#Renzi accelera: “Non ci ferma nessuno, abbiamo i numeri”, ma la sinistra #Pd resta sulle barricate. Il tormentato iter del ddl Boschi

Renzi parla all'Assemblea nazionale del Pd (Roma)

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

«SIAMO per il dialogo con tutti, ma non ci facciamo fermare da nessuno. Gli emendamenti della minoranza? Non cambia niente, alla fine si vedrà chi ha i numeri». Così ieri Matteo Renzi in conferenza stampa. Il premier, nei panni del generale Usa Westmoreland o del presidente Lyndon Johson o Nixon (quest’ultimo, peraltro, fece una brutta fine, ma vabbé) ci si trova benissimo: sente, come si usa dire, «l’odore del sangue». «La minoranza mi sfida? – sbotta coi suoi – Bene, vedremo alla fine chi ha le palle. Noi si va avanti, senza arretrare di un millimetro». Ormai, dentro il Pd, si parla così: termini e paragoni guerreschi e militari che danno l’idea del “clima” interno.

A DIRLA tutta, a iniziare è stata la minoranza dem: esaltata dal profumo del napalm, i senatori parlano di «nuova offensiva del Tet» (quella vera iniziò il capodanno del 1968) in cui i vietcong (cioè loro stessi) daranno la spallata definitiva agli odiati yankees renziani. Pier Luigi Bersani la metta così: «Se pensano alla prova di forza stavolta vanno a sbattere, non hanno capito che noi si va dritti. I vietcong sono più forti del napalm».
In effetti, i numeri parlano chiaro. La minoranza dem, tutta intera, è forte, al Senato, di 25-28 senatori: se venissero meno, farebbero crollare maggioranza e governo. Ora, vero è che i renziani sono abbastanza sicuri di poter ‘asciugare’ i numeri dei ribelli, come già fatto alla Camera (“Non ne resteranno più di 10-15”, assicurano) ma anche così non basterebbero i dieci verdiniani neonati a compensare la perdita: ne servono almeno altri 10-15. Un’altra decina, però, è in arrivo: li sta racimolando, tra ex Lega-ex Idv (Davico), ex grillini (De Pin, Romani), azzurri (Bernabò Bocca) e verdiniani (i siciliani Ruvolo e Compagnone) tale Giacomo Portas. Deputato piemontese, leader di una piccola formazione, i «Moderati», dotata però di simbolo e nome di grande appeal, Portas già riceve, da mesi, le avances di Ncd e Udc che lo vorrebbero con loro e Dellai in vista di un futuro neo-centrino alleato con Renzi, ma Portas, assai amico di Bersani, aiutarebbe Renzi in cambio di «piena dignità politica, non di posticini di governo» dice a un amico.

RIMANE il punto. Cosa succederà, a settembre, al ddl Boschi? Passerà la riforma o no? E in quel caso Renzi salirà al Colle per chiedere urne anticipate? E la minoranza dem chiederà invece, come contromossa, a Mattarella di dar vita a un governo «istituzionale» o «del Presidente» come dicono in via riservata – ma non abbastanza da non affascinare e ingolosire i forzisti più anti-renziani come Brunetta – i vari Bindi, Bersani, D’Alema, etc.?
Il vero scoglio è, dunque, la riforma del Senato. Ieri, preoccupato dal rischio paralisi delle riforme, è intervenuto sul tema l’ex presidente Giorgio Napolitano: «Non si può tornare indietro sulla riforma del Senato», ha ammonito, per poi specificare: «È un abbaglio pensare che io abbia fatto riferimenti polemici a Grasso», che del Senato è il presidente.

Il ddl Boschi, infatti, non solo giace da mesi in commissione Affari costituzionali, sepolto dai 510 mila emendamenti della Lega, ma vede da ieri il deposito di dieci di essi firmati da ben 28 senatori della sinistra che, in sostanza, vogliono reintrodurre il Senato elettivo. Ma così facendo il ddl Boschi tornerebbe alla casella di partenza e i tempi, già oggi dilatati rispetto al previsto, per la approvazione definitiva, diventerebbero biblici. E qui va fatta una precisazione noiosa ma necessaria: la riforma del Senato e del Titolo V (ddl Boschi, appunto) è stato approvato in prima lettura dal Senato (8 agosto 2014) e dalla Camera (marzo 2015) e dunque questa, penserebbe una persona normale, è la terza lettura. No, invece. Infatti, prima che la ‘prima’ doppia lettura finisca e il testo ‘riposi’ per tre mesi (quelli previsti dalla Costituzione all’art. 138) prima di arrivare alla ‘seconda’ doppia lettura, il testo deve essere approvato, fin nelle virgole, in “copia conforme” da Camera e Senato, altrimenti la ‘navetta’ tra le due Camere può andare avanti all’infinito. Ergo, se il Senato modificasse anche solo una virgola (ad esempio sul tema caldo del Senato elettivo), il testo tornerebbe alla Camera e saremmo dentro ‘solo’ la prima doppia lettura. Peraltro, anche la seconda doppia lettura deve avvenire in ‘copia conforme’, ma per prassi costituzionale le ultime due letture sono sempre le più brevi. Ergo, se all’inizio Renzi preventivava, con eccessivo ottimismo, la fine delle quattro letture previste prima entro la fine del 2014, poi agli inizi del 2015, infine a marzo-aprile, ora a palazzo Chigi sanno che – dati i tempi tecnici necessari tra l’approvazione della riforma e l’indizione del referendum (almeno sei mesi) – il referendum confermativo, ove le Camere finissero tutto il pacchetto per la prima parte del 2015, non potrebbe celebrarsi prima dell’autunno del 2015. E tutto questo se, ovviamente, la riforma non dovesse cadere o cambiare in tutto o in parte. In quel caso, infatti, tutto il percorso congeniato finirebbe a carte quarantotto con conseguenze a oggi inimmaginabili.del tipo: addio riforma e, forse, addio governo, che a quel punto getterebbe la spugna.

La questione, però, per ora, è molto più circoscritta, e riguarda un piccolo busillis, cioè “se” si può cambiare un testo già votato identico, in prima lettura, tra Camera e Senato tranne per un pronome, pronome che verte proprio sul tema dell’elettività indiretta dei futuri senatori. La Finocchiaro ha detto che non si può, Napolitano ha ammonito che «non si fa», ma la parola finale spetta a Grasso. Il quale dovrà anche decidere se gli emendamenti della sinistra dem, ove bocciati in commissione, sia possibile o meno ripresentarli in Aula. Ne va delle sorti del ddl Boschi e, appunto, del governo.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 7 agosto 2015 sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale.