Lingotto, è la giornata dei colonnelli, ma Renzi teme il trappolone in Assemblea nazionale, perciò vuole blindare le liste

martina

Il ministro Maurizio Martina (Pd)

Ettore Maria Colombo -TORINO

“Sopra i due milioni, (di votanti, ndr.) Matteo è intoccabile. Sotto il milione/milione e mezzo, molti diranno ‘è finito’ e proveranno in tutti i modi di farlo fuori”. I pasdaran del renzismo sono preoccupati e hanno un solo giorno in testa: il 30 aprile, giorno in cui si celebreranno le primarie dem. Formalmente, al Lingotto, si parla d’altro. Di Pd e alleanze. Matteo Orfini, presidente dem, dice che “bisogna allearsi con Pisapia e il suo Campo progressista” e chiudere le porte ad Alfano e al suo Ncd, oltre che agli altri pezzi moderati. Dario Franceschini, invece, è il solito teorico del ‘dialogo’ (“E’ nostro interesse che nasca un’area moderata con cui poter dialogare in futuro perché le Camere son rimaste due ma i Poli presto saranno tre”) proprio con Alfano-Verdini&Co.

Il re della giornata è il ministro Maurizio Martina, secondo del ticket lanciato da Renzi per le primarie. E’ lui che deve ‘coprire’ a sinistra – verso Pisapia e verso Mdp – un Renzi silente ma iperattivo nelbackstage del Lingotto. Renzi prima si dedica alla cyclette nella palestra dell’hotel, poi scrive, via Facebook, che “i giornali si domandano se è cambiato il mio carattere o l’umore ma io e il mio popolo vogliano cambiare l’Italia”, infine loda “il numero pazzesco di persone che sono venute qui (in effetti ,  ci sono almeno tremile persone dovevano essere appena mille, ndr) in un clima fantastico”.  E così è il ministro Martina che fa la parte del leone. Ha voluto lui la ex radicale Emma Bonino a parlare (tra l’altro un intervento teso a smontare i decreti Minniti sull’immigrazione), poi si fa carico di dare ‘la linea’ su tasse, lavoro, fisco, etc. E’ ‘martiniana’ pure la macchina organizzativa del Lingotto, dallo staff in giù, anche se – spiegano i ‘martiniani’, “i tavoli li ha organizzati Nannincini (l’economista, ndr)”.

In teoria, la giornata passa via tra gli interventi del viceministro Teresa Bellanova (fiammeggiante, specie contro glli scissionisti), del ministro Pinotti (un inno-biografia di Tina Anselmi), del titolare del Mef Padoan che mette in guardia tutti dal rischio ‘Italexit’, del ministro Maria Elena Boschi detta Meb che non dovrebbe parlare, ma va sul palco e tesse l’elogio dei diritti delle donne, mentre lo staff renziano vuole mettere in luce “la generazione dei quarantenni Martina, Falcomatà, Ricci, Gnassi, Rossi”.

In realtà, c’è una‘Grande Paura’, anzi due, che serpeggiavano ieri, ra i renziani. La prima è che, alle primarie aperte del 30 aprile, Renzi possa finire ‘sotto’ la fatidica soglia del 50,1% dei (il voto tra gli iscritti sarà un semplice giro di riscaldamento). Si andrebbe perciò a un ballottaggio tra i primi due candidati in Assemblea nazionale che saprebbe di sfida all’Ok Corral. “Orlando difficilmente riverserebbe i suoi voti su Emiliano – ragiona con un amico il senatore lucano Margiotta – ma se Emiliano, terzo, promettesse i suoi voti a Orlando, la tentazione del ministro potrebbe essere troppo forte”. Per i renziani la prospettiva avrebbe il sapore di un golpe e pare che lo stesso Renzi voglia lanciare – agli altri due sfidanti – un “patto tra gentiluomini”: “Chiunque vinca le primarie aperte, anche con il 48-49%, va proclamato vincitore”. Accetteranno gli altri due tale patto? Difficile dirlo, a oggi, difficile che possano farlo, domani.

L’altra paura dei renziani è più sottile, ma è non meno concreta. “Mettiamo – spiega un senatore lombardo vicinissimo al Giglio magico – che Matteo, come dicono i sondaggi, vinca le primarie. Le liste, quelle che compongono la platea dei delegati per l’Assemblea, le dobbiamo spartire con gli altri pezzi di maggioranza, da Martina a Franceschini. E se poi ci mettono ‘sotto’?”. Non a caso, i renziani che si occupano del dossier, dal ministro Luca Lotti al vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, vogliono dare vita, per l’elezione dei delegati, a un listone unico pro-Renzi e non alla presenza di più liste collegate. Per controllare meglio gli ‘amici’, oltre che i ‘nemici’ (le liste di Emiliano e Orlando), ma soprattutto per ottenere, solo per i loro fedelissimi, tanti posti quanti valgono quelli che servono per comporre la fatidica soglia della metà più uno (501) sui mille delegati. Perché fidarsi degli amici va bene, ma non fidarsi è meglio.

NB: Questo articolo è  stato pubblicato a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il 12 marzo 2017