Renzi vuole fissare il voto del referendum al 20 novembre. E nel Pd spunta, tra i modelli elettorali, il Provincellum

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

IL REFERENDUM costituzionale sul sì o sul no al ddl Boschi si terrà il 20 novembre prossimo. La data prescelta arriva da una fonte del Nazareno assai vicina al premier. Il motivo è presto detto: Mattarella ha chiesto a Renzi di «mettere in sicurezza la legge di Stabilità in uno dei due rami del Parlamento». Traduzione dal ‘mattarellese’: se Renzi dovesse perdere il referendum e, di conseguenza, dimettersi da premier, aprendo così una crisi di governo di non facile soluzione, la ex Finanziaria – che va presentata per legge entro il 15 ottobre – sarebbe già incardinata, in almeno uno dei due rami del Parlamento, e pronta per il via libera definitivo anche in mezzo a una crisi di governo. D’altra parte pure a Renzi va bene la road map: in caso di sconfitta al referendum e dimissioni (da premier di certo, da segretario del Pd ormai non ne parla più e difficilmente le darà anche da sconfitto), un governo di scopo o tecnico ‘corto’ che vari a malapena Finanziaria e, forse, una nuova legge elettorale in luogo dell’Italicum che a quel punto avrebbe i giorni contati, è di certo preferibile a un governo lungo e politico che lo taglierebbe fuori da ogni scenario.

Inoltre, se si vota il 20 novembre, la campagna referendaria (almeno quella per il Sì) non ha bisogno di prendere la ricorsa da subito. I fuochi d’artificio Renzi vuole spararseli da settembre in poi. Solo allora, la campagna elettorale diventerà «lunga»: tre mesi di iniziative, dibattiti e confronti ‘open’ con i cittadini e ricchi di testimonial e sorprese. Certo, il Pd non mancherà di occupare le Feste dell’Unità locali e nazionale (Catania, dal 28 agosto) per promuovere le «buone ragioni» del Sì, ma si tratterà di iniziative di partito. Non ancora come quelle ‘all in’ che, appunto, complice lo stratega Usa Jim Messina, saranno riservate a tutti gli italiani: bombardamenti email, testimonial, slogan, spot.

Per il resto, il fronte interno dem ieri, all’Assemblea Nazionale, ha registrato quasi zero polemiche, anche da parte della minoranza (una sorta di miracolo), e un discorso da «volo alto» del premier sui principali temi in agenda (Brexit, terrorismo, banche, Europa).
Anche sul fronte legge elettorale è tutto fermo: pezzi di maggioranza aprono alla minoranza dem non sulla loro vera, prima, originaria proposta, il Mattarellum 2.0, ma su una loro proposta subordinata che pure è girata, il Provincellum (sistema simile all’Italicum: proporzionale, doppio turno con ballottaggio, ma collegi uninominali senza preferenze o meglio con preferenza unica bloccata, e premio di maggioranza al vincitore nei collegi), ma «per ora sono chiacchiere: fino al referendum nessuno di noi farà alcunché per cambiare l’Italicum», garantisce il Nazareno, ma c’è disponibilità al dialogo.

E le bagatelle di partito? Silenziate, per ora. Il sottosegretario Luca Lotti si è detto «sinceramente dispiaciuto» per alcune parole in merito al partito («va aggiustato, così non funziona»): «Non voglio fare né farò il vicesegretario unico», assicura ora Lotti.
Del resto dei due vicesegretari attuali, Guerini e Serracchiani, il primo è (e sa di essere) «inamovibile», la seconda invece potrebbe saltare, tornando al mestiere primigenio di governatore del Friuli. Renzi metterà mano anche alla Segreteria provando a fare un po’ di repulisti e un po’ di lifting alla medesima: Amendola e Tonini, presi da altri impegni, vanno sostituiti, alcune donne (Covello, Capozzolo, Paris) pure, ma per non aver brillato. Infine, quando il presidente del partito Matteo Orfini, annuncia che «la prossima Assemblea nazionale sarà sul partito», ma si terrà solo tra sei mesi, si capisce che la lotta interna riprenderà lì. Il risultato del referendum, cioè, sarà dirimente per i destini di tutti.

NB. L’articolo è stato pubblicato a pagina 14 del Quotidiano Nazionale il 24 luglio 2016