Riforma del #Senato, per ora la mediazione non c’è. Renzi stasera va al gruppo a sfidare la minoranza dem

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

È MURO contro muro, per ora, sulla riforma del Senato, tra Renzi e la minoranza: un braccio di ferro che, stasera, quando il premier interverrà all’assemblea del gruppo dem di palazzo Madama avrà persino una plastica rappresentazione (“vado ad ascoltare, non a proporre”, avrebbe detto il premier ai suoi, “inutile mediare finché non fanno proposte”), anche se non ci sarà un voto finale, a sancire la (definitiva?) spaccatura. Il premier non vuole «pesare» subito i contrari, ancora troppi, alla riforma sua e della Boschi, che pure sarà presente all’assemblea, e spera di dividerli nei giorni a venire, lavorando ai fianchi i più dialoganti. Ma sa anche che i ‘malleabili’, dentro la minoranza, sono pochi (5/6 al massimo tra cui Martini, Ruta, Sonego, Manassero, Manconi, Lai, su un totale di 25/28 ribelli). Ecco perché, se messo alle strette, chiederà aiuto a Verdini, che sta rafforzando il suo gruppo (Ala, in cui però il fido D’Anna sta, per paradosso, coi ribelli Pd…) e ai forzisti dialoganti che in 5/6 (Villari, Bocca, Carraro) uscirebbero dall’aula al momento giusto.

Renzi, peraltro, non si presenterà all’assemblea di stasera neppure con la proposta di mediazione, quella dell’ormai famoso ‘listino’ (futuri senatori scelti tra i consiglieri regionali al momento del voto per le Regioni in un listino apposito, idea Finocchiaro-Bressa-Zanda) e, tantomeno, con l’ulteriore proposta di mediazione avanzata dal sottosegretario Pizzetti (ogni regione sceglie come eleggere i suoi senatori, se con il listino o direttamente), purché sempre dipendenti delle Regioni, e non del Senato, dunque senza indennità, e purché non si tocchi il famoso articolo 2 dove l’elettività del Senato è e resta ‘indiretta’, ma agendo su altri articoli (il 70 della Costituzione, che riguarda le funzioni della Camera alta). In ogni caso, Gotor e gli altri vietcong della minoranza hanno definito tutte queste proposte «minestra riscaldata» e, senza una modifica di fondo all’art. 2, non intendendo cedere. Il premier vuol sfidarli a viso aperto, inchiodandoli alle loro responsabilità. «Li voglio vedere i parlamentari che non votano la fiducia al governo doverlo andare a spiegare sui territori quando ci sarà l’Italicum» ha sibilato Renzi già domenica, al comizio della Festa dell’Unità. E qui Renzi ce l’aveva non solo con i vari Gotor, Fornaro, Mineo, etc., ma direttamente con Speranza, che votò no proprio sull’Italicum e lo stesso Bersani, che pure nei giorni scorsi ha cercato di tenere vivo un filo di dialogo, sulla riforma del Senato, con Guerini.

Insomma, se anche sul taccuino di Lotti sono scritti non più di 150/155 voti «sicuri» (158 sono a oggi un miraggio, i 161 del plenum un miracolo) per la riforma così com’è e Renzi mette nel conto la rottura con la minoranza, vuol dire che è pronto a giocarsi il tutto per tutto.
MORALE, per ora si va allo scontro. E con un arbitro, il presidente del Senato Grasso, che potrebbe decidere la partita a seconda di come fischia: se riapre la discussione sull’art. 2, come è tentato di fare (il famoso “nei” divenuto “dai”), la dà vinta alla sinistra interna e, in quel pertugio, si possono infilare tutte le opposizioni unite (135 voti sulla carta, ma sommati 25 dissidenti, fa 160, cifra pericolosa), mandando la riforma gambe all’aria. Se, invece, apre e chiude il voto solo sul V comma dell’art. 2 (il ‘nei’ diventato ‘dai’), ma senza riaprire le danze forse il governo si salva e la riforma pure. Intanto che Grasso ci pensa (“Non ho niente di nuovo da aggiungere – ha detto Grasso parlando con il Corsera – e ho ripetuto che finché non vedrò gli emendamenti presentati per l’Aula, non per la Commissione, non mi potrò pronunciare”), parlano i cannoni di entrambe le parti.

«Io non mollo», dice, con un ghigno, Matteo Renzi a Porta a Porta, “non entro nelle tecnicalità, dico che con le riforme dobbiamo fare un Paese più semplice e che, entro il 15 ottobre, si decide al Senato e si chiude. Poi, dopo sei letture parlamentari, saranno gli italiani a decidere con un referendum sì o no, E poi dicono che non sono democratico”…
«Sono stupefatto. I renziani pasdaran, dalla Boschi a Lotti, vogliono vedere scorrere il sangue. Renzi è il segretario del mio partito. Mi aspetto che faccia una proposta per unire, non per dividere. Se torna a fare il leader di una corrente finiamo tutti per andare a sbattere», ribatte Federico Fornaro, esponente di punta della minoranza dem.
L’iter del ddl Boschi riprende oggi in I commissione Affari costituzionali, allo stato sommerso dai 513 mila emendamenti di Calderoli che però mostra qualche vago segnale di disponibilità al ritiro. La verità è che, tra un’audizione dei governatori regionali, che vogliono avere ruolo e voce in capitolo, e una sostituzione (il reprobo Mario Mauro (gruppo Gal) il governo è già sotto pure qui (15 a 12 se va malissimo, 14 a 13 se va un po’ meglio). La presidente, Anna Finocchiaro, di cui la Boschi si fida molto e cui ha incaricato di seguire la bollente pratica con il capogruppo dem Zanda, prende posizione pure lei: «chi propone l’elettività diretta del Senato ne evoca una diversa natura del Senato, è velleitario». Insomma, un “sabotatore”: ergo, non se ne parla. Dall’altra parte, Vannino Chiti, che manco ascolterà Renzi (sarà in Polonia) ribadisce: «Si mette l’elettività all’art. 2 e si demanda il resto alla legge ordinaria». Tradotto: l’esatto contrario della Finocchiaro (come della Boschi e di Renzi).

TECNICISMI, ma inconciliabili tra loro e che la dicono lunga del clima. Tanto che Fornaro sbotta: «Non ci hanno offerto niente! Nulla, solo propaganda! Noi, se non c’è l’elettività dei senatori scritta, nero su bianco, all’art. 2, votiamo contro e tutti insieme, non ci divideranno» (i firmatari del documento della minoranza sono 25, degli emendamenti 28).
Salvatore Margiotta, renziano saggio e che osserva la contesa con il necessario distacco, è sicuro che «Renzi terrà il punto, come è giusto che sia, non si farà ricattare». Preoccupato, lo “stabilizzatore” Paolo Naccarato, senatore di Gal, invoca «il metodo Mattarella: prima serve l’unità dentro il Pd, poi si discute con tutti i gruppi e la soluzione si trova su questa e altre riforme. Obiettivo il 2018». Già, l’unità del Pd, quella che non c’è.

NB. Questo articolo è stato pubblicato l’8 settembre 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale