Renzi si oppone a ogni governo tecnico se vince il No e dice: “Se perdo guarderò la politica in tv”

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla all’Assemblea del Pd

«SE VINCE il No, le scenette della prossima legislatura me le vedrò in televisione perché io non ci sarò più». Matteo Renzi sta parlando, a Cagliari, alla fine di un tour de force massacrante: l’altro ieri tre tappe in Sicilia, ieri altre due tappe sempre in Sicilia, tra cui Palermo, poi volo per Cagliari, comizio, cena con il presidente cinese XI Jinping, oggi altri due comizi in Sardegna.
Il riferimento tecnico della battuta sta in una ‘scenetta’ che Renzi racconta al suo uditorio: un deputato della prossima legislatura va in tv e dice «Io vorrei ridurre il numero dei parlamentari, ma i cittadini italiani nel 2016 hanno detto no»; poi chiosa: «mi godrò la scena in tv». Traduzione: ‘io non ci sarò’.

Perché Renzi perderà il referendum. Raffronti con i numeri reali delle passate elezioni

Insomma, il premier sa che si gioca il tutto per tutto e, dunque, «tanto vale che Renzi faccia ‘il’ Renzi», come dicono i suoi. Riavvolgendo il nastro degli ultimi sei mesi, però, le giravolte, sul tema, sono state tre. La prima: se perdo il referendum, «non è solo che vado a casa, lascio la politica» (da Fabio Fazio, il 24 maggio 2016). La seconda: «Ho sbagliato a personalizzare, si deve votare sul merito della riforma, il mio governo non c’entra, cosa faccio dopo, se perdo? Non dirò più una parola» (dal luglio 2016 fino all’altro ieri). La terza giravolta, l’ultima, è quella iniziata da pochi giorni ma si lega alla prima e appare, ormai, definitiva: «Io resto se posso cambiare, non resto a galleggiare nella palude». Tradotto: con la vittoria del No mi dimetto.
Del resto, «drammatizzare e personalizzare sono le propensioni dell’uomo», sospira un renziano, e «spersonalizzare non ci ha fatto guadagnare un punto in più nei sondaggi», mastica amaro l’altro.
Dunque, cosa farà il premier se perderà il referendum? la cosa più probabile è che si rifiuterà di accettare ogni forma di coinvolgimento da parte di Mattarella (il solo pertugio aperto resta una sconfitta di misura: se il Sì prende il 49% il merito sarebbe solo suo), reincarico o nuovo governo che sia. E poi? L’idea è quella di un «appoggio esterno» o di voti dati «volta per volta», senza fiducie garantite e precostituite: un modo per «cannoneggiare» ogni nuovo «governicchio tecnichicchio», come lo ha già bollato, nascente dalle ceneri del suo. La forza che avrebbe in mano, del resto, è considerevole: 400 parlamentari del Pd indispensabili per formare ogni maggioranza, scrivere ogni nuova legge elettorale, votare ogni scioglimento delle Camere.
Naturalmente, Renzi sa anche, però, che dentro il Pd, si aprirebbe un «cannoneggiamento» alla rovescia, contro di lui, con la minoranza pronta a chiederne la testa e pezzi di maggioranza ‘a-renziana’ (franceschianiani, orlandiani, fioroniani) assai tentati dall’usare la sinistra di Bersani per disarcionarlo. Il premier conta sulla maggioranza ‘tecnica’ che ancora ha negli organismi statutari decisivi (Direzione e Assemblea nazionale) e sulla possibilità di ripresentarsi candidato segretario e, insieme, premier a un congresso assai anticipato (prima metà 2017) per impedire ai suoi avversari interni di riorganizzarsi.
Tutti scenari, a oggi, del tutto imprevedibili. Per ora c’è lo sforzo inane che il premier sta compiendo al Sud, specie nelle isole, dove ha riconosciuto che «siamo sotto di 10 punti nei sondaggi, se vinciamo qui è fatta», la polemica contro «quelli di prima» (Monti, D’Alema, De Mita), l’endorsement insperato di Silvio Berlusconi che fa ben sperare per sfondare nell’elettorato moderato e centrista (quelli di M5S e Lega «sono No sicuri», riconosce) e la polemica contro l’austerity della Ue per cercare di intercettare il vento del trumpismo. La battaglia referendaria resta quella della vita: «Io lotto come un leone fino all’ultimo secondo. Fino all’ultimo giorno». Renzi si era dato il limite temporale di due legislature per cambiare il Paese. Potrebbe fermarsi ad una. E senza essere mai sato eletto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 17/11/2016.