Renzi, preoccupato dalla crisi di Ncd, accelera sul congresso Pd: resa dei conti o elezioni anticipate

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

«IL VERO problema, in questo momento, è la tenuta di Ncd». Al Nazareno sono preoccupati. E pure Matteo Renzi è preoccupato. Le nuove ‘grane’ giudiziarie che rischiano di travolgere il ministro Alfano si sommano al cupo malessere di larghi pezzi del suo partito – l’Ncd, appunto – dentro il quale diversi senatori, capitanati dal capogruppo al Senato, Renato Schifani, si sentono irresistibilmente attratti dal ‘ritorno’ dentro FI.
Ecco perché Renzi – il quale solo a sentir parlare di modifiche all’Italicum gli viene l’orticaria – lascia fare i suoi. Dario Franceschini ha ‘aperto’ alle modifiche (premio alla coalizione in luogo di quello alla lista) proprio per ‘parlare’ a Ncd. E, a sera, il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, il ‘Forlani’ di Renzi, è corso ai microfoni del Tg1 a dire «L’Italicum è una buona legge, ma siamo disponibili al confronto se ci sarà  richiesta».

DETTO dell’Italicum, conviene, però, tornare sulla Direzione del Pd dell’altro ieri. Non molti, infatti, hanno colto tre elementi nuovi e, a dir poco, dirompenti nelle loro, possibili, conseguenze. Il primo è che è tornata a girare una voce, a Montecitorio e pure a palazzo Chigi – c’è chi dice che la proposta, a Renzi, l’abbia fatta direttamente il suo braccio destro, Luca Lotti, ma l’entourage del sottosegretario smentisce con nettezza – quella di elezioni politiche anticipate cui il premier potrebbe ricorrere proprio in caso di deflagrazione finale dell’Ncd. Un Ncd che, specie al Senato, gli stanno impedendo di fare le leggi e le riforme che vuole fare. La riforma del processo penale, per dire, che si porta dietro anche l’annoso tema dei tempi della prescrizione, «rischia di slittare all’autunno» dicono autorevoli fonti del Pd, nonostante il fatto che Mattarella stesso, oltre che l’Anm, ne abbia chiesto la rapida attuazione. Certo, Renzi sarebbe costretto ad andare a votare – diciamo a settembre – con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato e a rinviare, seppur di poco, il referendum costituzionale. Un azzardo forse troppo grande, ma «a mali estremi, estremi rimedi», dice l’adagio. Ma questo è uno scenario. Poi c’è dell’altro.
«Renzi – ragiona una fonte del governo molto vicina al premier – non ha più detto che, oltre alle dimissioni da premier e del governo, si dimetterebbe anche da segretario del Pd, in caso di vittoria del No al referendum costituzionale. Rispetto all’ultima sua dichiarazione a riguardo (“Se perdo il referendum lascio la politica”), la novità è indubbia», prosegue la fonte. «Vuol dire che Renzi immagina di portare avanti la sua battaglia non più da premier, ma ancora dentro il Pd». Magari, dicendo un ‘No’ rotondo a ogni governo ‘di scopo’ (a guida Grasso) che duri troppo a lungo e, in ogni caso, convocando il congresso straordinario del Pd al più presto. La sola istanza deputata, per Statuto, il congresso del Pd a scegliere – insieme – segretario e candidato premier, ma a oggi programmata – quando e se verrà indetto, di certo a ottobre – per l’autunno del 2017.
Un altro esponente renziano doc ritiene invece che «Matteo convocherà il congresso in ogni caso, anche se vince il Sì, a maggior ragione se vince il No, ma non si ricandiderebbe, lascerebbe il campo ad altri».
In ogni caso, le notizie ‘nuove’, sotto questo profilo, sono già due. Renzi intende convocare, al più presto, il congresso straordinario («Volete cacciarmi dal partito? Vincete il congresso e venite a riprendervelo» la sfida in Direzione) e non è affatto detto che, in caso di sconfitta, si dimetta ‘anche’ da segretario, oltre che da premier.

La terza novità riguarda, invece, i rapporti tra i renziani e la minoranza. «Ormai è un dialogo tra sordi» coglie il punto Cesare Damiano, l’ultimo dei fassiniani in servizio.
I renziani fanno notare che «otto voti (quelli presi dalla minoranza sul documento sul referendum in Direzione, ndr) sono davvero pochi, ormai si stanno sciogliendo come neve al sole e neanche sono capaci di contarsi quando serve», come avrebbe detto, peraltro, e a brutto muso, Franceschini a Speranza. Il senatore Andrea Marcucci se la prende con Gianni Cuperlo che ha attaccato Renzi: «È intollerabile e un po’ triste che una persona intelligente riduca al nulla il lavoro che il governo e il Parlamento stanno facendo».
Dal canto suo, la minoranza mostra la faccia feroce: «Se Renzi porterà il Pd a sbattere non potrà certo essere lui a guidare il partito». Poi, in serata, Pier Luigi Bersani rincara la dose dagli schermi di “In onda” (La 7): «Voglio sapere se nel Pd chi vuol votare No al referendum è ancora del Pd» e ancora: «Dico no a un Pd trasformato in un comitato del Sì». La guerra interna al Pd è solo iniziata, quella per la sopravvivenza di Renzi pure.

NB. L’articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2016 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale