Archivi. Un’intervista a Martina, un pezzo su Renzi, aggiornamenti di QN sui voti ai candidati per il congresso del Pd

  1. L’intervista al ministro Martina, in ticket con Renzi: “Mai alleanze con Mdp”. Legge elettorale: “Portare l’Italicum al Senato potrebbe essere una soluzione”. 

 

maurizio martina

Il ministro Maurizio Martina (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
PARLA Maurizio Martina (nella foto, classe 1978, bergamasco, una rapida carriera dentro il Pds-Ds-Pd lombardo, dal 2013 ministro all’Agricoltura), uomo mite quanto di sinistra. Forse è per questo che Renzi lo ha scelto per fare il ticket in vista delle primarie.

La legge elettorale è ferma. Finiremo nella palude come teme Prodi o addirittura a Weimar, come dice Veltroni?
«Siamo in una condizione di fragilità politica determinata, purtroppo, anche dall’esito negativo del referendum. Questo lento scivolamento verso il proporzionalismo è da bloccare e fermare. Bisogna prendere un’iniziativa in Parlamento. Agli altri partiti dico: non basta dire no al Mattarellum. Lavoriamo subito, già dalle prossime settimane, per una soluzione, senza tergiversare, anche prima delle primarie. Sarebbe prezioso riprendere i collegi uninominali, base del Mattarellum. Poi c’è anche l’ipotesi di portare l’Italicum al Senato. In via generale dobbiamo garantire la governabilità e fare di tutto per garantire una democrazia dell’alternanza in grado di offrire un rapporto forte tra cittadini ed eletti».

Capitolo alleanze: con i centristi di Alfano o i Progressisti di Pisapia?
«Noi partiamo dal centrosinistra. Sono interessato a sviluppare un dialogo, prima di tutto, con Pisapia. Penso anche che sia importante la nascita di Alternativa popolare in un’area centrista con un giudizio molto severo verso Salvini e il centrodestra. La premessa fondamentale è allearsi con chi vuole unire e allargare il campo del centrosinistra, come è successo a Milano, e non dividere».

Lei è entrato in ticket con Renzi per il congresso: una spruzzatina di sinistra e basta?
«No, affatto. È l’idea di una squadra plurale che neppure le nostre due esperienze bastano a rappresentare, una proposta di cambiamento e rilancio del Pd che deve tornare a sentirsi protagonista di una fase nuova. Per noi il segretario è anche il candidato premier, ma chi legge il nostro ticket nell’ottica del trattino è fermo a dieci anni fa. Gli altri candidati hanno scelto un solo uomo per rappresentarsi. Noi abbiamo scelto una via corale».

Come sta andando il confronto a tre: teme che volino gli stracci?
«Noi siamo costruttivi, non facciamo polemiche interne».

Se il 30 aprile nessuno supera il 50% c’è il ballottaggio in Assemblea. Teme ribaltoni?
«Sono convinto che le primarie avranno un vincitore netto, Renzi, e che, da maggio, un Pd plurale e forte, dopo una sfida che avrà coinvolto migliaia di persone, saprà parlare meglio al Paese».

Bersani vuole dialogare con i 5 Stelle. Voi volete dialogare con Mdp?
«Io penso che il Pd deve dialogare con gli italiani, tutti, anche quelli che votano i 5 Stelle, ma penso agli elettori, non ai dirigenti. Il confronto tra gruppi dirigenti a Roma non coglie affatto il punto anche perché i loro comportamenti sono inaccettabili. Con Mdp non vedo dialogo possibile. Nelle città decideranno i Pd dei territori».

Il rapporto tra il Pd e il governo è sempre più faticoso…
«No, stiamo facendo un lavoro comune, sapendo che abbiamo le stesse responsabilità. Spetta a noi fare bene e al Pd arricchire di contenuti la proposta del governo. Obiettivo di tutti è sostenere una ripresa ancora faticosa, ma che c’è e che va irrobustita sostenendo la crescita e l’occupazione».

Avete tolto i voucher per paura della Cgil?
«Abbiamo fatto una scelta forte e chiara, eliminando uno strumento che si prestava a storture di ogni tipo per sviluppare strumenti alternativi che tutelino meglio i lavori accessori e intermittenti».

La Ue celebra i suoi primi 60 anni. Quale e come sarà l’Europa di domani?
«Dobbiamo passare dal Fiscal Compact all’Europa sociale e fare un salto di qualità su due fronti: più Europa politica, eleggendo anche il presidente della Commissione in via diretta, e più strumenti a tutela dei cittadini sui fronti del lavoro e dell’occupazione. Il compito del Pd dentro il Pse è anche questo».

NB: L’intervista è stata pubblicata a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il 24 marzo 2017


Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

2. Renzi in testa nei voti nei circoli del Pd. Pronta la guerra al governo, Padoan in testa.

Ettore Maria Colombo – ROMA
«MATTEO è tornato tonico e combattivo», dicono i suoi. L’altro giorno, in segreto, Renzi ha riunito a pranzo «mezzo governo»: c’erano i ministri Delrio, Martina, Boschi, fedelissimi, e Franceschini (presenza, questa, che è una notizia da sola). Location ‘Rinaldi’, ristorante romano dietro il Quirinale, dove circolano politici e vip. Renzi si fa selfie con il ristoratore, altri commensali, e tutti a dire che, insomma, sì, «Matteo è tornato Lui…».

IERI, invece, è andato al circolo di Firenze, Vie Nuove, dove è iscritto, per votarsi. Ha scherzato e si è intrattenuto con i militanti e il segretario metropolitano, Fabio Incatasciato, accompagnato dal suo fido e barbuto tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi. Anche lì aveva voglia di fare battute. Su Orlando, bloccato da giorni da una labirintite, ha detto: «Ohi, non me lo ammazzate!», poi ha ironizzato sul ministro Minniti, le cui politiche securitarie Renzi non ama, dicendo ai compagni «via, la prossima volta si vota lui!». I motivi di giubilo? Il caso Consip, spentosi. I primi voti reali dei circoli: in quattro giorni – sforna i dati, con il sorriso tra i denti, Lorenzo Guerini – «Renzi è al 68% (2.523 voti), Orlando al 30,3% (1.126), Emiliano all’1,9% (61)». L’affluenza è bassa, ma Renzi stravince ovunque: dall’Emilia alla Toscana con percentuali bulgare, circoli operai compresi.

Eppure, le polemiche non mancano. Emiliano attacca, duro, Orlando («un uomo buono per tutte le stagioni»), facendo infuriare gli orlandiani che gli danno dell’uomo «confuso». Poi c’è l’intervista di Martina a Qn che, nell’adombrare l’estensione dell’Italicum al Senato, solleva un vespaio. Marco Meloni, ex lettiano, dice, senza mezzi termini, che «Martina vuole solo spartirsi i capilista bloccati con Renzi» seguito da altri orlandiani e anche dai fedelissimi di Emiliano come Dario Ginefra.
Oggi l’ex segretario del Pd, sarà a Carpi (poi, in realtà, Renzi rinuncerà alla visita, ndr.) alla messa solenne per ricordare il terremoto del 2012 e la rapida ricostruzione. «Una presenza, quella di Matteo, in forma del tutto privata», spiegano i suoi, ma non pochi ci vedono la (forte e studiata) contro-programmazione al vertice dei 27 leader Ue a Roma. Tra gli «incartapecoriti leader Ue, distanti dalla gente», i pasdaran renziani mettono pure ‘l’amico’ Paolo Gentiloni. I renziani lo descrivono come «saggio e diplomatico», certo, ma anche «troppo cauto e poco energico». Renzi inciterà il governo a «fare in fretta» e «fare di più» in molti campi. Sostituire i voucher con i mini-jobs alla tedesca, per dire. Ma soprattutto, in vista del Def e della legge di Stabilità, Renzi non vuole finire infilzato come San Sebastiano e vedere il Pd schiacciato dalla propaganda di Grillo e Salvini sotto il peso delle tasse e dei tagli.
Nel mirino, per ora, sono finiti due ministri – Calenda (Sviluppo) e Padoan (Mef) –, ma le tensioni rischiano di acuirsi con Gentiloni. E il senatore Marcucci arriva a vaticinare «elezioni in autunno se Mdp continua a tirare troppo la corda e a non votare con il Pd», che poi è un modo come un altro per ottenerle, le elezioni.

RENZI, di suo, ha avvertito la Ue («ho sempre giudicato esose le loro richieste sui nostri conti, ma non è l’Europa il problema») e Padoan («sono certo che avrà la sensibilità di confrontarsi con il reggente del Pd, i capigruppo e i colleghi ministri per trovare soluzioni alla nostra portata senza alzare le tasse»): oggi a Modena e domani a Perugia – dove prenderà parte a un’iniziativa con il ministro Martina (cfr. intervista a Martina, ndr.) – tornerà a farlo in chiaro.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo a pagina 12 del Quotidiano Nazionale
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Andrea Orlando

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd)

3. La battaglia per il congresso. Renzi davanti, gli ‘orlandiani’ polemici sull’affluenza. 
Rosalba Carbutti – BOLOGNA
MATTEO RENZI sta stravincendo il congresso. Al momento, stando ai dati del Pd, si avvicina al 70 per cento (300 circoli su 6mila). «Dati oltre le aspettative», gioiscono i renziani. Certo è che la mozione Renzi – come ha scritto il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini – ha raccolto «il 68,9% dei voti degli iscritti, segue Andrea Orlando con il 29,4% e chiude Michele Emiliano con l’1,7%». Una rivincita in grande stile per l’ex segretario? Non proprio. Negli ambienti vicini allo sfidante Andrea Orlando i dati vengono letti in tutt’altro modo. Elisa Simoni, parlamentare toscana e sostenitrice del Guardasigilli, all’Huffington Post, denuncia il calo degli iscritti e di come tra quelli rimasti «stia partecipando il 50 per cento».
CHI ha ragione? Prendendo i singoli circoli il dato dell’affluenza in valore assoluto sembra dare ragione agli orlandiani. Qualche esempio? Il circolo Andreoni, sud di Firenze, il più forte di tutta la città. Su 243 iscritti, in 104 hanno votato per Renzi, in 17 per Orlando e zero per Emiliano. Morale: ha partecipato poco più della metà degli aventi diritto al voto. Senza contare il numero degli iscritti che, nel 2013 erano oltre 400, quasi il doppio. Ed è qui il punto dolente. Un altro caso eclatante è quello dell’Emilia-Romagna. Renzi anche qui è in testa. Ma il partito è ai minimi storici, visto che ha perso un terzo delle tessere rispetto al 2013. Seguendo i dati del Pd Emilia-Romagna, sono 47mila gli iscritti del 2016 a fronte di 76mila nel 2013. Ma – fanno notare i renziani emiliani – il calo delle tessere non è un fenomeno imputabile a Renzi, visto che nel 2009 gli iscritti erano più di 100mila. Di sicuro, però, se si guardano gli ultimi dati dei circoli di Bologna e provincia, l’affluenza in valore assoluto non è confortante per i dem. A Casalecchio di Reno, circolo Tina Anselmi, dove gli iscritti sono 335, ha votato solo un terzo degli aventi diritto (115 votanti, 97 consensi per Renzi). Stessa situazione al circolo Enrico Giusti di Bologna: 34 votanti su 91; al circolo 2 Agosto (quartiere Porto) 27 su 50; al Reno 49 su su 93; in Valsamoggia, circolo di Bazzano, 35 su 57; a Minerbio hanno votato solo 31 su 190. In Piemonte il trend è lo stesso. A Carpignano Sesia su 43 iscritti hanno partecipato al congresso in 27; a Dronero la metà degli aventi diritto ha disertato, a Premosello sui 13 iscritti, hanno votato in 5. Insomma, stando a questi numeri, circolo per circolo, sembra un congresso per pochi intimi.
Ma secondo Guerini (e i renziani) l’affluenza va calcolata in valori percentuali. «Il congresso del Pd del 2013 – spiega Guerini su Facebook – a fronte di 535.959 iscritti al partito vide una partecipazione di 296.645 con un tasso finale di partecipazione pari al 55,35%. Questa sera (ieri, ndr), dopo cinque giorni di congresso 2017, ha partecipato alle convenzioni di circolo il 60,7% degli aventi diritto. Altro che flop!».
CERTO la consultazione non è finita, ma i renziani stimano che la partecipazione degli iscritti al congresso sarà, in termini percentuali, lievemente maggiore rispetto al 2013 (dove, fanno notare, si votò anche per i segretari dei circoli e i segretari provinciali). Ma al di là della guerra di cifre e di come si legga l’affluenza al congresso Pd 2017, resta un dato inequivocabile: il calo degli iscritti. Erano oltre 535mila nel 2013, a distanza di tre anni, sono 430mila. Centomila iscritti in meno in tre anni. Chiunque diventerà segretario del Pd dovrà tener conto di quest’esodo.
(Articolo di Rosalba Carbutti uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 13 del 26 marzo)
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NB: Aggiornamento dati  fonte redazionale da Quotidiano Nazionale del 27 marzo 2017. 

A UNA settimana dall’avvio del voto tra gli iscritti, i risultati premiano Matteo Renzi. L’ex leader ha raccolto 12.367 voti (69.36%), Orlando 4.982 (27.94%) ed Emiliano 480 (2.69%). Numeri che nessuno dei tre partecipanti contesta mentre fa discutere la partecipazione: i sostenitori dell’ex leader parlano di affluenza al 61%, 5 punti sopra il 2013, mentre il portavoce della mozione Orlando, il napoletano Marco Sarracino, parla di una partecipazione inferiore al 50% e interroga il partito chiedendo i dati ufficiali.

Renzi vince con 45 voti il congresso della Bolognina, la storica sezione del partito dove Achille Occhetto avviò  la svolta del Pci. Nel 2017, invece, vinse Gianni Cuperlo. Altre vittorie renziane in alcuni luoghi-simbolo per la sinistra sono nei circoli ‘operai’ di
Pomigliano d’Arco, Mirafiori, Hitachi di Pistoia e polo siderurgico di Piombino. Infine, pesa anche la vittoria di Renzi a La Spezia, patria del Guardasigilli Orlando, mentre Emiliano, a oggi inchiodato a numeri bassissimi, vince solo i congressi nei circoli di Chieti e Cosenza.

 

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