#duepezzifacili. I movimenti nel Pd (Boschi, D’Alema, Speranza), a sinistra del Pd (Civati) e alla sua sinistra (Landini)

L'ex premier e leader dei Ds Massimo D'Alema

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

I articolo. D’Alema, la sinistra Pd e la scissione di Civati.

Per non farsi mancare niente, al Pd e a Renzi, in questi giorni è arrivata pure la Stoccata di Massimo D’Alema, il quale ha definito il premier “un uomo arrogante che perde consensi e non piace agli italiani” e la fiducia sull’Italicum, “una forzatura molto grave che ha aperto una ferita”. Soprattutto ‘Baffino’ – subito rintuzzato dal premier che lo ha definito, senza citarlo, esponente di “quella sinistra che vuole restare al 25% e farci perdere sempre” – ha girato il coltello nella piaga della perdita di iscritti: “bisognerebbe fare il calcolo di quanti non lo sono più, specie tra i militanti di sinistra, io penso siano 100 mila. Mi preoccupano quelli che se ne vanno come quelli che vengono”, ha chiuso D’Alema, con un chiaro riferimento alle liste per le Regionali. Liste che stanno provocando un maremoto, specie in Campania. Non basta, però.

Il capogruppo democrat al Senato, Luigi Zanda.

Il capogruppo democrat al Senato, Luigi Zanda.

A gettare nello sconforto militanti e dirigenti, arriva anche l’ennesimo annuncio di scissione, quello di una eurodeputata, anche se si tratta di una sola (su un gruppo di 31). “Me ne vado anch’io insieme a Civati. È troppo tempo che non mi riconosco più in nulla di quello che fa questo governo”, spiega in un post su Facebook l’europarlamentare ‘civatiana’ Elly Schlien, le ragioni dell’addio. La lettera della Schlein (metà svizzera ed metà bolognese, una delle attiviste di ‘OccupyPd’ ai tempi dei ‘101’ contro Prodi, ma anche una ‘miss preferenze’ alle ultime Europee) è lunga, mA il succo e’ questo. E cosi’, ieri, il ciuffo ribelle di Pippo Civati, ovviamente, ieri gongolava di gioia. E se i suoi senatori (o presunti tali) ‘civatiani’ (quattro quelli ‘veri’: Mineo, Tocci, Ricchiuti e Lo Giudice) non intendono, almeno per ora, uscire dal gruppo al Senato per formare un gruppo autonomo e se persino dentro i sette senatori di Sel, oggi nel Misto, ancora nicchiano, sono gia’ sei i senatori ex-M5S pronti alla bisogna (ma ne servono comunque un minimo di 10). Sempre in merito di possibili – e nuovi – movimenti a sinistra, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, fa sapere, attraverso un intervista al settimanale Left, di volersi mettere “a disposizione” per dare vita a “un nuovo soggetto di sinistra. Io vorrei – spiega Pisapia – avere un ruolo di ponte per fare tornare al dialogo le persone”, ma aggiunge che “il leader ancora non c’è”.

Un leader, volendo, ci sarebbe: il segretario della Fiom, Maurizio Landini, che, però, per ora si limita a un laconico “di Civati non parlo” e continua a sostenere che serve “un soggetto sociale, non politico” (prossima iniziativa pubblica a giugno). Parla, invece, la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, e ci tiene a far sapere, trovandosi in Veneto, che “io mi asterrei o voterei scheda bianca”, un tiro mancino alla volta della candidata governatore del Pd Moretti. Tira aria di tempesta, dunque. L’ultima voce, pur subito smentita dall’ufficio stampa del Pd, la riporta il settimanale L’Espresso: Renzi vorrebbe cambiar nome al Pd e chiamarlo ‘I Democratici’, contromossa anti-Berlusconi che vuole far nascere, in Italia, i ‘Repubblicani’, dentro il centrodestra che verrà’. Alla sinistra interna, quella di ‘Area riformista’, legata a Bersani e oggi in campo dietro all’ex capogruppo Roberto Speranza, che ieri ha tenuto una ben riuscita iniziativa pubblica, in quel di Cosenza, sul reddito minimo (iniziativa subito ‘sposata’ da Sel e Civati), solo al pensiero mettono mano alla fondina della pistola. Eppure, sia Speranza che Stumpo, assicurano a tutti che “la nostra battaglia è e resta nel Pd, ma vogliamo farne un grande partito di sinistra”. Sempre che, nel frattempo, iscritti e militanti non siano già fuggiti.

II articolo. la campagna della Boschi in Veneto e la minoranza del Pd. 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).ß

“Il Pd deve restare unito, impegnarsi e puntare a vincere tutte le prossime elezioni regionali, Veneto compreso. Quella di Matteo (‘vinceremo 6 a 1’, cioè Veneto escluso, ndr.) era solo una battuta. Alessandra (Moretti, ndr.) ci mette testa e cuore, noi lottiamo pancia a terra con lei”. Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, ha cercato così, ieri, di ‘dare la carica’ alla corsa più difficile e ostica, per il Pd, quella veneta, partecipando a Padova a un incontro della candidata governatore Moretti (ex bersaniana di ferro, magicamente divenuta renziana). Stabilito che tutti, nel Pd, sanno che il Veneto è una causa persa, l’obiettivo vero resta quello indicato da Renzi: il 6 a 1, appunto. Mica facile, però.

Da un lato c’è il rischio astensionismo, quello più prevedibile, come già accadde in Emilia-Romagna, dall’altro ci sono le infuocate polemiche sulle liste dem, zeppe di nomi di dubbio gusto e che hanno provocato rivolte, specie in Campania, ma anche in Puglia. Infine, ci sarebbe, volendo, anche ‘l’effetto Civati’, che dal Pd se n’è andato, per ora portandosi dietro solo un europarlamentare, la Schlein, ma anticipato nell’uscita, sempre per il gruppo Misto alla Camera, da Luca Pastorino. Civatiano e candidato anti-Paita (cioè anti-Pd) da un largo fronte di sinistra-sinistra (Sel, civiche, Cofferati, etc.), Pastorino impensierisce Renzi e potrebbe impedire la vittoria Pd in Liguria e dunque trasformare il 6 a 1 in un 5 a 2 o in un dannoso 4 a 3 se venisse persa pure la Campania e in un catastrofico 3 a 3 se andassero perdute anche le Marche, dove si ricandida, ma contro il Pd, l’ex governatore Spacca.

Ma se – come dicono i sondaggisti come Maurizio Pessato (Swg) – “ormai è troppo tardi, le liste sono fatte, non ci sarà alcun effetto Civati, diverso è il caso di regioni in bilico come Campania e Liguria, dove il problema sono, appunto, “le ombre nelle candidature”. E così, dopo la Boschi, che chiede al Pd di “restare tutti uniti”, parla anche un esponente della minoranza (ccote’ pero’ nuovi ‘responsabili’) come il pugliese Dario Ginefra e invoca una “moratoria alle polemiche”.

Intanto, sia i grillini, con Di Maio, che SeL, con Nichi Vendola, provano ad andare a vedere le carte della minoranza dem, quella di Area riformista, che ha lanciato la proposta del reddito minimo di inserimento, raccogliendo molti consensi tra ex-M5S, SeL e, ieri, incassando anche l’appoggio di un esponente del Psi, il pugliese Lello Di Gioia. Psi dove Bobo Craxi è partito all’assalto del segretario, RIccardo Nencini, chiedendone le dimissioni perché vorrebbe, a suo dire, “sciogliere il Psi nel Pd”.

Infine, l’altro pezzo di minoranza, Sinistra dem, che fa capo a Gianni Cuperlo, annuncia che terrà una ‘propria’ Festa dell’Unità. Si svolgerà alle porte di Bologna il 6-7 giugno. Una vera new entry: è la prima festa dell’Unità organizzata da una… corrente e, per ora, senza Unita’ (giornale) in edicola.

NB. Entrambi questi pezzi sono stati pubblicati sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) l’8 e il 9 maggio 2015.

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