#ildiavolovesteItalicum/12. Senato, i ribelli del Pd pronti al Vietnam. Vendola prepara la casa comune per Civati e gli altri

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Ieri è stato accolto, dagli ormai quasi ex colleghi di partito, con ilarità e perfidia l’ennesimo annuncio di Pippo Civati (“non me ne vado dal Pd prima delle Regionali solo per rispetto ai candidati”) che prepara la sua mini-scissione e annuncia la formazione di nuovi gruppi parlamentari ‘ulivisti’. “E dove va, Pippo, da solo?”, la battuta più gentile. La fattibilità dei gruppi autonomi, in effetti, è ardua: servono 20 deputati e 10 senatori, altrimenti si finisce nel gruppo Misto, ma il leader di SeL, Nichi Vendola, coglie al volo: “Sono pronto a sciogliere i gruppi di Sel per unire tutti quelli che sono di sinistra e contro Renzi”.

Annuncio interessante perché, al Senato, i sette senatori di Sel attualmente siedono nel Misto: basterebbero solo tre civatiani (Mineo, Tocci e Ricchiuti, mentre il quarto, Giudice, resterà nel Pd) per formare un gruppo autonomo. Infatti, il teatro della battaglia sta per spostarsi al Senato, futuro ‘Vietnam’ per Renzi e il suo governo, a causa dei numeri ballerini (172-174 al massimo i voti per la maggioranza, 161 il plenum) anche se il premier assicura che “non molliamo di un millimetro”. “Qui – ghigna di rimando un senatore della minoranza dem – siamo in 25 (29 sul Jobs Act, 24 sull’Italicum, ndr.) e non abbiamo nulla da perdere, a partire dal seggio, né abbiamo problemi interni: siamo tutti compatti”

I temi su cui la minoranza dem intende ingaggiare una guerra senza quartiere sono tre: scuola, riforma Rai e, ovviamente, ddl Boschi. Il tema più ‘caldo’, però, la riforma della scuola, è il più di là da venire nel tempo. Il ddl è alla Camera e non arriverà al Senato prima di fine maggio, ma i senatori dem ribelli già affilano le armi: “deve cambiare”. Come del resto fanno sapere e capire le proteste che salgono dal mondo della scuola, al cui sciopero hanno aderito anche molti esponenti della minoranza Pd, tra cui Stefano Fassina.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Pochi sanno, invece, che nei prossimi giorni si inizierà a discutere, a palazzo Madama, una riforma altrettanto cruciale, per Renzi, la governance Rai cui lavora da mesi il viceministro Giacomelli. E qui dice il senatore Federico Fornaro, capofila con Miguel Gotor, delle truppe bersaniane, “si tratta della costituzione materiale del Paese e di un punto cruciale, come fare una riforma democratica, che oggi non c’è. Noi proponiamo un sistema duale, vedremo”. Tecnicismi? Sarà, certo è che quando si arriverà alla ‘ciccia’, la riforma del Senato stesso previsto dal ddl Boschi, saranno dolori. Qui, infatti, sempre Fornaro, d’accordo con Gotor, avanza una proposta che stravolgerebbe del tutto la proposta del governo: non il compromesso (il cd. ‘lodo Chiti’) dell’elezione indiretta in listini separati, pur sempre eletti di secondo grado, ma “un vero Senato eletto direttamente dal popolo, con il proporzionale, per avere un contrappeso al maggioritario nato, di fatto, con l’Italicum”. Se la minoranza dem s’impuntasse, Renzi dovrebbe cercare i voti nella pattuglia dei verdiniani. “Forse neppure basterebbero”, chiude Fornaro, “ma a quel punto la mutazione genetica del Pd sarebbe compiuta in tutto e molti di noi ne trarrebbero le conseguenze”.

nb. Questo articolo è’ stato pubblicato il 6 maggio 2015 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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