Facce e storie dei nuovi #Razzi e #Scilipoti di #Verdini in appoggio a #Renzi. #Responsabili, ma con giudizio.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

“NON ho firmato nulla e non vado da nessuna parte. Io sono l’Idv. Il mio problema è che sto seduto, in Aula, in alto a destra, tra Ciro Falanga (detto «Falanghina», come il pregiato vino dell’avellinese, ndr.) Ruvolo, Scavone e Compagnone, siciliani. Tutti i giorni mi dicono ‘e vieni, vieni co’ noi e co’ Denis, che c’addivertiamo!’, e io zitto, muto, impenenetrabile». Michelino Davico (nato a Brà, alto Piemonte, viene dalla Lega, s’inventò il «Giro della Padania», poi divenne sottosegretario del governo Letta, non se ne accorse nessuno) risponde timido, circospetto, al telefono. «Io con Verdini? Non proprio, io sto con me», assicura e si auto-rassicura. Davico ha scelto il cuore e il cuore dice Idv, oggi di Messina Ignazio e non più di Di Pietro Tonino (ma questa, come si sa, è un’altra triste storia…). Altri, invece, racconta sapido il valdese Lucio Malan, vice-capogruppo di Forza Italia al Senato, «hanno scelto i culi dove restare seduti, come quando l’Ncd ruppe con noi, che non volevamo sostenere più il governo Letta, eravamo convinti che non ce l’avrebbero fatta, con i numeri, e io dissi al Cav: dovevamo guardare i loro culi, non le loro facce».

Ecco, le facce (non ‘i culi’, si capisce, per amor di Dio). I senatori verdianiani sicuri (dieci, forse undici, comunque bastanti a far gruppo) pesano come l’oro, per Renzi. Verdini lo sa e li rassicura e li rincuora: «Faremo il partito della Nazione con Renzi, liste nostre, ma colelgate al Pd, noi e lui». La minoranza dem già urla al «tradimento» della ragione sociale del Pd e prepara contromosse, battaglie, in Aula e fuori, Vietnam parlamentari da vietcong. Persino il capogruppo, Luigi Zanda, pare non sia troppo felice, dell’apporto dei verdiniani: “Ci creerà più problemi di quanti ce ne potrebbe risolvere”, avrebbe sospirato con i suoi. Il senatore lucano, e renziano, Salvatore Margiotta, invece, saggiamente spiega e precisa: «Matteo li usa come arma di dissuasione verso la minoranza cui dice: io voglio fare l’accordo con voi, ma se mi rompete troppo, sappiate che il ‘piano B’ ce l’ho: è Verdini. Non mi potete più ricattare». Poi, d’altra parte, i renziani di ogni ordine e grado sperguirano che loro, mai e poi mai, regaleranno ai verdiniani posti e prebende di sottogoverno. Si vedrà, ma torniamo alle facce, quelle dei verdiniani. Facce speciali.

Vincenzo D’Anna (nativo di S.Maria in Vico, amico fedele di Nicola Cosentino, detto Nick o’ americano, ora carcerato), noto per i suoi funambolici interventi in Aula (ai tempi della riforma del Senato tuonava contro Renzi che “pensa di trattare noi senatori come asini”, evidentemente ha cambiato idea), ha una faccia multipla, ma sempre incattivita, tosta. D’Anna e Paolo Naccarato (ex Pdl, ex Ncd, ora Gal, calabro-napaoletano, un signore d’altri tempi e, soprattutto, uno che i «Responsabili» pro-Renzi, che già oggi militano in GaL, e sono ben 15, di cui 12 pro-governo, li guida, ogni santo giorno, con pazienza e sagacia) se le danno di santa ragione a colpi di citazioni che solo loro capiscono, tirando in ballo Cossiga e Fanfani, storia della Dc, le maggioranze semplici, variabili, complesse.

CIRO Falanga di Torre Annunziata, capelli bianchi, ma sbarazzini, ed Eva Longo di Pellezzano (SA), capelli biondi e cotonati, non più giovani senatori di primo pelo, cercano, come Diogene, la luce della Verità nel buio della Politica: sono passati, in un amen, da FI al GaL, dal GaL ai Conservatori-Riformisti di Fitto e, da questi, ai Liberal-Popolari di Verdini. Un’orgia di sigle e, forse, di idee, un filo di Arianna che solo loro riconoscono.
Poi ci sono i tre siciliani verdiniani, ma verdiniani a modo loro. Antonio Scavone e Giuseppe Compagnone sono legati a Raffaele Lombardo (ex governatore siculo, ex fondatore dell’Mpa, ex molte altre cose etc.) e viaggiano sempre in coppia, mentre Giuseppe Ruvolo è cuffariano, nel senso di un altro ex ras siculo, Totò Cuffaro, oggi in galera, ma pentito e votato alla preghiera, e viaggia da solo. Sono verdiniani scettici: pronti a entrare nel gruppo solo se i loro referenti siciliani (Lombardo, a piede libero, beato lui, e Cuffaro, in galera, daranno il loro benestare) previe rassicurazioni di Renzi sulla Sicilia. Infine, meriterebbe un trattato a sé Lucio Barani: sindaco di Aulla, craxiano di ferro, socialista non pentito, gira ancora oggi con un garofano all’occhiello: sarà lui, l’indomabile Barani, il capogruppo dei verdiniani mentre D’Anna ne è già il portavoce e fustigatore.

MORALE: eccettuati i due ‘Riccardi’, il toscano Mazzoni e il bresciano Conti (visi normali di amici di Verdini, in affari con lui per varie ragioni, come lui indagati e rinviati a giudizio), il neo-gruppo dei verdiniani aiuterà l’austero palazzo Madama a rinverdire i lauti fasti di Scilipoti-Razzi e soci. E pensare che, alla fine, è invece rimasto dov’era, giurando eterna fedeltà al Cavaliere (“Silvio, lo sai, io mai potrei tradirti”, il gallo non ha ancora cantato), Mimì Auricchio, il cui curriculum lo segnala ai posteri come ex sindaco di Terzigno (NA). E così il prode Auricchio, un nasone che gli illumina il volto, non potrà urlare, a sua volta, «Vado verso la Vita!», come fece Gabriele D’Annunzio (in quel caso passando dai banchi dell’estrema sinistra a quelli dell’estrema destra). Episodio che, di certo, Auricchio ricorda.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 25 luglio 2015 a pagina 14 del Quotidiano Nazionale.