Una gigantesca manfrina, le mozioni sull’Italicum. La minoranza Pd non vota

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Nota per i miei 25 lettori del web e di questo blog. Le mozioni di ieri sull’Italicum hanno un aspetto assai grottesco e paradossale. Il primo: la Camera, con le mozioni, ‘impegna’ se stessa. Il che non si è mai visto prima d’ora. La Camera, con una mozione, ‘impegna’ il governo. Impegnare se stessa a riformare una legge  già votata è privo di senso logico. Due: il governo ha espresso parere favorevole a una mozione che vuole rivedere una legge elettorale, l’Italicum, che il governo ha così fortemente voluto da farlo passare con la fiducia (atto estremo, trattandosi di legge elettorale). Ergo, il governo ha sconfessato se stesso, e in modo plateale, per quanto blandamente, solo che quasi nessuno se n’è accorto. Tre: la prima nuova proposta di legge sulla nuova legge elettorale l’hanno depositata, sempre ieri, 21 senatori bersaniani della minoranza dem, ma … al Senato. Ne consegue che, con l’atto votato ieri, la Camera ha ‘impegnato’ se stessa a discutere di una riforma il cui iter, se mai inizierà, non partirà dalla Camera, ma dal Senato. E anche una Camera, quella dei Deputati, che ‘impegna’ un altra a discutere di una legge, non s’era mai visto. Paradossi e stramberie di un dibattito, appunto, davvero surreale. Una gigantesca manfrina, appunto. Solo dopo il referendum costituzionale, e a seconda del risultato che ne uscirà, si saprà se l’Italicum – che peraltro deve ancora passare il vaglio della Corte costituzionale – sopravviverà o meno. Il resto sono chiacchiere da Transatlantico. Di quelle venute a noia, ormai, persino al vostro cronista. 

Il Pd che si spacca, di nuovo, palesemente e plasticamente, in un voto parlamentare sulla legge elettorale tra una (consistente) minoranza che si appresta a votare domani No al referendum come ha fatto ieri sulle mozioni sull’Italicum e i renziani che non vogliono rinunciare ai principi di “rappresentanza e governabilità” (traduzione: doppio turno e ballottaggio). Il centrodestra che non riesce a ‘tenere’ neppure la metà dei suoi sulla ‘linea’ barricadera del capogruppo azzurro Brunetta. Sinistra italiana che ‘vince’, pur perdendo il gioco, il punto del giorno perché ha costretto la Camera a ridiscutere dell’Italicum. Sono i risultati di un dibattito parlamentare “sul Nulla” dice un dem.

Dibattito che si svolge ieri pomeriggio, nell’Aula di Montecitorio, e scorre via senza traumi. I centristi scalpitano in attese di ottenere ‘vere’ modifiche all’Italicum (il premio alla coalizione), Brunetta dà il meglio di sé: il governo è “imbroglione”, il dibattito “schizofrenico”, la mozione Pd-Ap “una pagliacciata”. Poi chiude: “Sono qui non per rispetto del governo, ma dell’amico Scotto”, il capogruppo di SI. Il quale Scotto, tra una citazione colta e l’altra, sferza il Pd: “Con la vostra mozione avete scritto ‘ciaone’ a un confronto serio in Parlamento. Non restano che le urne referendarie”. Suona un po’ minaccioso, ma è la scommessa delle opposizioni al governo: farlo cadere al referendum e scrivere una nuova legge elettorale con un nuovo governo – detto ‘di scopo’ – e un Pd talmente alle corde da dover accettare qualsiasi compromesso, compreso il proporzionale. La mozione di maggioranza (Pd-Ap-Misto-Ala), a prima firma Rosato, capogruppo del Pd, che in Aula ripete tre volte “la nostra disponibilità a cambiare l’Italicum è vera e reale”, ma che – ammette scherzando il vicesegretario dem Guerini – “rappresenta, più che altro, uno stato d’animo” (e, in effetti, il testo dice solo che “la Camera avvierà nelle sedi competenti una discussione”…), prende 293 sì (157 i contrari). La mozione di SI fa il botto: 109 sì grazie ai sì insperati di M5S. Quella di M5S, che rilancia un sistema proporzionale quasi totale (il Democratellum), ne prende solo 84: Sel non ha loro ricambiato il favore. La debacle è, invece, tutta per Brunetta: la mozione di FI-Lega-Fd’I prende solo 43 voti, ma i tre partiti che l’hanno proposta contano ben 78 deputati.

Il dramma, però, si consuma tutto e solo dentro il Pd. La riunione del gruppo, convocata un ora prima dell’Aula, vede Speranza durissimo (“Giocate a nascondino, la mozione è debolissima”), Cuperlo più dialogante (“La mozione è un timido passo in avanti”) ma ormai il dado è tratto. La minoranza si astiene dal voto in Aula e, appena fuori, scoppia la guerra dei numeri. Per i renziani non hanno partecipato al voto “per scelta politica” solo in 24, mentre 18 sono “gli assenti giustificati” (il totale fa 42 assenti al voto). La minoranza non ci sta: “siamo almeno 40”, poi affinano i conti, ma insomma pare siano almeno in 32 (7 di loro, invece, hanno votato con la maggioranza del partito, e cioè con i renziani). Pochi non sono (furono in 38 al voto finale sull’Italicum, sarebbero 39 in totale oggi) e si apprestano alla battaglia finale che – sorride Guerini – “li porterà dritti nelle braccia di D’Alema”. Pier Luigi Bersani ammonisce Renzi con frasario da I Repubblica (“Anche le volpi finiscono in pellicceria”) e il renzianissimo esperto di sistemi elettorali, Dario Parrini, bolla la proposta della minoranza, il Mattarellum 2.0, ieri formalmente depositata al Senato da ben  21 senatori bersaniani, come “un vero Inciucellum”. La verità è che si è trattato, ieri, di una enorme pantomima e che i giochi si apriranno dopo il referendum.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 settembre a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.

 

Annunci