La minoranza rompe, ma non spacca. Bersani dice no alla scissione, Cuperlo va in commissione, ma intanto i colonnelli organizzano i comitati per il No…

Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

1) Bersani e Speranza dicono no alla scissione, ma i loro colonnelli danno vita ai Comitati per il No. 

La minoranza dem ha deciso di seguire “la strategia dell’anguilla”. Da un lato arriva a dire persino di voler collaborare alla campagna del Sì (“Se cambia l’Italicum siamo pronti a dare una mano” dice Roberto Speranza a Porta a Porta), garantisce di non voler fare alcuna scissione (“Da casa mia, dal Pd, nessuno mi butterà fuori”, dice Pier Luigi Bersani, “tranne la Pinotti con l’esercito…”) e si dice pronta a entrare nella commissione del Pd che dovrebbe formulare la proposta unitaria del partito per cambiare l’Italicum. Commissione cui, però, l’altro leader della minoranza dem, Gianni Cuperlo, chiede di “produrre risultati entro 15 giorni al massimo sennò è inutile”. Dall’altro la minoranza dem sta lavorando alacremente a lanciare iniziative, se non veri e propri comitati, come quello già nato nel Lazio, per il No al referendum. Ne parlano, lontani dai taccuini, due colonnelli di peso dell’area bersaniana: il veneto Davide Zoggia e il molisano Danilo Leva. “Io il 27 ottobre organizzo un’iniziativa del comitato del No di D’Alema, ci saranno Guido Calvi e il senatore Casson. Non sarò sul palco, ma in prima fila”, dice Zoggia. “Io venerdì sono a Potenza, mi hanno invitato gli avvocati per il No, poi preparo altre iniziative nel mio Molise”, gli fa eco Leva. Insomma, l’agenda della minoranza dem è già fitta di appuntamenti, ma sono per il No, non certo per il Sì. E la manifestazione del 29 ottobre che Renzi ha lanciato sull’Europa? La minoranza ci andrà? “Dipende – replica Zoggia – se diventa un’iniziativa per il Sì, non ci saremo”. E Bersani scandisce: “Non esiste un vincolo di partito sulle riforme costituzionali”. Speranza ribadisce il punto aggiunge: l’iniziativa presa da Renzi è “insufficiente e tardiva”. Bersani – che fa sapere “intendiamo dire la nostra anche sulla manovra economica, vogliamo investimenti, non bonus…” – aggiunge che alla commissione per cambiare l’Italicum la sua area parteciperà “solo per rispetto di Guerini”.

Che è come dire: a te possiamo credere, a Renzi no. Ma per i colonnelli bersaniani, sempre lontano dai taccuini, “quel comitato è solo una pagliacciata e sì, certo, qualcuno manderemo, ma tanto sappiamo come va a finire…”. Persino Guerini, scrutandoli da lontano, perde la proverbiale pazienza e sbotta: “Vediamo chi ci mettono, dal nome capiremo, ma leggere di scissioni non aiuta”. Sulle intenzioni future della minoranza Pd si interrogano, nel Transatlantico, anche Pippo Civati, uscito dal Pd con ‘Possibile’, e il capogruppo di Sel, Arturo Scotto. Civati si augura “decisioni chiare e nette, se si muovessero al Sud sarebbe utile: c’è da recuperare molti voti per il No, io il congresso l’ho perso lì, spero che Speranza si muova”. Scotto si augura “un fatto politico per il dopo” e, cioè, la scissione: alla minoranza Pd propone, di fatto, la Federazione delle Sinistre. Speranza e Bersani, per ora, rassicurano: nessuna scissione, aggiungendo che la scelta di Cuperlo (dimettersi il giorno dopo aver votato no) “è nobile, ma non è una linea politica, bisogna restare nel Pd per il congresso”, anche perché alcuni esponenti della minoranza (Bossio, Lattuca, Chiti) hanno deciso di rompere con la minoranza stessa e di votare Sì al referendum . Ma poi lo stesso Bersani ammette: “Se vince il Sì, sarà considerato un sì anche all’Italicum, per questo va cambiato prima perché dal 5 dicembre tutti penseranno solo alle elezioni…”. E se Bersani non farà “il frontman del No”, come assicura, molti dei suoi saranno in prima fila contro Renzi. Intanto, nella mattina di oggi, la minoranza fa il nome del prescelto per partecipare alla commissione del Pd sulla revisione dell’Italicum: sarà Gianni Cuperlo. Un nome di peso, dunque, ma anche un limite temporale ben preciso. Proprio Cuperlo aveva detto, infatti, come riportato prima: “La commissione deve produrre risultati in tempi  brevi, 15 giorni al massimo, sennò è una perdita di tempo”.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 12 ottobre 2016, a pagina 3 (http://www.quotidiano.net). 

2) La minoranza rompe, ma non spacca. Il confronto in Direzione con Renzi.
Tanto tuonò che piovve. Alla fine della Direzione del Pd, il  presidente Orfini annuncia che “ci sono solo voti favorevoli, nessun contrario e nessun astenuto”. Insomma, la minoranza dem –nelle sue due anime, quella che fa capo a Roberto Speranza, Sinistra riformista, e quella, più piccola, legata a Gianni Cuperlo, Sinistra dem – ha deciso
di non dare battaglia. Almeno non ieri. La scelta è di ‘non partecipare al voto’. Un modo per non dividersi e per marcare il dissenso, certo, ma in un modo ben più sfumato. Le aperture di Renzi sono state minime, pur se ben impacchettate. Il premier propone una
‘commissione’, per di più ‘paritetica’, e cioè con dentro anche “uno o due, decidete voi, esponenti della minoranza”, oltre ai due capigruppo e al sempieterno vicesegretario Guerini, che “istruisca in Parlamento e metta all’ordine del giorno la revisione della legge elettorale”. Il guaio sta tutto nella tempistica: per Renzi, “dovremo iniziare a farlo
nelle settimane successive al referendum” mentre la minoranza vorrebbe che il ‘lavoro’ iniziasse subito, nelle prossime settimane. A fine serata, e nonostante la mancata partecipazione al voto, la reazione della minoranza è di chiusura: una relazione “totalmente insoddisfacente” viene giudicata dai bersaniani quella di Renzi, i quali confermano che “si resta sul No al referendum e se poi la commissione sulla legge elettorale fa il miracolo, valuteremo…”. Neppure la replica del premier (“Cerchiamo un punto di caduta”) smuove la minoranza dem. “Avevamo chiesto un impegno del Pd e del governo  sulla legge elettorale e la risposta è una commissioncina che sposta ogni  decisione concreta dopo il referendum.  Ma andiamo…”, sbotta il bersaniano Nico Stumpo.

Eppure, negli interventi in Direzione, i toni non si alzano, tranne che nell’intervento di Cuperlo. Il quale intravede “un percorso, un passaggio, per quanto stretto”, nella proposta di Renzi, il che equivale a una piccola apertura, ma poi drammatizza: “Se perdi e anche
se vinci il referendum camminerai sulle macerie del centrosinistra e andrai alla testa di un Paese diviso”. Le conseguenze sarebbero pesanti e drammatiche anche sul piano personale: “Senza accordo sulla legge elettorale prima del voto, mi spingerai a votare no al
referendum e il giorno dopo io presenterò le dimissioni da deputato”, chiude il suo intervento Cuperlo che evoca pure la scissione (“Dopo ci divideremo, se necessario…”). Speranza, invece, sgombra il campo da ogni ipotesi di scissione, invoca anzi l’unità del partito, ma parla di “proposta insufficiente” rispetto all’iniziativa avanzata da Renzi
sull’Italicum, chiede un gesto “altrettanto forte” rispetto allo strappo della fiducia messa da Renzi sulla legge elettorale, vuole “una vera iniziativa politica del Pd”, non vuol sentir parlare di “alibi per votare No al referendum” (un No che, per ora, non annuncia,
almeno non formalmente), ma assicura che “il giorno dopo il referendum, che ci sarà, voglio un Pd più unito”. Insomma, per paradosso, a stare a ieri, Cuperlo è a un passo dalla scissione, Speranza e Bersani no, però questi ultimi ribadiscono – nei fuorionda
– che “rebus sic stantibus al referendum votiamo No” mentre Cuperlo drammatizza la scelta fino al punto da dimettersi da deputato se costretto a votare No. La verità è che la minoranza dem è come il Pd: una babele di lingue.

 
NB. Questo articolo è stato pubblicato martedì 11 ottobre su Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net
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