Primarie a Roma e Napoli: chi vince e chi perde, a seconda dei risultati, dentro il Pd

Elezioni europee 2014, Matteo Renzi va a votare

Europee 2014: Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Un test per il Pd e, anche, forse soprattutto, un test per il premier, il governo e la sua maggioranza, tra nuovi centristi che arrivano (Verdini) e vecchia sinistra che se ne va e cerca di correre da sola (Sel versus Sinistra Italiana con Fassina a Roma, forse,  nessuno a Napoli, forse un candidato nuovo a Milano…). Questo sarà il test del 6 marzo, le primarie del Pd e del centrosinistra, che peraltro si terranno non solo a Roma e Napoli, ma anche in altre nove città italiane (a Caserta sono state rinviate per sospetti brogli, già in anticipo) Dopo quelle di Milano dello scorso 6 febbraio – in cui ha vinto il renziano Sala solo perchè i due candidati di sinistra, Majorino e Balzani, si sono scioccamente divisi e litigati tra loro – e in attesa delle elezioni vere che si terranno forse il 29 maggio o, forse, il 5 giugno (I turno, ballottaggi 15 giorni dopo), la conta sarà capire chi ha perso e chi ha vinto, nel Pd.

Le sfide principali sono, naturalmente, due: Roma e Napoli. Il disinteresse degli
elettori è alto e i sondaggi sull’affluenza sono poco benauguranti: a Roma potrebbe crollare sotto i 40 mila votanti (per Marino sindaco votarono in 80 mila su 100 elettori, nel 2013) e a Napoli finire sotto i 20 mila (nel 2011 i votanti furono ben 45 mila, ma poi furono ‘sospese’ e mai più rifatte perchè inficiate da brogli che impedirono la proclamazione del vincitore).

A Napoli, tutte le correnti del Pd, renziani e non, ma soprattutto i tanti capi-bastone e portatori di voti (ex Dc, ex Psi, etc.) stanno con Valeria Valente (deputata, ‘giovane turca’) che ha ucciso il padre, Antonio Bassolino, di cui era seguace, oltre che ex assessora. Con Bassolino, invece, non c’è più nessuno, men che meno il Pd renziano e tutti i suoi circoli, solo l’affetto di una parte – neppure tutta – del vecchio ‘popolino’  di sinistra che rimpiange ‘o re’. Gli altri due concorrenti (Marco Sarracino, giovane esponente della sinistra dem, voluto da Epifani) e Antonio Marfella (oncologo, socialista) si spartiranno le briciole.

Renzi, a Napoli, non tifa per nessuno: voleva imporre un suo uomo (Conti, il solito manager…), ma ha perso e ha dovuto subire la candidatura della Valente (i Giovani Turchi sono ormai strategici, dentro il Pd a trazione renziana) e ora spera solo che perda pure
Bassolino. A Roma, invece, Renzi ha fortemente voluto che un Giachetti, recalcitrante, scendesse in campo: come ha imposto, ai dem milanesi, il manager Sala, ha imposto ‘Giac’ ai romani. Né è vero che, al premier, non importi perdere Roma, pur di vincere Milano e conservare Bologna e Torino: Renzi sa invece benissimo che governare il Paese avendo il sindaco della Capitale contro, o come contropotere, è un guaio enorme, quindi ci tiene.

Solo che, a Roma, il Pd, più che diviso per bande, vive una faida infinita figlia delle dimissioni di Marino da sindaco, del commissariamento di tre quarti di partito e, soprattutto, di un inchiesta, Mafia Capitale, che ha abbattuto mezzo Pd capitolino. Roberto Morassut è stato spinto a candidarsi da Walter Veltroni, in antipatia a Renzi (ma Veltroni fa sapere: io non c’entro nulla, Morassut ha voluto scendere in campo lui), benedetto, con discrezione, dal ‘grande vecchio’ Goffredo Bettini, supportato da Massimo D’Alema (la cui vera mossa sarà, ma solo se vince Giachetti, lanciare la candidatura di Massimo Bray per spaccare la sinistra, obbligando Fassina al ritiro e far perdere Renzi) e ora è aiutato da vari
zingarettiani, nel senso di fedelissimi al governatore laziale Zingaretti, e dalla sinistra interna (tutta). E così, la sua candidatura, formalmente ‘a-renziana’, ha preso, quasi
inaspettatamente, quota e piede e Morassut ha scoperto che se la può giocare, contro il favorito Giachetti. Il pasdaran del renzismo, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti doveva vincere facile ed ha comunque visto scendere in campo mezzo governo a suo vantaggio, ha macinato 2 mila km in un mese, visitato tutte le (orribili) periferie di Roma, incontrato chiunque, con il suo solito piglio caparbio, un po’ arcigno, ma generoso. Morassut invece si è fortificato nelle mura di cinta di quel che resta del Pd, assicurandosi l’appoggio, oltre che della sinistra dem di Speranza, Bersani e Cuperlo, di varie altre aree (solo i renziani doc e i cattodem stanno con Giachetti, i ‘Giovani Turchi’ pure, ma per finta e, in realtà, giocano su più tavoli…), mentre gli altri due competitor, il transfuga dall’Idv, Stefano Pedica, e il (patetico, con il suo orsetto) ‘verde’ Gianfranco Mascia non esistono, se non per cercare di garantirsi quei cinque minuti di felicità che, peraltro, hanno pure avuto.

Certo è che una competizione moscia e noiosa per quasi tutto il tempo della campagna elettorale, ha avuto, finalmente, qualche sussulto, solo grazie alle ultime polemiche sui voti ‘sporchi’ in arrivo, quelli di Verdini, che dovrebbero andare a Giachetti, come quelli dei ciellini, mentre i vecchi ras dem, usciti a pezzi da Mafia Capitale, voteranno -per ripicca contro il commissario straordinario del Pd romano, Orfini, che li ha tutti commissariati e in alcuni casi chiusi, con seguito di furibonde polemiche di quartiere (vedi il caso del circolo di Donna Olimpia) – per Morassut. La gara è apertissima e neppure i cinesi romani, dicono, sanno per chi votare. I rumeni, invece, lo sanno: votano Giachetti.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 5 marzo 2016 sul Quotidiano Nazionale.