Primarie del Pd e del centrosinistra. Un vademecum. Oggi e domani si vota a Milano, il 6 marzo a Roma e Napoli

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

Ettore Maria Colombo

NB. Questo articolo è stato pubblicato in versione originale per il sito Internet di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

Le primarie del Pd/centro-sinistra si terranno il 6/7 febbraio a Milano e il 6 marzo nel resto d’Italia, in vista delle amministrative vere e proprie che si dovrebbero tenere, invece anche se ancora non c’è una comunicazione ufficiale del ministero degli Interni, il 5 giugno (primo turno, con eventuale ballottaggio il 19 giugno, due domeniche dopo). E questo perché – a causa di un complicato incrocio di ponti (festa della Repubblica il 2 giugno, SS Pietro e Paolo il 29 giugno) e festività religiose (la Pasqua ebraica,12/13 giugno) – l’accoppiata di data 5/19 giugno resta la sola in campo.

Saranno di certo un test per il Pd, ma anche per il premier e il governo. Si tratterà di capire, infatti, se i candidati che godono dell’imprimatur – sia pure non ufficiale, ma assai concreto e fattivo – di Renzi (Sala a Milano, Giachetti a Roma, diverso il discorso per Napoli dove un renziano non c’è) passeranno l’esame, in questo caso degli elettori del Pd e del centrosinistra, e con quali percentuali. Inoltre, bisognerà vedere quale sarà, invece, l’impatto di candidati della sinistra interna del Pd o, comunque, caratterizzati fortemente a sinistra, sia pure senza l’appoggio ufficiale o, in alcuni casi, solo ufficioso di Sel-SI (Balzani e Majorino a Milano, Morassut a Roma, la turca Valente a Napoli): se, cioè, lo spazio di una sinistra dentro il Pd o nel centrosinistra ha ancora spazio e peso, e quale. Infine, bisognerà capire quanto il voto e l’appoggio di possibili “truppe cammellate” di area moderata (i centristi e moderati a Roma, i ciellini e i verdiniani, ma anche pezzi di Ncd, a Milano) potranno condizionare e pesare, a favore dei candidati più moderati e renziani (Sala e Giachetti), aiutandoli a vincere e, soprattutto, a costruire quel Partito della Nazione moderato cui punta Renzi. Ma vediamo le principali sfide delle primarie del Pd-centrosinistra nelle principali città italiane.

REGOLE VALIDE PER TUTTI (TRANNE CHE A NAPOLI…).

In tutte le città italiane – tranne a Napoli – è stato possibile candidarsi raccogliendo le firme tra tutti i cittadini presunti elettori del centrosinistra, i quali – una volta convocate le urne per le primarie – potranno votare recandosi al seggio con un documento d’identità valido (patente, passaporto, etc.) e, versati due o più euro, dichiararsi elettori del centrosinistra (un sistema di controllo delle firme dei votanti con i registri comunali dove sono iscritti gli elettori di quel Comune dovrebbe impedire casi di doppi voti e firme false). Possono votare tutti i cittadini italiani dai 16 anni in su (quindi non solo i maggiorenni) residenti nella città in questione e tutti i cittadini extracomunitari forniti di regolare permesso di soggiorno e pure ivi residenti. I seggi saranno apposti nei classici gazebo, ma anche – per esempio a Milano – in circoli Arci, sezioni di partito, negozi, librerie, etc. Invece, a Napoli, hanno potuto firmare a sostegno delle candidature ‘solo’ gli iscritti al Pd e Umberto Ranieri, che si era presentato davanti alla commissione di garanzia del Pd locale con 1200 firme a suo sostegno, non è stato ammesso alla competizione ma escluso.

MILANO

I candidati alle primarie del Pd-centrosinistra che si terranno a Milano il 6 e 7 febbraio 2016 sono quattro: Giuseppe Sala (area Pd), Francesca Balzani (Pd), Pierfrancesco Majorino (Pd) e Antonio Iannetta (società civile). La città è governata, da cinque anni, dal sindaco (ex indipendente di Sel) Giuliano Pisapia (di professione avvocato, ex parlamentare del Prc) che guida una giunta Pd-Sel, che però ha annunciato, un paio di mesi fa, l’irremovibile volontà di non ricandidarsi al II mandato.

Giuseppe Sala (ex ad della giunta Moratti di centrodestra, commissario all’Expò, ingegnere): è il superfavorito della corsa di Milano. Fortemente voluto da Renzi, che ha pressato a lungo su di lui per fargli sciogliere dubbi e riserve, gode del consenso di tutto il Pd ufficiale, renziano e non (la corrente riformista che fa capo al ministro all’Agricoltura, il lombardo Maurizio Martina, in testa, gli ex penatiani di Matteo Mauri, la ex sinistra di Franco Mirabelli, etc.), di quasi tutti gli assessori della giunta Pisapia, che si sono schierati in blocco per lui, di praticamente tutti i parlamentari dem lombardi, ma anche di grandi pezzi di mondo degli affari, salotti buoni, ambienti benpensanti e settori moderati di Ncd, Udc, Ala (Verdini) e, persino, di Cl che andrà in massa a votare per lui. Nonostante l’ostilità di giornali come il Fatto quotidiano e di ambienti radical chic della sinistra, è lui il candidato super-favorito: una sua sconfitta sarebbe disastrosa sia per lui che per Renzi.

Francesca Balzani (avvocato tributarista, ligure, già assessore al Bilancio a Genova nella giunta Vincenzi, poi europarlamentare del Pd, assessore al Bilancio e poi vicesindaca nella giunta Pisapia): di sinistra senza darlo troppo a vedere, capelli corti e modi gentili, carattere forte, osso duro come sanno i suoi ex colleghi a Bruxelles, esperta e conoscitrice certosina di conti e bilanci, arrivata in giunta Pisapia per sostituire la prima scelta al Bilancio, Bruno Tabacci, che andò a Roma, ha fatto scendere il debito della città, si è saputa conquistare la fiducia del sindaco e della sua cerchia più ristretta e di fiducia, a partire dal capo di gabinetto del sindaco, Maurizio Baruffi, e – pur dopo vari tentennamenti e dubbi che non ne hanno aiutato la corsa – ha deciso di candidarsi, ma il suo è stato il compito più difficile: risalire la china dietro la candidatura del super-manager Sala e anche dietro il terzo incomodo, Majorino, più conosciuto ai milanesi e in corsa da più tempo di lei. Se riuscirà a vincere, conquistando il cuore del mondo ‘arancione’ che lanciò Pisapia, avrà compiuto un miracolo.

Pierfrancesco Majorino (nipote del poeta Majorino, ex fondatore dell’Uds, Unione degli Studenti, e della Rete studentesca nazionale, vicino alla Cgil e ai movimenti no-global, pacifista, di sinistra e antiproibizionista, è stato assessore alle Politiche sociali nella giunta Pisapia, caratterizzandosi soprattutto sul fronte dell’accoglienza ai migranti e dell’aiuto ai poveri nella città meneghina): terzo incomodo nella corsa tra tra Sala e Balzani, paradossalmente è stato lui a candidarsi per primo. Teoricamente ‘civatiano’ (ma Pippo Civati è uscito da tempo dal Pd, ormai…), in pratica di sinistra e basta, Majorino è in forte risalita anche nei sondaggi e potrebbe approfittare sia dei voti di sinistra (Milano è l’unica città dove Sel è rimasta in coalizione e non ha rotto definitivamente con il Pd) che di quelli degli arancioni ‘arrabbiati’: con Pisapia che ha mollato e con una Balzani troppo morbida.

Antonio Iannetta (direttore dello Uisp, Unione italiana sport per tutti): il simpatico outsider, barbetta e look azzimato, genuina espressione del mondo del Terzo settore, non ha alcuna speranza.

ROMA

I candidati alle primarie del Pd-centrosinistra che si terranno a Roma il 6 marzo 2016 (la possibilità di voto è aperta a tutti i cittadini italiani maggiorenni e agli extracomunitari dotati di regolare permesso di soggiorno che si auto-dichiarano elettori del centrosinistra e non solo agli iscritti al Pd) sono quattro: Roberto Giachetti (Pd), Roberto Morassut (Pd), Gianfranco Mascia (Verdi) e Stefano Pedica (Idv-Pd). Nella Capitale, dopo le dimissioni dell’ex sindaco, Ignazio Marino (Pd), eletto nel 2013, alla guida c’è il commissario, nominato dal governo, Paolo Tronca mentre il prefetto è Franco Gabrielli.

Roberto Giachetti: vice-presidente della Camera dei Deputati, a lungo ex radicale e appassionato campione di battaglie legalitarie (droghe leggere, svuota-carceri, legge elettorale maggioritaria), ex capo di gabinetto di Rutelli, poi esponente della Margherita e ora del Pd, renziano della prima ora, si è candidato per primo alle primarie e, per un po’, è sembrato dovesse restare l’unico candidato in campo. Infatti, l’ex sindaco, Ignazio Marino, ex senatore del Pd e vincitore delle primarie nel 2013, ma costretto alle dimissioni alla fine del 2015 per la pressione del Pd e dello stesso Renzi e oggi sostituito nella gestione amministrativa ordinaria dal prefetto Paolo Tronca, aveva annunciato che non avrebbe ripreso la tessera né si sarebbe candidato alle primarie (ma forse alle elezioni lo farà!). Inoltre, l’ex deputato del Pd, oggi fondatore di Sinistra Italiana-Sel, Stefano Fassina, aveva già annunciato, e poi confermato, anche davanti alla discesa in campo di Giachetti, che non si sarebbe candidato alle primarie del Pd e del centrosinistra preferendo candidarsi alle elezioni per la Sinistra (Fassina ha già iniziato la sua campagna elettorale, battendo Roma palmo a palmo dalle periferie). Giachetti ha incassato da subito l’appoggio di renziani, ovviamente, che a Roma fanno capo all’attuale ministro Gentiloni, franceschiniani (l’eurodeputato Sassoli e la ex consigliera comunale Michela De Biase, moglie di Franceschini), Giovani Turchi (forti, in città, grazie alla presenza del presidente del Pd e commissario straordinario di Roma, Matteo Orfini), ex popolari (Gasbarra), zingarettiani (democratici di sinistra legati al presidente della Regione, Nicola Zingaretti). Tra le prime decisioni di Giachetti c’è stata quella di far presiedere il suo comitato elettorale all’ex radicale Ileana Argentin, deputata disabile e fedelissima di Goffredo Bettini (storico ras della politica del Pci-Pds-Ds romano, inventore del cd. ‘modello Roma’ che portò al successo e alle consiliature dei sindaci Rutelli e Veltroni), un tempo vicina a Ignazio Marino. Giachetti, insomma, è quello che rischia di più, se tutto: una brutta figura per sé, il Pd ufficiale e per Renzi, essendo renzianissimo. Infine, tutti i dem rimasti scottati o addirittura travolti prima dallo scandalo dell’inchiesta di ‘Roma Capitale’ e poi dalle dimissioni traumatiche della giunta Marino (i circoli del Pd finiti nel ‘rapporto Barca’, i presidenti dei municipi costretti alle dimissioni, gli ex consiglieri e assessori di Marino), l’hanno giurata non solo alla coppia Renzi-Orfini, ma pure a tutti i suoi colonnelli, Giachetti in testa.

Roberto Morassut (oggi deputato, a lungo assessore alla Mobilità nelle giunte Veltroni, da sempre collocato a sinistra, fino a ieri seguace di Goffredo Bettini, all’inizio sostenitore di Ignazio Marino): la sua candidatura, inizialmente autonoma e solitaria, ha acquistato peso via via, negli ultimi giorni: ha incassato subito l’appoggio ufficiale della sinistra Pd (i cuperliani e Area riformista di Speranza), sta per arrivare quello della corteggiatissima Estella Marino, ex assessore (renziana) di Marino, che ha rinunciato a candidarsi per far spazio proprio a Morassut, con lui stanno già ex bettiniani di ferro (il presidente della commissione Trasporti, Michele Meta), ex socialisti riformisti romani e non, ex veltroniani storici come lui (il suo portavoce è lo stesso, storico, di Veltroni, Roberto Roscani) e, persino rutelliani critici, come l’area che fa capo al sottosegretario alla PI, Angelo Rughetti. Eppure, Morassut sostiene di “aver sentito Renzi al telefono” e di non essere “il candidato della minoranza”, sperando di allargare il più possibile i confini della sua candidatura. Magari fino ad allargarla ai tanti scontenti del Pd romano/laziale che sono stati travolti da Roma Capitale e dalla giunta Marino, a partire dal grande nemico di Orfini e Renzi a Roma, l’ex segretario laziale del Pd Marco Miccoli.

Sfumata, invece, per ora, la candidatura dell’ex ministro alla Cultura, il dalemiano Massimo Bray, che sarebbe sceso in campo, se Morassut non si fosse candidato, per fare il più male possibile a Giachetti (e, dunque, a Renzi), ma non è ancora esclusa una candidatura autonoma di Bray alle comunali vere e proprie. In quel caso, si tratterebbe, con ogni evidenza, di una candidatura anti-Pd.

Gianfranco Mascia: organizzatore del No Berlusconi Day del 2009, poi nell’Idv, poi vicino all’M5S e ‘leader’ (sic) del Popolo Viola, oggi portavoce romano dei Verdi, ha deciso – buon ultimo – di scendere in campo a sua volta.

Domenico Rossi (Centro democratico): ex generale dell’Esercito italiano (arrivato fino a comandante di brigata, oggi è sottosegretario alla Difesa del governo Renzi): eletto con Monti nel 2013, poi passato con Ncd-Udc, poi in Scelta civica, oggi deputato di Centro democratico-Popolari. Oscure al mondo dei più le ragioni ‘politiche’ che spingono uno come Rossi a correre alle primarie…

Stefano Pedica (ex senatore del Pd, oggi iscritto al Pd): nessuno se n’è accorto, ma corre anche lui.

NAPOLI

Nella città governata dal sindaco di sinistra-sinistra Luigi De Magistris, che si ripresenterà al voto per un secondo mandato mentre il centrodestra schiererà l’imprenditore Antonio Lettieri e i grillini devono ancora scegliere, i candidati alle primarie del capoluogo campano, che si terranno il 6 marzo 2016, sono quattro: Antonio Bassolino (Pd), Valeria Valente (Pd), Marco Sarracino (Pd) e Antonio Marfella (Psi).

Antonio Bassolino (‘o re’, ex sindaco di Napoli all’inizio degli anni Novanta, poi ‘o governatore’, della Campania per due mandati, ma anche ex ministro di D’Alema ed ex eurodeputato europeo): quando tutti credevano che si fosse ritirato a fare il nonno e accarezzare il gatto, Bassolino, alla fine dell’anno scorso, ha stupito tutti e si è candidato, per l’ennesima volta (dopo un intervallo di 10 anni si può fare, per legge) a sindaco della sua città. All’inizio, il Pd – renziano e non – ha cercato di ostacolare in tutti i modi la sua candidatura, arrivando ad escogitare un meccanismo tecnico per impedire che potesse correre (la norma lo avrebbe impedito a tutti gli ex sindaci per due mandati). Poi, il Pd ufficiale ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e ad accettare la sfida solitaria di Bassolino contro cui – sia pure ferocemente divisi al loro interno – si sono schierati tutti i big locali. Infine, quando Bassolino sembrava lanciato verso una corsa (e una vittoria) in splendida solitudine, ecco arrivare, quasi al 90 esimo, le altre candidature, più o meno vicine a pezzi del Pd napoletano.

Valeria Valente (39 anni, deputata dal 2013, ex assessore della giunta Iervolino e, per paradosso, ex bassoliniana doc, oggi invece esponente della corrente dei Giovani Turchi): dopo molte insistenze, sia i Giovani Turchi che i renziani locali hanno spinto la Valente a schierarsi come anti-Bassolino. Non è mancata la benedizione del governatore campano, Vincenzo De Luca, storico avversario di Bassolino, e del vero ras delle preferenze nel Pd campano, il capogruppo in Regione Mario Casillo, come pure di ex pezzi di Verdi e socialisti locali (il deputato Marco Di Lello), per non dire dei renziani, ma la Valente ha perso per strada sia pezzi della sua corrente, i Giovani Turchi (il consigliere regionale Marciano sta con Bassolino) e di altre aree che, in teoria, la appoggiano (Area dem di Francheschini, ad esempio, avrebbe voluto la candidatura dell’oncologo Riccardo Monti).

Marco Sarracino (segretario dei Giovani democratici campani, il più giovane candidato italiano, classe 1989): ha la benedizione di Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil e di Area riformista di Roberto Speranza. Ex civatiano, oggi esponente della sinistra interna, può rivelarsi la vera sorpresa.

Antonio Marfella (medico oncologo): è il candidato del Psi, nessuno ne sa di più, di uno come lui.

Umberto Ranieri (69 anni, migliorista storico, presidente della Fondazione Mezzogiorno Europa, allievo prediletto dell’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano, sottosegretario agli Esteri nei governi D’Alema e Amato, anti-bassoliniano per antonomasia, già candidato sconfitto alle primarie 2011): è il grande escluso della corsa alle primarie a causa del regolamento del Pd napoletano (possono presentare firme a sostegno delle varie candidature solo gli iscritti al Pd, non generici elettori) ha perso la sua vera, grande, occasione alle primarie del 2011, quando venne sconfitto sempre da un bassoliniano, l’eurodeputato Antonio Cozzolino, e accusò l’avversario di brogli (‘cinesi’ in testa) nei voti alle primarie. Le primarie vennero comunque annullate, si ritirò dalla corsa anche Cozzolino, il Pd candidò il prefetto Mario Morcone a sindaco di Napoli e perse contro l’attuale sindaco, l’allora esponente dell’Idv, Luigi De Magistris, costringendo il partito all’irrilevanza in tutti questi anni. Se le primarie le avesse vinte Ranieri le cose, per il Pd e Napoli, sarebbero andate in tutt’altro modo.

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