Ddl #buonaScuola: lo sgambetto stavolta non è della minoranza dem, ma dei centristi. Il governo inciampa al Senato

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Cherchez l’homme! Centriste, in questo caso, e non guachiste. Palazzo Madama, auletta della I commissione Affari costituzionali. All’odg ci sono le pregiudiziali di costituzionalità sul ddl scuola, quella cui il premier, Renzi, “tiene un casino, più del Jobs Act”, dicono solerti i suoi. Sembra, ai più, un voto di routine. E, invece, ‘l’incidente’ si materializza subito: la maggioranza ‘va sotto’.

Solo che, stavolta, la minoranza dem, quella dei bersaniani, non c’entra. Sono tre, in I commissione: Gotor, che di Bersani era il maitre a penser, Migliavacca, che ne era l’organizzatore, e Lo Moro, ex lettiana. Votano tutti, disciplinatamente, ‘contro’ le pregiudiziali. Infatti, al Senato, il voto a favore equivale a un ‘no’ al governo, il voto contrario ‘sì’, quando si tratta di pregiudiziali.

Facendo di conto, i senatori del Pd, in I commissione, sono in tutto dieci. Nove del Pd, che in realtà dieci sono meno uno perché la presidente, Finocchiaro, per prassi non vota, ma nove più uno perché Palermo, gruppo Psi-Autonomie, vota sempre con il Pd. Con i tre di Ap e uno di Autonomie la maggioranza fa quattordici.

Le opposizioni (Fi-M5S-Lega-SeL), però, incassano, non certo a sorpresa, il voto di due senatori che si chiamano tutti e due Mauro. Uno è Mario Mauro, ex ministro del governo Letta, che oggi definisce il governo Renzi “il nuovo fascismo che avanza”, e l’altro è Giovanni Mauro (GaL), sconosciuto ai più, ma decisivo. La partita finisce – anche grazie all’assenza del senatore Romano (Autonomie, ma ex Sc, ex Popolari) che era “impegnato altrove” – ‘dieci a dieci’ e le pregiudiziali, s’intendono così bocciate. Scatta, immediato, lo psicodramma e tutti pensano all’agguato tra i dem.

Invece, a far la differenza sono tre assenti speciali, tutti e tre di Ap (Alleanza popolare, una sorta di fusione fredda tra Ncd e Udc). Si tratta dell’ex ministro (sempre di Letta), Gaetano Quagliariello, che teorizza la ‘fuoriuscita’ di Ap dal governo, ma “non subito”; di Andrea Augello (ex An), che vuole uscire dal governo “subito”; e del Carneade Salvatore Torrisi, catanese. Tutti e tre sostengono di “non essere stati avvertiti in tempo della convocazione”.

A palazzo Chigi, e al Nazareno, non crede loro proprio nessuno, ma il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, si limita, con flemma british, a parlare di “incidente di percorso che non cambia nulla nell’iter della riforma”. Il parere è orale e non è vincolante, si consolano nel Pd. Sarà. Intanto, però, la bocciatura fa notizia. “E’ un segnale: vogliono posti nel prossimo rimasto di governo”, sospira un senatore renziano realista. L’inguacchio finale lo ha fatto il gruppo GaL (Grandi Autonomie Libertà): avrebbe diritto, ormai, a un solo membro, in I commissione, invece ne conta due e ancora non si decide a rinunciare a uno perché “la I (commissione, ndr.) fa status…”.

Morale: caos al Senato con le opposizioni che urlano “fermatevi” e il Pd che ribatte: “andiamo avanti”. Ma, dato che le sventure non arrivano mai da sole, per la maggioranza di governo, dopo poco batte un colpo anche la minoranza del Pd. La sinistra dem chiede “un referendum tra gli iscritti del Pd sul ddl scuola” e, da Speranza a Fassina, da Epifani a D’Attorre chiede “ampie modifiche al ddl”. L’iter del ddl scuola, al Senato, si preannuncia lungo e tormentato.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 10 giugno 2015 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale.

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