Meb e Luca, simul stabunt simul cadent. I destini incrociati di Lotti e Boschi, gemelli diversi del ‘giglio magico’ di Renzi oggi nel governo Gentiloni

Italy Politics

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

MARIA Elena e Luca, ‘la’ Boschi e ‘il’ Lotti, ‘Meb’ e ‘Lampadina’, l’aretina e l’empolese, il giovane avvocato di Laterina che scopre la politica sul lato dalemiano (parteggiava per Michele Ventura che perse male le primarie a candidato sindaco di Firenze contro Renzi) e, solo dopo, su quello renziano, e il “carrarmato” di Matteo Renzi da quelle primarie in poi, cioè da sempre. I loro destini sono legati da anni, da quando il loro ‘Re Sole’, Renzi, decise il grande salto: da presidente di Provincia a sindaco di Firenze, dal locale al globale, candidato alle primarie contro Bersani (perse) e poi contro Cuperlo, (vinte) segretario del Pd e poi successore di Enrico Letta a palazzo Chigi. L’ascesa, il trionfo, dietro «Cesare» e, ora, da poco, la caduta, ben più repentina e drammatica del trionfo, e per entrambi, causa quel maledetto referendum costituzionale del 4 dicembre per cui si erano impegnati, entrambi, anima e corpo (tanta ‘anima’ e pure tanto ‘corpo’). Insomma, come dicevano i latini, ‘simul stabunt, simul cadent’: cade l’uno, cade l’altro, se restano, lo fanno insieme. Ma sarà poi così vero o, invece, anche i loro due destini stanno per separarsi per sempre?

TANTO che la caduta della Boschi, esposta per forza di cose al pubblico ludibrio in quanto «madre regina» della riforma costituzionale da lei voluta – con Renzi – seguita, partorita, nata, promossa (in Parlamento) e bocciata (nelle urne referendarie), è stata più eclatante e pesante di quella di Lotti, sempre spettinato e sempre vestito un po’ male, finto casual, parco di dichiarazioni, interviste, comizi. Ieri era lei a sorridere, felice e soddisfatta, nel salone delle Feste di palazzo Chigi mentre lui sorrideva timido nel Salone delle Cerimonie del Quirinale. Tailleur nero formale, assai lontano dal completo blu elettrico indossato 2 anni fa quando giurò da ministra nelle mani di Napolitano, Maria Elena è tornata radiosa.
Eppure, dicono i renziani ‘cattivi’, «la sua è una evidente diminutio. Esce da ministro di Renzi ed entra sottosegretario nel governo Gentiloni. Seguirà le sedute del consiglio dei ministri, ma è una pura funzione notarile: scriverà l’ordine del giorno, terrà l’agenda delle riunioni, punto». Le cose, in realtà, sono sempre meglio di come appaiono: quel ruolo, che fu di Gianni Letta è «un ruolo importante, un ruolo chiave» dicono i suoi, senza dire che terrà, pare, due deleghe ereditate dal ministero precedente (Pari Opportunità e Adozioni). Eppure, alle Riforme, Lei non poteva restare. Per dialogare con gli altri partiti, sulla legge elettorale, serviva una persona meno divisiva. Ed ecco, infatti, che alle Riforme va la paziente, e glaciale, oltre che esperta, Anna Finocchiaro, che pure di Meb è stata – al Senato e, più in generale, al partito e con gli altri partiti – una vera ‘madrina’ (“Mi è scattato il maternage”, disse di lei, dopo aver detto, invece, di Renzi, che era “un miserabile” perché voleva escluderla dalle liste alle Politiche) su riforme e legge elettorale.
Inoltre, Renzi non si fa vedere in pubblico con lei da troppo tempo: Leopolda 2015, per la precisione, quando il crac di Banca Etruria piombò tutto e solo sul capo di suo padre.
Infine, i suoi sms continui, quasi insistenti, di certo pieni di pathos, per convincere il neo premier, Gentiloni, quasi stupito – così si dice – da tanta gentile insistenza, che di certo non l’hanno aiutata a fare una bella figura, ieri nel partito, oggi nell’opinione pubblica.
Renzi, di certo, non l’ha mollata («Farai quello che vorrai, decidi tu», le ha detto), anzi, l’ha aiutata quello che basta, ma per vincere il congresso e le elezioni serve Lui, Luca Lotti. Promosso ministro allo Sport, che a una prima occhiata sembra una delega assai «leggera», mantiene le deleghe (pesanti, pesantissime) all’Editoria e al Cipe, cioè i soldi che – più o meno a pioggia – arriveranno al governo e verranno distribuiti, specie al Sud, per non dire del fatto che il capitolo ‘nomine’ degli enti e cda di Stato sempre a lui resterà.
CERTO, non arriva la delega ai Servizi segreti, delega che Gentiloni si tiene ben stretta e a cui Lotti mirava perché era suo vecchio pallino, anche se i suoi dicono che “non è vero” e che “non ci ha mai pensato a volere quel posto” e che, casomai, puntava a un altro bersaglio grosso, il ministero degli Interni, che invece è andato a un suo vecchio rivale, Marco Minniti (già dalemiano, poi veltroniano, ora renziano di complemento) che aveva in mano proprio i servizi. Ma il vero «bingo» Lotti lo fa nel solo essere diventato ministro e, di conseguenza, nel partecipare alle riunioni del cdm. Pochi sanno che pur avendo il ruolo di sottosegretario, Lotti, fino a ieri, non ci entrava nemmeno, nel consiglio dei ministri: a verbalizzare le sedute – atto che, da oggi, sarà compito della Boschi – era De Vincenti.
Ma è lì dentro che si decide «la Politica», scelte di governo e non solo. «Nel cdm sono entrati, o rientrati, tutti i capi corrente del Pd (Franceschini, Orlando, Martina, ndr) – spiega un ‘lottiano’ – ma mancava proprio un… renziano e Luca è il capocorrente di Renzi. Prima non serviva, perché al governo c’era Matteo, e Luca gli stava subito dietro, sempre, ora serve, eccome se serve». Eccola, dunque, la spiegazione: Lotti agirà da «dante causa» di Renzi, senza dire che «darà una mano a Renzi per preparare il congresso, vincerlo e andare al voto».Certo, Lotti – ombroso e silenzioso di suo – dovrà diventare più loquace, forse persino «simpatico», agli occhi di un opinione pubblica che lo conosce assai poco.
Ma tant’è, à la guerre comme à la guerre. E Maria Elena? Sorriderà, guardando il cdm dentro e il governo da vicino, da palazzo Chigi, ammaliante, come sa fare solo lei.
Alla faccia delle polemiche e dei tormentoni contro il suo volto, e il suo ruolo, che sono già partite. Alla faccia anche di quei renziani che, ieri, perfidi, più che cattivi, dicevano: «Mantenere Maria Elena al governo è peggio di un delitto, è un grave errore politico».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 dicembre 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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