Due pezzi (o commenti) acidi. L’ira funesta di D’Alema e i flop di Sel-Sinistra italiana….

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

1) D’Alema non vuole sconfiggere Renzi, ma Belzebù…

SOLO a voler scorrere le agenzie di ieri (12 luglio 2016, ndr.), il botta&risposta Renzi-D’Alema ha riempito di «take» l’intera giornata politica. Il tema erano le banche (Renzi ha rimproverato a D’Alema Telecom, D’Alema a Renzi Banca Etruria…), ma l’altro ieri erano le riforme, domani chissà: forse il Meteo. Renzi ama trovarsi dei nemici né D’Alema è mai stato da meno ma, fino a neppure un mese fa, era Renzi che ‘personalizzava’ lo scontro e D’Alema che la prendeva larga: insomma, a Renzi ‘conviene’ avere in D’Alema il nemico pubblico numero 1 da combattere e battere in nome del ‘nuovo’, della ‘rottamazione’ e del ‘cambiamento’. A D’Alema assai meno. Non a caso, fino a un po’ di tempo fa, D’Alema ha cercato di evitare lo scontro aperto. Di solito, scendeva dall’aereo  e diceva: «Sono reduce da un viaggio a Bruxelles (o altrove, non importava, contava solo il piglio e il cipiglio sprezzante, ndr), non mi occupo di politica italiana, ma di politica estera. Io sono presidente della Feps» (Feps sta per «Foundation for european progressive studies», è il centro studi del Pse, conta pochissimo, ma per Lui è pari, mutatis mutandis, all’Istituto Gramsci del caro Pci: come a dire, conta tantissimo). E invece, appunto, tempo un mese dalla sonora batosta presa da Renzi alle amministrative, D’Alema ha sentito «l’odore del sangue». Ha capito che il (suo) Nemico si può battere. Ma non serve dargli i «colpetti» come vogliono fare «quelli» della minoranza, tipo Bersani e Cuperlo – due tipi che Lui, in verità, disprezza e che, Lui lo sa bene, non avranno mai «il coraggio» di abbandonare e/o tradire la (loro) ex «Ditta».  No, Renzi il Maligno, il Diavolo, Belzebù-Renzi bisogna colpirlo con tutta la forza che si ha, scatenando l’Armageddon.

E COSÌ, a partire dalla famosa dichiarazione estorta, mai rilasciata, ma di fatto confessata (“A Roma voterei pure il Diavolo pur di battere Renzi, compresa la Raggi, Giachetti non ha chanches”), da un mesetto, D’Alema, è tornato tonico, garrulo, sferzante, pugnace e salace. Solo, ieri, per dire, ha parlato, nell’ordine, al Tg5, al Fatto, alla Gazzetta del Mezzogiorno, altre agenzie e tg locali, etc. E così vuole e andrà avanti fin quando si terrà il referendum costituzionale di ottobre: non è solo per Renzi, la «partita della vita», quel referendum, ma pure per Lui. I temi su cui D’Alema punta sono, invece, sempre gli stessi: «La riforma è pasticciata, confusa, non si capisce nulla»; «L’Italicum è una legge pericolosa e incostituzionale»; «Se Renzi cade, nessun diluvio, si fa un altro governo». E qui arriva il colpo basso: «In Italia c’è un cospicuo numero di persone in grado
di fare il premier» (Sottotesto: «Io in testa, ‘disciamo’…»). Ora, al di là del fatto che, in effetti, se cade il governo Renzi, Mattarella, o chi per lui, i partiti presenti in Parlamento, Pd compreso, o chi per loro, e le forze ‘sane’ (?) della Nazione, cercheranno di fare un governo istituzionale o di scopo, come possa (al di là che, ovviamente, ‘voglia’…) rientrare in gioco un politico fuori dal Parlamento, che in teoria si occupa ‘solo’ di politica internazionale e che, dopo averne provate tante, di battaglie per la premiership e la leadership, le ha perse tutte, resta – ai nostri modesti occhi – un Mistero…
Ps. Ieri D’Alema ha parlato anche della «tragedia che ha colpito la nostra terra» e chiesto al presidente Emiliano di «trasmettere tutto il mio cordoglio, affetto, solidarietà». Stile Putin, che ha scritto a Renzi: «Da lontano, ma vi siamo vicini». Ma non era lui il deputato semplice di Gallipoli?

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 di Quotidiano Nazionale del 13 luglio 2016

2) La nuova ‘Cosa Rossa’ neanche è nata e già perde pezzi: se ne vanno Zedda e Cofferati

«NON SI fanno le tessere, non si discute, la democrazia interna è sospesa». Così l’ex sindaco di Bologna ed ex europarlamentare del Pd Sergio Cofferati, appena tre giorni fa, sul Manifesto.
«Dividere la sinistra è stato un errore strategico, le elezioni amministrative sono state un disastro, non c’è stata nessuna autocritica, Sinistra italiana è un’operazione autoreferenziale, fatta in Parlamento, ma mai nata sui territori». Così, invece, Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, sostenuto da 300 sardi guidati dal senatore Luciano Uras: entrambi, a lungo, hanno militato in Sel.
In meno di tre giorni, entrambi – Zedda e Cofferati – hanno preso il cappello e sbattuto la porta: il primo (Zedda) perché vuole tornare con il Pd, il secondo perché giudica i suoi compagni di strada, in pratica, sia incapaci che autoreferenziali.

IERI, quando si è aperta l’assemblea programmatica di Sel-SI a Roma, al centro congressi Frentani (storico catino di interminabili, faticosi e litigiosi Comitati politici di Rifondazione Comunista, partito da cui molti di loro provengono per auto-scissione di Vendola dal Prc di Ferrero), molti osservatori, oltre a Zedda, Cofferati (e compresi esponenti di Sel romana di peso come Massimigliano Smeriglio, pure lui assai critico verso l’attuale dirigenza di Sel) si aspettavano qualche cenno, sia pur minimo, di autocritica da parte degli (ex) colonnelli di Vendola (Fratoianni in testa) e degli ex deputati del Pd confluiti in Sel (D’Attorre) che hanno condotto l’esperimento di Sel-SI fino a ora con assai modesti risultati. Invece, zero, niente, nisba. Fratoianni attacca «politicismi e snobismi» (tradotto: Zedda e i suoi si vogliono ‘vendere’ al Pd, Cofferati ha la puzza sotto il naso), D’Attorre, con linguaggio degno del Pci staliniano degli anni ’30, «l’avventurismo renziano». Persino Arturo Scotto, capogruppo di Sel alla Camera, uno bravo, serio, tosto, chiama alla «mobilitazione totale contro Renzi per il No al referendum di ottobre: se Renzi se ne va, abbiamo vinto». Peccato che Sel (o SI: starebbe per Sinistra Italiana, forse farà il suo congresso a dicembre, forse si vedrà, il percorso congressuale non è ancora iniziato, non si sa quanti e quali sono gli iscritti, è tutto molto vago, compreso, appunto, quello straccio di democrazia interna che si rimprovera mancare al Pd) abbia perso, e male, le elezioni amministrative e sia presente in Parlamento solo grazie a un patto stipulato nel 2013 con il Pd (anche se allora c’era Bersani).
Avanti così, a mettere la testa sotto la sabbia, e la sinistra che fu radicale resterà molto confusa e assai poco felice., rischiando di replicare la fine ingloriosa della Sinistra Arcobaleno di Bertinotti, Vendola e una manciata di ex Ds, ex Verdi ed ex Psi che, nel giro di due soli anni (2008-2009), riusci a farsi buttare fuori, per assenza di quorum, dal Parlamento italiano e da quello europeo. 

NB: l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 17 luglio 2016 a pagina 14.