Prodi vota sì, Renzi e i renziani esultano: “La rimonta è a un passo, possiamo farcela”

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L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

ROMANO Prodi che annuncia che vota Sì («un messaggio importantissimo», il sospiro di sollievo di Renzi). Le notizie che filtrano sulla messe di voti in arrivo dagli italiani all’estero (4 milioni di iscritti nelle liste, con il governo che stavolta si aspetta il boom: 1 milione e 600mila votanti, più di 1 milione per il Sì), voti che potrebbero fare la differenza. Persino il contratto degli statali, chiuso con i sindacati e ben 85 euro di aumento (il primo, dopo sette anni). «Arrivano solo buone notizie…» dicono, tenendo le dita incrociate, dal Nazareno come da palazzo Chigi, dove il sentiment è univoco: «Ce la possiamo fare» se non, già, «ce la stiamo per fare…».

Dodici milioni di indecisi, quelli registrati fino all’ultimo giorno utile in cui potevano essere pubblicati i sondaggi, si stanno assottigliando, sciogliendosi come neve al sole: spostarne il 3-5% per il Sì è l’impresa ritenuta, solo da poco, a portata di mano. Infine, il 53-55% stimato come affluenza è in salita (Renzi aveva fissato l’asticella al 60%) e i renziani scrutano persino le previsioni del tempo: al Nord, domenica, sarà brutto e questo li preoccupa. Certo è che Renzi è caricato «a pallettoni» come dicono i suoi, teso nella conquista dei «tantissimi indecisi». «È teso ma pimpante – racconta un deputato del giglio magico – e sono giorni che ci dice che siamo in rimonta e possiamo sorpassare il No. Ha sentito il sangue, come gli squali, e ora vuole azzannare la preda».
Il premier, in effetti, va ovunque. Rilascia interviste a giornali come tv (Porta a Porta, Matrix, Otto e mezzo, Skytg24), alterna dirette live su Facebook ai comizi di piazza (oggi Napoli, domani Reggio Calabria, Palermo e Firenze). Tornando a Prodi, i renziani esultano, ovviamente tutti, e tornano a farsi sentire anche i renziani ex-prodiani ed ex-ulivisti: Marcucci, Carbone, Gozi, Fiano, Zampa, Zanda (foto) e Finocchiaro, che ringraziano «il fondatore dell’Ulivo, il suo Sì è importante» e i prodiani fuori dal Pd ma dentro il perimetro del centrosinistra (Dellai). Solo un renziano teme che «i voti che ci porta sono meno di quelli che ci fa perdere tra gli elettori moderati che lo detestano».

RENZI sottolinea due cose: «Prodi non è d’accordo con noi su tutto, ma non si può aspettare la riforma perfetta» e «riconosce che c’è un esigenza (di riforme, ndr) per il Paese». Poi si toglie la soddisfazione di dire che «tutti quelli che fecero cadere Prodi sono tutti schierati per il No. Mastella e Dini nel 2008, Bertinotti e uno di cui non dico il nome nel ’98». E poco importa che, nella mancata elezione di Prodi al Colle, ci sia stata la ‘manina’ di molti, non solo ex-Ds ma anche renziani o che Renzi non lo abbia sponsorizzato per alcuni incarichi Onu (Libia). Decisivo, sembra, sia stato, per smuovere il Professore la richiesta del suo ex braccio destro, Arturo Parisi, che sia pubblicamente, con un intervista a Repubblica, martedì scorso, sia privatamente, lo ha caldeggiato a schierarsi perché, concetto condiviso da Prodi, “non puoi stare coi tanti assassini dei tuoi governi”. E poco importa che la memoria dell’Ulivo e del centrosinistra è stata sepolta pure da Renzi come pure che Prodi abbia, nella sua lettera in cui si esprime per il Sì al referendum, distrutto sia la leadership renziana del Pd che l’Italicum che parte della riforma stessa.

Per il premier, invece, conta l’oggi, l’hic et nunc. E il domani, sempre che il Sì prevalga, poco importa se per un soffio, per gli italiani all’Estero o per le regioni rosse. Il premier pensa a un nuovo governo con un mini-rimpasto e l’ingresso ufficiale di Verdini, decisivo al Senato, in maggioranza, ma senza alcun Renzi bis, per arrivare alla scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018). Poi, iniziare la trattativa sulla nuova legge elettorale da posizioni di forza (l’idea è un Mattarellum ‘rovesciato’: 300 seggi scelti con i collegi e 300 con le liste bloccate e il proporzionale, 15% da ritagliare come premio di maggioranza) e cavalcare un generoso piano di riduzione delle tasse (Irpef in testa) nel 2017. Nel mezzo, congresso del Pd anticipato per «regolare i conti» con «nemici e finti amici», sibilano i suoi, da tenersi ad aprile-maggio e ricandidarsi segretario «rivoltandolo come un calzino». E se, invece, Renzi perde? Beh, ovvio, questa è tutta un’altra storia.

NB: questo articolo è stato pubblicato il I dicembre 2016 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)