La minoranza Pd sogna una Santa Alleanza contro Renzi se vince il No. Se vince il Sì, rischio scissione più vicino

Pier Luigi Bersani sorride

L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani

«FUORI! Fuori! (dal partito, ndr)». Le immagini del discorso di Renzi alla Leopolda passavano sullo schermo, il premier li attaccava duro («altro che Ditta, usano il referendum per distruggere il Pd») e la platea dei leopoldini esplodeva di gioia e, insieme, di rabbia. Un grido che, questa mattina, ha fatto esplodere di contro-rabbia proprio Bersani, destinatario – con D’Alema – dell’invito: “Se continuano a gridare ‘Fuori! Fuori!’ prima o poi bisognerà rassegnarsi e comportarsi di conseguenza” (cioè andarsene, ndr.).
Il Nemico Pubblico numero 1 da abbattere è la minoranza dem, l’area di Bersani-Speranza, al netto della considerazione che, invece, Cuperlo è rientrato e voterà Sì al referendum. Quella che oggi si chiama “Sinistra riformista” (e, fino a ieri, “Area riformista”, ‘Sinistra dem’ di Gianni Cuperlo è, appunto, cosa diversa) ha perso diversi pezzi, per strada: prima i Giovani Turchi, passati con Renzi, cui erano alleati all’ultimo congresso (candidato: Cuperlo), poi «Sinistra riformista», che oggi fa capo al ministro Martina, da venerdì lo stesso Cuperlo. Insomma, non parliamo di più di 25 senatori e una trentina di deputati. Eppure, a Renzi fanno paura. Sia perché la corrente di Bersani e Speranza è ancora strutturata e forte, sui territori (al Sud, ma anche al NordEst, in parte al Centro), sia perché, più che i suoi colonnelli (Stumpo, Zoggia, Leva), il suo leader – quello vero, cioè Bersani, il giovane Speranza è formalmente il coordinatore – può ancora fare la differenza.

«È SOLO Bersani quello che sposta voti, tra i militanti dem, mica noi», ammette un suo colonnello. Per Ipr-Marketing il 15% dell’elettorato Pd sta con lui: tanto basterebbe a far perdere il referendum. E Bersani, che oggi sarà in Sicilia per ben tre iniziative a favore del No, è furibondo per le parole dette ieri dal premier e per quel «Fuori! Fuori!» dei leopoldini (“Quei cori da operetta sono stati una pagliacciata”), anche se ieri si è limitato a dire ai suoi: «I conti li facciamo a dicembre».
Ecco, appunto, il 5 dicembre, il day after del referendum, cosa può succedere per la minoranza dem? Come per Renzi, ‘dipende’. Se vince il Sì c’è uno scenario, se vince il No un altro, assai diverso. La vittoria del Sì sarebbe un bel guaio, per la minoranza dem. «Certo, una vittoria larga di Renzi è diversa da una vittoria sul filo di lana – ragiona un bersaniano di prima fascia – il premier potrebbe non per forza essere tentato dalle elezioni anticipate immediate, magari aspetterebbe di consumare quasi tutto il 2017, ma certo è che per noi si porrebbe un problema di prospettiva e di spazi nel Pd. Restare sarebbe difficilissimo, convivere (con Renzi, ndr) quasi impossibile».
Alternative? «Non certo un partitito con Sel-SI, per quanto sia rispettabile il loro tentativo a sinistra, ma un nuovo soggetto ulivista che parli al centrosinistra che c’è». Già, ma con chi, con quali forze? «Bersani lo dice sempre: il civismo, i sindaci di centrosinistra, le associazioni, l’Anpi, la Cgil, la società civile. E, aggiungo io – seguita il bersaniano – cercando di portare con noi Romano Prodi ed Enrico Letta. Solo con loro si potrebbe ricominciare a costruire un nuovo centrosinistra, il Pd di Renzi sarebbe tutt’altra cosa».

E SE VINCE il No e, dunque, anche la battaglia della sinistra dem ottiene ragione e giustizia? Qui, paradossalmente e ovviamente, lo scenario è assai meno devastante. «Che Renzi voglia restare al governo o che passi la mano a uno dei suoi – spiega un altro bersaniano di provata fede – servirebbe tempo per riscrivere la legge elettorale e prendere provvedimenti necessari per l’economia. Poi si andrebbe al voto, non prima di un anno». Nel frattempo non solo i bersaniani, ma anche Orfini con i suoi Giovani Turchi, l’area di Martina, il ministro Orlando (uno dei più gettonati come possibile segretario di un area ‘vasta’, una sorta di ‘CnR, comitato di liberazione da Renzi’, ndr) e soprattutto l’area che fa capo a Franceschini «chiederebbero, proprio come noi, la convocazione nel giro di pochi mesi dell’Assemblea nazionale» (il massimo organo statutario del Pd, un assemblea di mille persone, ndr), continua il bersaniano, «con due punti all’ordine del giorno: convocazione straordinaria del congresso anticipato (da fine 2017 alla primavera del 2017) e separazione delle cariche di segretario e candidato premier (che oggi sono unite, per Statuto, nella stessa persona, ndr). Renzi si opporrebbe con tutti i mezzi e sarebbe ancora un osso duro da battere, al congresso. Da soli non ce la potremmo fare e certo non toccherà a noi indicare il candidato alternativo a Renzi, ma con gli altri ce la si fa». Il candidato premier di questa sorta di ‘Cnl anti-Renzi’ si vedrà, ma il nome di Enrico Letta ritorna.

Nb: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale del 7 novembre 2016

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