Mattarella sferza governo e opposizioni: “Sul referendum state facendo un dibattito surreale come cercar Pokemon”

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Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

UN PICCOLO tiro di fioretto a Renzi («Il mio auspicio è che il confronto si svolga nel merito») per gli eccessi di ‘personalizzazione’ della campagna referendaria. E un doppio colpo di sciabola inferto ad opposizioni assai querule e garrule. L’M5S, certo, ancora
ieri assai polemico con governo e Colle (ma con piccola marcia indietro e precisazione nel pomeriggio) che farebbero «il gioco delle tre carte», ma pure Brunetta, Sel e tutti coloro che, ogni giorno, si alzano e tuonano: «Mattarella vigili, Mattarella disponga, Mattarella
imponga». Per non dire dell’altra riservata al Salvini che offende la Boldrini: «Dovremmo stare molto attenti tutti, specie chi ha responsabilità politiche, ad evitare espressioni violente, oltraggiose, offensive». Per non dire del fatto che – spiegano dal Quirinale – <mentre il mondo è attraversato da fenomeni epocali come Brexit, terrorismo, migranti, la politica italiana si perde in scenari inutili o pretestuosi…>.

LA SCIABOLATA, quella vera, rivolta alle opposizioni ma travestita da lezione di diritto costituzionale, arriva con parole lapidarie e ad effetto: «Certi dibattiti su data e spacchettamento del referendum costituzionale sono così surreali da sembrare la caccia ai Pokemon». Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, usa tale curioso paragone in  un’occasione istituzionale come la cerimonia del Ventaglio che la stampa parlamentare (Asp) offre, ogni estate, all’inquilino del Colle come  ai presidenti di Camera e Senato.
La verità è che il presidente della Repubblica si è un po’ seccato di leggere, nelle ultime settimane, ricostruzioni e retroscena su sue pressioni o indicazioni in merito al referendum d’autunno, vero turning point della politica italiana e dei suoi sviluppi futuri. Come pure si è stancato del fatto che in troppi riversano i loro desiderata sulle prerogative del Colle. C’è stato il tema del possibile «spacchettamento» del referendum in più quesiti. Si era detto che Renzi, in un vertice riservato con Mattarella, glielo avesse proposto e il Colle fosse d’accordo. Falso, ci tiene a dire Mattarella: «A fronte di una richiesta, laddove ci fosse stata, solo la Cassazione avrebbe potuto decidere e rigorosamente non in base a considerazioni politiche», puntualizza alla cerimonia.
Ma il tema più scottante, si sa, è la data del referendum stesso. Anche qui – eccezion fatta per «l’ovvia considerazione», come viene derubricata al Colle, che il Quirinale preferirebbe vedere la Legge di Stabilità avviata, se non già votata, in almeno una delle due Camere, prima di tenere il referendum (tradotto: “Fatelo a fine novembre”…) – Mattarella
tiene il punto. «La data del referendum non è stabilita per il semplice fatto che non è possibile farlo», dice ai giornalisti. Poi spiega, col puntiglio del giurista e del giudice costituzionale: «L’iter per la fissazione della data può essere avviato solo dopo che
la Corte di Cassazione avrà comunicato quali sono le richieste ammesse a referendum» e questa, per valutare la loro regolarità, «secondo la legge ha tempo fino al 15 agosto».
Il messaggio di Mattarella è chiaro: non decido io la data e tutti gli attori, politici e istituzionali, in campo dovrebbero saperlo. Tantomeno vuole, Mattarella, far esercitare la fantasia dei cronisti sui diversi scenari possibili.  I quali, come si sa, sono almeno tre. Uno: vince il Sì, nulla quaestio, Renzi va avanti decidendo lui il come (rimpasto di governo?) ma anche il ‘se’ (votare alla scadenza naturale della legislatura, primavera 2018, o prima, nel 2017). Due: vince il No, Renzi si dimette ma si forma comunque un nuovo governo e la legislatura va avanti, “statene certi, Mattarella non la farà mai sciogliere”, come suggerisce e rassicura, a tutti gli anti-renziani, D’Alema al pari di Brunetta.
Tre. Vince il No, Renzi si dimette e si oppone a ogni nuovo governo, quindi si va a elezioni anticipate, come minacciano i renziani doc, che pensano di avere ancora il colpo in canna: Renzi si dimette da premier, ma non da segretario Pd, quindi decide sempre lui il che fare. «Il Capo dello Stato è un giudice che, di fronte alle parti in causa, sa quale è la procedura da seguire, ma siamo solo alle indagini preliminari, se ne parlerà, semmai, al processo», è la similitudine di tipo giudiziario che filtra dal Colle. Con una glossa di non poco conto: «Se l’intero Pd, Renzi alla guida o meno, si dichiara indisponibile a far nascere un nuovo governo, c’è poco da fare, si va al voto subito». Il ‘giudice’ ha le idee chiare, ma sa anche ‘pesare’ le diverse parti in giudizio, meglio, in commedia.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 13 del Quotidiano Nazionale il 28 luglio 2016

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