“Se fallisce il governo, finisce anche il partito”. Parla Maurizio Martina, ministro all’Agricoltura, leader dei nuovi ‘Responsabili’ di sinistra del Pd

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

ROMA – «SINISTRA è cambiamento» si chiama la nuova area politica del Pd nata per iniziativa di 50 parlamentari della minoranza che hanno rotto con ‘Area riformista’ di Bersani e altri. Leader riconosciuto ne è Maurizio Martina, giovane ministro dell’Agricoltura nel governo Renzi. Il loro slogan (ironico) è «né gufi né struzzi».

C’era proprio bisogno di un’altra corrente nel Pd?
«C’è bisogno di rendere più forte il punto di vista di chi nella minoranza ha sempre seguito due parole d’ordine: autonomia e responsabilità. Noi vogliamo stare nel Pd fino in fondo, dando una mano al governo con le nostre idee. Abbiamo presentato delle proposte che da qui a luglio porteremo in giro per l’Italia in 50 tappe. Non pensiamo al congresso del Pd, che ci sarà nel 2017, ma alla responsabilità di cambiar il Paese dal governo».

Ma come si fa a stare in minoranza e al governo?
«Il Pd deve vivere pluralità di idee e coerenza nei comportamenti. Il confronto interno è sacrosanto, ma alla fine bisogna trovare sempre una sintesi e marciare uniti. Un grande partito fa così. Noi lo abbiamo fatto sul Jobs Act, l’Italicum e ora sul ddl scuola. Stare in minoranza non vuol dire pronunciare solo dei ‘no’».

il ministro Orlando chiede un Pd più ‘di sinistra’. E lei?
«Tutti noi dobbiamo rafforzare il Pd come soggetto forte e moderno del centrosinistra che deve saper rispondere in forme nuove a sfide cruciali per l’Italia: lavoro, equità, sviluppo, cittadinanza nel tempo della società globale».

‘Che fare’ con gli immigrati?
«L’Europa sta mostrando tutta la sua debolezza e l’Italia fa bene a sbattere i pugni sul tavolo per far capire ai nostri partner che siamo noi il confine meridionale di un continente. Credo che oggi, all’Expò, il presidente Hollande ne parlerà con Renzi».

I consensi di Renzi, Pd e governo sono in picchiata…
«Viviamo un passaggio delicato che non ci dobbiamo nascondere. Possiamo uscirne più forti e consapevoli. In tutti i Paesi Ue i governi affrontano difficoltà nelle elezioni di ‘medio termine’. In un anno e mezzo abbiamo fatto tanti passi in avanti fatti in solo e ne sono orgoglioso: abbiamo accelerato sulle riforme davanti a tempi di reazione delle istituzioni, spesso immodificabili. Ora dobbiamo investire di più sul Pd e accelerare sulle riforme, col confronto».

Nel 2016 si vota in molte città del Nord, a partire da Milano. Rischiate di perderle?
«Penso ci siano tutte le condizioni per fare bene. La destra va sfidata sull’efficacia delle risposte e noi possiamo fare forza su tante buone esperienze concrete. Sull’immigrazione, ad esempio, non bastano le urla della destra in tv. Servono responsabilità e azioni, non slogan».

Cioè, per lei solo se regge il governo, regge il Pd?
«Io dico che se fallisce il governo, non fallisce questo o quel leader, ma fallisce il Pd tutto, cioè un intero progetto politico. Non ci sarà una prova di appello. Ecco perché, pur non avendo votato per Renzi all’ultimo congresso, oggi stiamo con lui in questa battaglia. Insieme, con le nostre idee, da sinistra».

Fabrizio Barca ha relazionato e parlato, sul Pd romano. Che effetto le fa?
«Il lavoro svolto da Barca è prezioso. Guai ad abbassare la guardia, a Roma come altrove. Guai a noi! Dobbiamo difenderci dalla politica inquinata, ma la reazione è stata all’altezza: dove il Pd ha sbagliato, chi sbaglia paga. Ma gli anticorpi sono forti. Poi c’è il tema della forma partito: chiediamo un’assemblea nazionale del Pd a settembre proprio su ciò. C’è chi ama il modello all’americana e chi si appaga nell’autoreferenzialità da dissenso: serve una ‘terza via’».

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 22 giugno 2015 nelle pagine 2/3 del Quotidiano Nazionale.