Referendum, sinistra Pd pronta a dire No Ma Guerini avverte: “Tutti per il Sì”. In gioco ci sono le modifiche all’Italicum

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio.

Referendum, sinistra Pd pronta al No. Si accende lo scontro con i renziani.

Aut Aut dei colonnelli di Bersani: “All’Italicum modifiche immediate”. 

ROMA
OCCUPAZIONE «militare» della Rai, con relative dimissioni di Gotor e Fornaro, i due senatori pasdaran. Lettera di dieci parlamentari per il No che, assicura la sinistra dem, «presto cresceranno fino a diventare una slavina». Disappunto, per usare un eufemismo, di fronte alla lettera di Delrio e Rughetti (ex vertici Anci) ai sindaci italiani per far dire loro «Sì» al referendum. Persino la semplice notizia della presentazione dei risultati della commissione sulla forma partito. La minoranza dem – più quella che fa capo a Roberto Speranza, Area riformista, e dietro di lui a Bersani, che quella di Gianni Cuperlo, Sinistra dem – sta per dissotterrare, definitivamente, l’ascia di guerra. Lo scontro frontale con Renzi e i renziani non è attutito dal solleone e «a settembre farà molto caldo», profetizza uno dei suoi colonnelli.
Il turning point su cui ruota tutto è la legge elettorale, l’Italicum. «Tanti, da Franceschini a Orfini, da Napolitano a Veltroni, hanno chiesto a Renzi di cambiarlo, ma il premier non vuole farlo, almeno non prima del referendum», ragiona un esponente della sinistra. «Ebbene – continua – se questo è il quadro, noi non ci accontentiamo certo di qualche intervista. Vogliamo documenti, atti pubblici, impegni in Direzione che indichino la volonta di cambiare l’Italicum. Non ci saranno? Bene. Allora credo che il numero dei parlamentari e dei dirigenti della mia parte che si schiereranno per il No crescerà in modo consistente. E quando dici che voti No, poi ti chiamano a discuterne, nei circoli o altrove. Comitato formale o no, ci si schiera. E con convinzione». Una dichiarazione di guerra vera e propria che Davide Zoggia, ex responsabile Enti locali di Bersani, attenua solo di poco: «Senza una manifesta e chiara volontà di modificare la legge elettorale il mio voto al referendum ne sarà conseguenza diretta. Non dispero ancora, ma il tempo è poco. E il tentativo di militarizzare le Feste dell’Unità, la Rai, persino i sindaci, lo trovo molto triste».
Nico Stumpo, che di Bersani era il responsabile Organizzazione, è stizzito. Orfini ha annunciato la presentazione (fatta ieri, a Pistoia, con Guerini) di un documento che «rivoluzionerà il Pd, un partito più aperto, meno burocratico, che torni a radicarsi sui territori». Stumpo gli manda il suo warning: «La commissione non si riunisce da quattro mesi, aspettavamo Renzi. Barca, che non condivideva il documento, si è appena dimesso».

INOLTRE, Carlo Pegorer, altro senatore della minoranza, si scaglia contro «lo scarso bon ton istituzionale» del sottosegretario renziano, Angelo Rughetti, che invita i sindaci italiani a votare Sì. E così al referendum si torna. La minoranza sta per schierarsi sul No. «È in gioco la democrazia e le forzature del fronte del Sì, senza un reale impegno a cambiare l’Italicum, sono inaccettabili», è la sintesi. Del resto, lo stesso Bersani, quasi come D’Alema, sono giorni che parla e attacca – sulle nomine Rai, sul combinato disposto Italicum-referendum, sulle scelte sociali – un Pd che «non riconosco più». I renziani chiosano: «Ogni occasione è buona per cercare di indebolirci in vista del referendum, ma siamo tranquilli: lo vinceremo noi».

Ettore Maria Colombo

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Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

Guerini striglia i dem: “Tutti per il Sì”. E la legge elettorale non si cambia.

Il vicesegretario Pd: “Escludo la nascita di comitati del No anti-riforma”. 

ROMA
VICESEGRETARIO Lorenzo Guerini, su referendum e Rai torna il solito refrain: «Il Pd si divide»…
«La rappresentazione di un Pd perennemente diviso è una forzatura. Sulla riforma costituzionale alcuni colleghi hanno annunciato il loro No. Scelta che non condivido, ma che rispetto, difficile da spiegare: alcuni di loro avevano votato sì in Aula. Nel Pd il diritto al dissenso è garantito, ma non si può chiederci di avere un atteggiamento neutrale sul referendum. Il Pd è schierato per il Sì a una riforma voluta, costruita, votata per cambiare in meglio l’architettura istituzionale del Paese».

I parlamentari del No aumenteranno, pare. Li caccerete?
«Sono certo che non accadrà. Alcune modifiche sono state proposte proprio dalla minoranza dem. Nel Pd c’è dialettica interna e nessuno caccia nessuno, ma la stragrande maggioranza del partito, dei suoi dirigenti e militanti, è a favore di questa riforma».

E se altri, come D’Alema, dessero vita a comitati per il No?
«Escludo la nascita di comitati per il No da parte di parlamentari o dirigenti del Pd. D’Alema è una figura significativa del nostro partito, ma gli ricordo che l’asse portante della riforma è coerente con la visione costituzionale che caratterizza il Pd fin dalla sua fondazione».

Alle Feste dell’Unità i comitati del No avranno cittadinanza?
«Le Feste dell’Unità indicano che il Pd è vivo e presente sui territori. Offriamo continui spazi di confronto e discussione. Le Feste, come il Pd, sono impegnate a spiegare le ragioni del Sì».

Capitolo Rai. Bersani parla di un Pd «partecipe di vecchi vizi». Gotor e Fornaro si sono dimessi e la Berlinguer è stata rimossa.
«Il Pd non si è occupato delle nomine Rai, una scelta che spetta ai vertice di quell’azienda. Si è sviluppato, però, un dibattito forzato ed esasperato: parlare di epurazioni è una ridicola forzatura. La Berlinguer è un’apprezzata giornalista che continuerà a svolgerela sua professione con nuovi, importanti, ruoli a Rai3. Governo e Parlamento valuteranno le scelte della Rai in base ai loro risultati».

L’Italicum va cambiato? Ormai lo chiedono tutti, anche dentro il Pd…
«Il tentativo di mischiare la campagna referendaria con la legge elettorale è sbagliato: crea confusione nei cittadini. Molti pensano che si voti sulla legge elettorale! Così non è: si vota sulle riforma costituzionale. Dobbiamo impegnare tempo ed energie nello spiegare la riforma costituzionale e a cosa serve. L’Italicum è ormai legge ed è stato votato dal Parlamento: è una buona sintesi tra l’esigenza di rappresentanza e quella di governabilità. Nella sua versione iniziale fu approvata anche dal centrodestra, cioè dal 70% del Parlamento. Non vedo alcuna urgenza di cambiarlo, ma non ci sottraiamo al confronto. Ci si presentino proposte congrue, dotate di numeri sufficienti, e il Pd farà la sua parte. Inviterei però tutti, a partire dalla sinistra del Pd, a lavorare per cambiare quello che c’è da cambiare davvero: la legge elettorale, questa sì ancora da fare, per la composizione del nuovo Senato e l’elettività dei senatori».

Nel Pd ogni giorno nascono nuove correnti, ora quella catto-dem. Orfini, invece, vuole scioglierle…
«Sciocchezze. Il Pd è un partito dalle molte sensibilità e culture che, se cercano unità, sono una ricchezza, se invece diventano correnti nominalistiche utili solo a cercare spazi negli assetti interni sono dannose. Su questo sono d’accoro con Orfini. Un po’ controcorrente difendo un partito fatto da militanti, valori, passione. Certo, dobbiamo migliorarci, al centro come sui territori, e il lavoro da fare è tanto, ma non mi piace chi, al nostro interno, ogni giorno contribuisce a dare una rappresentazione solo negativa del Pd magari solo per alimentare polemiche».

Se vince il No al referendum, Renzi si dimette da premier. Ma pure da segretario del Pd?
«Noi siamo impegnati a far vincere il Sì. Ci è stato rivolto l’invito a non personalizzare la campagna referendaria e io lo raccolgo. Mi limito a dire un’ovvietà: Renzi è il segretario del Pd eletto al congresso del 2013 e che resterà in carica fino al prossimo, quando decideranno i nostri iscritti ed elettori».

NB. Entrambi gli articoli sono stati pubblicati il 6 agosto 2016 a pagina 4  e a pagina 5 su Quotidiano Nazionale.