Fronte del No nel Pd, si muovono D’Alema e Bersani. La strategia di Renzi è cercare di dividerli

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

COME nella battaglia di Gaugamela, quando Alessandro Magno sconfisse le soverchianti armate avversarie guidate dal re persiano Dario solo dopo averle divise in due tronconi, così tra palazzo Chigi e Nazareno sanno che la oggettivamente poderosa armata del No al referendum si sconfigge solo dividendola. E, come sempre, il primo avversario da sconfiggere, anche perché è il più insidioso, è quello interno.
I renziani iniziano a temere che la saldatura tra i comitati del No guidati da D’Alema e la minoranza interna dell’area Bersani-Speranza-Cuperlo infligga un colpo di maglio alla tenuta del Pd e alle stesse possibilità di vittoria finale al referendum. L’ordine di scuderia, quindi, è diventato dividere il fronte, abbandonando al suo destino D’Alema e cercando di recuperare una parte, se non tutta, della sinistra Pd, almeno quella più ragionevole.

IL COMPITO, però, non è dei più facili. D’Alema tira dritto per la sua strada e non intende fermarsi a costo di cozzare con lo Statuto interno del Pd, anche se Orfini rassicura sulle espulsioni («sulla Costituzione si vota secondo coscienza»). Il 5 settembre, a Roma, la prima uscita pubblica dei «comitati del centrosinistra per il No» fondati da D’Alema è già zeppi di adesioni. Tra le quadrate legioni di proseliti ci saranno due eurodeputati (il campano Paolucci e il milanese Panzeri), due senatori (il bresciano Corsini e la marchigiana Silvana Amati, che si è esposta ieri, per la prima volta, pubblicamente per il No), manipoli di consiglieri regionali e comunali, oltre che truppe di semplici militanti, in arrivo non solo dalla Puglia, terra dalemiana, ma pure da Calabria, Toscana, Umbria, Piemonte, il che ha costretto gli organizzatori a cercare una sala ben più grande.
IN PIÙ, D’Alema sta andando dappertutto a sostenere le ragioni del No: lunedì era alla Festa dell’Unità di Vicenza, ieri a quella nazionale di Catania, il 16 settembre sfiderà a singolar tenzone Giachetti a Roma. Ieri sera D’Alema, da Catania, dove duellava con il ministro degli Esteri Gentiloni ha attaccato, nell’ordine, «la militarizzazione della Rai sul Sì», Orfini che lo ha messo dalla stessa parte dei girotondini («Abbia più rispetto»), Renzi che “con una maggioranza raccogliticcia, senza aver vinto le elezioni, uno che ha rapporti ventennali con Verdini, uno che ha  vinto solo contro Enrico Letta, vuole cambiare la Costituzione” e, ovvio, la riforma costituzionale stessa. La curiosità è che, pur all’interno di una Festa dell’Unità, nazionale e tutta dedicata alle ragioni del Sì, D’Alema è stato subissato di applausi a scena aperta: i militanti dem presenti erano, a maggioranza schiacciante, per il No e quando Gentiloni ha provato a dire che “la maggior parte del Pd è per il Sì” è stato subissato dai fischi della platea. D’Alema ha chiuso il suo intervento, distinguendosi dalla minoranza (“Io non mi faccio garantire da nessuno, io faccio parte per me”), ma soprattutto dicendo, nel modo più cattivo possibile, “Io non faccio scissioni,  le hanno già fatte gli elettori, la povera gente non ci vota più perché non la difendiamo più”.

L’ATTIVISMO – e la tigna – di D’Alema preoccupano il Nazareno. Anche per questo i suoi vertici, dal vicesegretario Guerini al presidente del partito Orfini, hanno iniziato l’opera di moral suasion verso la minoranza dem. L’obiettivo, appunto, è separarla da D’Alema. Grido di battaglia: «Mica vi volete mettere con quello? Vi porterà a sbattere, è un solista». Da Guerini la sinistra si aspetta, però, passi concreti sull’Italicum, e cioè la riapertura del cantiere per cambiare la legge elettorale, prima che si tenga il referendum, o almeno l’impegno formale a farlo. Orfini, invece, con il suo appello a «sciogliere le correnti, a partire dalla mia», coniugato alla sottolineatura suadente «non ho mai votato Renzi a un congresso, non so se inizierò a farlo al prossimo…», fa intravedere alla minoranza un possibile asse futuro, magari con l’attuale ministro Orlando candidato alla segreteria.
Per ora, causa emergenza terremoto, la minoranza ha deposto le polemiche. Il Renzi che nominerà Vasco Errani, gemello diverso di Bersani, a commissario straordinario della ricostruzione post-sisma, ha suscitato consensi, ma anche qui il fuoco cova sotto la cenere. “Se Renzi avesse fatto apparire la nomina di Errani (che tarda ad arrivare, ndr.) come la richiesta dei territori e dei governatori in nome del modello Emilia e non il frutto della sua furbizia che ci vuole prendere al lazo anche su questo sarebbe stato meglio”, è la critica che già affiora. La minoranza, però, per scongelarsi, esige impegni chiari e certi. Bersani, ieri sera alla Festa dell’Unità di Firenze, ha avvertito: «L’Italia non mangia pane e referendum. La riforma costituzionale non è il primo dei problemi, ma il quinto o il sesto, il primo è il lavoro. Se continuiamo a parlare solo di questo lo scollamento con la gente aumenta». Segno che anche sulla prossima Legge di Stabilità la sinistra attende risposte.

POI, certo, Bersani ribadisce che «l’Italicum va cambiato o sarà un salto nel buio», ma l’impressione è, appunto, che la sinistra non voglia schiacciarsi su un No precostituito, aderendo alla posizione di D’Alema, alla cui convention andranno solo alcuni ‘osservatori’. Epperò, i pasdaran della minoranza fremono. Il grosso dei bersaniani, guidato dal veneto Davide Zoggia e con forte innesto di siciliani (Capodicasa), ha in canna un documento della sinistra Pd per il No. Per ora la raccolta firme è stata stoppata, la sua presentazione pure, ma Zoggia avverte: “Non ce ne staremo ancora troppo a lungo con le mani in mano”. E il bersaniano Miguel Gotor avverte: «Senza modifiche all’Italicum voterò No». Insomma, il tentativo di dividere la sinistra interna del Pd da D’Alema, per Renzi, non sarà facile. Più semplice, invece, per paradosso, può risultare l’opera di divisione della sinistra-sinistra: mentre sta per aprirsi, a Pescara, la prima, Festa nazionale di SI (Sinistra Italiana) i sindaci attuali ed ex di Sel (Zedda e Pisapia) preparano un documento di «Sinistra per il Sì», forti di truppe sarde e pugliesi. Sempre, però, che il Pd renziano accetti che si cambi l’Italicum perché sempre quello resta il tema. La battaglia di Gaugamela è ancora solo agli inizi.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2016 a pagina 12 del Quotidiano Nazionale.

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