Renzi vuole andare al voto subito da segretario del Pd in carica, al massimo con primarie ‘volanti’, niente congresso. Domani la resa dei conti in Direzione

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla all’Assemblea del Pd

DIMETTERSI dal governo per ottenere un reincarico lampo e, pur dimissionario, restare in carica per portare il Paese a voto a febbraio, sciogliendo le Camere a dicembre (il precedente c’è, quello del governo Monti rimasto in carica, dimissionario, fino alle Politiche del 2013). Oppure restare segretario del Pd per convocare primarie anticipate (senza fare né anticipare un vero congresso con la trafila consueta: circoli di base – federazioni provinciali e regionali – assise nazionale con elezione dei delegati) ma indire solo primarie «aperte», come fece Pier Luigi Bersani nel 2012 quando le vinse proprio contro Renzi (e peraltro anche Prodi quando si candidò e vinse le primarie nel 2005), entro gennaio-febbraio, restare segretario e candidarsi per il voto anticipato da tenersi sempre entro febbraio, al massimo a marzo (già aprile sarebbe tardi). Nel frattempo, sostenere un governo «di scopo» che solo abbia la funzione di scrivere una nuova legge elettorale e votare a marzo-aprile 2017 con lui candidato premier. Questa la nuova road map di Renzi.

TRE le mosse, tattiche e politiche, nella faretra del premier dimissionario, tutte assai spericolate. La prima. Dimissioni «irrevocabili» da premier ma «politiche», quelle «tecniche» arriveranno solo venerdì con il via libera alla manovra economica in Senato. Oggi la conferenza dei capigruppo calendarizzerà il voto alla  Legge di Stabilità per l’aula, verranno buttati via tutti gli emendamenti e la maggioranza voterà una versione fotocopia della legge di Stabilità già passata alla Camera senza cambiarla neppure di una virgola, grazie alla questione di fiducia, autorizzata nel cdm di lunedì (l’ultimo del governo Renzi), e via maxiemendamento che eviterà la possibilità di incursioni da parte delle opposizioni.
Da venerdì in poi, quando Renzi tornerà ad avere le «mani libere» per davvero, potrà salire al Colle per le consultazioni, che partiranno da quel giorno, il 9 dicembre (ma è notizia di oggi che inizieranno già giovedì 8 dicembre, ndr.) in qualità di ‘semplice’ segretario del Pd. E qui c’è la seconda mossa, il rapporto con Mattarella, un rapporto che nei tre colloqui avuti con il Capo dello Stato nelle ultime 48 ore (uno telefonici, due de visu) è stato molto più che “franco e diretto”, come si usa dire in questi casi, ma teso e nervoso. Mattarella voleva, a tutti i costi, non solo che Renzi accettasse di restare fino all’approvazione della legge di Stabilità, come poi ha ottenuto (Renzi voleva dimettersi subito e in modo irrevocabile, anche dal punto di vista ‘tecnico’), ma che la legge di Stabilità fosse approvata con calma, entro Natale, facendola tornare alla Camera, accogliendo parte delle richieste delle opposizioni, e approvando pure il dl terremoto. Renzi ha risposto picche su tutti i fronti, accettando solo il rinvio ‘tecnico’ di dimissioni che giudica, appunto, ‘irrevocabili’. Mattarella ha sì accettato che Renzi goda di un’diritto di successione’ o di ‘prima scelta’ sul nome che dovrà succedergli, ma non vuole cedere all’idea di un governo ‘a tempo’ che faccia la legge elettorale e porti subito a elezioni. D’altro canto, il Capo dello Stato è consapevole che il Pd ha la maggioranza dei parlamentari e che, fino a quando Renzi lo guiderà, senza il Pd non si può fare alcun governo. Le parole del ministro Alfano, leader di Ncd (“La maggioranza ha esaurito il suo compito politico, si può votare a febbraio”) rafforzano l’impressione che la maggioranza di governo non solo non esista più ma sia indisponibile a sostenere qualsiasi altro governo che non sia un governo elettorale (e, da questo punto di vista, la micro-scissione dell’Udc dal gruppo Ap sottrae pochi parlamentari all’Ncd di Alfano) che ci conduca presto al voto. Dunque, è molto difficile, per Mattarella, trovare un governo sostitutivo e di medio periodo che, oltre alla legge elettorale, metta in cantiere altri provvedimenti importanti per il Paese e duri, se non un anno e due mesi, il tempo per arrivare alla scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018), almeno buona parte del 2017. Il Pd come pure l’Ncd, non ci sta. Non foss’altro perchè non vogliono farsi cucinare a fuoco lento mentre le opposizioni (Grillo-M5S, Lega-Salvini, Meloni-Fratelli d’Italia) chiedono a gran voce le elezioni (da questo punto di vista l’appoggio di FI a un governissimo viene visto nel Pd come la peste).

Renzi, periò, ha detto chiaro – e anche in modo brusco – a Mattarella che accetterà di sostenere un nuovo governo non guidato da lui, ma da uno dei suoi (Padoan? Gentiloni? Delrio? Questi i nomi più graditi, nell’ordine), solo se il Capo dello Stato accetterà l’idea del «governo di scopo» per fare la legge elettorale e andare al voto subito. E un governo «istituzionale», a guida Grasso? «Dovrà trovarsi i voti in Parlamento», dicono duri i suoi, “noi lo valuteremmo provvedimento dopo provvedimento, rendendogli la vita difficile” e, probabilmente, è il sottotesto, ‘staccandogli la spina’ se non porta il Paese subito al voto.

INFINE, c’è, per Renzi, il terzo corno del dilemma, quello del partito. L’altra notte, il premier ha avuto la forte tentazione di «mollare tutto», compresa la carica di segretario, e tornarsene a casa, a Rignano sull’Arno o a Pontassieve, moderno Cincinnato che lascia la politica (avrebbe anche prospettato, ai suoi e anche a Mattarella, “un anno sabattico all’estero, negli Usa, con la famiglia, per studiare, viaggiare e riflettere…”). In questo scenario, «Solo davanti a un Paese allo sfascio e in deriva – racconta un senatore renziano – accetterebbe di tornare, chiamato». Poi, però, smaltita la rabbia e la delusione, Renzi ci ha ripensato. La cerchia dei fedelissimi (Lotti, Guerini), ma anche le tre anime della maggioranza che regge, con lui, il Pd – quella di Franceschini (Area dem), quella dei Giovani Turchi (Orfini) e quella di «Sinistra è cambiamento» (Martina e altri) – sono saliti uno dietro all’altro a palazzo Chigi, in pellegrinaggio, e lo hanno convinto a restare «almeno» segretario del Pd e a rilanciare la sua azione nel partito in vista del voto. Renzi ha accettato, ma a due condizioni capestro per tutti, a partire da alleati “non renziani” nelle cui fila (franceschiniani e Giovani Turchi in testa) serpeggiano già i malumori di chi vorrebbe sostenere un «governissimo» che arrivi a fine naturale legislatura non foss’altro perché solo a settembre del 2016 scatta il diritto a maturare il vitalizio (la pensione).
La prima condizione è sul governo: «Appoggerò un nuovo governo – ha detto ai suoi – solo se avrà lo scopo di fare la legge elettorale e portarci a votare in pochi mesi». Alle brutte, se il Parlamento non ci dovesse riuscire, cosa peraltro probabile, «sarebbe la Consulta» – ragiona un renziano – «a scrivere la nuova legge elettorale con la sentenza sull’Italicum, che verrà senza alcun dubbio modificato, e l’adattamento del Consultellum al Senato».
Ieri, Luca Lotti, ha scritto su Twitter: «Dopo il 40% del 2012 e del 2014, ripartiamo dal 40% di ieri». Il senatore Andrea Marcucci a QN dice: «Auspico che Renzi resti segretario, dia il via libero a un governo per il disbrigo degli affari correnti, il Parlamento o la Consulta facciano la legge elettorale e si vada a votare entro marzo-aprile 2017 dopo un congresso ‘volante’, veloce». Un congresso, appunto, per fare solo le primarie ‘aperte’ per la premiership senza elezione degli organi congressuali, come in un congresso regolare, che avrebbe bisogno di molto più tempo per potersi sviluppare e completare (circa 3 mesi). Di questo si discuterà domani in Direzione, sempre che non venga rinviata (lo era già stata in un primo momento: doveva essere martedì, data poi slittata a mercoledì) e di certo lì se ne vedranno delle belle. La sinistra dem, ringalluzzita dalla vittoria del No, non ne vuole neppure sentir parlare di voto anticipato nell’arco di due mesi e di congresso ‘volante’ . Ieri sera D’Alema ha detto: «Le dichiarazioni sul 40% sono folli, il congresso si deve fare a scadenza naturale (novembre 2017, ndr), servono nuovo governo e nuova legge elettorale, ma soprattutto serve tempo per rimettere in sesto il Paese». Roberto Speranza e tutti i bersaniani assicurano: «Non chiederemo le dimissioni di Renzi da segretario», «la discussione non può partire dal congresso» (Zoggia), ma «dalla sconfitta subita» (Stumpo).”il resto sono pagliacciate” (sempre Stumpo) mentre anche per Bersani “serve tempo”. Per ora, sono parole ‘di minoranza’. Solo se Franceschini – i cui colonnelli già chiedono a Renzi, come pure i Giovani Turchi, «una gestione collegiale del partito» – e altri pezzi di maggioranza lo abbandonassero al suo destino, gli equilibri nel Pd salterebbero. Sotto punto di vista, il silenzio del ministro Andrea Orlando è eloquente.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 dicembre 2014 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://ww.quotidiano.net).