Renzi mette il governo sotto tutela e fa melina sulla legge elettorale. Gelo con il Colle. Cronaca di un’ordinaria Assemblea

Renzi e Orfini
Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd
  1. Renzi vuole il Pd ‘regista’ del governo. Bagarre sui nome per la Direzione.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giovedì 11 maggio, a ora di pranzo, si terrà la prima riunione tra la nuova segreteria del Pd, nominata da Renzi, il suo vice Martina, i capigruppo parlamentare dem e i due ministri che seguono, di solito, tutti i provvedimenti del governo, la Finocchiaro (Riforme) e la Boschi (presidenza del Consiglio). Saranno riunioni assai frequenti (“settimanali” ha detto ieri Renzi), si partirà probabilmente dalla legge elettorale, e danno l’idea di un governo cui Renzi non vuole togliere la fiducia, ma di fatto appare ‘sotto tutela’, la sua. Renzi ha chiesto e ottenuto un “coordinamento”, si spiega anche da palazzo Chigi, per raffinare qualità e scelte dell’esecutivo, ma suona commissariamento.

Il neo segretario, a cinque mesi esatti dalle sue dimissioni, è tornato rinvigorito e non lo nasconde: “lavoreremo insieme fino al 2021” è la promessa che suona un po’ da minaccia, davanti alla platea dei delegati, che infatti ridono nervosi. Del resto, archiviati i mesi di “polemiche, litigi, scissioni”– spiega Renzi dal palco del lunare (sta a Fiumicino) Marriot Hotel, dove si tiene l’Assemblea nazionale dem – “ha vinto il Pd”, quello che “non litiga” e “sceglie Macron”. “Basta sparare sul quartier generale” è il perentorio invito.

“Nessuno metterà in discussione il governo Gentiloni”, scandisce Renzi davanti al premier, seduto in prima fila, poi ributta la palla nel campo avversario sulla legge elettorale, infine delinea il nuovo Pd. Dovrà lavorare con mezzi antichi (i circoli) come nuovi (la app ‘Bob’ e i social media) e su tre parole d’ordine: “lavoro, casa e mamma” (sic) che suscitano facili ironie, specie sul web, ma quelle sono e quelle saranno.

Renzi ha ormai il pieno controllo del partito e lo dimostra. ‘Nuovo’ presidente viene riconfermato Matteo Orfini, nonostante le rimostranze di Orlando che non lo voleva (e che dal palco ammonisce: “non tutti i nodi sono stati sciolti, tra Bersani e Berlusconi continuo a preferire Bersani”), ma la sua area si spacca (solo 16 contrari e 60 astenuti contro Orfini sui 212 delegati di area), i due vicepresidenti vengono concessi alle due minoranze (Pollastrini, Orlando, e De Sanctis, Emiliano), Bonifazi viene confermato tesoriere e Martina impalmato vicesegretario. Morale: il controllo di Renzi sull’Assemblea (700 delegati, 212 di Orlando, 88 di Emiliano) è e rimane ferreo. Orlando  e i suoi si mettono in una posizione di minoranza e mani libere, non vogliono incarichi, tantomeno in segreteria, mentre Emiliano – che saluta Renzi dal palco inneggiando a Che Guevara (“Hasta la victoria, segretario!”) è in una posizione molto più trattativista.

Ma se per gli incarichi della nuova Segreteria bisognerà ancora aspettare qualche giorno (sicuri di entrare sono solo Nannicini al Programma, Bellanova al Welfare, Richetti come coordinatore e Anzaldi alla Comunicazione), è sulle future nomine in Direzione che scoppia il caos al punto da prorogare artificiosamente i lavori dell’Assemblea per tutto il pomeriggio con interventi fiume e non previsti che nascondono le febbrili trattative nel retro palco tra le varie aree. La quota degli eletti figli dell’Assemblea è già ripartito (84 a Renzi, di cui 50 renziani doc più una trentina tra area Franceschini, Martina, Orfini, 24 Orlando, 12 a Emiliano), ma Renzi ha a disposizione – oltre ai membri di diritto (20 segretari regionali, sindaci delle grandi città e membri della segreteria, tutti suoi, più ex premier, ex segretari, ministri) – 20 nomi ad personam. L’altra volta volle tutti sindaci, ora punta su 20 giovani, generazione ‘Millenials’, figli di Classe dem. “La tipica renzata”, sospirano i suoi, che getta il partito nel caos. Beppe Fioroni, leader dei Popdem, non trova posto (la cosa non accadeva da decenni) perché arriva Arianna Furi (19 anni, romana), Gianni Cuperlo neppure, Fassino si sente sotto-rappresentato ma c’è, il panico dilaga, Renzi è irremovibile. Il caso Cuperlo, in particolare, sembra un ‘caso’ politico, ma è figlio del restringimento dei posti della mozione Orlando causato dall’arrivo dei Millenials. Cuperlo aveva promesso ad alcuni dei suoi l’ingresso in Direzione tra i 25 di Orlando ed ha preferito escludersi lui con un atto d’imperio, spiegano gli orlandiani, per fare largo ad altri. Eppure, la Pollastrini tuona (“decisione incomprensibile”), Anzaldi semina dubbi nel campo avverso (“Spiace che Orlando abbia escluso Cuperlo”…) ed è un fatto che Cuperlo si senta sempre più distante dal Pd di Renzi. Anche Lorenzo Guerini non entra in organismi di comando, ma Renzi lo valorizzerà presto o mandandolo al governo (delega ai Servizi o viceministro economico) o facendogli seguire il capitolo più delicato di tutti, la legge elettorale.

mattarella
Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. Legge elettorale, Renzi gela il Colle: “Non spetta a noi la prima mossa”

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Diciamo una parola di verità sulla legge elettorale – scandisce Matteo Renzi dal palco dell’Assemblea nazionale (Hotel Marriot, posto super kitsch, bar stile Guerre stellari) – e la diciamo rivolgendoci con deferenza e rispetto a Mattarella, a cui va la nostra riconoscenza filiale, la nostra amicizia e devozione: il Pd non farà il capro espiatorio”.

Ecco, già non inizia bene, l’approccio di Renzi al tema, non per la citazione letteraria di Pennac e del suo Malaussène, ma perché a diversi osservatori, compresi molti dei suoi, quel parlare di “riconoscenza filiale, amicizia e devozione”, nei confronti di Mattarella, suona più da provocazione, all’indirizzo del Colle, che da atto di deferente sudditanza. Insomma, il messaggio cifrato è: tu te la prendi con noi, ti lamenti del Pd, ma non guardare di qua, non chiedere a noi perché il Pd ha proposto di tutto (e giù l’elenco: il Mattarellum, estensione dell’Italicum al Senato, il tedesco). “La responsabilità dello stallo – e qui Renzi torna in chiaro – è di chi oggi è maggioranza al Senato e si elegge a colpi di mano il presidente in commissione Affari costituzionali. Il Pd – scandisce le parole il leader – è pronto a fa un accordo con chicchessia purché si faccia una legge decente. Ma non saremo noi a farci inchiodare alle responsabilità di una classe dirigente che resuscita la prima Repubblica”. Renzi, con i suoi, è ancora più netto: “Sulla legge elettorale questa è la nostra posizione definitiva, non ce ne saranno altre”. Per capirsi, quando giovedì prossimo Mazziotti di Celso, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, scriverà il testo base da mandare in Aula, entro il 29 maggio, sulla legge elettorale (la richiesta esplicita e pressante di Mattarella era proprio ‘fare presto’), il Pd non presenterà un suo articolato né ne appoggerà altri. “La riforma elettorale – spiega Renzi ai suoi – dipende dagli altri. Vedete, Di Maio si è già mosso e ci chiede di fare insieme la legge? Ma prima voglio che ci dica – continua l’ex premier – che tipo di proposta è la sua e se parla a nome di tutti i grillini. Altrimenti, non ci muoviamo. Berlusconi invece non dice niente, sembra gli vada bene la legge che c’è, se vuole cambiarla ci faccia una proposta”.

Morale non si farà alcuna legge nuova, Renzi ne è convinto. E allora? Nel Pd renziano esistono due scuole di pensiero: entrambe riguardano lo stesso atto – il decreto legge in materia elettorale – che proprio il Capo dello Stato potrebbe ritenere un grave errore, ma divergono di molto sui tempi. Per gli ultrà renziani il governo dovrebbe approntare, “entro l’estate”, il decreto in modo tale che andare a votare entro ottobre (poco dopo le elezioni tedesche del 24 settembre) sia ancora possibile, facendo la legge di Stabilità in breve tempo, prima o dopo le urne. Per i renziani ‘di governo’, invece, il decreto andrebbe fatto a novembre per votare a scadenza naturale della legislatura. In ogni caso, il contenuto del decreto è sempre lo stesso: l’armonizzazione dei due sistemi elettorali, a partire dai capolista bloccati (da estendere dalla Camera al Senato, dove vige la preferenza unica) più pochi altri aggiustamenti. Certo è che, una volta approvato un decreto legge siffatto, non resterebbe, per Mattarella, che mandare tutti alle urne.

NB: Articoli pubblicati a pp. 8 e 9 del Quotidiano nazionale l’8 maggio 2017.

 

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Autore: Ettore Maria Colombo

"Non ho una vocazione narrativa. Scrivo, che è cosa diversa". (Ennio Flaiano) Alcune motivazioni ideali. Scrivo, pur senza avere una vera e profonda vocazione narrativa. Faccio il giornalista, nel tentativo di cercare di far capire prima di tutto a me stesso, oltre che agli altri, quello che succede sotto sopra o davanti i miei occhi nei Palazzi della Politica romana e nazionale. Non so far altro, anche se studiai nella vana ambizione di scriver libri e insegnare ai giovani storia contemporanea e nell'altrettanto vana speranza di trasmettere loro brandelli dell'ardore e del desiderio di cambiamento delle generazioni precedenti alle mie e che molto contribuirono a modellare il mondo. Ecco perché spero d'insegnare, prima o poi, da qualche parte. Storia, ripeto, non giornalismo, per carità. Quello non riesco a praticarlo con profitto neppure io. Infatti, non credo vedrò mai la pensione e anche solo il pensarlo è ben triste perché vuol dire cominciare seriamente a invecchiare. Alcuni cenni professionali. Dopo la maturità classica a Termoli (CB), voto 57/60, e la laurea in Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (1986-1994, Storia contemporanea, voto 110/110 con lode accademica), ho iniziato la mia attività professionale all'IFG (Scuola di Giornalismo 'Carlo De Martino') di Milano, dove ho conseguito il praticantato e l'abilitazione all'esame professionale frequentando il X biennio dell'Ifg (1995-1997). Ho iniziato a scrivere sulle pagine milanesi di un quotidiano di partito (l'allora PRC), Liberazione, sono stato assunto, per la prima volta, al settimanale Diario (all'inizio inserto dell'Unità, poi settimanale autonomo), diretto da Enrico Deaglio, dal 1998 al 2000. Sono passato (e mi sono dimesso dopo tre mesi) da Libero, quotidiano, fondato da Vittorio Feltri e dopo altre esperienze (il sito di politica 'Polix' del gruppo Seat-Tin.it), mi sono trasferito a Roma nel 2002. Nella Capitale, ho realizzato il mio, sogno: diventare e fare il giornalista politico. Ho iniziato, nel 2002, al quotidiano di partito della Margherita, Europa, poi ho lavorato per molti anni e con diverse qualifiche professionali (contratti a termine, collaborazione, assunzione, etc.) al quotidiano Il Riformista, fondato e diretto da Antonio Polito, dal 2004 al 2010, ma con diverse interruzioni. Ho lavorato anche, contemporaneamente, per il settimanale del non profit Vita, diretto da Riccardo Bonacina, come corrispondente, e per altri giornali (Puntocom, L'Opinione) e/o diversi siti Internet (Lettera43.it, Vita.it). Dal 2011 al 2013 ho lavorato, come collaboratore esterno ma 'fisso', per il quotidiano principale di Roma, Il Messaggero, poi per il sito Huffington Post di Lucia Annunziata. Dal febbraio del 2014 lavoro x QN (Quotidiano Nazionale: Resto del Carlino-Nazione-Giorno) seguendo sempre le vicende della politica italiana dall'interno dei suoi Palazzi. Ho, in questi anni, lavorato per QN con diverse condizioni contrattuali: prima come collaboratore fisso, da Roma, poi come redattore ordinario nella redazione di Bologna, di nuovo come collaboratore fisso dalla redazione romana di QN, dove mi trovo ora. Ho collaborato, in questi anni, con le testate on-line Vita.it, Pagina99.it, Lettera43.it, etc. Ho scritto per la rivista Il Toscano, per le pagine culturali di Libero, per riviste dell'associazionismo cattolico (Traguardi sociali dell'Mcl) e per il settimanale Panorama. Ho scritto due libri. La biografia di Pierluigi Bersani (Editori Riuniti, 2013) e, con altri tre colleghi (De Angelis - Lavia - Mauro), l'istant book 'La volta buona' (Editori Riuniti, 2014) sull'ascesa al potere di Matteo Renzi. Ho in mente altri progetti editoriali. Alcuni cenni personali. Sul piano personale, dopo diciotto anni (i primi: '68-'86) vissuti in Molise, dove sono nato, a Termoli (Cb), e dove mi sono formato frequentando le scuole elementari, medie e superiori (liceo Classico 'Gennaro Perrotta') e altri venti vissuti a Milano (1986-1996), qualche anno a girovagare per l'Italia (Milano-Roma, Termoli-Milano, Termoli-Roma), ormai dal 2002 vivo a Roma, ma a partire dal 2015 passo dei periodi di lavoro a Bologna. A Roma, ho vissuto prima in via del Babuino 70, davanti la statua medesima), dal 2002 al 2006. Dal 2008 vivo in via del Governo Vecchio (piazza Navona/piazza dell'Orologio). Ho convissuto prima con Stella Prudente (collega, amica e room mate), dal 2008 a ora con Federica Mango (collega di Rainews24, 'ma anche' fidanzata e poi donna della vita). Avevo due genitori che vivevano in Molise (mio padre è morto) e qualche amico (pochi). Sono molto alto, molto grasso e poco coordinato, ma, da ragazzo, ho giocato con profitto a basket (serie Promozione), scherma (specialità Fioretto, diverse medaglie ai Giochi della Gioventù) , rugby e calcio (male), di recente ho fatto corsi di pre-pugilistica. Tifo per l'Inter FC e, ovviamente, per la Nazionale Italiana di Calcio e negli altri sport. Non guido la macchina né motociclette, non vado in bici, mi muovo soltanto a piedi. Il mio nome per esteso è Ettore Maria Colombo (al 'Maria' ci tengo: sono nato il giorno della Madonna di Lourdes), la sigla è 'E. Co.', i miei pseudonimi preferiti sono stati tre: Enrico Colorni, Emanuele Costanti e Ulisse Sciarretta. La mia sigla abbreviata è 'EMC'.