Renzi fa la sua ultima offerta alla minoranza dem: “Sono pronto a cambiare l’Italicum”

renzi-direzione-pd

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

DISPONIBILITÀ a cambiare l’Italicum, «sia che la Corte costituzionale dica sì sia che dica no» (la sentenza della Consulta è attesa il 4 ottobre, ndr). Precisazione sul fatto che «saranno gli elettori, votando per i consiglieri regionali, a individuare chi farà anche il senatore». Precisazione importante perché la legge attuativa sulle modalità di elezione del nuovo Senato è ancora tutta da scrivere. Infine, «legge di Stabilità espansiva, quasi ‘socialdemocratica’», ironizzano i suoi: 14esima per chi prende meno di 750 euro al mese, pensioni minime più alte e, soprattutto, solenne impegno a «sbloccare i contratti del pubblico impiego», fermi da anni. «È l’offerta che non si può rifiutare», per dirla con Il Padrino, quella che ha fatto ieri, a Porta a Porta, il premier. Ma ieri «Matteo parlava anche in qualità di segretario del Pd», spiegano e sottolineano i suoi, «alla ripresa dell’attività politica, nella prima puntata della più importante trasmissione politica del Paese» e, concludono gli stessi, «in attesa di sugellare un patto» che, se controfirmato, garantirebbe la pax interna al Pd. Il patto sarà definitivamente siglato, se la minoranza accetterà l’offerta, al comizio finale di Renzi alla Festa dell’Unità di Catania, dove il premier parlerà domenica prossima mentre l’ex segretario, Pier Luigi Bersani, arriva, guarda caso, stasera.

«L’OFFERTA DI MATTEO», come la chiamano i renziani, ha un solo indirizzo – la minoranza interna dem, quella della triade Bersani-Speranza-Cuperlo – e un solo obiettivo: sganciarli da D’Alema e indurli a votare sì al referendum costituzionale. Offrendo loro più di una sponda, al fine di – spiegano dal Nazareno – «evitare di farli cadere nell’errore capitale: agganciarsi al carro di D’Alema, finire sotto la sua sferza, votare No al referendum sotto le sue insegne e poi non poter far altro che uscire dal Pd». Insomma, nella descrizione dei renziani, «alla sinistra gli stiamo, di fatto, facendo un favore». Un favore, si capisce, assai interessato. Ma certo è che i tre ramoscelli d’ulivo citati sono il massimo che Renzi possa – e voglia – concedere. La concessione sulla disponibilità a cambiare l’Italicum è la più succulenta, agli occhi della sinistra dem, e i renziani lo sanno. Infatti, calcano la mano su quella. Poi, in camera caritatis, ammettono che «comunque non se ne parlerebbe che ‘dopo’ il referendum, prima non ci sono i tempi, e comunque bisognerebbe intendersi su quali modifiche apportare». Si va, infatti, dall’ipotesi minimale (passare dal premio alla lista al premio alla coalizione) fino all’ipotesi estrema: togliere il premio di maggioranza al ballottaggio e darlo solo a chi raggiunga una data soglia vincendo al primo turno. «Tecnicalità», dice un renziano. «Mica tanto», dice un altro. E, dice Renzi, «bisogna trovare i numeri in Parlamento, per cambiare l’Italicum». Mica facile, ovvio. La novità, però, c’è. «Come faranno, ora, quelli della sinistra ad andare nelle Feste dell’Unità a raccontare che Renzi non vuole cambiare nulla e che il ‘combinato disposto’ tra riforma e legge elettorale li porterebbe a votare No?». La domanda è retorica. «Non potranno fare altro che sganciarsi da D’Alema e votare sì», la logica conclusione. «Anche perché – diceva ieri al vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, un compagno di partito mentre attraversavano la Festa dell’Unità di Bologna – qui, ai militanti, anche quelli rossi, D’Alema ha stufato. S’innervosiscono solo a sentirlo nominare». Un altro renziano osserva: «Schierandosi così apertamente per il No D’Alema ci ha fatto un regalo». Renzi ha chiesto ai suoi di picchiare duro, come ha fatto lui: «D’Alema e Berlusconi si amano e quando c’è amore c’è tutto. Hanno un disegno: rifare la Bicamerale». Separare, dunque, Bersani, Cuperlo e Speranza da D’Alema è la manovra. La nomina di Errani a commissiario straordinario del terremoto è stato il primo segnale della strategia. E i fallimenti dei grillini, clamorosi nella capitale d’Italia, Roma, aiutano a ricomporre il quadro: “Un Pd unito ce la può fare, a batterli, a prescindere dalla legge elettorale in vigore, perché stanno dimostrando tutta la loro incapacità a governare” è il ragionamento sottotraccia dei renziani e l’altra mano tesa verso la minoranza.

IL PREMIER ha anche diradato la nebbia sulla data del referendum: “Prima di decidere ascolterò tutti i partiti, anche quelli di opposizione, e a naso credo che la consultazione si terrà tra il 15 novembre e il 5 dicembre” (ma la data più probabile resta il 27 novembre). Solo sul suo futuro personale, continua a fare il pesce in barile: non ci ha ripensato (in caso di sconfitta, si dimetterà) ma preferisce parlare di un solo scenario, quello della vittoria: “Non ci ho ripensato. Ma siccome in tanti mi hanno detto che non dovevo personalizzare il referendum, ho detto solo che non parlo più del mio futuro” (peraltro, resta tra le righe, ma ormai è quasi certo, che si dimetterebbe da premier ma non certo da segretario del Pd). E così Renzi propone un compromesso con la sinistra interna che oggi, a differenza di ieri, ritiene necessario per ottenere l’agognato successo. Ora, la parola e la palla, però, passano a Bersani&co.: tocca a loro rispondere. Ieri sono rimasti in silenzio (bersani parlerà stasera alla Festa dell’Unità di Catania e i renziani si attendono segnali), ma per Renzi «la risposta deve essere definitiva». Perché «l’offerta che non si può rifiutare» è anche l’ultima.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale del 7 settembre 2016.