Grasso, Serafin, Toniato. La “Trimurti” che governa il Senato e che a palazzo Chigi temono per le loro ‘manine’ sulla strada delle riforme

Schermata 2015-05-25 alle 18.19.34MATTEO Renzi, più che alla minoranza dem – che, per carità, ogni giorno porta la sua croce, ogni giorno richiede la sua pena… – e ai 28 senatori vietcong pronti a impallinarlo, nel Vietnam di palazzo Madama, con i loro 17 emendamenti killer, deve stare attento, da qui all’8 settembre, quando si riapriranno i giochi sulla riforma del Senato, a tre persone. Tre che governano e comandano per davvero, tra gli austeri stucchi e i raffinati saloni del Senato della Repubblica.
Il primo dei tre è il presidente Pietro Grasso: lì assurto, dalla notte per la mattina, da Pier Luigi Bersani, detesta Renzi, cordialmente ricambiato, e coltiva il sogno di scalzarlo e, prima o poi, di sostituirlo al governo. Un governo di emergenza istituzionale, si capisce. Seconda e terzo sono assai meno noti. La prima si chiama Elisabetta Serafin e ricopre, da tre anni, il ruolo di segretario generale del Senato (la prima volta, per un donna). Reddito annuo 427 mila euro, la sua retribuzione, a inizio incarico (2012), era di 419 mila euro, ma Palazzo Madama prevede incrementi automatici del 2% a biennio: ergo, il suo stipendio è aumentato di 10 mila euro e corrisponde a quasi il doppio di quanto guadagna il Capo dello Stato. E anche se il vero record del privilegio resta(va, fino a mesi fa) al segretario generale di Montecitorio, Ugo Zampetti, che ne prende(va) 478 mila, fin a quando Zampetti è diventato segretario generale del Quirinale, al posto di Donato Marra, a titolo gratuito, cioè senza percepire alcun compenso, stipendio né indennità o cumulo, è a stipendi come i suoi che Renzi si riferiva quando tuonò, un anno fa, contro gli stipendi dei grand commis.

IL TERZO si chiama Federico Toniato: dopo essere stato, a 36 anni, il più giovane vicesegretario generale della presidenza del Consiglio, sotto Mario Monti, Toniato, a soli 39 anni, è diventato, un anno fa, il più giovane vicesegretario generale della storia del Parlamento. A Toniato è affidata la delega alla cruciale «prima area» (settori legislativi, Assemblea, commissioni, etc.): è considerato lui la vera eminenza grigia, ancorché giovane, del Senato, il vero gran suggeritore di Grasso e la vera bestia nera di Renzi. A livello di stipendi, Toniato, pur non percependo indennità aggiuntive, nel passaggio Senato-palazzo Chigi-Senato, guadagna quanto un consigliere parlamentare (sono ben 97, al Senato): può arrivare, dunque, a percepire fino 300 mila euro (per i consiglieri parlamentari, si va dai 271 mila euro con 23 anni di servizio ai 358 mila con 35 anni).
Ora, la voce che gira nei Palazzi è che queste tre figure apicali, coadiuvati dal cospicuo stuolo di funzionari di palazzo Madama (97 consiglieri, 34 stenografi, 130 segretari, 263 coadiutori, 171 assistenti: un totale di 696 unità in organico, stipendi da 1.668 mila euro ai 3.268 mila euro mensili, sempre netti), abbiano qualche perplessità, proprio come i senatori, a fare la parte dei tacchini che festeggiano il Natale. Non amerebbero, cioè, né poco né punto che il ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V) passi così com’è, specie nella parte che riguarda l’abolizione dei senatori eletti, del Senato elettivo e dei suoi poteri di cui tali funzionari sono i solerti, silenziosi e, invero, preparatissimi civil servant.

E questo ragionamento lo farebbero, sostanzialmente, per tre motivi: potrebbero perdere posti (la sola Camera dei Deputati, che oggi consta di dipendenti, tutto compreso, peraltro ben più lautamente pagati,,arriverebbe all’astronomica cifra di 2190 unità con quelli del Senato); potrebbero perdere, tra le altre cose, indennità e funzioni; e, infine, perderebbero potere. E il Potere, come recita un antico adagio siciliano, ha note virtù afrodisiache.
Non a caso, si dice sempre tra i senatori renziani – abituati (lo si sa), a pensar male – sarebbero stati loro tre – Grasso, Serafin e, pare, in pole position proprio il giovane Toniato, già ribattezzati «la Trimurti di Palazzo Madama» – a “ispirare” i senatori della minoranza dem e di altre opposizioni (M5S, Sel, Misto, FI), spesso zoppicanti o digiune di tecnica parlamentare e diritto costituzionale, nella stesura degli emendamenti.
Quelli «killer». Quelli che, appunto, puntano a far tornare il Senato com’era e (ancora) è: elettivo. Infine, il terzo indizio che, diceva Sherlock Holmes, fa una prova. Persino il dossier che gli uffici del Senato ha preparato, sul ddl Boschi, sarebbe pieno di «capziosità e tendenziosità che, travestite dal gergo tecnico degli addetti ai lavori, gettano solo cattiva luce sulla riforma del governo» dicono professori-deputati ferrati in materia costituzionale.

LA DOMANDA dei renziani, dunque, è – da alcune settimane – sempre la stessa: per chi lavora il vertice di palazzo Madama e i loro (bravi, non c’è che dire) funzionari, quella «tecnostruttura» che persino dentro palazzo Chigi temono perché potrebbe mettersi di traverso al buon esito della «madre di tutte le riforme», il ddl Boschi? Per il «re di Prussia», e cioè per il fronte colorito delle opposizioni: vietcong dem, grillini, leghisti e senatori di ogni colore, ordine e grado che vogliono continuare a contare da eletti nel Senato del futuro.
Come ha detto il castigamatti del premier, come di ogni senatore e/o funzionario, il leghista Roberto Calderoli – presentatore, da solo, di quei 510.293 emendamenti (su 513.449) al ddl Boschi che hanno costretto proprio la Serafin a richiamare dalle ferie 150 dei suoi solerti funzionari per farvi fronte, stampandoli, raggruppandoli e rendendoli pronti all’uso – «conviene anche a loro, ai funzionari del Senato, lavorare d’estate ché tanto stanno per diventare, anche loro, tutti dei precari…».

Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2015 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale 

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