Legge elettorale, Renzi ha fretta, ma tutti gli altri partiti no, e pure molti dem La maggioranza per il voto subito non c’è

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

«MATTARELLA – ragiona un renziano di prima fascia – sembra dire che si può andare a votare subito, non appena vengono ‘armonizzate’ le leggi elettorali delle due Camere, e invece vuole portare la legislatura alla fine. Matteo (Renzi, ndr) dice ‘bravo e grazie’ al Capo dello Stato, ma sa che sono tanti, dal Capo dello Stato stesso a Berlusconi, da Alfano a Verdini, da Franceschini a Orlando, quelli che di andare a votare non ci pensano neppure, vogliono solo fare melina, logorarlo e sfibrarlo. È come un minuetto ballato in un salone degli specchi: nessuno dice ciò che pensa, tutti fingono il contrario e sorridono tra loro». Nonostante l’immediato e caloroso plauso espresso, lo stesso 31 dicembre, da parte di Matteo Renzi, al discorso del Capo dello Stato («Piena condivisione delle sue parole» hanno battuto le agenzie di stampa alle 22), il renziano di alto lignaggio è assai scorato.

L’ANNO nuovo, infatti, si apre sotto i peggiori auspici. Attentati internazionali sanguinosi, Mps da salvare, la mannaia della manovrina supplementare che la Ue potrebbe imporre all’Italia, gli appuntamenti internazionali che attendono il Paese (trattati di Roma a fine marzo, G7 a Taormina a fine maggio). Eventi che Mattarella non cita nel discorso «del caminetto», quello del 31 dicembre, ma che aveva enumerato con puntiglio in quello davanti le Alte cariche dello Stato appena prima di Natale. E, appunto, una legge elettorale che tutti, a partire dal Capo dello Stato, vogliono ‘nuova’ di zecca (maggioritaria o proporzionale che sia), oltre che, ovviamente, ‘armonizzata’ tra Camera e Senato.
Traduzione: caro Renzi, che tu riesca a imporre il Mattarellum o che tu voglia adattare al nostro sistema elettorale il Consultellum che uscirà dalla sentenza della Consulta sull’Italicum, devi trovare una maggioranza «piena», «la più larga possibile».

Il che vuol dire non limitata ai partiti che sorreggono il governo Gentiloni (Pd+centristi), ma assai più ampia (allargata a FI), e poi devi pure riuscire a farla approvare in Parlamento. Senza dire che, appunto, le due leggi, ora diverse, di Camera e Senato «vanno armonizzate e rese omogenee, pena l’ingovernabilità», come ha detto il Capo dello Stato, in modo solenne, e per ben tre volte. «Se Matteo riesce nell’impresa di farci votare a giugno, a prescindere che poi vinca o perda, assumerà la statura di un generale De Gaulle – conclude il renziano – perché tutto complotta contro di lui e tutti vogliono ‘tirarla in lungo’».
Tutto complotta contro Renzi, dunque, a partire, ovviamente, dal fattore tempo. Il segretario dem ‘finge’ di andare sugli sci della Val Gardena, anche se ha annullato il previsto e desiderato viaggio negli Usa. In realtà compulsa nervoso, oltre che il calendario, le dichiarazioni degli esponenti degli altri partiti, compresi i piccoli, come oracoli.
Persino il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, di solito conciliante, usa toni ultimativi: «Basta perdere tempo, serve subito l’accordo su una nuova legge elettorale – ha dettato all’Unità prima ancora che Mattarella parlasse –. Noi abbiamo proposto un tavolo, ma c’è chi non si assume le proprie responsabilità». Guerini conosce i suoi polli: parla a suocera (FI) affinché nuora (Ncd e altri) intendano perché sa che anche Alfano, oltre che pezzi della maggioranza del Pd, non ne vogliono proprio sapere di andare al voto entro giugno.
Ecco perché, il 9 gennaio, quando le Camere riapriranno, il Pd – quello a trazione renziana, ovviamente, «perché la minoranza ci odia e lavora per il re di Prussia, cioè Berlusconi», masticano amaro i renziani – butterà, sul tavolo della legge elettorale, la sua proposta, chiedendo immediati appuntamenti e ‘giri di tavolo’ a tutte le forze politiche presenti in Parlamento ‘prima’ e non ‘dopo’ che si esprima la Consulta, e cioè dal 24 gennaio in poi.

La proposta dem non è un mistero per nessuno: si tratta del Mattarellum, ma non nella sua versione originaria, quella «1.0», scritta dal (ai tempi) deputato del Ppi Sergio Mattarella, ma un Mattarellum «2.0». Calibrato al punto giusto per togliere ogni possibile alibi a Berlusconi: 50% di collegi uninominali maggioritari e 50% (o 35% o 30%) di proporzionale, con le liste bloccate (cioè senza le tanto vituperate preferenze), da cui desumere anche un piccolo premio di maggioranza del 10% circa. La proposta, però, verrà subito rigettata con un fermo «no, grazie» da Forza Italia, che punta a un proporzionale semipuro, e dall’M5S, verrà fintamente vagliata positivamente dalla Lega e verrà bocciata sonoramente da tutti gli alleati «minori» del Pd (Ncd, Popolari per l’Italia, Psi) che vogliono il proporzionale, al massimo corretto da un premio alla coalizione e, comunque, soglie di sbarramento basse.

NON RESTERÀ, dunque, che attendere il vaticinio della Consulta: udienza il 24 gennaio, sentenza e motivazioni, però, non prima dei primi di febbraio. Boccerà l’Italicum, certo, la Corte costituzionale, ma come? Casserà, insieme, premio di maggioranza (55% dei seggi) e ballottaggio proponendo un proporzionale semi-puro da armonizzare solo nelle soglie di sbarramento diverse tra Camera e Senato? Manterrà il premio a chi ottiene il 40% dei voti? Salverà – come si dice, e questo sarebbe clamoroso – anche il ballottaggio, ritagliando un «nuovo» Italicum? Non si sa, ma subito dopo il Pd dovrà trovare, in Parlamento, una maggioranza «qualsiasi» per scrivere in fretta la nuova legge elettorale, se l’obiettivo resta quello del voto a giugno. E sarà allora che, appunto, inizieranno i dolori, per Renzi.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 2 gennaio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

 

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