Renzi e Mattarella: un colloquio non ‘teso’, ma ‘franco’. Il premier: “Se cado si vota”. Il Quirinale: “Fare un nuovo governo”

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

SUL COLLE più alto di Roma, il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e il premier Matteo Renzi hanno avuto ieri sera un faccia a faccia ‘franco’. Secondo alcune ricostruzioni persino teso, anche se gli interessati smentiscono, ufficialmente, liti o tensioni. Renzi ha ribadito di essere deciso ad andare avanti, non lasciando spazio a nessun gioco di Palazzo: pronto al voto anticipato sia in caso di incidente parlamentare (se cioè il suo governo cadesse da qui all’estate a causa di un incidente al Senato) sia in caso di bocciatura al referendum. Anche perché, in entrambi i casi, Renzi resterebbe segretario del Pd e chiederebbe alla Direzione del suo partito un voto univoco su una linea assai semplice: «Vogliono farmi cadere? Allora andiamo a votare!». Una sfida vera e aperta ad avversari esterni e interni. Ecco il discorso che Renzi ha fatto in modo lineare a Mattarella in caso di incidente parlamentare che lo facesse trovare senza maggioranza da qui a ottobre. L’ipotesi, invece, è più sfumata, ma Renzi si riserva di tenerla comunque aperta, in caso di sconfitta al referendum. Infatti, anche in quel caso Renzi – contrariamente alle ultime sue dichiarazioni in merito (“Mollo tutto, lascio la politica, avanti un altro”, etc.) starebbe tornando indietro, in caso di sconfitta al referendum, non sull’idea di dimettersi da premier (e, con lui, di far dimettere l’intero suo governo, aprendo di fatto la crisi), ma di dimettersi da segretario del Pd. E, con un congresso ancora alla lontana da convocare (autunno 2016) come da celebrare (autunno 2017) il segretario del Pd ancora in carica avrebbe buon gioco – a meno di improvviso disarcionamento interno da parte dei suoi – a opporre una minoranza/maggioranza ‘di blocco’, quella dei suoi deputati e senatori, a ogni ipotesi e scenario che il Colle, che vorrebbe garantire il normale prosieguo della legislatura almeno per un altro anno con due obiettivi minimi ma non piccoli (varare la Finanziaria, entro Natale, e mettere mano alle modifiche alla legge elettorale, l’Italicum, perché oggi, con due sistemi diversi tra Camera e Senato e il Senato ancora in piedi, andare al voto sarebbe, per il Colle, non un rischio, ma un vero azzardo), accarezzerebbe per superare, senza troppi scossoni, la fine dell’era Renzi dando vita al governo istituzionale o di scopo.

ANCHE per queste sue convinzioni profonde su come e per quanto tempo proseguire la legislatura, Mattarella, insomma, si sarebbe detto pronto a far proseguire la legislatura, magari con un governo di scopo o istituzionale, sia in caso di caduta immediata del governo Renzi sia in caso di dimissioni del premier dopo la vittoria del No al referendum. L’obiettivo di Mattarella è chiaro: garantire, più che il prosieguo stesso della legislatura, la «messa in sicurezza» della Finanziaria (data di presentazione alla Ue: il 15 ottobre) e le modifiche alla legge elettorale. Infatti, mentre il premier si è detto pronto ad andare al voto – anticipato – ‘anche’ a costo di sperimentare, per la prima volta nella storia repubblicani, due sistemi elettorali diametralmente differenti (Italicum alla Camera, Consultellum al Senato), per il Capo dello Stato (padre dell’omonimo Mattarellum) è assai difficile pesnare di votare con due sistemi elettorali così diversi: andrebbero, in ogni caso, «armonizzati», in qualsiasi momento si voti. L’incontro, improvviso e non programmato tra Renzi e Mattarella, ma con ragione ufficiale subito trovata (il vertice Nato di Varsavia che impegnerà, da oggi, il premier), non è stato dunque né facile né semplice. Teso? Dal Quirinale e Palazzo Chigi, assicurano che non è stato «teso» o, addirittura, «nervoso».

Al centro del colloquio, però, ci sono stati anche altri temi, e tutti non meno importanti.
Il primo è la data del referendum: nessun posticipo sine die, come pure era stato ventilato, magari per approvare la legge di Stabilità almeno in uno dei due rami del Parlamento (così aveva chiesto Mattarella, più volte, a Renzi). Il referendum si terrà ad ottobre, al massimo il 6 novembre, come data ultima, per evitare coincidenze con il ponte di Ognissanti.
L’ALTRO punto in discussione è stato il possibile «spacchettamento» dei quesiti referendari: Renzi non ha mai caldeggiato questa ipotesi, che invece altri (dai Radicali, in modo formale, ad altre forze minori fino a Massimo D’Alema, in varie interviste) hanno avanzato, ma – è stato il ragionamento fatto dal premier con il Capo dello Stato – «se il referendum deve diventare un ordalia contro e su di me, sono disposto a prendere in considerazione l’ipotesi di votare il referendum su diversi quesiti». Insomma, l’ipotesi non è sponsorizzata da Renzi, ma la novità è che, all’improvviso, da oggi è sul tappeto.

Resta il core business dell’incontro: Mattarella che chiede a Renzi «sei sicuro di avere i numeri per andare avanti, specie al Senato?» e Renzi che rassicura che «non ci saranno né temo incidenti, da parte di Ncd o di altri», ma che, dall’altra parte, avverte il Presidente, pur con tutto il rispetto del caso: «Se cado, vado davanti alla Direzione del Pd e chiedo il mandato per andare a elezioni anticipate. E sappi, caro Sergio, che senza il Pd, di cui sono e resto segretario, i numeri per fare un altro governo non ci sono». E tanti cari saluti, con tutto il rispetto parlando, si capisce, al galateo e al rispetto tra i poteri dello Stato.

NB. L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale dell’8 luglio 2016