#VersoleRegionali/10 (fine). Astensione record, incubo di palazzo Chigi (e ben prima dell’effetto Bindi..). Il Pd teme una vittoria dimezzata, ma con la minoranza dem i renziani preparano la resa dei conti

NB. articolo scritto una settimana fa, ben prima che esplodesse il caso Bindi con le sue liste dei cd. ‘impresentabili’, Lista dove figura De Luca, candidato governatore del Pd in Campania. 

Lo sanno, e lo dicono – come Alessandro Campi, all’Adnkronos – i politologi. Lo sanno, ma non possono dirlo, perché è in vigore la par condicio, i sondaggisti, e di ogni colore. Pare che una di loro – che poi è quella che ‘ci piglia’ sempre, Alessandra Ghisleri, ieri sondaggista di fiducia del Cav e oggi tutti i martedì di Ballarò, avrebbe in mano numeri bomba: percentuali da brivido o da paura. Il rischio, o la paura, è quello di un astensionismo a livelli record. E il rischio, o la paura, corre sul filo, specie sulla ‘linea rossa’ che collega palazzo Chigi, sede del governo e del suo premier, Renzi, e il Nazareno, quartier generale del Pd, dove ormai la guardia al ‘bidone’ la fa solo il vicesegretario factotum, Lorenzo Guerini.

Perché – per nemesi della storia politica del nostro Paese, dove l’astensionismo colpiva, di solito, sempre il centrodestra (la Dc e i partiti liberali prima, il Pdl e FI poi, nella Seconda Repubblica) – è ormai da un po’ di tempo che il fenomeno dell’astensione ‘dal voto’ (diverso dall’astensione ‘nel voto’ che riguarda le schede bianche e/o nulle) colpisce ‘anche’ a sinistra, non solo a destra. E colpisce, ormai, anche l’M5S: infatti, come nei sondaggi – quelli che non si possono citare, ma che ‘girano’ in tutte le sedi di partito e nei Palazzi – i partiiti del centrodestra vivo no nell’angoscia di uno ‘sprofondo rosso’ (il loro) da fare paura, persino Grillo in varie regioni arranca, lontano dalle percentuali del 2013.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti 3.

Il problema, però, a volerlo guardare dal lato del Pd, ‘è’ del Pd. Renzi ha già rinculato, passando dal “vinciamo 6 a 1!” (Veneto escluso, cioè’) fino al “mi andrebbe benissimo vincere 4 a 3, come a calcio”, rievocando la famosa semifinale Italia-Germania 4 a 3 dei Mondiali del 1970 e, soprattutto, mettendo le mani avanti. Senza dire che più’ passano i giorni, più si avvicina il giorno del voto (ormai manca solo una settimana), più i guai aumentano, in casa del Pd.

La minoranza è sul piede di guerra, come dimostra l’intervista di ieri di Alfredo D’Attore a QN, e gia’ si dice pronta a ‘far pagare’ a Renzi di tutto: astensionismo, mancato ‘6 a 1’ e, soprattutto, percentuali del Pd ‘inferiori’ a quelle del tanto vituperato Bersani (25,4% nel 2013).

Ma il vero spettro, o incubo, per il Nazareno, è il cd. “effetto Emilia-Romagna”. In Emilia, infatti, vinse il candidato renziano (ed ex bersaniano di ferro) Bonaccini, ma con numeri che dire striminziti è dir poco. Bonaccini, infatti, governa, dal novembre del 2014, quando vinse le elezioni, a Regione avendo preso il 49,05% dei voti e strapazzato il centrodestra, inchiodato al 39,8%, ma anche registrando una percentuale di votanti bassissima: il 37,7% contro il 68,1% delle Regionali 2010 e il 70% Europee 2014.

Certo, “le Regionali non sono le Comunali, dove si vota di più, da sempre”, mettono le mani avanti i pochi renziani dem avvistati ieri a Montecitorio, ma il rischio che il combinato disposto di poche o non esaltanti vittorie, inaspettate sconfitte, performance assai debole della lista Pd (ben lontana, cioè, dal famoso 41% delle Europee 2014) e vittorie dimezzate causa astensionismo si faccia sentire e deflagri, dentro il partito, è molto alto. Quasi da anticipo di resa dei conti.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il  26 maggio 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale

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