D’Alema pronto alla scissione e a fare un nuovo partito. Renzi insiste: voto subito.

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo – ROMA
«SE RENZI volesse sbaraccare tutto – dice l’ex premier ed ex segretario del Pds come dei Ds, Massimo D’Alema, ospite del programma di Bianca Berlinguer su Rai3, Carta bianca – e chiedesse le dimissioni di Gentiloni, senza cambiare la legge elettorale, per andare a votare subito, la reazione dovrebbe essere quella di formare un’altra lista. E se, nella sinistra dovesse nascere un nuovo partito in modo serio sicuramente supererebbe il 10%. Abbiamo fatto fare dei sondaggi che confermano il peso elettorale del nuovo soggetto». Un sondaggio arriva subito: è quello Ipr-Porta a Porta, che dà un partito di D’Alema all’11%, con il Pd fermo al 22% mentre altri sondaggi arrivano, per D’Alema, persino fino al 14%.
Dopo le bordate del governatore pugliese Michele Emiliano, pronto alle «carte bollate» se Renzi non convocherà, subito, un congresso anticipato (la scadenza naturale è dicembre 2017, con convocazione delle assise non prima di giugno, come scandisce il presidente dell’Assemblea nazionale, Matteo Orfini, ma con gli ‘emiliani’ come Francesco Boccia che hanno già iniziato una raccolta di firme – serve il 5% degli iscritti al partito – per chiedere e ottenere, attraverso un voto dell’Assemblea, il congresso), torna a farsi sentire D’Alema.

È PARTITO l’accerchiamento, da dentro (i governatori Emiliano e Rossi, D’Alema, i colonnelli di Bersani, i big non renziani, da Franceschini a Orlando) come da fuori (Mattarella che vuole due leggi elettorali ‘realmente’ armoniche, la Consulta che deve ancora fornire le motivazioni alla sua sentenza, il Parlamento dei nominati che non vuole fare la fine dei tacchini a Natale, gli altri partiti, specie i piccoli, che temono il voto, etc) il Pd, per impedire a Renzi di: andare al voto; vincere o pareggiare le elezioni; tornare lui premier. Oppure, come dicono diversi parlamentari dem, «offrire al capo dello Stato, dopo il voto, una terna di premier diversi da lui, se Matteo avrà ‘non vinto’». I tre sarebbero, nell’ordine di gradimento dello stesso Renzi: lo stesso Gentiloni, Delrio e persino Franceschini. Oggi Renzi vedrà i suoi al Nazareno per fare il punto con la sua war room. E per mandare agli altri big il messaggio solito: ‘al voto, al voto’. Non foss’altro per indurre il più tentennante dei tre (Franceschini) a un «patto di non aggressione» che permetta a Renzi di ottenere le urne subito, e garantisca a Franceschini «almeno 40 capilista bloccati per i suoi fedelissimi». «Sennò, quelli, con le preferenze, non li elegge nessuno», mastica amaro un renziano che non vorrebbe ceder posti ai franceschiniani, figurarsi i bersaniani.

INSOMMA, i renziani hanno chiara, davanti a sé, la strada. Apertura (finta) agli altri partiti per cambiare la legge elettorale (“Noi proponiamo il Mattarellum, ma tanto ce lo bocciano, si sa”), chiusura della pratica dell’esplorazione con gli altri partiti in una/due settimane al massimo, Direzione del Pd, già convocata, per il 13 febbraio al fine di annunciare – magari con un Gentiloni seduto accanto a Renzi – «a questo punto non ci restano che le urne», voto anticipato ad aprile (difficile) o a giugno (possibile), dimissioni del premier perché «il Pd, partito di maggioranza relativa, ha detto stop». Nel frattempo, nessun congresso anticipato da ‘regalare’ agli avversari perché, come scrive Renzi nella Enews, «mi è stato chiesto di rispettare i tempi e le regole dello Statuto», quelle che lo prevedono a fine anno.

IL GUAIO, per Renzi e per i suoi, è che non solo si stanno muovendo tutti quelli che non vogliono andare a votare fuori dal Pd, ma anche «i pezzi da novanta» interni al Pd.
I governatori della Puglia (Emiliano) e della Toscana (Rossi), pezzi di correnti dem non ‘normalizzate’ da Renzi (ex ulivisti, popolari, cuperliani, Giovani Turchi fan del ministro Orlando) e, appunto, il «nuovo partito» capitanato da Massimo D’Alema. Non si chiamerà «Con-senso», come i comitati presentati dall’ex premier sabato scorso a Roma. Forse sarà, ancora, Pds ma in quanto «Partito della Sinistra», di certo ci sarà la parola ‘Sinistra’. Si tratta di un Frente Amplio che metterà insieme soggetti diversi. I comitati dei ‘professori’ del No vicini, durante la campagna referendaria, a giornali come Il Fatto e il manifesto. Gran parte, se non tutto, quel che resta di Sinistra italiana (una piccola parte di senatori e di sindaci, da Zedda a Doria, da Stefano ad Uras, senatori, se n’è già andata verso Pisapia): di certo il pezzo che afferisce al capogruppo alla Camera, Arturo Scotto, ma per forza di cose anche i vendoliani ‘movimentisti’ (Fratoianni) non potranno restare fuori dalla nuova orbita dalemiana di attrazione, un centro di gravità già diventato quasi permanente. E, ovviamente, la minoranza dem. I bersaniani hanno perso ogni speranza di ‘cambiare’, dall’interno, un partito che non riconoscono più né come la loro (ormai ex) ‘Ditta’.
Al di là delle parole, fino a ieri diplomatiche, che ancora usa Roberto Speranza, dai colonnelli bersaniani arrivano frasi di questo tenore: «Se Renzi vuole andare al voto senza congresso, non c’è più il Pd e noi andremo da qualche altra parte» (cioè D’Alema). O ancora: «Il Pd non è più la nostra casa, e presto ne trarremo le conseguenze». Pronti pure loro alla scissione. Tutti tranne Bersani, ancora silenzioso e pensoso, ma forse per poco.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 12 del Quotidiano Nazionale il 12 gennaio 2017

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