), attuale vice-capogruppo, in pole, Richetti (catto-renziano) ed Enzo Amendola (‘armeno’, appunto).

Infine, ci sono le opposizioni: chiederanno (idea dei pentastellati, subito sposata da SeL e FI) il referendum abrogativo dell’Italicum, idea cui, però, nel Pd, per ora ha aderito uno solo: il solito Civati.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il I maggio 2015 a pagina 12 del Quotidiano Nazionale (http://ww.quotidiano.net)