Se non si vota Renzi ha pronto il piano B: sostegno a Gentiloni e partito più forte

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo
ROMA
MATTEO Renzi ha un piano A (vedi alla voce: «Elezioni subito»). Ma ha anche il piano B, quello che ogni leader ha sempre nel cassetto? Sì, ce l’ha. I renziani di stretta osservanza si rifiutano persino di prendere in considerazione l’idea, anche solo in teoria, figurarsi lui: «Dobbiamo prepararci al voto – spiegava ieri a chi lo ha sentito – e io cercherò l’accordo con chi ci sta, sulla legge elettorale. Per me il Mattarellum resta il sistema migliore, se cade il ballottaggio previsto dall’Italicum e che io manterrei perché è un segno distintivo del Pd. Io non parto per forza dall’accordo con FI, mi sta bene pure quello con Lega e M5S. Vedremo con chi farlo, questo accordo, ma il mio orizzonte resta sempre quello, il voto».
Eppure, il piano B c’è e qualcuno inizia a pensarci, tra i suoi (il ministro Lotti) e qualcuno (Richetti) inizia a suggerirglielo, pur sapendo che rischia di incorrere nella sua «ira funesta». Del resto, quando glielo hanno proposto Dario Franceschini e Andrea Orlando sono stati subito catalogati alla voce ‘Jago’, ovvero «finti amici interni».

UN RENZI tornato tonico, riflessivo, studioso e appunto che non rifiuta affatto il piano B. Oggi, su Repubblica, alla domanda sul voto subito, l’ex premier risponde: «Mi è assolutamente indifferente. Io non ho fretta, decidiamo quel che serve all’Italia, senza ansie, ma anche senza replicare il 2013 quando abbiamo pagato un tributo elettorale al senso di responsabilità del Pd». Il segretario è entrato nella fase dell’ascolto «di tutti». Ha persino chiesto una «stanza più grande» in un Nazareno che non ha mai amato né frequentato (la sua, ormai abbandonata da anni, a volte la usava Guerini), cerca casa a Roma (dormiva a palazzo Chigi o in albergo) e prepara il «manifesto del nuovo Pd», un «partito nuovo, più che un nuovo partito», scherza un ex dc parlando come un ex Pci: nuova segreteria, pronta a giorni, appuntamenti nei territori, mobilitazione dei circoli, radicamento, strutture, più tessere («non è vero che sono in calo», giura Guerini).

Anche per questo motivo Renzi formalizzerà la nuova segreteria dem all’inizio della prossima settimana, quando dovrebbe convocare anche una Direzione nazionale del Pd. Nella segreteria entreranno lo scrittore Francesco Carofiglio, molti sindaci locali espressione del Pd sul territorio (Bonajuto di Ercolano, Palazzi di Mantova, Falcomatà di Reggio Emilia, Ricci di Pesaro), l’ex segretario dei Ds (peraltro l’ultimo) Piero Fassino, gli economisti Nannicini e Taddei, forse Richetti (renziano critico), ma resteranno saldi al loro posto esponenti già rodati come Guerini, Fiano, Ermini (in forse, invece, la Serracchiani).
Poi, Renzi lancerà una serie di iniziative per mobilitare e rilanciare il Pd nel Paese: il 21 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio; il 27 e 28 gennaio, a Rimini, assemblea nazionale degli amministratori del Pd; il 4 febbraio, a Roma, iniziativa sulla Ue e il Pse.
Infine, a maggio, nuova Assemblea nazionale per stabilire la data esatta del congresso.

E se non arrivano le elezioni a giugno, e ci sarà tanta palude da affrontare (il piano B, appunto), tanto radicamento torna utile. Anche per affrontare due tristi sventure. La prima: il governo Gentiloni dura e, a quel punto, bisogna sostenerlo, e con convinzione, perché, appunto, non si vota più a giugno, ma se va bene a ottobre o anche più in là. Per esempio elaborando, grazie a Taddei e Nannicini, un programma di riforme economiche (fisco, imprese, tasse, infrastrutture, pensioni, povertà) «che risponda al desiderio di cambiamento e modernizzazione del popolo del Sì», dicono al Nazareno. Non sarà facile, considerando che a ottobre verrà scritta una legge di Stabilità «lacrime e sangue», come sa Renzi e già si lamentano i suoi, “perché sarà l’Unione europea a imporcela così”.
LA SECONDA sventura è il congresso del Pd, non più rimandabile (data prevista per Statuto ottobre-novembre 2017), con gli avversari che vengon fuori uno a uno, prendono coraggio, si alleano, lo sfidano per il trono. Renzi può e deve vincerlo lo stesso, il congresso, certo, ma non sarebbe impresa facile né semplice, anche a causa degli ‘Jago’ di cui sopra (Franceschini, Orlando) che potrebbero candidarsi a loro volta, per non dire dei candidati della sinistra, singoli (Speranza) o doppi (Emiliano e Rossi) che correranno contro di lui. Ecco perché, date le due sventure, il piano B, per ora, è e resta nel cassetto. Squadernato sul tavolo c’è, come si sa, il piano A. Attendere la sentenza della Consulta sull’Italicum nella speranza che sia «autoapplicativa» e, anche se non lo sarà, fare fretta al Parlamento per scrivere la nuova legge elettorale. Unico interlocutore possibile, Berlusconi, secondo il già ribattezzato – al Nazareno – «patto del Diavolo» (vedi QN del 14 gennaio 2017, p. 8).
La nuova legge elettorale – un Italicum ‘mascherato’, un sistema che finge di essere un proporzionale, ma che in realtà ha forti (se non massicce) dosi di maggioritario – Renzi vuole farla approvare a un Parlamento riottoso «in due mesi e mezzo al massimo». Ecco, del piano A, in cui Renzi continua a credere, il vero, grande, avversario, in fondo, non è il Parlamento, la Consulta, Mattarella o i nemici interni dem, ma il fattore Tempo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)