L’illusione dei senatori ‘eletti dal popolo’. Come l’intesa Renzi-minoranza, in realtà, salva e promuove i ‘nominati’

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

A VOLTE, si sa, le toppe sono peggiori dei buchi. Prendiamo, per dire, la riforma del Senato. L’elettività «diretta» o meno dei futuri senatori-consiglieri regionali è stata il cuore di un duro braccio di ferro tra governo e minoranza Pd. Il risultato della mediazione, all’apparenza, soddisfa entrambi, ma la verità è che i ribelli hanno subìto una sconfitta, mascherata da vittoria, e la riforma è zeppa di bachi di difficile o dubbia soluzione.

PRIMO BACO. Il Senato avrà 100 membri, da cui vanno tolti le cinque «personalità autorevoli» nominabili dal Capo dello Stato, ma a tempo (sette anni). E i sei senatori a vita attuali? Restano in carica e già così il numero dei «nominati» (e non eletti) lievita a 11 e il numero complessivo del Senato a 106. Infine, cosa ne sarà del Capo dello Stato attuale (Mattarella) e di tutti i futuri cui non spetterà più, automaticamente, la nomina a senatore a vita e presidente ‘emerito’? Verranno nominati ad hoc ma solo per sette anni anche loro?

SECONDO BACO. È il punto più controverso e, a suo modo, famoso. Il comma 5 dell’articolo 2, così come modificato dall’accordo dentro il Pd, ha aggiunto, alle norme sulla durata del mandato dei senatori, la frase «in conformità alle scelte degli elettori». Il concetto è: i cittadini scelgono, i consigli regionali si limitano a ratificarne la scelta. La minoranza ha gridato al successo. È così? Mica tanto.
Innanzitutto, il comma 5 va letto insieme al comma 2: parla di consigli regionali che «eleggono con metodo proporzionale i senatori tra i loro componenti e, nella misura di uno per ciascuno, i sindaci dei rispettivi territori». Da un lato vuol dire che toccherà comunque ai consigli regionali ‘designare’ (di fatto, ‘nominare’) i futuri consiglieri-senatori, pur dovendo rispettare la volontà dei cittadini “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi” (comma 5). Ma in cosa consiste la “conformità alle scelte espresse dagli elettori”? Conformità rispetto ai candidati? Conformità rispetto al risultato politico delle elezioni regionali? Non è chiaro.

Dall’altro lato, si dimentica troppo facilmente che ogni regione «deve» eleggere almeno un sindaco (21 in totale), oltre ai consiglieri-senatori (74). I sindaci da eleggere sono 21 e verranno dunque, «scelti» dai consigli regionali, non certo votati direttamente dagli elettori. Inoltre, nessuna regione può avere meno di due senatori: vuol dire che le regioni più piccole hanno a disposizione un solo consigliere-senatore, oltre al sindaco. Gioco forza, il governatore eletto di ogni regione piccola (esempio: il Molise), essendo anche il consigliere-senatore più votato, sarà, dunque, lui e solo lui il futuro senatore di quella regione. Su 95 seggi, 20 circa se ne vanno così. Ne restano 60 circa, dove invece il cittadino potrà incidere, ma pure qui vige il proporzionale: saranno privilegiate, nelle regioni grandi, che eleggeranno in media cinque senatori, i partiti più grandi. Se un partito non arriva al 15-20% difficilmente eleggeràdei consiglieri-senatori. In pratica, e stante le percentuali attuali, solo il Pd riuscirà, in effetti, a rispettare le indicazioni dell’elettore e le sue ‘preferenze’, in numero di due/tre futuri senatori eletti per ogni regione. E l’M5S e la Lega, forse, ma di certo le preferenze riversate sui consiglieri-senatori dei partiti piccoli finiranno nel nulla: i voti a quei consiglieri di chi pure li volev senatori, non serviranno.

TERZO BACO. Come verranno scelti i consiglieri-senatori? Via libera all’espressione delle preferenze dei cittadini, dice la minoranza. Ma la possibilità di introdurre un «listino», fino a ieri tanto aborrito, è nei fatti. Per evitare che l’elettore non si spacchi la testa, servirà infatti individuare e stilare tre liste: quella del candidato-governatore, che elegge i suoi in blocco per avere la maggioranza in Consiglio; la lista dei consiglieri regionali; la lista/listino dei consiglieri-senatori. Il “listino”, tanto aborrito dalla minoranza, dunque, uscito dalla porta, rientra dalla finestra. Senza dire che, in caso di contestazioni, dubbi interpretativi e questioni di legittimità, sarà il consiglio regionale a discriminare i veri consiglieri-senatori che verranno eletti e non gli elettori. Insomma, i consigli regionali non potranno limitarsi a ‘ratificare’ il voto popolare, ma potranno dire la loro.

QUARTO BACO. Tre le fonti o livelli normativi: la Costituzione (che verrà), la legge elettorale nazionale quadro (tutta da scrivere) e le leggi regionali con tanti sistemi diversi tra loro: armonizzarle non sarà facile e i ricorsi alla Consulta pioveranno. Del resto, la ‘legge-quadro’, pur dovendo armonizzare le norme tra loro, sarà una legge ordinaria: non potrà cioè prevalere (almeno non sempre) sulle diverse leggi regionali (la Costituzione sì, ma in ogni caso i conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato non si faranno attendere).

QUINTO BACO. Anche se il referendum istituzionale si tenesse a ottobre 2016, la riforma non potrà entrare in vigore (art. 38 del ddl Boschi) prima della fine della legislatura (2018) e non entrerà a regime prima del 2020. Nel frattempo, saranno i consigli regionali attuali o in scadenza a mandare i loro consiglieri a fare i senatori: in via del tutto indiretta. Come saranno ‘indiretti’ molti dei futuri consiglieri-senatori. Per la minoranza, la vittoria è di Pirro.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 25 settembre 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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