Italicum, la sinistra Pd non si fida di Renzi. Bersani: “Basta coi segnali di fumo”

Pier Luigi Bersani sorride

L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani

NON accettiamo segnali di fumo, aperture verbali» anche perché «non stiamo qui per pettinare le bambole». Pier Luigi Bersani, ieri sera alla Festa nazionale dell’Unità di Catania, risponde così, con i suoi consueti modi di dire, all’offerta del premier e segretario Pd, Matteo Renzi, avanzata l’altra sera a Porta a Porta («Siamo pronti a cambiare l’Italicum, a prescindere dalla sentenza della Consulta»). In gioco c’è la tanto agognata pax interna tra maggioranza e minoranza in vista del referendum.
L’ex segretario – accolto prima del dibattito a forza di cori «C’è solo un segretario!» scanditi dai giovani democratici che lo commuovono – la spiega così la sua metafora: «Il governo e il Pd hanno fatto la scelta di votare l’Italicum con la fiducia, adesso non si può scoprire l’autonomia del Parlamento. Governo e Pd – conclude – prendano un’iniziativa visibile e efficace per garantire che i senatori saranno eletti e la legge elettorale verrà radicalmente modificata». Gli fa eco, dalla festa dell’Unità di Ravenna, con parole anche più dure e nette, il leader di Sinistra riformista, nonché pupillo di Bersani, Roberto Speranza: «A oggi non me la sento di votare sì al referendum. Solo cambiando una legge elettorale sbagliata si creerebbero le condizioni per una maggiore serenità al referendum». Insomma: o cambia l’Italicum, o voto no.

I colonnelli bersaniani, inoltre, usano espressioni più colorite e sapide, che vanno da parole tranchant («Da Renzi vogliamo fatti, non farci prendere per il sedere ogni giorno dalle sue battutine!») a ragionamenti più freddi ma non meno ostici all’offerta renziana.
SI PRENDA, per dire, Davide Zoggia, colonnello bersaniano e, oggi, tra i più recalcitranti all’accordo, pronto a costruire, il giorno dopo la constatata impossibilità di siglarlo, comitati per il No al referendum (Bersani, invece, assicura da Catania che «No, io non li farò»): «Quelle di Renzi sono parole vaghe e il tempo delle parole è finito. È il momento degli atti formali. Serve un mandato formale della Direzione del Pd per andare in Aula con tempi e modi definiti a modificare la legge elettorale». Zoggia offre anche un timing, assai celere: «Riunione della Direzione Pd, unico luogo deputato a fare la proposta, entro pochissimi giorni, non oltre metà settembre. Poi, atto di indirizzo ai gruppi parlamentari per aprire subito il confronto in Parlamento con le altre forze politiche». Il senatore Miguel Gotor, altro bersaniano di ferro, non è da meno, in quanto a paletti: «Renzi ha ripetuto le solite cose, ma il tempo della melina è scaduto. Si può e bisogna cambiare l’Italicum prima del referendum: basta volerlo». E anche un senatore che, con la maggioranza renziana, sulla modalità di elezione dei futuri senatori del nuovo Senato, ha trattato, Federico Fornaro, diffida: «Noi non facciamo tattica, Renzi sì. Le parole dette a Porta a Porta non c’interessano, servono atti concreti: il tempo per decidere è settembre».
Persino davanti quella che pareva ai più un altra apertura di Renzi, l’elettività diretta dei nuovi senatori, Fornaro scuote la testa: «Che vuol dire elettività diretta? Si sceglie su più schede o chi prende più voti? E, in ogni caso, non c’è un impegno chiaro a fare subito la legge elettorale del nuovo Senato. Se non la si fa subito, a regime la riforma ci va nel… 2023 e nel 2018 si vota con le norme transitorie, e cioè l’elettività indiretta».

DEL RESTO, le parole non a caso pronunciate ieri dal capogruppo dei senatori, Luigi Zanda («Al Senato una maggioranza per cambiare l’Italicum oggi non c’è o è molto difficile trovarla») sembrano dire proprio quello che la sinistra teme: quella di Renzi è una “finta apertura”, un modo per fare melina e anche le parole della Boschi («C’è la disponibilità a migliorare l’Italicum se ci sono le condizioni in Parlamento, ma la legge elettorale andrebbe migliorata…») non aiutano a diradare la nebbia.
Morale: la sinistra interna del Pd, almeno quella che si regge sull’asse Bersani-Speranza (Cuperlo è diverso e, per ora, resta in silenzio) non si fida del premier-segretario. Vuole impegni scritti, certificati e, soprattutto, in tempi certi. Come direbbe lo stesso Bersani: «Vedere cammello, pagare moneta»…

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’8 settembre 2016 sul Quotidiano Nazionale a pagina 6.

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