Tre pezzi ‘difficili’. Renzi, il caso Guidi, il caso Boschi e gli equilibri dentro il governo e dentro il Pd nella ‘tempesta’.

Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

Tre pezzi ‘difficili’. Renzi, il caso Guidi, il caso Boschi e gli equilibri dentro il governo e dentro il Pd nella ‘tempesta’.

1) Renzi si prende tutte le responsabilità. E sfida le toghe: “Sfidate me”. Ma il premier teme il complotto: “Vogliono far ottenere il quorum al referendum”.

SILURO numero 1, modalità ‘pubblica’: «L’emendamento Tempa Rossa – spiega Matteo Renzi a In mezz’ora – è roba mia, rivendico con forza quella norma. Non è quello il problema, ma chi commette atti illeciti: non vanno bloccate le opere, va bloccato il ladro». E ancora: «Dell’inchiesta non sapevo nulla ed è giusto così: in un Paese civile c’è distinzione tra potere esecutivo e giudiziario, ma se i pm vogliono, sono pronto a essere interrogato». Siluro numero 1, modalità ‘privata’: «Non mi sentirai mai – sbotta il premier con un amico senatore – attaccare le toghe, ma non capisco perché i magistrati di Potenza non chiamino pure me, come persona informata sui fatti, insieme a Maria Elena. Abbiano il coraggio di farlo! E comunque oggi, in Direzione, tornerò sul caso Margiotta, scagionato del tutto, sì, ma dopo anni di calvario e accuse pesantissime».

E QUI va ricordato che il senatore lucano Salvatore Margiotta si era subito autosospeso dal Pd dopo una condanna per corruzione proprio verso Total: assolto in primo grado, condannato in secondo, sentenza cancellata in Cassazione, Margiotta ne è uscito immacolato (stessa Procura, pm Woodcook).

Siluro numero 2, modalità ‘pubblica’: «Non credo ai complotti dai tempi del Processo del Lunedì, Grillo e Berlusconi non sono poteri forti, ma pensieri deboli, dire a noi che siamo quelli delle lobby mi fa schiattare dalle risate». Siluro numero 2, modalità ‘privata’: «Meb (Boschi, ndr) ha sbagliato a tirare in mezzo l’ombra del complotto ‘inglese’, ma un complotto c’è: opposizioni, poteri forti e giudici vogliono far raggiungere al referendum anti-trivelle un quorum che i sondaggi dicono che non c’è ma che vogliono usare per farmi fuori. Io spero che il referendum fallisca, poi chi nel Pd vuole andare a votare lo faccia. Non voglio perdere tempo a litigare con la minoranza. Se vogliono la tregua bene, abbiamo problemi più gravi che le liti di corrente. Ma se vogliono mettersi con il Gan (l’acronimo sta per «Grande Alleanza Nazionale», ndr.) e formare la ‘Santa Alleanza’ per farmi fuori non farò sconti. La minoranza decida se vuol stare con ‘noi’ o con ‘loro’. Io so – conclude – che l’osso del collo me lo gioco sulle riforme».

Terzo siluro, modalità unica, pubblica e privata: «Marco Carrai lavorerà con me nel mio team a palazzo Chigi, non ci vedo nulla di male, ma non esiste che io metta un mio amico alla guida del Dis o dei Servizi!».
Morale: Matteo Renzi «è tonico». Così lo descrivono i suoi, così si sente lui. All’offensiva giudiziaria e politica, ha già risposto con la controffensiva che gli riesce meglio, quella mediatica: sabato, intervento a sorpresa alla scuola di formazione politica del Pd; domenica, one man show da Lucia Annunziata; oggi, lunedì, Direzione del Pd, dove il premier cercherà la «tregua» con la sinistra interna; martedì riesumazione di «Matteo risponde» su tutti i social network.

E il nome del successore della Guidi allo Sviluppo economico? Non arriverà entro oggi. «Non ho ancora incontrato Mattarella, la prima persona con cui ne parlerò è lui», sottolinea Renzi per galateo istituzionale e pure per non inimicarsi il Colle. È plausibile che la nomina del nuovo titolare del Mise arrivi a breve, tra martedì e giovedì, oppure che dovrà attendere un assai più lungo interim (tra l’8 e il 10 aprile il Capo dello Stato sarà via).

Il toto-nomi, ovviamente, impazza ma, a oggi, resta il testa a testa: scartata la soluzione del «nome a effetto», impraticabile per mille motivi, restano in campo solo due cavalli di razza: il viceministro Teresa Bellanova (57 anni, pugliese, ex operaia, ex Cgil), la scelta che più convince Renzi, e il sottosegretario a palazzo Chigi, Claudio De Vincenti (gran commis già di Monti e Letta) che proprio dal Mise viene e che poi ha preso il posto che fu di Delrio. «Tutto», però, dice che Renzi sceglierà la Bellanova: lui la stima molto, si è anche esposta per l’astensione sul referendum e lo copre molto di più «a sinistra». Perché le prossimi elezioni «non le vinco mica con Verdini», sospira, ormai, Matteo Renzi.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 4 aprile a pagina 2 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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2) La sfida di Renzi: vinco ancora io. “E sul petrolio lucano rifarei tutto”. Poi sbotta: “Dalla Guidi telefonata inopportuna”. La Bellanova in pole per sostituirla al Mise.

RENZI ha due, impellenti, necessità, davanti a sé, e sta provando a sbrigarle nel miglior tempo utile. La prima è, ovviamente, quella di trovare, e subito, un sostituto al Mise, l’ex ministero della Guidi. Un posto cruciale, per le politiche ecnomiche del governo, crisi industriali in testa, ma dove regna il “deserto” causa le recenti uscite (De Vincenti, Calenda). Il profilo, al di là del solito toto-nomi (il dg di Confindustria Marcella Panucci, la vicepresidente di Squinzi Antonella Mansi, Guerra, Moretti), Renzi ce l’ha già in testa, e da ore. Non si tratta certo dell’ex governatore dell’Emilia, Vasco Errani: «Vorrebbe dire venire a patti con noi – ribatte secca la minoranza – e Renzi non ha alcuna intenzione di farlo, preferisce “fagocitare” pezzi di sinistra presunta dialogante». Il nome, infatti, è quello dell’ex sottosegretario al Lavoro, da due mesi al Mise, Teresa Bellanova: sindacalista, pugliese (utile, cioè, anche in funzione «anti-Emiliano»), di sinistra ma riformista (nidiata Epifani), seria, solida e senza fronzoli, Renzi l’ha lodata, a mo’ di esempio, anche all’ultima Leopolda. Inoltre, ha il pregio di essere donna in un governo dove la parità di genere, dalle nomine di Gentiloni e Costa in poi, è ‘sotto’ 10 a 5.

MORALE: sarà lei, non appena il premier sarà tornato dagli Usa e si sarà consultato con Mattarella e chiuso il suo breve interim al Mise. Di certo prima del referendum del 17 aprile e del voto di chiusura alla Camera sul ddl Boschi (12 aprile). Stante, ovvio, gli impegni istituzionali del Capo dello Stato che dal 7 al 10 aprile è in Sicilia e a Verona. Il secondo obiettivo di Renzi è quello di proteggere il ministro Boschi dal pesante tiro al bersaglio.
«Attaccando e screditando Maria Elena vogliono farci cadere e sostituirci con un governo istituzionale» sbotta Renzi ai suoi al telefono.

Da qui le parole in modalità ‘on’ di Renzi: «Con noi la musica è cambiata, chi sbaglia va a casa. Guidi non ha commesso un reato, ma ha fatto una telefonata inopportuna, s’è dimessa. In passato», aggiunge Renzi in aperta polemica con Enrico Letta, «il ministro Cancellieri, cui io avevo chiesto quel gesto, non l’ha fatto».

Infine, la difesa, a spada tratta, dell’emendamento Tempa Rossa. Renzi da Washington e la Boschi da Bologna lo definiscono «sacrosanto»: «porta posti di lavoro». Boschi aggiunge: «quell’emendamento lo rifirmerei domani e ancora». Morale: Renzi, stavolta, non è «furibondo», com’è facile dipingerlo. «Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare» ama invece dire lui con la calma fredda del giocatore di poker pronto a dire «piatto». La manovra degli avversari, interni/esterni al Pd, è chiara, per i renziani: «incidente al Senato, riforme che saltano, governo istituzionale che Mattarella avallerebbe, elezioni confermate al 2018 e, nel frattempo, riscossa dei “minorati” del Pd per riprendersi il partito». Non manca lo spruzzo di fantapolitica: «certe ‘centrali’ internazionali (cancellerie, mercati, futuri presidenti Usa) vogliono farci fuori e ritrovarsi l’Italia debole e docile».
Per i renziani, «dietro», non c’è l’asse Speranza-Cuperlo, «ma Bersani, D’Alema, Enrico Letta» e le «centrali occulte», forse Draghi. La prova? Nel mirino è entrato, «suggerito ai grillini dai nostri della minoranza, Speranza in testa», il governatore lucano, Marcello Pittella, fratello di Gianni Pittella che «attacca ogni giorno Juncker».

Il premier non teme le mozioni di sfiducia delle opposizioni («andremo in Parlamento e ne discuteremo»), ma il referendum «No-Triv» del 17 aprile, ora, un po’ sì. Ecco perché il 4 aprile, in Direzione, lascerà una libertà di voto, al Pd, più lasca di quella pensata fino a ieri. E pur se Renzi è convinto dai sondaggi in mano che andrà a votare meno del 30% degli italiani, meglio non rischiare. «Il Pd non si può impiccare alle ragioni del No» è la conclusione dei suoi pasdaran, fino a ieri grandi oppositori del Sì.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 aprile a pagina 3 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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3) Dal caso Lupi al papà della Boschi, tegola per il governo. I 4 ministri che, per ragioni diverse, se ne sono andati. 

«UN AVVISO di garanzia non giustifica le dimissioni». Così parlava il premier il 22 marzo 2015. In quel caso Renzi si riferiva ai diversi, già allora, sottosegretari indagati del suo governo (a oggi sono ancora 5: 4 del Pd, 1 di Ncd) cui non chiese le dimissioni per un ‘semplice’ avviso di garanzia. Posizione garantista e, certo, impeccabile. Resta, però, il vecchio adagio «due pesi, due misure» nel governo e nel Pd. Per dire, Renzi non ha chiesto le dimissioni del governatore campano De Luca, ma ha imposto al Pd di votare l’autorizzazione all’arresto del deputato Pd Fracantonio Genovese. Poi, quando Renzi vuol dimissionare qualcuno ci riesce bene come con Guidi.
Vero è che, il governo Renzi, in carica dal 22 febbraio 2014, quando subentrò al governo Letta – che subì le dimissioni di un solo ministro, Josefa Idem, mentre la ministra Cancellieri si guardò bene, pur richiesta dallo stesso Renzi, a farlo – un pochino sfortunello lo è.

FINORA, infatti, nel governo Renzi, ci sono state le dimissioni di ben 4 ministri, compresa la Guidi.
Il primo caso fa storia a sé ed è ancora avvolto in un alone di, modesto, mistero. La ministra agli Affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, Renzi l’aveva voluta con sé: era la «sindaca coraggio» di Monasterace. Lei mollò la baracca un anno dopo, il 30 gennaio 2015. La scelta, formalmente, fu motivata dalla decisione di voler entrare nella giunta regionale calabra a guida Oliverio (Pd), ma Lanzetta rinunciò pure a quell’incarico. Il suo posto è stato preso, sì, da Enrico Costa (Ncd), che ha ampliato le deleghe del dicastero, oggi della Famiglia, ma solo col recente rimpasto.

Il secondo caso, le dimissioni del ministro degli Esteri, Federica Mogherini, è tutto diverso: il 31 ottobre 2014 Mogherini lascia il dicastero per diventare «Lady Pesc». Al suo posto, arriva Paolo Gentiloni. Solo che mal gliene incolse, al premier: ha messo un suo amico al governo, ma non immaginava di ritrovarsi una spina conficcata fin dentro l’Ue com’è, oggi, lady Pesc.

Il terzo caso è, ovviamente, quello che ha fatto più male, fino a ieri, almeno mediaticamente, al premier. Il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi, si è dimesso dal governo il 20 gennaio 2015 a seguito dello scandalo ‘Grandi opere’. Lupi si è difeso come un leone, nell’Aula della Camera («non si può cancellare in 3 giorni il lavoro di 22 mesi»), ma Renzi non volle sentire ragioni, e non solo per i lazzi e sfottò di grillini e leghisti sui «Rolex» regalati al figlio di Lupi. Dopo un interim, neppure breve, gestito dallo stesso premier, Renzi decise di togliersi un’altra spina, dal seno: il 2 aprile 2015 arriva la nomina di Graziano Delrio (Pd) che, da sottosegretario a palazzo Chigi, faceva assai ombra a Renzi, il quale, si sa, gli preferisce il sole. Il suo. Alfano, per dire, è un ministro che Renzi non ama, ma, pur lambito dal caso «Shalabayeva», non ne ha mai chiesto la testa: perché, appunto, non gli fa ombra.
L’ultimo caso, quello che riguarda la ministra alle Riforme, Maria Elena Boschi, già scossa e provata dallo scandalo di Banca Etruria che vede suo padre ora pure indagato, potrebbe essere il caso esiziale. Ove mai Boschi si dimettesse, infatti, Renzi ne sarebbe travolto. Come recita l’antico brocardo latino: simul stabunt, simul cadent.

NB. Questo articolo è stato pubblicato venerdì  I aprile a p. 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)